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Category Archives: musica

pil

avevo voglia di bere e non potevo non potevo agire stanotte ieri lou reed moriva altrove incontravo donne dai capelli biondo-rossi e amici i pochi gli unici dove non conta davvero il grado di psicopatia raggiunto quel che conta è un aporetico stare assieme al di là delle dissolvenze interpersonali avevo trascorso l’intera giornata a vomitare non avevo assunto alcuna droga e mi chiedevo – mi chiedo – se non fosse peggio la lucidità l’assoluto esserci Heideggeriano la donna rossa dai capelli biondi – o viceversa – mi trascinava verso orizzonti di eterni ritorni mi sarebbe piaciuto sconvolgere gli animi ricordare trascorsi lisergici alcolizzarmi fino al termine della notte per dimenticare i nomi delle vie postindustriali e un tantino mussoliniane che mi accingevo a percorrere per dimenticare le rughe immaginifiche che vedevo comparire sul mio volto vissuto solo a metà mi sarebbe piaciuto darle l’immagine di me che aveva conosciuto un tempo i nostri uomini discutevano di oscene possibilità la donna rossa dai capelli biondi immaginava come capitalizzare l’evento eravamo fuori da ogni contesto riassorbiti dalle luci stroboscopiche dell’eur senza più domandarci il significato della parola lavoro (per me ormai invisibile arcano) mi hanno trascinata in un concerto dei pil – che per fortuna non sta per prodotto interno lordo – è stato incredibile lo stesso giorno conoscevo uno dei miei miti adolescenziali johnny rotten – ho imparato a muovermi sul palco per schivare le bottiglie che arrivavano dal pubblico – mentre l’altro mio mito adolescenziale spirava altrove scoprivo nuove verità nascoste nel corpo intravedevo perfette immagini femminee di transgender all’uscita dal fungo camminavamo tra odori di escrementi d’elefante fuori dal circo moira orfei per raggiungere l’atlantico posteggiando due chilometri più in là ascoltavo le sonorità postpunk dei pil librandomi in danze d’altri tempi mentre la voce di rotten ancora molto punk beveva e sputava assoluta giovinezza ancora come se non fosse trascorso un solo istante dal ’75

rivedevo frammenti della grande truffa del rock and roll e poi gente da ritual vista e rivista da anni ma mai conosciuta mai salutata mi avvolgevo sinotticamente nell’illusione prossemica scalfita da un vetro spesso generazioni non potevo accettare quella distanza e così mi perdevo danzando ogni cosa diveniva lontana e confusa lontana e confusa lontana e confusa ho nel corpo così tanti stupefacenti del passato da saperli liberare al momento opportuno danzavo posseduta per un attimo dimenticavo ogni dolore ero meraviglia assoluta per una volta riuscivo ad amarmi amavo i ricordi di chitarre suonate con anarchy in the uk e le labbra carnose della mia amica sbighi al liceo quel gruppo di borderline che non eravamo altro meraviglia delle meraviglie quando sapevo far tesoro della mia diversità G. la mia amica dai capelli rossi era sempre stata un passo avanti a me musicalmente esistenzialmente letterariamente mi aveva insegnato a dirimere l’apparenza dall’essenza e a riderci su ci sono stati baci sulle spiagge salentine nella notte e profetici bagni di mezzanotte completamente nude ci sono state saffiche allusioni ora è strano essere qui ognuna con il suo uomo mentre loro progettano di fuggire a new york e noi pensiamo di perderci in misticismi indiani in viaggi di sola andata verso l’atma più profondo e vorace era strano danzavo ed ero uguale a quella ragazzina che sono stata quando ci spiavamo distanti ognuna con la sua vita improbabile ora chi l’avrebbe mai detto lei in banca e io ancora nel battesimo dell’impossibilità senza lavori senza vincoli identitari la notte era finita così a frugarci nelle tasche per comprare l’ultima birra ad assumere farmaci non psicotropi per alleviare dolori di stomaco frutto dell’abuso di sé si era concluso il giorno e anche la notte volgeva al termine ma non riuscivo a dormire mi sentivo ancora avvolta in quella musica e nella mia danza senza freni libera volavo sopra le cose mi lasciavo pervadere dallo spirito dei tempi fissavo johnny rotten il mio mito adolescenziale e pensavo a lou reed altro mio mito adolescenziale e pensavo all’intera mia vita consacrata a tempi mai vissuti a spiare il passato come fosse presente a spiare dal buco della serratura gli anni migliori che non mi sono stati concessi lupo guardava documentari sui sex pistols io leggevo articoli sulla morte del grande lou reed e aspettavo fotografie di attrici e performer concettuali e guardavo quelle foto e guardavo alla mia danza e alla mia amica rossa dai capelli biondi e viceversa e mi rivedevo e ci rivedevo nell’assoluta potenza della giovinezza che già mi sento sfiorire.

© Ilaria Palomba

foto di Luigi Annibaldi

E’ stata una notte surreale, mi sono ubriacata di musica e delirio. Mi sentivo risucchiata dal suono. La mia voce andava da sé. E i Minimitermini sono assoluti e sublimi.

la musica ha accompagnato ogni istante mi sono librata in paraedoliche orge musicali avevo solo diciassette anni e ancora non conoscevo il sapore della consapevolezza mi sono ancorata al battito di una cassa dritta eravamo così belli noi in viaggio per milano davvero poco io ricordo quelle notti erano ancestrali avevo degli amici e forse anche una relazione di pseudoamore con uno dei miei amici che s’illudeva di salvarmi dalla mia autocrocifissione così partivamo su questo largo treno ubriacandoci di vino e hashish aspettando l’agognato oltre era tutto qui e ora tutto sinotticamente vivo scivolavo su ansiogeni chilom assumevo lorazepam tegretol valium e derivati oppiacei di vario genere m’illudevo di essere nel regno della libera scelta m’illudevo di essere parte di qualcosa non ricordo come arrivai a quella festa tutto quel che ricordo sono i volti degli astanti miei presunti amici immaginate un george harrison giovane immaginate uno spud trainspotting style meno sfatto e più figo immaginate una pink postpunk immaginate una pamela morrison vestita da eminem (quella ero io) la notte milanese del capodanno di nove anni fa in piena notte glaciale cercavamo indicazioni per il rave di capodanno alla ex pirelli optammo alla fine per un taxi avreste dovuto vedere l’espressione del conducente quando ci vide scendere in quel cumulo di macerie tra migliaia di teste rasate e dread e piercing e camper prima di allora probabilmente non aveva mai visto nulla del genere lui entrammo lentamente ogni passo rimbombava nell’aria le pareti di questa fabbrica erano immani sembravano loculi mortuari o piramidi rovesciate la notte s’infilava nella pelle la musica era rumore condensato stato adrenalinico puro endorfina liquida sparata dritta in vena non m’importava uscirne viva stavo entrando nella bocca dell’inferno sarei stata risucchiata dal rumore ora lo sapevo facevo parte della seconda generazione raver non quella anni novanta della gioia di vivere estatica spensieratezza musica vitaminica culi stratosferici muscoli laccati pantaloni lucidi abiti fluorescenti e capelli colorati da effimere bombolette spry no io mentre entravo nella bocca dell’inferno sonoro tra camper fumanti pusher a ogni angolo venditori di pizze funghi e paste io a ogni passo mi avvicinavo alla decadenza e mi piaceva fottutamente niente abiti fluorescenti solo creste dread e piercing qualche tintura scolorita il nero predominava su tutto larghe felpe numerate e larghi pantaloni sdruciti di una bellezza deforme le anime là dentro danzavano era l’ade mi sarebbe piaciuto rimanerci per sempre dimenticare l’hic et nunc i prometeici studi i volti familiari perdermi agognavo tra le fauci del sottomondo le casse erano muri incompresi di suono deforme le persone erano ombre confuse piatte come schede telefoniche a una sola dimensione abbiamo danzato l’intera notte in botta di anestetici per elefanti abbiamo attraversato scale mobili lucenti e dismetriche altalene sospese nel buio ricordo il mio amico di allora spaventato di fronte al mio non riconoscerlo ricordo un uomo scheletrico e sfatto al nostro fianco tra odore di cenere e plastica bruciata raccontarci di coma k e viaggi di sola andata era caronte ricordo le parole dello scheletrico uomo lasciala perdere quella roba diceva a volte avevo paura di non essere corpo e insieme ciò mi donava un brivido ero tutte le cose transeunte immanentemente viva e morta eternamente sospesa tra i due mondi mai dentro mai fuori sospesa in un limbo psichedelico ricordo spud raccontare di aver visto le porte della percezione dopo due trip e tre pasticche mescaliniche ricordo di aver ritrovato un mio amico d’infanzia all’alba nella neve e di non aver provato freddo alcuno ricordo george harrison reggere la testa a un uomo smadonnante in grida paraboliche contro l’esistenza di dio mentre ne vomitava l’essenza ricordo i loro volti e poi non li ricordo più avevo diciassette anni e credevo che sarebbe stato bello vivere l’eterno nella musica ancestrale era rumore vivo divino che copriva le grida del mio passato avrei vissuto danzando nuda in tutto quel rumore per annientare la paura di vivere avrei danzato nuda tra le rovine rasentando la maledizione dell’eterna giovinezza per prostrarmi ai piedi dell’idea beatificata di me stessa avrei scopato di folle libido con tutti loro senza tregua per innamorarmi estaticamente di me ancora e ancora e ancora ma così non fu quegli anni furono esasperanti per quanto io mi dividessi da tutto e giorno per giorno mi cresceva dentro il demone dell’assenza non fummo mai l’agognata famiglia di cui mi ero illusa io ne restavo fuori e man mano che gli anni passavano ero sempre più fuori e rimpiangevo quel giorno nel tentativo palingenetico di rivivere quel capodanno milanese nella neve di un rave party devastante e oggi sono qui a raccontarlo con grumi di rimpianto nelle papille gustative ho preso parte a innumerevoli raduni party rave tecnival ma ogni volta era peggio ogni volta mi sentivo in quel limbo mai completamente sulla terraferma mai completamente nell’inferno sempre a un passo da tutto e da tutti quando passo accanto a quella gente nessuno di loro più mi conosce e mi sento estranea una non iniziata e insieme vampirizzata da un mondo che ha fatto parte per dieci anni di me mi sono illusa che avrei creato demiurgici universi a occhi chiusi nella danza estatica di giorni e ore e tempi indistinti mi sono illusa di essere parte di una tribù mi sono illusa di essere come loro e tante e tante volte mi sono illusa di essere parte di qualcosa ma ora so che non è vero non è mai stato vero io nella mia danza ero sola e sola sono ancora la mia weltanschauung collide con quella di chiunque a volte mi sono chiesta cosa sarei stata se non avessi sprecato dieci anni della mia vita a illudermi di allucinata bellezza e atroce musica fuori dal tempo probabilmente sarei diventata una qualche forma umana alternamente condivisibile o forse no sarei stata come sono divisa ovunque un’ombra silenziosa scarnificata dai gesti forse è questa la mia essenza l’ottundimento non è facile starmi accanto e per me non è facile stare accanto agli altri ma le cicatrici che ho sulla pelle sono la mia forza la mia storia la mia unicità un ritratto sublime incastonato nel corpo e questo senso tragico con cui vivo ogni esperienza è per me in verità fonte di gioia estrema in ultima analisi coincide con la mia estasi.

© i. p.

Non vi dirò, come potrebbe fare qualsiasi rivista o wikipedia, chi è Paul Kalkbrenner, anche perché immagino lo sappiate già. Non vi racconterò di Berlin Calling, della fama guadagnata con sofferta devozione alla musica. Non vi farò noiosissime trafile di nomi e date di serate, concerti e interviste. Vi dirò soltanto cosa ho provato io ieri al Palalottomatica mentre ero un corpo danzante del secondo anello e vivevo ogni suono come una rivelazione.

Paul è un sacerdote pagano e noi un’enorme tribù d’iniziati. Da qui posso vedere oltre cinquemila corpi in trance che tendono le braccia come fasci di luce verso il centro del canyon. Roboanti frequenze, ossessive sonorità, randomiche visioni. Lui alza il volume del fuoco. La musica crea le forme. Gli iPhone, levati in cielo, sono stelle e i corpi pianeti, popoliamo un universo di carne. La mia pelle non è più. Si perde nel flusso spinoziano del creato. Il computer è un occhio, un grande occhio che viviseziona la luce, il controller dirige i sogni. I bassi distorcono i sensi. La musica è puro tatto ininterrotto. La sento nella pancia e i miei piedi sono meteore che sfrecciano nel vuoto. Il sacerdote saluta gl’iniziati. Un coro di corpi si scaglia contro il fuoco e ne incrementa l’ardore. Nulla è più. I demoni hanno preso a danzarci intorno. I demoni di dentro sono esplosi in un fuori che non conosce confini. Il sacerdote guarda nei corpi, li fraziona e li proietta nel vuoto. I demoni abbandonano la carne e si librano nell’aria di un altrove indecifrabile. La musica penetra le fondamenta della carne. Raggiunge l’ipotalamo e l’io è immensità nello spazio.

 

 

 

 

© Ilaria Palomba


(foto di Luigi Annibaldi)

 

Fumare una sigaretta sul balcone, ascoltare il rombo delle auto sulla Colombo, scrivere i nomi delle persone e poi cambiarli, scrivere le storia che io immagino abbiano, vivere come se tutto dovesse distruggersi.

Scrivere è una forma di profanazione. Sono qui seduta e aspetto, a volte mi sento troppo diversa dal resto del mondo, non so se una persona così diversa potrà mai essere ascoltata se non con le cattive.

Seduta alla scrivania mentre la pioggia sporca i vestiti sullo stendi panni, la voce un po’ cupa per via delle sigarette e dell’asma, lo stomaco pieno. Sto parlando con uno spettro. Dico che scrivere è una forma di profanazione, anzi, di stupro. Lo dico perché so quello che ho fatto. Ciò che ho fatto è gravissimo, imperdonabile: ho preso dei volti e dei nomi, li ho stravolti e ne ho inventato storie. Per questo merito la forca. Ne sono consapevole. Ho rubato esistenze e le ho trasformate in altro. Sono una sadica, ma, sapete una cosa? Mi piace. È ciò di cui vorrei vivere.

Sono seduta s’una sedia in plastica e gomma gialla, il mento poggiato alla scrivania nera. Una pila di piatti mi attende nel lavabo, una massa di vestiti neri sul letto ancora disfatto, il telefono squilla imperterrito ma non mi muovo. Sto parlando con lei, e se mi sforzassi, potrei addirittura vederla, a volte mi somiglia così tanto da fare schifo, e io spero non mi costringa a vedere altro, a fare altro, perché sin’ora ho già visto fin troppo.

Mi parla attraverso le lettere, scrivo il suo nome mille volte e mille volte lo cambio. Un flashback mi riporta indietro, come una molla che si spezza e inizia a perdere pezzi, il mio corpo rimpicciolisce, poggio il gomito sul banco, la guancia sul palmo, lo sguardo sugli ulivi fuori dalla finestra mentre l’insegnante disegna numeri sulla lavagna.

Mi volto verso la mia compagna di banco e mi accorgo che ha il mio stesso volto ed è vestita come me: jeans e maglietta, ha una coda bionda e mi fissa dritto negli occhi. Profuma di talcoboro.

L’insegnante ha i capelli lunghi e lisci, le labbra larghe con un rossetto arancione: vedo le sue labbra allargarsi, il gesso stride sulla lavagna, le palpebre si abbassano sotto gli occhiali e pronuncia il mio nome.

Mi chiede se so ripeterle la tabellina dell’otto. Non mi lascia il tempo di rispondere: scendi dalle nuvole, dice. Da quel momento in poi saranno in molti a dirmelo.

L’altra bambina si alza in piedi e va alla lavagna. Fa una figuraccia: tutto ciò che scrive è un errore e tutto ciò che dice non ha senso. Alla fine è stata lei a prendere un’insufficienza al mio posto. Sono scappata, l’ho cercata ma non l’ho più vista per diverso tempo.

Poi, una notte a Sant’Andrea l’ho vista parlare con dei ragazzi, avevo dodici anni e suppongo che anche lei avesse la mia stessa età. C’era quella brezza agostina che faceva il solletico sulle braccia, il profumo del mare quando è notte. Io ero sulla scogliera con un amico, era la notte di San Lorenzo e guardavamo le stelle che sembravano lanterne appese al buio, lei era giù in spiaggia, non riuscivo a distinguere i suoi tratti ma qualcosa mi diceva che fosse lei. Era lì giù, sola, con quattro ragazzi, il rumore delle onde copriva le loro parole, desideravo scendere in spiaggia e dirle di stare in guardia, che di quei quattro non c’era da fidarsi, ma stavo con un tipo e appena misi il primo piede sulla scaletta di legno lui mi chiamò e mi disse di restare con lui a guardare le stelle cadenti. Avevo un rametto incastrato tra i piedi che arrossava lo spazio tra due dita, mi sporsi un po’ dalla scogliera per vedere di cosa si trattasse, il rametto mi fece perdere l’equilibrio e il mio amico dovette scattare come un razzo per acchiapparmi. Una volta tra le sue braccia il bacio andò da sé. Le nostre lingue danzarono a lungo nel palato come due serpenti che s’intrecciano, avevo un sapore diverso tra le labbra e una lacrima bloccata sotto gli occhi, per un attimo mi mancò il respiro. Qualcuno là sotto urlò ma non appena provai a sporgermi ancora, il tipo mi trascinò via e tornammo verso il viale alberato. Tra il mio primo bacio e il suo, immagino ci siano state delle grosse differenze.

Dopo quella volta sparì ancora per diversi anni. Poi, un giorno, sul treno vidi salire una zingara che per certi versi le somigliava, sarei fuggita da quella visione, sarei fuggita lontano perché le sue guance scavate e il manico di scopa, chiamato corpo, con cui si reggeva in piedi non erano esattamente ciò che avrei desiderato per lei. Avrei voluto donarle tutta me stessa e invece le diedi solo un biglietto per Trani. Quel giorno era Iris, era Iris più di chiunque altro al mondo, diventò un disegno e poi un avatar, poi una semplice voce senza corpo. Cominciò a sussurrarmi delle parole, la notte. Scrivevo poesie, ma non erano mie quelle parole, erano sue. Cominciò a raccontarmi storie, pregandomi solo di riportarle fedelmente su carta. Pregandomi solo di questo.

La incontrai nella metropolitana di Parigi, a quattro fermate dalla mia e tutto si fermò. Non andartene, la pregai, senza di te, io non sono niente, le dissi. C’incontreremo ancora, mi disse, c’incontreremo per l’eternità, ma ricorda, tutto ciò che immagini, io l’ho fatto, tutto ciò che penserai, io lo subirò, tutti coloro che ti tradiranno, io li massacrerò. Prima di andar via mi disse un’ultima cosa: ti diverti? La osservai con gli occhi a punto interrogativo. Sorrise. Schiacciò il tasto per aprire le portelle della metro. Divertiti, disse. La vita è fottutamente magnifica. Anch’io amo distruggermi, ma per lo meno mi diverto nel farlo. Detto questo mi abbandonò. La vidi sparire dietro i tabelloni pubblicitari della fermata Cluny.

Cominciai a scrivere un romanzo, lei parlava nelle mie orecchie anche se non potevo vederla. Adesso mi chiamo Stella, diceva, e ti racconterò la mia storia. Fatti male scrivendola, io me ne sono fatta nel viverla.

 

 

 

© Ilaria Palomba

Credo che curriculum e biografie siano quanto di più futile esista al mondo: siamo davvero la somma dei nostri successi? Io potrei essere anche solo una frase, un punto messo in un modo piuttosto che in un altro, un ricordo, qualcosa che deve essere superato. Potrei essere oggi ciò che domani non comprenderò, potrei essere stata già vecchia, una volta, e potrei diventare bambina, un giorno, con un certo impegno.
Un blog significa darsi al flusso del mondo con la velocità di cui è propria la rete. Un blog significa che oggi sono esattamente ciò che ho postato, sia esso uno stralcio di film, un aforisma, una canzone. Oggi potrei essere musica techno ossessiva, domani
L’inverno delle Quattro Stagioni di Vivaldi, domani ancora, il silenzio.


Adesso mi sento una bambina che abita in Via Alghero a Canosa di Puglia, sono le 15:42, il sole batte a picco sugli albicocchi, un gatto tigrato tra le mani, accovacciata in un giardino pieno di margherite. Fuori, per strada, dei ragazzi parlano in dialetto pugliese e si nascondono tra i cespugli mentre fumano. Dalla finestra che dà sull’ingresso di casa si sente
La canzone di Marinella di Fabrizio De Andrè ma io sono troppo concentrata sul mio gatto tigrato, e sul suo pelo soffice, per accorgermene. Gli accarezzo il capo e lui si stende sui miei piedi scalzi e li fa vibrare tutti. Lo invidio, mentre lo accarezzo: lui non ha bisogno di altri per sopravvivere, oggi è tra le mie braccia e domani chissà dove, a cercare prede, a cercare posti che non conosce. Lui ha sette vite, io forse solo questa. Domani mi sveglierò, sarà il mio primo giorno di scuola, il mio gatto non ci sarà più.


Un giorno mi sveglierò nel giardino della Tour Eiffel con cinque amici che come me dopo la maturità hanno deciso di fare un viaggio all’avventura senza un soldo in tasca. Dopo sei anni mi sveglierò un’altra volta a Parigi, vicino al Pantheon, percorrerò Rue Vallette, con il centro copie e il ragazzo che ogni mese deve stamparmi un biglietto per l’Italia, il bar Zig Zag con tutti quei tavolini all’aperto anche d’inverno, pieno di studenti che leggono o lavorano al computer, ignoro che sia proprio lì che andrò a studiare i pomeriggi. Percorrerò la strada di fretta per raggiungere l’università e ci sarà l’arabo che sforna baguette ripiene e mi saluterà ogni volta sperando che ne compri una. Guarderò di sfuggita la libreria Pier Brunette di cui non avrò mai il piacere di conoscere il proprietario, Place Maubert, con il mercato, tutti quegli odori di pane caldo e formaggio e vestiti usati. Arriverò su Boulevard St Germain scavalcherò un clochard e andrò dritta fino all’ingresso della Sorbonne.


Una di quelle notti parigine la trascorrerò al fresco e non per aver infranto la legge, almeno non questa volta. Mi sdraierò s’un materasso grigio e lercio, sopra una panca di cemento, mentre nell’altra stanza stanno picchiando una tossica perché si è spogliata nuda e si è accesa una sigaretta. Stramaledirò Parigi e la mia solitudine, l’aver preferito il carcere a una casa piena d’insetti.


Un altro giorno ancora mi sveglierò a Roma e rimpiangerò i miei diciotto anni, i viaggi in autostop, le notti all’addiaccio con amici mezzi punkabbestia, e le nottate in spiaggia a ballare per ore che sembrano eternità e innamorarsi di chiunque ma solo per gioco. Un giorno rimpiangerò la solitudine parigina e stramaledirò gli anni e i ruoli sociali e avrò qualche difficoltà ad accollarmene uno.


Un giorno vedrò il mio primo romanzo: Fatti male, sugli scaffali delle Feltrinelli e benedirò tutte quelle notti tra sigarette e crisi di panico a scrivere, a cercare seguiti, a parlare con persone o personaggi immaginari, a ricordare vissuti e inventarne di nuovi, e non sapere mai dove sia la linea che separa il mio mondo dalla realtà, o saperlo benissimo che è l’immaginazione a creare la realtà.


Ma ora io tutto questo non posso saperlo, perché ora io sono quella bambina che gioca con il gatto tigrato e non vuole che lui fugga, e non vuole andare a scuola il giorno seguente. Ora non lo so ma un giorno forse mi sveglierò e sarò quel gatto, potrò andarmene a zonzo senza pensare a nulla se non ai miei istinti, avrò sette vite e guarderò negli occhi una bambina, mi godrò le sue carezze sul pelo che si farà sempre più liscio. Il giorno dopo me ne andrò dal giardino di margherite in via Alghero. Me ne andrò lontano. Senza zaini, senza ruoli, cercherò un po’ di latte, magari un pesce e una gatta tigrata. Cercherò e sarò fuori da una Feltrinelli, vedrò un paio di gambe umane camminare, alzerò lo sguardo e vedrò un libro con la scritta Fatti male, tra le loro braccia, naturalmente la scritta non la leggerò ma in quel momento sentirò un brivido sulla nuca. E poi ricomincerò a vagare.