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Monthly Archives: novembre 2013

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Oggi, giornata contro la violenza sulle donne, propongo la mia recensione (di circa un anno fa) al libro “Fatti Male” di Ilaria Palomba. Protagonista è Stella, una ragazza che a un certo punto decide di smettere di sopportare…

Da quando ho deciso di fare della scrittura qualcosa in più di un passatempo senza regole né regolarità, ho perso la mia “serenità” di lettrice. Prima divoravo un paio di libri la settimana; mi ci immergevo dentro e mi lasciavo trascinare dalla storia, per poi decidere se il contesto e il modo in cui era espresso mi aggradavano oppure no. Adesso, invece, ho serie difficoltà nel lasciarmi andare, mi soffermo su cose che una volta neppure notavo: la scelta delle parole, il loro suono, il modo in cui son legate tra loro – pure le virgole! – l’autenticità e l’onestà con cui viene raccontata una vicenda… aspetti che mi fanno perdere di vista il piacere puro della lettura e m’innervosiscono parecchio, perché non riesco proprio a controllare l’impulso di comportarmi così. Per questo spesso prendo scuse con me stessa, mi dico che gli impegni quotidiani sono troppi e la sera deve essere per forza dedicata alle chiacchiere col fidanzato. Il risultato è che leggo sempre meno.
Di recente avevo deciso che avrei usato le vacanze natalizie per riprendermi quello status di lettrice che, in effetti, mi manca moltissimo. Ho scelto “Fatti male” per ricominciare. L’ho iniziato il 20 dicembre e finito il 24. Non era esattamente il mio genere – questo lo avevo capito già prima di comprarlo – ma sapevo che il modo di scrivere dell’autrice, di cui conoscevo già le poesie raccolte in “I buchi neri divorano le stelle”, mi piace. La scorrevolezza propria della penna di Ilaria Palomba e la velocità con cui, sebbene arrugginita, sono riuscita a terminare il romanzo, mi hanno dimostrato che avevo ragione: Ilaria è molto brava, ce l’ha fatta perfino a distrarmi dalle mie ansie e manie di “scrittrice psicopatica”!
La protagonista del libro mi trasmette diverse sensazioni. Mi fa rabbia per la sua incapacità di vivere come una ragazza “normale”, nonostante non sia per niente una sciocca, e per il modo in cui permette a un inetto qualunque di seviziarla e venderla come una cosa. Mi fa pena per la sua fragilità, per la situazione familiare che la costringe a cercare attenzione e amore nei posti meno opportuni. Mi fa tenerezza per il suo essere, oltre che estrema, una bambina bisognosa d’affetto. Mi fa ribrezzo quando mi trascina in luoghi che mi sono estranei e che, in vita mia, mi sono sempre rifiutata di frequentare. Mi ripugna quando mi obbliga a spiarla in situazioni che trovo aberranti e prive di senso. Mi fa ridere con l’ironia pungente e il senso di contraddizione un po’ buffa che trasmette col suo pensiero quasi mai espresso a voce alta.
Stella si dà con facilità. Ma gli scambi di coppia, le esperienze con le donne pur non essendo lesbica, l’inesistenza di pudore… cos’altro sono se non l’angoscia, il dolore interno, il bisogno di essere una figlia amata, una compagna amata e perfino un’amica amata? Queste ombre spaventevoli la fanno nascondere dietro l’oblio ingannatore della droga, dietro una sessualità che – almeno per me – di piacevole non ha nulla. C’è chi si rifugia nel cibo o nell’assenza di questo, chi si ferisce braccia e gambe, chi smette di studiare o lo fa davvero troppo, chi si rimbecillisce di sostanze stupefacenti e chi si butta via perché crede di poter essere salvato dal primo farabutto che gli si para davanti. Tanti modi per punirsi. Anche io mi sono messa in castigo da sola innumerevoli volte. Non l’ho fatto come Stella, ma l’ho fatto.
Stella, per una stramba casualità, alla fine del romanzo si libera di quel mostro di Marco… ma sarà riuscita ad allontanare da sé il vero male, se stessa? Io sono positiva per inclinazione e quindi credo di sì. Me la vedo sempre bionda e bistrata di nero, con un vestito aderente su quel corpo perfetto che le invidio un po’, la laurea in filosofia appesa in camera e una consapevolezza di sé tutta nuova. Non m’importa se abbia o meno accanto un uomo, io la visualizzo avvolta dal suo di amore. Nel mio immaginario, Stella deve aver di sicuro imparato ad amarsi e smesso di farsi male.

© Anna Valeria Cipolla D’Abruzzo

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Si incontrarono al bar nei pressi della chiesa dell’Immacolata, quello con i tavolini fuori e tramezzini vecchi di qualche settimana. Lei arrivò mezz’ora prima del previsto ma trafelata e convinta di essere in ritardo, soltanto quando si accorse che lui non ci fosse ancora, si decise a guardare l’orario sul cellulare. Un’espressione di sconforto le indurì i lineamenti quasi che quell’anticipo fosse più grave di un ritardo. Poi decise di camminare un po’ lungo via dei Volsci, non voleva farsi trovare lì in piedi ad aspettare. Un paio di ragazzi fecero apprezzamenti sul suo fondoschiena. Un uomo con un vecchio pastore tedesco al guinzaglio si voltò a guardarle le gambe ma lei non se ne accorse. Entrò in una libreria e finse di leggere la quarta di copertina di un paio di libri di cui in realtà non lesse nulla, non le riusciva di concentrarsi. Quando tornò indietro ad attendere era lui. Per un attimo non lo riconobbe eppure sussultò in sua presenza ma come fosse in presenza di un pericolo indefinito privo di volto e nome. Lui dovette toccarle una spalla per farle tornare la lucidità. Allargando le sopracciglia le rivolse uno sguardo insieme di tenerezza e rimprovero.

Non lo baciò. Si affrettò piuttosto a cercare una sedia libera e le si rovesciò la borsa sul pavimento. Divampò e le tremò il ginocchio destro. Lui subito l’aiutò a riprendere gli oggetti caduti tra cui un libro di Kierkegaard (Diario del seduttore), un rossetto e un’assorbente. Anche la cameriera s’intromise mentre l’intera clientela del locale si era voltata a guardarli. Questa volta se ne accorse. Quegli attimi le sembrarono durare troppo. Poi si misero a sedere e non alzarono mai gli occhi. Lui le fissò la scollatura e subito dopo distolse lo sguardo colpevolizzandosi. Lei osservava in direzione dell’interno del locale sperando d’incrociare lo sguardo della cameriera.

Quando parti? le domandò con falsa indifferenza.

Domani, disse accendendosi una sigaretta. Mai come in quel momento l’odore del fumo le era piaciuto tanto, trovava in quell’odore qualcosa di liberatorio e anche lui dietro quelle boccate di fumo diventava meno pericoloso.

Le sorrise, le labbra facevano fossette sulle guance che facilmente avrebbero trasformato quel sorriso in broncio.

Quando la cameriera arrivò erano entrambi troppo distratti da questa messa in scena per concentrarsi sulle ordinazioni. Fu lui a mandarla via.

Dobbiamo ancora scegliere.

Parigi ti piacerà tantissimo, continuò senza guardarla.

Odio Parigi.

Spense la sigaretta e ne accese un’altra. Solo dietro una nube riusciva a parlargli.

Gli passò rapidissima in mente l’immagine di lei al primo esame, quegli occhi grandissimi, il trucco sbavato, il modo in cui muoveva le labbra e la voce che usciva da quelle labbra, una voce cupa, senza tempo, di vecchia e di bambina insieme. Si ricordò di come per la prima volta in vita sua non fosse riuscito a concentrarsi. Di come avesse deciso repentinamente di promuoverla con un ventitré solo per non aver ascoltato nulla delle sue parole. Lei lo rifiutò.

A cosa pensi? Gli chiese.

A nulla, mentì.

La cameriera tornò un po’ seccata. Lui ordinò un caffè, lei un prosecco.

I sorrisi cominciavano a sgretolarsi. Le tornò in mente il giorno dopo il primo esame. Dalle otto di mattina l’aveva atteso fuori dalla sua stanza. Tachicardica, come sempre, ripeteva mentalmente il discorso che aveva preparato, con rara precisione, su Kierkegaard e Bataille, il legame tra santità e perdizione, tra peccaminosità e sacralità. Alle dieci l’aveva visto arrivare e aveva provato lo stesso brivido che provava ancora, lo stesso brivido che si prova dinanzi a un presagio. Le si era rivolto in modo brusco, trattandola da seccatura ma lei aveva insistito per entrare. L’aveva bloccato, aveva cominciato il suo monologo e lui ancora una volta non era riuscito a sentire le sue parole, era rimasto però incantato dai suoi occhi e dalle lacrime che sbocciavano mentre infervorata s’illudeva di dimostrare verità assolute sul sapere umano. L’aveva abbracciata. Quell’abbraccio l’aveva scucita, facendola sentire piccola, molto piccola, ne aveva ricavato insieme timore e gioia estrema, un’emozione incontrollabile.

In questo momento avrebbe voluto chiedergli di andarla a trovare qualche volta a Parigi ma proprio mentre azzardava un movimento del volto in sua direzione arrivò il prosecco e la distrasse. Lui offrì e lei bevve. Lui sorseggiò il suo caffè e guardò l’orologio e si sentì terribilmente fuori luogo e solo e anche un po’ sciocco in questa grande farsa che stavano mettendo in atto.

È proprio tardi, le disse, poi anche tu avrai da fare prima della partenza. La guardò negli occhi questa volta e li trovò cambiati, più scuri, più consapevoli. Un po’ gli dispiacque.

Lei scuoteva il capo, no, non ho da fare, non ho niente da fare fino a domattina, avrebbe voluto dirgli ma non ci riuscì.

Si alzò prima di lui e gli andò vicino, molto vicino, mentre lui riprendeva gli occhiali e il telefono, gli si avvicinò tantissimo e strinse tra le dita la fodera della sua giacca. Lentamente sollevò lo sguardo.

Avrebbe voluto che lui sentisse tutto quello che si costringeva a non dire. Se ciò fosse avvenuto o meno non l’avrebbe mai saputo. Si accese una sigaretta e si avviò senza voltarsi.

© Ilaria Palomba

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forse avevo solo bisogno di un paio di amici così ho promesso loro che avremmo conquistato il mondo ma a me il mondo non importava non mi è mai importato avrei voluto solenni battaglie in nome di un ipotetico noi identitario mi sono lasciata scalfire dai giudizi dalla desolazione del quotidiano ho danzato su specchi per allodole e li ho infranti

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è che all’improvviso ti senti solo perso nel nulla siderale del tutto la città cresce cancerogena alle tue spalle su di te contro di te dentro di te ogni giorno perdi il senso nel turbinio dei progetti frequenti gli uffici i caleidoscopi le poste le manifestazioni le ossessioni piazza navona piazza di spagna campo de’ fiori stai lì che ti muovi spasmodico e nulla più ha senso… nient’altro che il movimento stesso e così scivoli nell’oblio dimentichi ciò che credevi di sapere le morti le nascite i matrimoni i divorzi ogni cosa cade nell’oblio della velocità nell’inadempienza del volere dimentichi persino chi sei stato e perché sei qui e quel che è peggio dimentichi il corpo le scopate si susseguono identiche attraversando organi sessuali diversi sei qui eppure sei altrove l’ombra sfumata dell’esserci ti vive addosso senza tuttavia lasciare segni il tempo cancella le cicatrici il tuo corpo è in balia di chiunque chiunque può farti sentire vivo o morto a suo piacimento chiunque può decretare il tuo valore con un sì o con un no e tu non sei nessuno non sei più corpo ma volontà di volere insegui spasmodico l’ultimo ricordo che l’eterno splendore della mente non abbia ancora cancellato in favore dell’oblio frenetico poi un giorno ti guardi allo specchio e sei troppo vecchio per accorgerti di poter invertire la marcia delle tue battaglie non è rimasto altro che polvere dei tuoi lavori legnetti spezzati della tua vita fotografie sgranate che incorniciano un’illusione di felicità ti convinci devi convincerti che sia valsa la pena ma per cosa? per chi? per quanto? fermati respira te lo ricordi il respiro?

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silenzio attanaglia il silenzio perchè hai scelto questa vita? riflettici nessun suono nessun gemito nessun rumore dove sei ora? lentamente il respiro s’impossessa di te ti possiede è altrove la vita maya e atma altrove il tuo io altrove il tuo non io il corpo è ancora vivo sei capace di sentirlo? ascolta la pelle la tua pelle vale più di ogni cosa nella tua pelle sono incastonati gli insegnamenti del passato soffia un vento leggero e puoi toccarti sei vivo puoi accarezzarti come un’amante e restare immobile mentre la notte s’impossessa di tutto

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il vuoto non è oblio ma corpo vivo che pulsa puoi sentirti addosso la storia mentre tutto crolla restare immobile sei ancora capace di restare immobile? non ci sono rifiuti che possano scalfire il respiro quando è saldo e costante e segue il fruscio del vento oltre la città vive l’immenso alberi secolari fiumi laghi oceani ogni cosa pulsa con te in te oltre te la vita vive di se stessa è fuoco e si ciba della distruzione delle sue parti vivi oltre l’incombenza rifiuta l’oblio i lavori forzati gli sfratti le scintille anfetaminiche di un eterno delirio oltre il tuo ruolo c’è un’essenza investe tutte le cose e frantuma la singolarità in un unicum osceno è vita e morte è corpo e soffio è tutto ciò che non si può comprare non ha luogo né tempo né quantità né confini esiste solo se decidi di crearlo ma ti vive dentro nel fondo del corpo è carne viva e plastica materia senza legami non ha bisogno del tempo ma lo ingoia in silenzio e tu lentamente apri gli occhi.

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Evento CARDIOPATICA 2

Performance CONTRONATURA con Manuela Centrone

Testo Ilaria Palomba

Musica Sigur Ros

Video Manuela Centrone

Foto Marco Fioramanti e Giancarlo Capozzoli