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Category Archives: guerra

ila notturna
Mi è capitato, guardandomi allo specchio, di vedervi riflessi due volti. L’uno aveva pelle di pesca, l’altro di carbone. L’uno aveva dodici anni, l’altro quaranta. L’uno incupito e sgomento, l’altro assaporava un riso selvatico e oscuro nel nitore di un’aurora livida e senza sonno, con il fucile dell’arma sottobraccio e le mani macchiate di rosso.
Siamo andati nel bosco di notte trascinando i prigionieri con uncini di ferro. Il mio lo tenevo ben fissato nella carne sua. Gemeva in un dolore muto.
Non fermarti, supplicava il primo riflesso mio, il secondo imprecava pietà, o forse il contrario. Il controllo dello sguardo era fuori dai bordi, in memoria dei miei dodici anni ho acceso un cero prima. Un cero ha rischiarato il filo spinato, le luci intermittenti, il boato dei caccia, i palazzi divelti, per subissare tutto il fuoco nelle iridi alla vista del corpo. Cos’è un corpo? Da dove proviene il ricordo?
Esistono due maschere una sull’altra, disvelano il celato, dice lo psichiatra.
Ero sulla pancia di un uomo o era l’altra?
Trascino il mio prigioniero nel ventre del bosco. Con spilli sottili nell’ombelico fino al sangue, nei capezzoli fino al sangue, nei testicoli fino al sangue. Ero e non ero. Lei mi guardava. Io la guardavo fare e fuggivo. Fuggivo.
Che cosa prova adesso?, dice lo psichiatra.
Perché devi darmi del lei?
Forse teme che io abbia ragione?
Quale ragione? Quale corpo? Quale mente? Sta mentendo o sono io a farlo?
Camminavamo, rette parallele, sul limitare del bosco e dai rami ovunque occhi nella nebbia, ma è stato solo suggestione.
Vuoi fermarti?
Non fermiamoci.
Chi era quell’uomo?
Quale uomo, papà? Non c’era nessuno!
Il segreto del buio è che dentro c’è tutto, dentro c’è tutto, le voci e le sbarre. Quando ero piccola mi chiamavano Tenebra, io non volevo far loro del male ma essergli amica, partecipare al cammina, cammina. E invece accadeva. Non poteva non accadere.
Mi sentivo sprofondare. Gli alberi. I rami. Le fronde. Le serpi. Sibilavano. Il vento del nord. Avevo i piedi di fango. O ero io il fango?
Mio padre su in cima. I volti delle nubi. L’aurora.
Cammina, dico all’uomo e lo trascino. Il collare non è abbastanza stretto e ha ai polsi sei spilli, sanguina. Cammina, cammina. Divisa militare, passi marziali, io, gli altri cinque e il riflesso. Non sono più sola, papà. Non sono più sola nel bosco. E tutti eseguono gli ordini miei. Il prigioniero ha un cappuccio nero. Muto. Bendato. A malapena respira.
Mio padre diceva: che hai fatto? Sei sporca di fango, di fango, che hai fatto?
Cammina!
Con il fucile puntato alle tempie, ai polsi spilli, fluido organico gocciola sulle fronde nere dei cipressi abbattuti e sul fango, sotto una luna di lupo che urla alla notte.
Cammina!
No, striscia e fa l’odore putrido della carne cruda. Striscia! Tu, striscia!
Raccoglie la polvere, la polvere, la polvere, gli insetti, la polvere, negli spilli, nelle ferite aperte, gli schizzi. Polvere, sangue e merda. La polvere. La polvere.
Cammina!
Chi era quell’uomo? Mi disse.
Nessuno, papà, nessun uomo.
Chi era ti ho chiesto! Una puttana sei! E hai solo dodici anni!
Il bosco, con le mani grandi e laide. L’oscurità sovrana. I rami.
Puniscimi! Puniscimi!
L’hai voluto tu, l’hai voluto.
Ricordati, hai detto di sì.
Vostro onore? Consenziente. Vostro onore? Assolto. Vostro onore? Colpa sua. Vostro onore? Colpa sua. Puttana. Consenziente. Assolto.
E striscia, bastardo. Gli anfibi sulle giugulari. Il fucile alle tempie. Alle tempie. Alle tempie. Il volto tumefatto. Nelle labbra una ferita. Torrente. Palude. Bosco. Nella bocca mugugni. Gli anfibi sulla testa. Sul volto incappucciato e muto. Il cappuccio scostato, le gote rigate di rosso e anche il collo. Un volto qualunque. Ricorda mio padre.
Avanti march! Sulla testa. Sui capelli. I miei li ho rasati all’entrata nell’Arma e i suoi li strappo, via il cappuccio, uno per uno, li strappo.
L’hai voluto, ripeto.
Voluto. Consenziente. Bastardo.
Pietà!
Nella bocca il fucile, fino in fondo. Nella bocca. Nella bocca. Chissà se ha lo stesso gusto. Succhia e sta zitta. Chissà se ce l’ha.
E ora prega. Prega. L’hai voluto tu. Prega, bastardo, bravo, da verme, prega.
Il grilletto. La canna. Puntate. Fuoco. Il boato. Violini. Violini, sovrastano l’oscuro baluginare di un albore artico.

Copertina Una volta l'Estate

In uscita il 30 giugno per Meridiano Zero

Prima presentazione a Roma: 30 giugno, con Paolo Restuccia e Loredana Germani, alle 18, alla Mondadori di via Piave.

Una volta l’estate è un thriller fatto di frammenti, punti di vista, luoghi fluidi.
Una postina ruba il figlio appena nato di Maya, casalinga, ex artista, mentre suo marito Edoardo, sottufficiale in missione in un luogo del Medio Oriente, è messo sotto torchio da un suo superiore. La madre di Maya sente sua figlia in pericolo, sola, incinta, nella Capitale. Il medico curante, il professor Curci, si accorge che alla sua paziente stia accadendo qualcosa di strano. Uno psichiatra, il dottor Traversi, cerca di ricomporre i frammenti del caleidoscopio che è diventata la vita di Maya ed Edoardo.
I due protagonisti si conoscono per le vie centrali della Capitale, in autobus, nei pressi dell’Accademia di Belle Arti, in un periodo in cui tutti sono in allerta per gli attentati terroristici. Si guardano e non riescono a resistersi. Di lì a poco si ritrovano ad abitare insieme a casa di Edoardo in una zona residenziale. Maya comincia presto a odiare la sua nuova vita formattata secondo le buone regole del nucleo familiare sacrificando la sua parte artistica. Ma lo sguardo di Maya rimane quello di un’artista, uno sguardo che il militare Edoardo non comprende. Per Maya i paesaggi della Capitale sono descritti come dipinti di Monet, Van Gogh, Munch, Dalì. L’ambientazione è fluida, la città diventa un luogo immaginifico, una costruzione onirica. Quando Edoardo è via, Maya incontra Anya, la misteriosa postina, che la metterà nelle condizioni di chiedersi cosa voglia davvero. Anya, che in effetti sembra non essere solo una postina, incontrerà Maya ogni volta in un luogo diverso, nei bar di periferia, nei ristoranti giapponesi nei pressi del Parlamento, nelle ricche dimore di politici e uomini illustri: strani circoli in cui Anya cercherà di dimostrare a Maya come vivere senza rinunciare.
Il bambino che Maya porta in grembo assume un valore ambivalente. Il dottor Traversi, nel tentativo di ricomporre gli eventi, traccerà le connessioni tra il piccolo Arturo, l’infanzia e il padre di Maya, morto troppo presto, sacrificandosi per salvare sua figlia. O forse non è andata esattamente così. Forse questo è solo il modo in cui Maya ha ricostruito i fatti per dar loro un senso. Edoardo, come Ulisse, capisce che deve tornare nella Capitale, da Maya. C’è ancora qualcosa che possono fare per salvarsi.

Un incommensurabile grazie di cuore a Massimiliano Santarossa e Paolo Restuccia che scrivono:

“In anni in cui troppa narrativa italiana sconta il peccato della distanza dall’impegno, a favore di un intrattenimento vuoto, Ilaria Palomba, con un atto di coraggio, a tratti estremo, narra criticamente, sociologicamente e politicamente la sua generazione persa nell’enorme mostro antimorale chiamato Italia. Una delle più nere e luminose voci, devota alla controstoria, pertanto verissima storia, degli attuali figli d’Italia.”
Massimiliano Santarossa

“Luigi Annibaldi scrive racconti che l’hanno rivelato come uno degli autori più originali della narrativa italiana di oggi, ironico, surreale, e sempre in bilico tra realismo e fantastico. In questo romanzo mette la sua voce al servizio di una storia profonda ed estrema, illuminandola con un punto di vista unico, che si rivela nelle continue piccole sorprese, nelle intuizioni, in uno sguardo che può essere soltanto il suo.”
Paolo Restuccia

 

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