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Monthly Archives: novembre 2012

(foto di Chiara Fornesi)

Hai amato? Non lo sai, amore è una parola troppo inflazionata, per questo sei anaffettiva, forse ami più le piante e i fiori di quanto non ami gli esseri umani. Hai paura che qualcosa possa rompersi. Devi guardare, come una spia, nelle casseforti del dolore. Forse ridere. Forse piangere. O restare perfettamente immobile.

Ieri San Lorenzo bruciava di vita. Non avevi ideali, non più. Non eri neanche più vegetariana. Prima d’incontrarli eri con Lupo al bancone di una vineria e hai bevuto del vino del sud Tirolo e assaporato rivoli di carne cruda dalla coscia di un animale morto. Se fosse stato un essere umano non avrebbe fatto differenza. Per quanto ti chiedano di credere e combattere non ce la fai. Riesci solo a miscredere e lottare. Lottare non è combattere, lottare è sopravvivere. Ma sono gli odori a farti entrare nelle cose, l’odore di carne fresca ti ha condotto in una vineria vicino Via degli Equi. L’odore di carta conservata religiosamente ti ha condotto dentro una libreria anarchica. Hai comprato l’ultimo OperÈ esistente sulla faccia della terra. Anche se lo scrittore di quel libro non ha apprezzato Fatti male, le cose belle restano belle anche se non ti vedono. Stavi uscendo di lì poi Lupo ti ha trascinata ancora dentro. Guardavi libri impolverati come fossero cimeli di un’idea che sanguina. Il ragazzo al bancone sembrava tedesco ma parlava in siciliano. Lupo ti ha detto: diglielo. Sei uscita e poi sei rientrata di nuovo.

– Senti ma… – gli hai chiesto

Ha sollevato lo sguardo.

– Se ti lascio un paio di libri miei?

Lupo ti fissava come se si aspettasse da te un qualche discorso. Invece non hai fatto altro che sussurrare, lo fai sempre. Una libreria anarchica è un luogo sacro, non sai se sei degna di essere qui. Lo speri, te lo auguri. Il ragazzo al bancone è molto gentile, ti dice che va benissimo, lasci un paio di copie e poi se si vendono lasci qualcos’altro. Pensi che potresti fare questa storia anche in posti analoghi nel resto d’Italia. Saluti, ringrazi, esci, Lupo ti segue. Ti bacia. Fuggi.

L’appuntamento è davanti a VideoBuco. San Lorenzo ti piace un fracco, prima, passeggiando accanto alle mura hai osservato le finestre dalle tende bianche, pensando che vorresti vivere qui, poi ai piedi delle mura hai notato delle tende da campeggio blu.

– Ma secondo te la gente vive davvero lì?

Lupo non ha risposto.

– Forse le usano come sgabuzzino – hai detto sarcastica.

– Molto sicuro come sgabuzzino – ha risposto lui.

Vorresti bussare in una di quelle tende e se c’è qualcuno chiedergli: scusi ma lei vive qui? Ah, e come si sta, si sta bene, come va la vita lì dentro? Aspetti un altro paio d’anni e mi sa che vengo a farle compagnia.

Poi sei sola, nel negozio di video e dischi, c’è Daniele Casolino con i suoi occhi azzurri. Deve averti detto qualcosa ma non te lo ricordi, ricordi invece alcune sue meravigliose poesie che hai letto s’un blog e poi ricordi la serata del compleanno di Pastiche Rivista, per ogni parola dell’alfabeto una storia, una poesia, poi una camicia di forza e il buio. Gli applausi.

Arrivano Paolo Battista e Chiara Fornesi. Le strade di S. Lorenzo sono gravide di odori, qui si parla di aperitivi, di quanto poco costasse farsi un aperitivo a S. Lorenzo, dico, quattro anni fa, per esempio. Adesso invece paghi una cena per un bicchiere di prosecco. Paolo somiglia al protagonista di Requiem for a dream, Chiara ha i capelli neri, gli occhi verdi e un piercing al setto. Tu e lei avete lo stesso giubbotto con falsa pelliccia, il suo è grigio e il tuo ovviamente nero.

– Dove si va?

– Caffè letterario?

Questo luogo odora di tramezzini e pagine sfogliate. Paolo ti passa due riviste, le sfogli senza leggere, bevi uno Spritz. Ascolti gli altri. Qui si pensa di fare le cose in grande mentre tu sei occupata a non credere più in nulla.

– Dobbiamo darci un nome – dice Paolo.

– Partiamo da Pastiche – dice Daniele.

– No, un nome proprio nostro, come movimento.

In fondo siamo tre ragazzi che vogliono scrivere e una fotografa, in fondo siamo alla ricerca di un modo per sopravvivere, in fondo c’è una certa armonia e le idee sbocciano come fiori selvatici, non ancora sanguinano ma potrebbero farlo.

– Mi è piaciuta quella storia che hai scritto sulle parole che diventano obsolete – ti dice Paolo – sul nuovo linguaggio che dobbiamo creare.

La parola del giorno è cardio. Perciò noi che cerchiamo emozioni forti saremo I Cardiopatici. Mangi lupini, bevi Spritz, parlate di Houellebecq e Palahniuk, di beat generation e poesia. Nuove forme di poesia, Cristo, non siamo più nel medioevo! Svegliatevi spiriti della notte, qui si prepara il futuro.

– Però – dice Chiara – noi non sappiamo se resteremo ancora a Roma. Cioè, se troviamo un lavoro forse restiamo, altrimenti…

Se fin’ora eri stata una specie di facocero imbalsamato, questa frase ti risveglia dal sogno di una notte di mezz’inverno e cominci a reagire agli stimoli nervosi.

– No, ragazzi, non esiste! – fai – Voi dovete restare qui, noi dobbiamo crearcelo un lavoro. Guardiamoci negli occhi, siamo tutti disoccupati ma tutti ci facciamo un mazzo da non crederci per l’arte, la nostra arte, Chiara nella fotografia, noi tre nella scrittura… Noi dobbiamo creare qualcosa a partire da questo, non esiste altro, è questo il nostro lavoro.

Non sai se hai detto esattamente queste parole ma il senso era quello. Non è che finalmente trovi gente che vuol fare ciò che cerchi da anni, siete quasi arrivati a stabilire qualcosa e poi, su quattro, due se ne vanno. Sì, esiste la rete e tutto il resto ma non è la stessa cosa. Qui bisogna riformulare la letteratura, noi dobbiamo creare i miti. Noi dobbiamo scalare le montagne. Voglio dire, basta starsene seduta a lamentarti in un angolo di mondo dimenticato da dio. Reagisci! Le cose non piovono dal cielo. Lottare non è combattere, lottare è sopravvivere.

– A volte ho paura, – dici – non lo nego… ho visto solo ingiustizie, forse è una banalità ma una banalità fottutamente vera. Ho conosciuto gente che si definiva poeta e poi non aspettava altro che spompinare il potente di turno. Ho conosciuto gente che ha finto di essere mia amica solo perché ho pubblicato un romanzo e sperava di ricavarci qualche vantaggio personale, per il suo di romanzo, intendo. Ho conosciuto gente che sta a braccia conserte ad aspettare la mia caduta pronta a battere le mani e brindare con champagne d’annata.

 – Non importa, bisogna andare avanti – dice Paolo.

– A Berlino le cose vanno in modo diverso – dice Daniele.

– È la stessa cosa anche nella fotografia – dice Chiara.

E allora sono in bilico, non si tratta di credere ma di stare nelle cose. Sto dentro me stessa come sto nel mondo e per quanto mi costi fatica ammetterlo sto dentro il mondo come sto con gli altri. Gli altri non sono i nessuno che camminano sotto i cappotti sulle vie del centro. Gli altri sono il fondamento della mia esistenza. Gli altri sono I Cardiopatici. Gli altri sono in me e io sono negli altri. Perché so che Paolo, Chiara e Daniele hanno qualcosa da dire al mondo e lo dicono forte, gridando e riformulandone le fondamenta. Il resto è ombra, basta inseguire chimere, cerca il tuo centro. Chi sei? Tu sei il tuo centro.

 

© Ilaria Palomba

 

 

 

 

 


Guardala. Ha i capelli bianchi, sì, la schiena curva, sì. Mi dirai è una vecchia qualsiasi. Ma, guardala ancora. Nel portamento l’insicurezza tradisce un’età celata. L’odore del cardamomo. Aspiralo. È lei, te ne ricordi? Non può essere, dirai.
Non pensi, mentre a fatica trascina le buste della spesa, che i capelli bianchi, scarmigliati, una volta siano stati blu. Se ora ha sessantanove anni, per esempio, nel sessantotto doveva averne diciotto e nel settantototto ventotto. A ventotto anni si laureava in antropologia culturale e suonava in una cover band dei Clash. Aveva i capelli blu. Qualche anno prima erano mogano. Te ne ricordi?
Il portamento algido di una danzatrice, ma non aveva mai studiato danza.
Sua madre, Dora, lasciava le ballerine in corridoio. Le ballerine di Dora, Dora che s’inchina in un plié, Dora che scompiglia i capelli di Attilio. Dora che fa un passo di can-can. Dora che prende Attilio per la cravatta. Dora con un largo décolléte di strass. L’aeroporto di Fiumicino. Dora con un’espressione svanita, il ventre gravido; Attilio nascosto nel bavero dell’impermeabile. La neve.
Tornerai?, gli aveva chiesto.
Tornerò.
Dora e il letto. Dora e le pillole. Dora e il pancione.
Ci fu una grande nevicata. I fiocchi scendevano e appannavano i vetri. Annalisa nasceva al Santo Spirito di Roma, Dora esausta e madida la guardava senza gioia. Attilio volava a New York.
Annalisa, della madre ricorda le vestaglie porpora a balze. Le labbra carnose, gli occhi bistrati, lo smalto rosso, le ballerine consunte ai piedi della poltrona mogano in cui Dora crollava per abuso di fenobarbital.
Della scuola elementare ricorda i mattini freddi a piedi con gli occhi tra le tegole rosse di Garbatella, i cancelli ruggine, il rossetto sui denti dell’insegnante di matematica, il primo banco, le scritte intagliate nel legno, le trecce di Valentina, i nove e i dieci segnati con la penna rossa.
Della scuola media, lo sguardo di Valentina farsi scuro, le sopracciglia aggrottarsi, la fronte indurirsi e le labbra farsi strette.
Non voglio più vederti.
Perché?
Il rumore dello sciacquone. La ragazza con gli occhiali da sole. I passi della ragazza con gli occhiali da sole. Fragore di tacchi.
Perché.
Restarsene sola al primo banco.
Dora non le aveva mai comprato vestiti. Riciclava roba vecchia. Provava e riprovava abiti di strass, Dora. Si accasciava sul divano, tra le mani una fotografia anni Quaranta. La foto si sbriciolava e le mani tremavano.
Mamma, voglio gli occhiali da sole.
Quando starai meglio, Annalisa, quando starai meglio.
Le gambe penzoloni oltre il bracciolo della poltrona. Bianche, le gambe. Annalisa poteva vederci la neve sopra. E cadeva, la neve. Cadeva. Soffice. Pallida. Poteva farne una radiografia. Cristalli bianchi dalle forme geometriche a spina di pesce. Le ossa della neve, le chiamava. Sulle gambe di Dora, sulle gambe limpide, sulle gambe soffici, sulle gambe intirizzite, nude a ogni stagione.
Questo lo ricordi, non è vero? L’hai vista con lei, la neve.
Con i suoi occhi si poteva vedere. E tu avesti i suoi occhi.
Soltanto i professori dicevano: brava. Brava era brava. I nove e i dieci. Brava era brava, e si muoveva algida nel corpo mingherlino. Le lunghe gonne scure, i capelli raccolti in un fermaglio blu-libellula. Gli sguardi dei compagni. Le mani dei compagni ad annodarle i capelli, a versarci sopra colla. Le mani dell’amica d’infanzia, Valentina.
Del liceo ricorda le iridi verdi del rappresentante d’istituto, il piglio trasognato dei ragazzi dell’ultimo banco. Le gonne corte della nuova amica Barbara. Il tabacco rollato. I dieci che diventavano otto e poi sei e poi cinque. La guerra del Vietnam al telegiornale. Le manifestazioni. I carri con i fiori. I biglietti anonimi sotto il banco. L’odore dell’hashish. Il bacio di soppiatto nei cortili del Liceo. Un bacio stolido e insapore. Angelo, o forse Dario. E poi la notte dell’occupazione, in cui si andava per i corridoi con il libretto rosso di Mao e ci si chiudeva a chiave ansimando nelle aule vuote. Che, fai, ridi? Non la riconosci ancora?
Di quella notte ricorda il tè al cardamomo, le tue mani. Il prurito, la tua barba sulla pelle, la macchia rossa sui jeans che l’amica Barbara le aveva prestato, la voce gracchia di Barbara nel riconoscere i suoi pantaloni. Insozzati.
La notte dopo, casa di Annalisa, la ricordi? E Dora semicosciente. E Dora, le gambe di Dora, le ossa della neve. Potevi vederla la neve, ricordi? Fu una folgorazione. L’avevi sempre creduta un po’ picchiata, Annalisa, ma allora vedesti. Con i suoi occhi si poteva vedere. E tu li avesti.
Da allora di te non sapemmo nulla. La tua storia si fa nebbia. Annalisa continua a ricordare. Mentre le passi accanto, per poco non le sfiori i capelli. Non ti vede.
Dell’università ricorda il giorno in cui il cantante del suo gruppo le tinse i capelli di blu per poi scoparsela sul divano rotto della sala prove, il pugno che il cantante diede al chitarrista, le lettere raggricciate che le metteva nei foderi delle bacchette. Il professor Pirro all’esame sugli sciamani del Nepal mentre guardandola dal basso della sua gobba le diceva: farai strada. Il viaggio, tra gli sciamani del Nepal, il verde sferzante delle montagne di Parpking, il profumo d’incenso delle puja buddiste, le scarpe nere divenute bordeaux dopo dieci chilometri a piedi per portare l’acqua allo sciamano Irnavsh. La notte del deliquio. Irnavsh. Il sonaglio di Irnavsh. La bocca di Irnavsh che si muoveva senza voce. La barba bianca di Irnavsh che si faceva neve.
Neve, neve, neve a fiocchi. Le cadeva addosso e lei tremava, riassorbita nel gelo assoluto, si faceva piccola e tremava e si faceva piccola e tremava. Nella neve c’erano le mani che diventavano ossa e le pillole sul comodino di Dora e i piedi di Dora così freddi da sfolgorare in venature blu. Il ventre di Dora indietro nel tempo, le pareti uterine e Annalisa immobile, incastrata in un ventre senza uscita. Nel liquido amniotico Annalisa si genufletteva mille volte in un corpo mai nato.
Del suo ritorno ricorda il confondersi della luce nelle nuvole, dal finestrino dell’aereo. La percezione distorta degli spazi. Il fragore del traffico di Roma stagliato contro la memoria del silenzio di Parpking.
Le vene blu dei piedi di sua madre. La sclera bianca negli occhi. Il freddo marmoreo della pelle. La corsa in ospedale. Il colore prosciolto dell’obitorio. La neve, sulle gambe. Le ossa della neve.
Del resto non ricorda. Si è svegliata ieri con i capelli bianchi di Dora. Una rosa di rughe intorno alle labbra. Il corpo rattrappito in una carne lasca. Si è scrutata a lungo, il viso tumido e rugoso. L’odore del cardamomo. E gli occhi, gli stessi occhi. Le mani, le stesse mani. Il volto, lo stesso volto. Quella rosa di rughe, proprio quella. Gli zigomi mollica.
Ora tu la guardi mentre passi oltre e non mi credi più, non pensi possa essere stata quella Annalisa. Vedi solo una vecchia, con questa pelle, con queste ossa. Ma se la guardi, se la guardi a fondo, riconoscerai la neve.

© i. p.
(foto di Luigi Annibaldi)