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Monthly Archives: novembre 2012

(foto di Luigi Annibaldi)

– Vuoi un caffè? – fa lui.

– No – gli risponde.

Lo spazio che c’è tra loro è un quarto di divano. L’odore che c’è nell’aria è quello del caffè appena bevuto da lui. Pile di libri sul pavimento, il letto disfatto. Le mani di lui che ticchettano sul computer. Lei non ce la fa proprio a stare lì dentro. È come se l’avessero chiusa in una scatola buia. Non riesce a parlare. A guardarla dall’esterno non sembra una persona ansiosa. Ha gli occhi svegli, un corpo molto morbido, pieno di curve e le sue labbra sono accese e carnose, come cuscini. Ma le monta una rabbia, ogni volta che Anto si mette lì col computer e si dedica al suo sacrosanto lavoro. Le viene voglia di azzannarlo, di fargli male. Mentre lui si morde il labbro, cercando una soluzione al problema tecnico sul sito dell’azienda e nello stesso istante avverte il bisogno di starle accanto. Elena è la sua donna, la sua bambina, anche se ha trent’anni, per lui resta sempre una bambina. Pensa che quando avrà finito questo piccolo impiccio si metterà ad aggiustare tutto, lavare i piatti, rifare il letto, solo per farla felice. Magari questa volta accadrà qualcosa tra loro, come i vecchi tempi.

Elena si alza e cammina scalza per la stanza. Apre la finestra. Entra il frastuono del traffico di Roma come un rinoceronte imbestialito.

Ele vuole farsi notare. È uno di quei momenti catartici, come li chiama lei, che se non si accorge di lei adesso tanto vale andarsene. Anzi, sta pensando che adesso se ne va, lo farà solo per provocare in lui un’emozione. E non solo questo, sta pensando di uscire e fare l’autostop, quel che succede, succede.

Antonio muove le dita velocissimo, sente la pressione salire dalle ginocchia, quel cavolo di sito si sblocca ma va lentissimo. Si mette la mano nei capelli, accarezzando ogni increspatura come volesse strapparla.

Elena apre la porta d’ingresso. Una ventata di freddo invade l’abitazione.

Antonio alza gli occhi verso di lei. Le iridi alla luce sono di un verde intenso simile alle acque di certi fiumi ancora incontaminati.

Ele si blocca. Vorrebbe avere la forza di uscire fuori e gridare a tutto il mondo la sua rabbia, gridare che il suo uomo l’ha sostituita con un computer e magari ci scopa anche con quel computer viste le ore che passa con lui.

– Dove vai?

Questa domanda le fa sentire una scossa lungo la coscia destra.

– Ho voglia di uscire

– Scalza? – fa lui con una nota di sbalordimento nello sguardo.

Sì, ho voglia di uscire scalza, fare l’autostop, scoparmi un estraneo e mandarti affanculo per sempre, gli avrebbe detto molto volentieri ma si guarda i piedi ed è come se li sentisse per la prima volta. Avverte il freddo del pavimento sulla pianta e non ha più il coraggio di muoversi.

Antonio posa il computer per andarle incontro, deve aver ricominciato a farneticare le sue cose, quella spostata. Ha bisogno che le stia vicino, pensa.

Nel lasciare il computer sul divano, sul display tutto il lavoro che aveva appena fatto scompare.

– O, merda, cristo! – urla Antonio.

Elena chiude la porta alle sue spalle, trattiene una risata, quasi di soddisfazione.

Antonio alza gli occhi e la osserva irritato. Se un secondo fa voleva aiutarla adesso gli saltano i nervi, solo perché una s’è presa una liquidazione questo non la giustifica a cercare di far fallire anche lui. Ora lo sa, lui, cos’è che divide la sanità dalla malattia: è l’egoismo, lo stesso egoismo che hanno gli anziani quando diventano troppo vecchi e stanchi e prossimi alla morte per riuscire a cavarsela da soli e cominciano a pesare sugli altri, in un modo indecente. Solo che Elena non è una vecchia decrepita, ha appena trent’anni ed è ancora molto bella ma c’è qualcosa dentro di lei, qualcosa di mostruoso, qualcosa che giorno dopo giorno si mangia pezzi della sua mente.

– Vattene! – le fa.

Lei stringe i pugni accanto alle cosce.

– Coraggio! Cosa c’è? Stavi scendendo in strada senza scarpe? Volevi provocarmi? Brava, mi hai provocato. Vattene! – le ordina.

Solo che ora lei non ci riesce più. In quel momento le vengono in mente delle immagini come in un film. La sera in cui si sono conosciuti, tutte quelle fotografie, il sapore del vino tra le labbra, il momento in cui è entrata in bagno, e s’è trovata lui alle sue spalle. La leggera tachicardia che ha provato in quell’istante, gli occhi di lui che non le levavano niente e quelle mani calde, grandi, quelle mani in cui ogni linea era come un solco scolpito da un artista. E le sue dita che le toccavano le labbra. Il sapore sanguigno della sua lingua. Il calore della sua pelle mentre le stringeva le cosce. Quella voglia così forte, in quel bagno del palazzo adibito alla mostra.

Lui le va incontro e le prende il viso tra le mani. Lei trema tra le sue mani come se avvertisse la rabbia attraverso il freddo dei suoi palmi, delle sue dita. Come se ora quelle dita fossero le dita di qualcuno che non conosce. Le viene da piangere ma non lo fa. Era iniziato come un gioco: vediamo che fa se me ne vado, non avrebbe mai voluto andarsene davvero, non vuole farlo davvero.

Antonio ora vuole che quella donna sparisca. Non ha altri desideri. Perché ricorda il modo in cui era prima. Prima di quella cosa. Può capitare a tutti, sai? Gli aveva detto. Ed era questo che lo gettava nell’angoscia: se è accaduto a lei può accadere anche a me, pensa. Ricorda il modo in cui andava vestita, un po’ da uomo, in smoking, ma sempre impeccabile, ricorda le proposte brillanti che gli faceva, le idee che riusciva a mettere nel suo lavoro. Poi così, all’improvviso, era andata fuori di testa. Ricorda la prima volta in cui l’aveva vista tremare e sudare. Questa non è la mia Elena, aveva pensato.

Lui vuole che esca per sempre dalla sua casa e dalla sua vita, quella larva umana che è diventata, e che al suo posto torni l’Elena che l’ha fatto perdere. Che torni così con quella grinta, con quel pizzico di fantasia folle per cui si faceva l’amore ogni giorno in un posto diverso, per cui accadeva sempre qualcosa di diverso. Questa qui che ora ha di fronte si è portata via la bellezza e la purezza di quella donna lì. E così mentre le stringe le guance in mano e vorrebbe picchiarla, vorrebbe che sparisse, vorrebbe tagliarla a pezzi e darle fuoco, comprende che l’unica cosa da fare, l’unica cosa che davvero può fare ora è andarsene lui. E non aiutarla più, non farsi vedere mai più. Così le lascia la presa, le fa una carezza sulla nuca sente ancora la sua pelle di seta. Elena ha un groppone in gola che non riesce a mandare giù. Guarda Antonio e vede il nulla che lei è. Lui ritira la mano, osserva la porta, vede tutte le sfumature marroni dei cerchi nel legno. Quella porta, come un miraggio, a qualche centimetro eppure distante. Antonio attraverso la porta vede se stesso, s’immagina vecchio, scalzo, pieno di rughe. Un cazzotto si scaglia contro quella porta, contro quella barriera tra vita e paura. Elena lancia un grido, scappa in camera da letto. Antonio, il pugno contro la porta, avvicina il capo alla superficie in legno, deglutisce l’amaro che ha in gola. Un amaro leggero e penetrante, che si diffonde nell’aria come l’odore di minestra nei corridoi degli ospedali. Un amaro che continua a ingoiare ogni cosa, poco per volta, senza mai fermarsi.

 

 

© Ilaria Palomba

Ieri sono uscita tardi, non c’era grande tensione, solo, il 714 non mi ha portata a Termini, c’erano delle deviazioni, nessuno dei pendolari stava andando a manifestare. Scendo su via Merulana e una volta al Colosseo prendo la metro per Policlinico. C’è poca gente in giro, poche auto, il solito odore di Roma: smog. Il Tevere è inquieto e ha le sue ragioni, anche se è lercio, è pur sempre un fiume e qualcuno diceva che i fiumi conoscono tutte le cose.

 

Mi reco alla Sapienza, anche lì dentro pochi studenti, qualche striscione: medicina preoccupata, 14 novembre sciopero generale, qualche studente che strimpella roba dei Radiohead alla chitarra. In Piazza Aldo Moro cominciano gli schiamazzi. C’è un delirio di gente. Non si contano per quanti sono. Mi butto nella mischia. Mi sento un po’ a disagio, non sono mai andata sola a una manifestazione.

 

Molti sembrano minorenni. Immagino che molti di loro, come me al liceo, completamente inconsapevoli. Io mi buttavo in risse, scioperi, manifestazioni violente, occupazioni, per il solo piacere di stare con gli altri. Poi era chiaro che poco per volta tutto mi stava togliendo pezzi di ossigeno, ma io andavo lì perché ero una ragazza sola e forse anche un certo tipo di socialità diversa da quella prestabilita, può essere rivoluzionaria. Comunque non me ne sbatteva molto dei motivi, non li conoscevo mai in modo approfondito.

 

Qualcuno però qui li conosce molto bene, ed è incazzato nero.
Puzza di fumogeni, nubi rosa nell’aria, caschi integrali. Qualcuno qui sa benissimo che Monti, Gelmini, e compagnia bella, destra e sinistra insieme, si spartiscono l’Italia mentre fingono di scazzottarsi per dare spettacolo. Qualcuno qui con i suoi sedici anni è molto più convinto e consapevole di quanto non lo fossi io alla sua età. Forse perché la vita, anno dopo anno, si è inclinata vero una caduta ripida senza ritorno. Noi protestavamo contro la Moratti, contro la guerra in Iraq. Qui c’è gente che non vede più un futuro. Io stessa sono qui perché non vedo uno straccio di futuro, non sono riuscita a trovare uno straccio di lavoro, mi chiedono di pagarmi 3000 euro di corso d’inglese per lavorare. Studio e scrivo dalla mattina alla sera ma il sistema editoriale italiano, a meno che non sforni un bestseller con film incluso, non ti permette di campare con la cosiddetta arte. Arte è sinonimo di scansa fatiche in questo paese del cazzo. Porca puttana la gente vive nelle tende, nei capannoni, senza acqua calda. La scuola va a puttane, pare non serva più a niente. Vogliono un popolo di idioti così possono drogarci ogni giorno con le loro stronzate e convincerci a COMPRARE anche quando non sappiamo come arrivare a fine mese. Mi ricorda il film Essi vivono. La fantascienza è ormai divenuta realtà. I più grandi incubi horror del Novecento sono all’orine del giorno in questa vita di decadenza duemilesca. Io stessa non ho voluto fare la specialistica perché non ho certo bisogno di un’altra pezza per pulirmi il culo. Qui, se non si occupa tutto, ci ridurranno a tanti zombie che si nutrono l’uno del sangue dell’altro.

 

Parte il corteo. Mi sento un po’ strana. Qualcuno fa anche un po’ di battutine sui miei anfibi démodé. Qualcun altro mi guarda di traverso. Mi accorgo che quella ragazza sola vive ancora dentro di me e non vuole proprio lasciarmi. Ho imparato a non cercare l’approvazione negli altri. A tenermi il mio disagio, la mia solitudine, facendo lo stesso ciò che desidero, in ogni momento. Tra cori, schiamazzi e fumogeni, arriviamo a Termini nella più totale non violenza. Ci sono anche diversi insegnanti qui a manifestare con i loro studenti. E poi naturalmente i lavoratori precari, chi non ha più pensione, i centri sociali e tutti coloro che vorrebbero costruire qualcosa di diverso.

 

A mezzogiorno mi allontano perché ho un appuntamento importante a San Lorenzo. Ma sento che nell’aria c’è qualcosa. Qualcosa che non gira bene. So che qualcuno si farà male. Il Tevere vorrebbe straripare. Quando cerco di raggiungere il corteo il delirio è già iniziato. Arresti, gente che si prende manganellate in faccia. Qualcuno ci resterà sfregiato a vita. Il Lungo Tevere è attraversato da un’ondata di sangue e terrore. Penso che sarei potuta essere io quella con la faccia fracassata da un manganello. Penso che sarei potuta essere io una degli arrestati che continueranno a subire umiliazioni e vessazioni in questura. Penso che sarei potuta essere io quella identificata e denunciata, che vedrà sfiorire anche la lontana possibilità di un posto di lavoro. Penso che devo comprarmi un casco integrale e delle scarpe da ginnastica, perché qualunque altra cosa accada, io voglio essere lì, con loro. Quello che coloro che ci governano non sanno è che dopo che ci avranno tolto tutto, non avremo più nulla da perdere e allora diventeremo delle belve.

 

© Ilaria Palomba (articolo e foto)

(foto di Chiara Fornesi)

Hai amato? Non lo sai, amore è una parola troppo inflazionata, per questo sei anaffettiva, forse ami più le piante e i fiori di quanto non ami gli esseri umani. Hai paura che qualcosa possa rompersi. Devi guardare, come una spia, nelle casseforti del dolore. Forse ridere. Forse piangere. O restare perfettamente immobile.

Ieri San Lorenzo bruciava di vita. Non avevi ideali, non più. Non eri neanche più vegetariana. Prima d’incontrarli eri con Lupo al bancone di una vineria e hai bevuto del vino del sud Tirolo e assaporato rivoli di carne cruda dalla coscia di un animale morto. Se fosse stato un essere umano non avrebbe fatto differenza. Per quanto ti chiedano di credere e combattere non ce la fai. Riesci solo a miscredere e lottare. Lottare non è combattere, lottare è sopravvivere. Ma sono gli odori a farti entrare nelle cose, l’odore di carne fresca ti ha condotto in una vineria vicino Via degli Equi. L’odore di carta conservata religiosamente ti ha condotto dentro una libreria anarchica. Hai comprato l’ultimo OperÈ esistente sulla faccia della terra. Anche se lo scrittore di quel libro non ha apprezzato Fatti male, le cose belle restano belle anche se non ti vedono. Stavi uscendo di lì poi Lupo ti ha trascinata ancora dentro. Guardavi libri impolverati come fossero cimeli di un’idea che sanguina. Il ragazzo al bancone sembrava tedesco ma parlava in siciliano. Lupo ti ha detto: diglielo. Sei uscita e poi sei rientrata di nuovo.

– Senti ma… – gli hai chiesto

Ha sollevato lo sguardo.

– Se ti lascio un paio di libri miei?

Lupo ti fissava come se si aspettasse da te un qualche discorso. Invece non hai fatto altro che sussurrare, lo fai sempre. Una libreria anarchica è un luogo sacro, non sai se sei degna di essere qui. Lo speri, te lo auguri. Il ragazzo al bancone è molto gentile, ti dice che va benissimo, lasci un paio di copie e poi se si vendono lasci qualcos’altro. Pensi che potresti fare questa storia anche in posti analoghi nel resto d’Italia. Saluti, ringrazi, esci, Lupo ti segue. Ti bacia. Fuggi.

L’appuntamento è davanti a VideoBuco. San Lorenzo ti piace un fracco, prima, passeggiando accanto alle mura hai osservato le finestre dalle tende bianche, pensando che vorresti vivere qui, poi ai piedi delle mura hai notato delle tende da campeggio blu.

– Ma secondo te la gente vive davvero lì?

Lupo non ha risposto.

– Forse le usano come sgabuzzino – hai detto sarcastica.

– Molto sicuro come sgabuzzino – ha risposto lui.

Vorresti bussare in una di quelle tende e se c’è qualcuno chiedergli: scusi ma lei vive qui? Ah, e come si sta, si sta bene, come va la vita lì dentro? Aspetti un altro paio d’anni e mi sa che vengo a farle compagnia.

Poi sei sola, nel negozio di video e dischi, c’è Daniele Casolino con i suoi occhi azzurri. Deve averti detto qualcosa ma non te lo ricordi, ricordi invece alcune sue meravigliose poesie che hai letto s’un blog e poi ricordi la serata del compleanno di Pastiche Rivista, per ogni parola dell’alfabeto una storia, una poesia, poi una camicia di forza e il buio. Gli applausi.

Arrivano Paolo Battista e Chiara Fornesi. Le strade di S. Lorenzo sono gravide di odori, qui si parla di aperitivi, di quanto poco costasse farsi un aperitivo a S. Lorenzo, dico, quattro anni fa, per esempio. Adesso invece paghi una cena per un bicchiere di prosecco. Paolo somiglia al protagonista di Requiem for a dream, Chiara ha i capelli neri, gli occhi verdi e un piercing al setto. Tu e lei avete lo stesso giubbotto con falsa pelliccia, il suo è grigio e il tuo ovviamente nero.

– Dove si va?

– Caffè letterario?

Questo luogo odora di tramezzini e pagine sfogliate. Paolo ti passa due riviste, le sfogli senza leggere, bevi uno Spritz. Ascolti gli altri. Qui si pensa di fare le cose in grande mentre tu sei occupata a non credere più in nulla.

– Dobbiamo darci un nome – dice Paolo.

– Partiamo da Pastiche – dice Daniele.

– No, un nome proprio nostro, come movimento.

In fondo siamo tre ragazzi che vogliono scrivere e una fotografa, in fondo siamo alla ricerca di un modo per sopravvivere, in fondo c’è una certa armonia e le idee sbocciano come fiori selvatici, non ancora sanguinano ma potrebbero farlo.

– Mi è piaciuta quella storia che hai scritto sulle parole che diventano obsolete – ti dice Paolo – sul nuovo linguaggio che dobbiamo creare.

La parola del giorno è cardio. Perciò noi che cerchiamo emozioni forti saremo I Cardiopatici. Mangi lupini, bevi Spritz, parlate di Houellebecq e Palahniuk, di beat generation e poesia. Nuove forme di poesia, Cristo, non siamo più nel medioevo! Svegliatevi spiriti della notte, qui si prepara il futuro.

– Però – dice Chiara – noi non sappiamo se resteremo ancora a Roma. Cioè, se troviamo un lavoro forse restiamo, altrimenti…

Se fin’ora eri stata una specie di facocero imbalsamato, questa frase ti risveglia dal sogno di una notte di mezz’inverno e cominci a reagire agli stimoli nervosi.

– No, ragazzi, non esiste! – fai – Voi dovete restare qui, noi dobbiamo crearcelo un lavoro. Guardiamoci negli occhi, siamo tutti disoccupati ma tutti ci facciamo un mazzo da non crederci per l’arte, la nostra arte, Chiara nella fotografia, noi tre nella scrittura… Noi dobbiamo creare qualcosa a partire da questo, non esiste altro, è questo il nostro lavoro.

Non sai se hai detto esattamente queste parole ma il senso era quello. Non è che finalmente trovi gente che vuol fare ciò che cerchi da anni, siete quasi arrivati a stabilire qualcosa e poi, su quattro, due se ne vanno. Sì, esiste la rete e tutto il resto ma non è la stessa cosa. Qui bisogna riformulare la letteratura, noi dobbiamo creare i miti. Noi dobbiamo scalare le montagne. Voglio dire, basta starsene seduta a lamentarti in un angolo di mondo dimenticato da dio. Reagisci! Le cose non piovono dal cielo. Lottare non è combattere, lottare è sopravvivere.

– A volte ho paura, – dici – non lo nego… ho visto solo ingiustizie, forse è una banalità ma una banalità fottutamente vera. Ho conosciuto gente che si definiva poeta e poi non aspettava altro che spompinare il potente di turno. Ho conosciuto gente che ha finto di essere mia amica solo perché ho pubblicato un romanzo e sperava di ricavarci qualche vantaggio personale, per il suo di romanzo, intendo. Ho conosciuto gente che sta a braccia conserte ad aspettare la mia caduta pronta a battere le mani e brindare con champagne d’annata.

 – Non importa, bisogna andare avanti – dice Paolo.

– A Berlino le cose vanno in modo diverso – dice Daniele.

– È la stessa cosa anche nella fotografia – dice Chiara.

E allora sono in bilico, non si tratta di credere ma di stare nelle cose. Sto dentro me stessa come sto nel mondo e per quanto mi costi fatica ammetterlo sto dentro il mondo come sto con gli altri. Gli altri non sono i nessuno che camminano sotto i cappotti sulle vie del centro. Gli altri sono il fondamento della mia esistenza. Gli altri sono I Cardiopatici. Gli altri sono in me e io sono negli altri. Perché so che Paolo, Chiara e Daniele hanno qualcosa da dire al mondo e lo dicono forte, gridando e riformulandone le fondamenta. Il resto è ombra, basta inseguire chimere, cerca il tuo centro. Chi sei? Tu sei il tuo centro.

 

© Ilaria Palomba

 

 

 

 

 


(foto di Luigi Annibaldi)

Ti svegli a Dublino. Panorami nordici e cattedrali. Freddo nelle ossa e locali goth.

Ti svegli a Parigi. Fai un’overdose di libri di cui non comprendi le parole. Conferenze. Cene orientali e viaggi lungo l’eternità delle scale del Sacro Cuore.

Ti svegli a Bari. Ti svegli a Roma.

Ti svegli dovunque e per la prima volta ti accorgi di essere sola. Ti frughi nelle tasche in cerca di una sigaretta. Ti strappi dalla faccia quell’espressione perplessa. Provi a concentrarti sui suoni, sui rumori, sugli odori del mondo.

Parigi sa di croissant e Dublino di frittura. Roma sa di smog a eccezione di qualche giardino. Ti perdi tra gli spicchi rosa che spuntano tra i rami. Poi la vedi: è lei, ne sei certa. Sta masticando chewing gum mentre cammina barcollando negli anfibi. Chiodo (fisso), mani in tasca e jeans stinti. Il vento le muove i capelli chiari, disordinati.

Ti svegli in camera tua e te la trovi davanti come un fantasma. Ti sta fissando, fissa proprio te. Sobbalzi. Ti accorgi di quante cose hai lasciato in sospeso durante tutti questi viaggi. Ti sgranchisci le gambe. Il ticchettio costante della tastiera inizia a darti alla testa.

– Hai bevuto ieri? – ti domanda lei.

Dovresti dirle che questa è casa tua e qui le domande le fai tu ma non ci riesci. Non riesci a convincerti che ciò che stai vivendo sia reale.

– Ci sono un po’ di faccende da sbrigare – fa lei.

Temporeggi. Sai che potresti alzarti dal letto e dare inizio alla tua giornata ma forse è troppo presto. Non vorresti alzarti. Navighi nei debiti e ciò non è certo fonte di serenità. Non hai nessuna voglia di capire che cosa stia accadendo. C’è una cosa però che ti spinge a metterti in piedi. Quel profumo. Quello strano profumo che emana, come se avesse catturato le fragranze delle città in cui sei stata, tutte insieme.

– Coraggio, fai la valigia, dobbiamo partire.

Vorresti chiederle chi diavolo sia, che ci faccia in casa tua e cosa voglia da te ma non lo fai. L’unica cosa che ti esce dalle labbra è un perplesso e confuso:

– Scusa?

La ragazza ti fissa per un istante, sono occhi neri taglienti. E sprofondi nelle tue viscere. Ci diamo fuoco? No, un attimo. Cerca di capire – dici a te stessa.

Ti alzi con quei movimenti lenti. Non sei abituata alla serranda alzata e il raggio di sole che penetra dai vetri ti fa bruciare gli occhi. Te li stropicci.

– Uff! Quanto tempo! – fa lei incrociando le braccia – Avanti sbrigati, dobbiamo andare ad Amsterdam

– A-ad Amsterdam? – balbetti.

– Ho trovato una svolta fenomenale per noi due

– Noi due?

La ragazza inizia ad annoiarsi e ti sbatte contro un foglio di carta. Lo afferri distratta tagliandoti l’indice con il bordo. E sopra leggi: LA SVOLTA. SOLDI FACILI. FELICITA’ ASSICURATA. E sotto: VIAGGIA GRATIS PER CONTO DELLA TUA COMPAGNIA E SCOPRI I VANTAGGI DI UNA VITA COMODA. COME ANNULLARE I DEBITI IN UN SOLO COLPO E SPASSARSELA.

Osservi la ragazza attentamente e ora che la guardi bene ti rendi conto di averla già vista ma non ricordi dove. Forse è stato a Parigi, a Montmartre, tra quadri e bar. O forse a Dublino, dietro il bancone, in quel locale fetish. Ma ora che ci pensi l’hai vista anche alla stazione di Bari: scendeva da un treno e saliva su di un altro. Quando ti sei avvicinata per capire chi fosse ti ha strizzato l’occhio.

– Che storia è? – domandi.

– Sei depressa? – risponde senza dar credito alle tue parole.

– Non lo so, io…

– Credi che la tua vita sia un inutile cumulo di noia e sofferenza?

Non ti dà il tempo di rispondere che:

– Ho la soluzione per te, un’ottima soluzione!

Ti stai chiedendo quale. Ti dice di sederti qui sulla poltrona verde. Può sembrare assurdo che una sconosciuta detti legge in casa tua ma ormai ti sei così lasciata andare che qualsiasi assurdità sembra essere la regola. Così ti siedi. Ascolti quanto ha da dire. Ti parla di viaggi. Soldi. Felicità. Usa espressioni come: ravvivare la tua esistenza o scegliere il massimo. Ti dice che esiste un modo per godersi la vita senza fare un beneamato cazzo. C’è solo una cosetta che devi fare.

– Cosa? – domandi subodorando la fregatura.

– Sognare

– Sognare?

– Sognare.

Non capisci bene di cosa si tratti ma all’improvviso sei tutta su di giri a fare la valigia e cercare i tuoi vestiti migliori. La ragazza ti sbatte l’armadio addosso e dice che il tuo look va rinnovato: deciderà lei come dovrai vestirti.

Il danno è fatto. Il miracolo compiuto. Sei in tutto e per tutto la tua sosia. E uscite di casa.

La ragazza ferma un taxi. Il tassista è una donna, anche lei bionda,anche lei in jeans e anfibi. Si volta verso di te e strizza l’occhio.

La strada sfreccia, i palazzi si sgretolano in lontananza, i semafori diventano verdi. I campi si confondono dietro i finestrini divenendo sempre più simili a un dipinto impressionista.

Sembra che da qui all’aeroporto ci voglia un’eternità e qualcosa nell’aria ti fa venire voglia di sesso. E’ quel profumo. Quella strana fragranza che emana la tua sosia. E poi quel modo di accavallare le gambe. Quel jeans stretto da schiattare che le lascia scoperti i fianchi. La maglietta nera arricciata. Il giubbotto che segue le linee dei seni. Il neo sul collo. Le labbra socchiuse con la lingua che passa e ripassa lì sopra. Le mani screpolate, così incredibilmente vicine alle tue da…

Non puoi. Ti dici. Devi cercare di dominarti. Non è questo il modo né il momento adatto. E poi che c’entra fare del sesso. Lei ti ha proposto un lavoro.

Eppure allunghi la mano verso la sua. Potresti beccarti un cazzotto nei denti. Eppure le vostre dita si sfiorano. E il tuo corpo sussulta al contatto. Gli sguardi si toccano. In meno di una frazione di secondo hai la sua lingua tra le labbra.

Il taxi si ferma. Ti riprendi. Per un attimo sei sola nella tua auto. E stai andando a soccorrere qualcuno. E’ solo undéjà vu , torni subito qui e ora. La tua sosia ti afferra la mano con la grinta che si addice a un cacciatore. Ti scaraventa fuori dall’auto al suo seguito. Il taxi va via. Niente soldi. Niente denaro. Prima di andarsene la donna lì sopra strizza l’occhio.

– Ti somiglia! E’ tua parente? – chiedi alla tua sosia mentre ti trascina in una corsa a ostacoli tra umani e valigie verso un gate che non conosci.

– No – risponde col fiatone – solo un sogno.

Correte, correte, siete arrivate in fila a una coda. Passate dal metal detector togliendovi tutta la roba metallica di dosso. Niente biglietti, niente controlli e siete sull’aereo. Sole.

Tutto il gran casino dell’aeroporto si è dissolto. Ora c’è lei, davanti a te. E niente più. Quell’odore. I suoi occhi neri. Mani. Fianchi. Lingua. E i vestiti volano via affollando le altre poltrone.

Ti stringe e ti senti strana. Ti tocca tra le cosce e sa esattamente cosa fare, dove toccare, come se conoscesse da sempre il tuo corpo. Ti schiaccia le labbra contro e poi giù sui seni e ancora, sotto la pancia.

– Chiudi gli occhi! – ti ordina.

Lo fai. Non hai mai provato una sensazione così forte. Senti le sue labbra sfiorarti appena il sesso e i tuoi umori entrare nella sua bocca. Senti il sapore dei tuoi umori nella bocca. Apri gli occhi. Lecchi  le sue dita. Le succhi. Ti abbassi tra le sue cosce. Vuoi arrivare alla sua anima. Ogni volta che gode, anche tu godi. Ogni volta che sussulta, lo fai anche tu. Le tue dita s’immergono nel suo sesso e strisciano sulla sua pancia. Il piacere esplode tra le gambe e raggiunge ogni muscolo. Il suo orgasmo è il tuo orgasmo. I vostri corpi cedono addormentati uno sull’altro.

Ti svegli ad Amsterdam ed è sparita.

Non sai più cosa fare e  perché.

Il panico è una scintilla che parte dallo stomaco e raschia i polmoni. E annebbia la vista e ottunde il cuore.

Il panico è stare in una città qualunque. Nessuno ti ascolta. Nessuno ti capisce. La gente passa e ripassa. Ma tu sei sola. Sola al mondo, indebitata fino al collo e priva d’iniziativa.

Il panico è il tuo piede destro che si blocca nella scarpa. Il panico è specchiarti nella vetrina di un coffee-shop e scoprirti sporca e sfatta. Coperta di stracci, senza più un posto dove andare.

Il panico è lo specchio che sussurra:

– Sogna, sogna! Devi sognare!

Ti strizza l’occhio e va via.

Il panico è quando osservi la gente attorno a te e ti accorgi che sono tante piccole te ovunque e in ogni direzione.

Il panico è quando ti fermi a chiedere indicazioni a una di loro e ti risponde con il tuo nome.

Non ti svegli mai più.

 

 

 

© Ilaria Palomba