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Monthly Archives: dicembre 2014

ipa al mare

Io ero l’errore. La macchia nera nella stanza. L’inconoscibile altro, che il mondo doveva espellere. Provavo ad alzare la voce ma si bloccava. Si bloccava. Stavo seduta al banco e non riuscivo a parlare con nessuno. Il corpo era immobile. Assorbito nel verde dell’aula. Fissavo lettere e disegni sul quaderno. E le macchie di colore sui muri. Piccole sbarre. C’era l’odore pesante del fiato. Eravamo un grande cancro, tutti. Un enorme cancro sulla superficie della terra. Per ogni persona che respira un pezzo d’ossigeno in meno. Li guardavo giocare. Usare la voce per esistere. Io ero l’inesistente. Nell’esofago l’aria si bloccava. Era un peso. Ci sono cresciuta con questo peso nel torace. Vivevo un tempo sbagliato. Un tempo altro. Non riuscivo a rispondere ad alcuna domanda. Ma non ero muta. Quando poi mi decidevo a parlare, a essere altrove erano gli altri. Non mi ascoltavano. Non esistevo. Crescevo distante da loro. Li osservavo come attraverso un vetro. Loro potevano vederlo. Cercavano di romperlo. Fracassarlo. Sentivo le mani là sopra battere fortissimo. Credevano di vincermi. La verità era che mi temevano. Mi divertiva illuderli che avessero ragione. Che ci fosse in me qualcosa di mostruoso. Io non ero malvagia ma mi piaceva che lo pensassero. Dovevo confermare il loro grido di gregge. Dovevo fingermi parte di un gioco al massacro. Dovevo dipingere sul vetro maschere mostruose. Per sentirmi viva dovevo barare. Crescevo nell’illusione. Strappavo compiti. Vestivo di nero. Lanciavo sedie. Mostravo taglierini. Mi nutrivo della loro farneticazione.
Il ragazzo con gli occhiali si avvicinava per sbirciare quel che scrivevo sul quaderno. Gli lanciavo la sedia addosso. Piangeva. Disperava. Faceva grandi scenate davanti all’insegnante. Io ero segnalata. Seguita a vista. Controllata. Avevo gli occhi di tutti addosso eppure non mi ero mai sentita così invisibile. La ragazza dalle treccine bionde strappava fogli dal mio quaderno di disegni e segrete scritture. Rigiravo il taglierino tra le mani. Ripeteva insulti in flebili cantilene. Le sue compagne, anatre starnazzanti, le facevano eco. Rigiravo il taglierino tra le mani. Le sue compagne prendevano il quaderno e leggevano ad alta voce le mie parole. Rigiravo il taglierino tra le mani. Una voce dentro mi ordinava di agire. Rivolta, diceva l’altra Ilaria. Rispetto, diceva l’altra Ilaria. Vendetta, diceva l’altra Ilaria. Di scatto mi voltavo. Colpivo. La macchia rossa sulle dita della ragazzina bionda, il singulto delle sue lacrime, mi assalivano. Nelle orecchie la sua voce era una nenia orrenda. La sua pelle tagliata sembrava di gomma, mi chiudeva lo stomaco.
Avevo visto un’altra guardarmi dietro la porta della classe. Una ragazza magrissima dai capelli ondulati. La conoscevo di fama. Andava in quella che veniva denominata sezione Zeta, dove erano relegati i figli di nessuno. Avevo udito le parole dei suoi compagni. La chiamavano scimmia. Odorava di muffa, cenere rappresa, luoghi angusti. Veniva a scuola solo ogni tanto, qualche volta con gli occhi cerchiati di nero. Lei aveva visto. Aveva atteso il mio verdetto. Sospesa per sette giorni. Sette giorni con mia madre che imprecava e mio padre che dispensava nozioni filosofiche sulla libertà.
La mia libertà finisce dove inizia quella dell’altro, diceva mio padre.
Non c’erano abbracci tra noi, solo parole metalliche, al gusto di ruggine.
Che cosa ti ha preso? Eri così brava alle scuole elementari, faceva mia madre. Le maestre mi dicevano che eri un genio. Scrivevi temi bellissimi, eri l’unica che faceva sempre tutti i compiti. La migliore della classe, la migliore. E adesso, che ti succede? Mi dicono sempre che non ti comporti bene, strappi i compiti in classe, picchi i tuoi compagni, non parli con nessuno. Cos’hai?
Non potevo rispondere a quelle parole. Sentivo solo il gusto aceto del bario intrappolato nell’epiglottide. Intanto mi regalavano giocattoli. Intanto mi regalavano cibo. Intanto mi ingozzavo di inutilità. E ingrassavo. E sformavo. E nascondevo il corpo al mondo, a loro, a tutti.
Giorni dopo tornai a scuola. La litania riprese. Ma stetti in silenzio. In silenzio a prendere insulti e battutine e maledetti occhi e maledette bocche e maledette mani. Sul mio mondo di vetro.
La ragazza dai capelli ondulati provò a superare la barriera senza infrangerla. Mary, si chiamava. Una mattina d’autunno si avvicinò nel cortile. Mille foglie rosse frusciarono sull’asfalto. Il cielo di piombo sembrò aprirsi. Avevo il gusto del cemento nel palato. Scostavo appena la lingua e il vento s’incuneava tra i denti. Lei aveva larghi boccoli castani e labbra color ciliegia. Veniva a tenermi la mano lì fuori. Non riuscivo a credere alla potenza di quella stretta. Avevo il cuore nell’esofago. Mi sentivo divampare. Nel torace sentivo slabbrarsi qualcosa. Andare in mille pezzi. Buttare fuori quel peso potentissimo che non mi lasciava respirare. C’era l’odore delle foglie d’autunno. E non l’avevo mai sentito. La bambina dai capelli ondulati mi disse: scappiamo. Scappammo. Lontano da scuola vedevo le strade aprirsi alla campagna. Un verde sconfinato. Un cielo che inghiotte. Quel mattino nella casa abbandonata eravamo streghe e sirene. Scucivamo il buio. Lei aveva le mani sfregiate. Le linee dei palmi erano un campo minato. Schegge rosse e croste su quelle mani. Le chiesi: cos’hai? Mi disse che fossero vetri. Come i vetri che calpestavamo entrando in quel casolare abbandonato. Fuori gli ulivi raschiavano il sole.
Perché ti fai del male? Le chiesi.
Mi disse che il male non fosse nel corpo ma negli sguardi feroci degli altri. Che fosse una prova tagliarsi per resistere a tutti quegli occhi. Stavamo sedute tra i vetri nel buio e fuori il vento divorava gli alberi. Li strizzava come fazzoletti. Le foglie si staccavano e volavano dentro.
Facciamolo insieme. Sarà il nostro patto. Lontane da tutto e da tutti. Per sempre unite.
Era il suo insegnamento. Ferire il corpo per fortificare la psiche. Insieme nel vetro. Lasciarlo entrare, crescere, inondare. Spesse pareti di vetro. Oltre noi. Oltre tutti.
Lasciai che afferrasse il mio palmo e chiusi fortissimo gli occhi. Il vetro tagliava. La mano si apriva. Entrava il dolore. E lei mi stringeva.
Non è dolore vero questo, non è niente.
A casa dissi di esser scivolata su un sasso fuori da scuola. Nessuno si accorse di nulla. Mio padre mi disse di fare attenzione. Mia madre versò gocce di una mistura verde sulla mia mano. Il giorno seguente andai a scuola con la mano fasciata. Mio padre mi accompagnò sin dentro la classe. Mary non la vidi per niente. Continuavo a comportarmi da piccolo mostro. Non parlavo con gli altri. Rispondevo solo se interrogata. Mi voltavo a guardarli con gli occhi dell’odio.
Vidi Mary dopo sette giorni all’uscita da scuola. Aveva due macchie marroni sotto gli occhi, erano croste.
Cos’hai qui? le chiesi.
Nulla.
Ti accompagno, disse, dove abiti?
Non posso, c’è mio padre…
Lei guardò la Opel rossa fuori dal cancello. Vide il sole brillare sul parabrezza. Gli occhiali scuri di mio padre. Il suo sorriso.
Se vuoi puoi venire con noi.
In macchina lui mi diede un regalo. Lo scartai. Era una maglietta nuova, di quelle che piacciono alle ragazze. Mary guardava fuori dal finestrino. Aveva l’odore della muffa. Spiavo i suoi movimenti distratti. Il bordo della camicia a quadri consunto e marrone.

Dove abiti? Chiese lui.

Lasciatemi pure qui, disse Mary.

Lui insistette per accompagnarla a casa ma lei non volle. La lasciammo all’angolo tra via Kennedi e il parco.

Continuammo a vederci qualche volta. A scuola non veniva quasi mai ma le dissi dove abitavo. Entrava nel grande giardino. Mia madre la guardava con sospetto. Ci chiudevamo in camera per ore. Le insegnavo passi imparati a scuola di danza. Preparavamo spettacoli. Sognavamo palcoscenici. Ridevamo insieme. Lontane da tutti e da tutto. Guardavo il suo corpicino di piccola donna. E mi piaceva. Sentivo qualcosa in quel corpo chiamarmi. Era perfetta nella sua magrezza e nei suoi capelli lunghi.

Un pomeriggio mia madre entrò in camera mentre ci allenavamo con i body a piedi scalzi. Entrò e aprì la finestra che dava sul cortile. Guardò i nostri piedi consumati e sporchi. Giorni prima era sparito un braccialetto d’argento, che mi aveva regalato qualche zio.

Ma tu ti lavi, Mary? Cominciò mia madre.

Lei la guardava senza fiatare. Gli occhioni sgranati e quelle piccole macchie sulle gote che non avevo mai capito se fossero croste di percosse o sporco rappreso.

Rispondimi, la usi l’acqua? Indossi i vestiti di mia figlia, voglio sapere se sai come si usano acqua e sapone! Lo sai che i tuoi piedi puzzano di formaggio e muffa?

Lei non disse nulla. In silenzio si alzò e si sfilò il body che le avevo prestato. Rientrò nei suoi vestiti e andò via senza dire una parola. Io e mia madre restammo sole per qualche minuto.

Non mi piace quella ragazza, non mi piace affatto.

Mi trascinò sotto la doccia e mi strigliò graffiandomi la pelle con una pietra pomice. Erano artigli rapaci nella carne. Strillavo. Mi dimenavo. Imprecavo. La odiavo, mia madre. Ma vinceva sempre lei.

© i. p.
foto di Luigi Annibaldi

spire

Ho bisogno di un attimo in cui tutto taccia tutto sia silenzio e null’altro ho la febbre e non sono pienamente cosciente di me e non sono pienamente sicura di nulla e talvolta appaio a me stessa come quella bambina asociale che con 38 di febbre svaniva in cosmonautiche convulsioni e smetteva di usare la parola poiché semplicemente non aveva nulla da dire a nessuno che sia questa l’ombra oltre il mio volere? riscatto quel riscatto so non ci sarà mai come mai ci sarà la rivoluzione come distante intravedo svanire all’orizzonte una qualsivoglia forma di livellamento come fai a non considerare il male tuo il male del mondo? come fate a dire malattia invece che società? come fate a vedere davvero le scissioni tra le cose? forse era questo l’esistere un filo invisibile di corpi che tutti li unisce.

Anya e Alex li trovo bene forse un po’ disillusi ma tutto sommato crescere significa rinunciare all’hic et nunc in funzione di un futuro possibile e un futuro in Irlanda è possibile più di quanto non lo sia in Italia abitano in un luogo misterico una grande villa del 1830 abbiamo trascorso gran parte del tempo nella loro stanza giorni dublinesi di nebbia e pioggia mentre fuori il cielo è di un viola irreale e i rami lo tagliano come unghie mi sono sentita a casa ho scritto e mi sono sentita a casa ho scritto e mi sono sentita a casa nonostante le alterazioni e non ho temuto il freddo ho scritto e mi sono figurata una perfetta esistenza dublinese piena di libri e un lavoro qualsiasi ma in grado di tenermi in vita e giornate di gelo dietro i vetri gotici dalle lunghe tende bianche dietro i rami riflessi nei vetri dietro un mondo freddissimo di ville antiche e cattedrali e James Joyce e notti anfetaminiche allo Sneijder musica trance e approccio facile uomini spagnoli uomini irlandesi dai lunghi dread rossi esseri umani e io sola nessun contatto sola ovunque ma sto bene starò bene nella mia solitudine.

Quando parto non ho coscienza non ho identità non ho volontà mi lascio deglutire dalle vite degli altri solo così posso apprendere qualcosa il sapere è una forma di annullamento sacrificio in un certo senso cessione d’identità non puoi restare fermo nei tuoi principi se vuoi imparare qualcosa non puoi essere te stesso al diavolo l’autoconservazione.

Il tassista all’andata era schizzato faceva paura aveva un ghigno hitleriano con quei baffi si voltava in mia direzione scatti isterici degni di un perfetto scraccomane stava dando di matto perché non sapeva dove fosse il 245 North Circular Road a Phisbourgh continuava a ripetere come volesse uccidermi I know where is Phisbourgh I know North Circular Road but I don’t know where is 245 North Circular Road continuava a ripetere 245 North Circular Road voltandosi e guardandomi come lo stessi insultando poi mi chiede cosa mi porta a Dublino gli dico di amare questa città di amare Joyce e lui si volta di scatto Joyce? ancora una volta con quel tono iracondo come fosse un pensante insulto e in tono di minaccia you read the Ulysses? timida annuisco borbotta tra sé e sé come fosse un dato gravissimo questo mio amore per Joyce e per la distanza.

Me e Anya sulle sponde del Liffey vedo fumare sigarette di ghiaccio e parole di ghiaccio sopra i massimi sistemi se sia giusto o meno rinunciare alla propria fanciullezza in funzione di cosa se sia possibile ancora opporre una qualche resistenza al flusso indicibile del mondo che ti mastica nella nebbia nascosta lei occhi così chiari in copri capo di lana quell’aria impertinente la differenza tra me e lei è quella che intercorre tra nichilismo e cinismo io dispero e lei ride tutto crolla una pantera bionda vorrei la forza sua d’animo tra fiume plumbeo e nebbia in bianco e nero colori diafani in un mattino eterno in un tempo senza tempo in uno spazio senza fine consacrato all’altrove livido e irreale l’urlo dei gabbiani sulla ringhiera nera mangiamo dolci stupidi e ci fregiamo dell’idea assoluta della nostra eternità non andartene docile in quella buona notte ma infuria contro il morire della luce mutare pelle ogni giorno sopra tutto e tutti avventura odissea.

Nonostante il mal di gola nonostante la mia ansia nonostante il disagio a non finire delle notti postume cerco di emergere dal fango e ce ne andiamo per O’Connell Street e ogni volta fisso lo Spire proprio in alto bucare il cielo compriamo cianfrusaglie in un mercatino vintage una goana rossa dread forti e leziose efelidi labbra sottili vende dolci di fragola e vaniglia mangiamo come bambine sedute su seggiole lunghe iniettate nei profumi della città in questa luce diafana di decorazioni natalizie e brusìo passi che calpestano l’asfalto occhi multietnici e a guardarci dentro puoi indovinarne le intenzioni le dico ci pensi se Joyce si fosse mai seduto qui in questo luogo che magari prima era altro in questo punto preciso chissà cosa c’era prima chissà com’era prima e come vedeva la gente e cosa pensava di loro ci pensi? Anya mi dice pensava fosse scomodo e che i passanti fossero orrendi per le vie di St Peter Green pregne d’aroma di frittura e bancarelle in legno a forma di casetta mangiamo patate mentre parliamo della fine del mondo come una volta mi dice come puoi preoccuparti come può importarti davvero qualcosa? goditela finché dura mangiamo patate al forno e pizze nordiche le innaffiamo con cocacola alla vaniglia che sa di cera il riflesso dei rami degli alberi e del cielo infiammato nei vetri del palazzo di fronte sembra una stampa smerigliata come le foto dei gabbiani sul mare del nord non riesco a smettere di guardare tutta questa bellezza mi dice sai che hanno fatto? hanno manifestato perché non vogliono pagare la tassa dell’acqua e calcola sono solo 50 euro l’anno poi gliel’hanno abbassata a 10 euro l’anno e hanno manifestato di nuovo amo questo popolo calcola se ci fosse una guerra mondiale qui siamo s’un isola felice e guarderei le bombe dallo schermo della mia tv in living room mangiando patatine e tu cerca di venire qui prima che chiudano le frontiere le dico una guerra mondiale già c’è solo che non ce ne accorgiamo ci annebbiano la vista l’udito il tatto ogni cosa la guerra l’abbiamo persa tempo addietro Anya quando avevamo l’opportunità di ricominciare da zero ma i rapporti Anya non dico altro parlo dei rapporti umani non c’è più nulla sotto queste macerie null’altro che mercato e reputazione hanno vinto stravinto e poi dicono psicosi ma è solo una resa non ci resta che danzare sulle rovine.

Camminiamo per Grafton Street vi sono statue nere e solo dopo mi accorgo siano uomini sollevano cappello e occhiali se dai loro una moneta poco più in là un uomo dalla giacca a quadri e il cappello beige fa sculture di sabbia oggi una ragazza distesa sulla pancia di un cane ogni giorno arriva qui all’alba con un mucchio di sabbia gelata e comincia a darle forma un rocchettaro su di giri suona Pink Floyd urlando a più non posso un gruppo di teenager con le renne sui maglioni suona canzoni natalizie salutando noi chiuse nei nostri cappotti del sud e nelle nostre pelli del sud che congelano a dicembre ovunque esplode l’esistenza nelle arterie della città qualche raggio di sole violenta la nebbia diafana la foschia la goliardia dell’istante in questi colori ossianici e iperborei oggi va così tra le strade di Dublino assediate dalla melanconia della partenza e della crescita un ricordo della notte dopo lo Sneijder un uomo barbuto a petto nudo su O’Connell Street spiega cartoni per terra crea un tappeto di cartoni sull’asfalto dico ad Anya guarda è una performance lei dice che sia solo il delirio etilico di un alcolista una performance le dico una performance inconsapevole come gli amici ex tossici che ora si credono posseduti dagli alieni e quelli che invocano i cari morti in sedute spiritiche e i figli dei ricchi ugualmente devastati da anni di rave senza speranza nella luce assente delle periferie armate di cui ora non si vede più confine mi dice Anya sai qual è il punto noi siamo a metà strada tra la vita vera e il nulla ma non siamo ancora perse tutto è faticoso e sarà sempre più faticoso man mano che cresci diminuiscono le possibilità e aumentano le responsabilità.

In volo: le nuvole qui sono un mare di onde immobili il cielo al vespro iniettato di porpora è un incendio un’apocalisse nonostante tutto esiste la bellezza.

© i. p.