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Tag Archives: male

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Oggi, giornata contro la violenza sulle donne, propongo la mia recensione (di circa un anno fa) al libro “Fatti Male” di Ilaria Palomba. Protagonista è Stella, una ragazza che a un certo punto decide di smettere di sopportare…

Da quando ho deciso di fare della scrittura qualcosa in più di un passatempo senza regole né regolarità, ho perso la mia “serenità” di lettrice. Prima divoravo un paio di libri la settimana; mi ci immergevo dentro e mi lasciavo trascinare dalla storia, per poi decidere se il contesto e il modo in cui era espresso mi aggradavano oppure no. Adesso, invece, ho serie difficoltà nel lasciarmi andare, mi soffermo su cose che una volta neppure notavo: la scelta delle parole, il loro suono, il modo in cui son legate tra loro – pure le virgole! – l’autenticità e l’onestà con cui viene raccontata una vicenda… aspetti che mi fanno perdere di vista il piacere puro della lettura e m’innervosiscono parecchio, perché non riesco proprio a controllare l’impulso di comportarmi così. Per questo spesso prendo scuse con me stessa, mi dico che gli impegni quotidiani sono troppi e la sera deve essere per forza dedicata alle chiacchiere col fidanzato. Il risultato è che leggo sempre meno.
Di recente avevo deciso che avrei usato le vacanze natalizie per riprendermi quello status di lettrice che, in effetti, mi manca moltissimo. Ho scelto “Fatti male” per ricominciare. L’ho iniziato il 20 dicembre e finito il 24. Non era esattamente il mio genere – questo lo avevo capito già prima di comprarlo – ma sapevo che il modo di scrivere dell’autrice, di cui conoscevo già le poesie raccolte in “I buchi neri divorano le stelle”, mi piace. La scorrevolezza propria della penna di Ilaria Palomba e la velocità con cui, sebbene arrugginita, sono riuscita a terminare il romanzo, mi hanno dimostrato che avevo ragione: Ilaria è molto brava, ce l’ha fatta perfino a distrarmi dalle mie ansie e manie di “scrittrice psicopatica”!
La protagonista del libro mi trasmette diverse sensazioni. Mi fa rabbia per la sua incapacità di vivere come una ragazza “normale”, nonostante non sia per niente una sciocca, e per il modo in cui permette a un inetto qualunque di seviziarla e venderla come una cosa. Mi fa pena per la sua fragilità, per la situazione familiare che la costringe a cercare attenzione e amore nei posti meno opportuni. Mi fa tenerezza per il suo essere, oltre che estrema, una bambina bisognosa d’affetto. Mi fa ribrezzo quando mi trascina in luoghi che mi sono estranei e che, in vita mia, mi sono sempre rifiutata di frequentare. Mi ripugna quando mi obbliga a spiarla in situazioni che trovo aberranti e prive di senso. Mi fa ridere con l’ironia pungente e il senso di contraddizione un po’ buffa che trasmette col suo pensiero quasi mai espresso a voce alta.
Stella si dà con facilità. Ma gli scambi di coppia, le esperienze con le donne pur non essendo lesbica, l’inesistenza di pudore… cos’altro sono se non l’angoscia, il dolore interno, il bisogno di essere una figlia amata, una compagna amata e perfino un’amica amata? Queste ombre spaventevoli la fanno nascondere dietro l’oblio ingannatore della droga, dietro una sessualità che – almeno per me – di piacevole non ha nulla. C’è chi si rifugia nel cibo o nell’assenza di questo, chi si ferisce braccia e gambe, chi smette di studiare o lo fa davvero troppo, chi si rimbecillisce di sostanze stupefacenti e chi si butta via perché crede di poter essere salvato dal primo farabutto che gli si para davanti. Tanti modi per punirsi. Anche io mi sono messa in castigo da sola innumerevoli volte. Non l’ho fatto come Stella, ma l’ho fatto.
Stella, per una stramba casualità, alla fine del romanzo si libera di quel mostro di Marco… ma sarà riuscita ad allontanare da sé il vero male, se stessa? Io sono positiva per inclinazione e quindi credo di sì. Me la vedo sempre bionda e bistrata di nero, con un vestito aderente su quel corpo perfetto che le invidio un po’, la laurea in filosofia appesa in camera e una consapevolezza di sé tutta nuova. Non m’importa se abbia o meno accanto un uomo, io la visualizzo avvolta dal suo di amore. Nel mio immaginario, Stella deve aver di sicuro imparato ad amarsi e smesso di farsi male.

© Anna Valeria Cipolla D’Abruzzo

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Fatti male” vuole essere uno sguardo narrativo non moralistico su una società che rotola su se stessa, vive di notte e danza sulle rovine dell’umanità. Marco e Stella sono espressione della liquidità dei rapporti postmoderni, della guerra tra i sessi, dell’aridità emotiva di una generazione che si trascina in un limbo tra indifferenza ed estasi. Stella è una Justine post-moderna, non soltanto vittima ma anche un po’ carnefice. Il narcisismo, essenza stessa dei nostri tempi, non va criminalizzato ma ritratto per quello che è. Ogni criminalizzazione porta all’innalzamento del crimine. È risaputo che a scuola, per esempio, i ragazzi meno bravi diventano delle vere belve se criminalizzati e stigmatizzati, invece producono risultati se si permette loro di mettersi in gioco. Nel mio libro ho coinvolto centinaia di persone, alcuni esperti lettori, altri si affacciavano per la prima volta alla lettura e di ciò sono entusiasta.

Il narcisismo nasce da una ferita, criminalizzare significa dilaniare la ferita stessa e fare in modo che degeneri in infezione. L’unico risultato che si ottiene in tal caso ha a che fare con la rivolta spietata. Altrimenti si può imparare a mettere da parte il moralismo e provare ad avvicinarsi a ciò che non si conosce e spaventa, senza pregiudizi, in grado invece di apprendere dalle forme di socialità più tribali una modalità esistente che è sottesa in ogni forma di rapporto umano. La cecità produce soltanto vana illusione. L’illusione del bene assoluto conduce alla banalità del male, per citare la Arendt, al nazismo. La biopolitica è l’essenza della nostra epoca: agire sui corpi, normalizzarli e anestetizzarli. Fatti male è un grido che si leva da corpi che si ribellano al nazismo biopolitico che tutti viviamo. 

© Ilaria Palomba

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(foto di Marco Fioramanti)
I

Qui è tutto pericoloso per questo c’intriga. Le lunghe e infinite diramazioni dell’Appia Nuova. Folli che sproloquiano in trattorie sulla Laurentina, in botta di droghe assunte un decennio fa. Qualche messaggio compromettente. La volontà di essere altrove. È la terza volta che ascolto questo pezzo degli Knife di cui non conosco il titolo. La musica elettronica è una nuova classica. L’agire del mondo mi risulta estranio. Non lo vedi? È impossibile stare al mondo. In questa impossibilità ci scrutiamo distanti e annulliamo il desiderio in anestetici concerti al Forte Prenestino con un Tricky più rimasto sotto che cantante. Mi muovo nella penombra di spazi vuoti. Nel pieno del vuoto. Scivolo tra le tue gambe. Mi accarezzi i capelli come fossero fili di nylon impregnati di luce. Giorni fa ho desiderato spegnere una sigaretta sul ventre di un uomo. Tu mi stai guardando in questo istante, lo so. Tra le mani il calore delle tue mani. Sogni assassini nei retrobottega di antiche trattorie in campagne toscane. Sogni onirici e blasfemi. Ti prendo per mano e ho degli aghi nelle unghie ma non sanguino. Mi baci. Chiudo la porta. L’ultimo spiraglio di luce va via. Il mio corpo si riempie del buio assoluto. I tuoi occhi sono ovunque. La mia pelle è così nuda da venir via come ferite asciugate dagli anni.

Vorrei essere una bambina che gioca a dadi con il destino. Ma so che non vi è nulla dietro la parete. Devo saperlo. Se non lo sapessi morirei. Devo convincermi che sia tutto vano. Qualunque speranza potrebbe uccidermi. Le speranze ci hanno ucciso. Dal Sessantotto a oggi, ogni attimo di speranza si è tramutato in coltello dal ventre laminato, piantato nel fianco del futuro. Abbiamo lanciato molotov su segni e simboli. Le abbiamo lanciate su noi stessi. Devi sapere che domani sarà uguale a oggi. Che non appena ti fiderai di un’amica ella ti tradirà. Che nessun sole sorgerà oltre lo steccato. Devi sapere a memoria questa favola nera. Eppure continuare a svegliarti al mattino e sognare e desiderare e lottare.

Perché? Mi chiederai.

Per continuare a vivere.

II

Paura.

Di cos’hai paura? Mentre osservi storie francesi su maxi schermi di multisale in quartieri dall’architettura fascista. Non lo sai. Come non sai quale sia il segreto, la cosa che ti rende così vulnerabile.

Paura del mondo degli altri.

Paura del giudizio degli altri.

Paura del sangue rappreso.

Tra tutte queste mani.

Paura di tirare fuori i demoni.

Perché tu sai cosa raccontare ma non puoi farlo. Talvolta non puoi.

Mi guardo intorno e non vedo che macerie. Chi sei tu? Credevo fossi la cattiva della mia storia invece non sei che immensa prevedibilità.

Ho paura delle parole. Le parole come serpi ti strisciano addosso, sulle gambe e salgono dentro, fino alle viscere. Ti mangiano dentro, le parole. Ma non gli insulti, non le crudeltà. Le parole amorevoli, quelle accondiscendenti. Le parole sussurrate da bocche innocenti. Che di innocente non hanno nulla se non la propria stessa tragedia.

Ti piacerebbe poter spiegare. Poter dir loro che hai avuto un’infanzia difficile, che i tuoi genitori ti hanno abbandonata in un cassonetto. Che qualcuno a cui tenevi è morto. Che sei caduta in disgrazia. Che sei venuta da un paese povero e hai dovuto vendere il tuo corpo per sopravvivere. Ma non puoi, perché tu non hai nessun motivo per contenere tutto questo dolore.

Non hai motivi che non siano i tuoi stessi occhi. I tuoi occhi che guardano attraverso le pareti . Guardano e giudicano ogni tuo passo. I tuoi occhi sono gli occhi di quella bambina che fugge dalle case abbandonate in piena e selvaggia campagna. Sono gli occhi pieni di bava dei compagni di banco mentre perdevi i sensi. Sono gli occhi degli uomini che ti hanno spogliata. Sono gli occhi delle donne che ti hanno accoltellata. Sono gli occhi delle amiche fottute bastarde. Sono gli occhi delle amiche che stanno a mangiarti la pelle e guardandoti ridono. Ridono forte come le pareti. E dicono: non sei nulla, non sei nulla, io sono meglio di te, non sei nulla. Sono gli occhi di quei ragazzi quella notte…

io voglio accecare tutti questi occhi. Lasciarli sanguinare in eterno. Io voglio mangiarli, questi occhi. Spolparli vivi. E non lasciare neppure le pupille.

III

La bambina non parla, è assente.

La bambina non gioca con gli altri.

La bambina non ama nessuno.

La bambina è vestita di sangue.

La bambina è un mostro.

Lei non ha nulla, nessuna tragedia. Eppure un segreto la perseguita. Da quando è piccola la bambina guardava ogni cosa e ogni cosa era viva, inondata di presenze. Le pareti avevano bocche giganti che parlavano con gli occhi degli altri. Le pareti le hanno sussurrato il vuoto che lei era. Le pareti le hanno sussurrato il disprezzo che gli altri bambini nutrivano per lei.

Le pareti hanno detto che lei è una stupida e che non è difficile prendersi gioco di lei. Le pareti l’hanno schiacciata. Soffocata dentro mille occhi senza finestre né porte né ante né luce.

Le pareti ora stanno crollando. Quel che rimane è un grido silenzioso. Un silenzioso grido si rompe nelle crepe e quel grido è pieno di occhi e di bocche e parole sanguinanti e verità mutilate che si trascinano su stampelle sghembe a esibirsi in un circo fatto di voci e di facili giudizi.

La bambina stanotte ha rotto le stampelle e le pareti sono crollate.

© i. p.