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Tag Archives: crescita

giallaeblu

Aveva frequentato straccioni, raver, borghesi rampanti e intellettuali (o anche tutto questo insieme), e aveva continuato a sentirsi un’outsider, sola, solissima, rispettivamente con ogni categoria. Le mancava sempre qualcosa per esserne parte. Forse quella forma cieca di fanatismo e adesione incondizionata di gruppo. Nonostante il relativismo (in forma assoluta), proprio non ci riusciva ad appiattire i gusti su quelli di un branco. Al personaggio continuava a preferire la persona (se solo avesse potuto vederla, la persona, oltre il riflesso). E, lo sapeva, l’avrebbero condannata per questo. Avrebbe rivissuto a vuoto l’esperienza del diniego fino ai bordi della follia. La solitudine l’aveva abitata. La solitudine era divenuta la più colloquiale tra le dame di compagnia. La solitudine la rendeva capace di usare e abusare dei corpi come fossero suoi. E lasciava a queste ombre, a questi nessuno, la libertà di indossarla e riporla, ovunque. Forse avrebbe trovato nell’immaginario una soluzione in cui sciogliersi.
Ma non oggi. Oggi lui le aveva detto: sei guarita. Puoi dire al mondo che una volta avevi un disturbo borderline.
Le aveva detto che era guarita e lei era sprofondata in un gorgo di autosvalutazione e tremenda melanconia. Se poi guarire significava non farsi violentare dagli sconosciuti, non spegnere sigarette sui genitali di esseri privi di dignità, non rischiare l’overdose ogni fine settimana, sì, evidentemente era guarita, ma da quando gliel’aveva detto si sentiva così vuota. Tolto il disturbo di personalità per par condicio sembrava dileguarsi anche la personalità. Come se le avesse portato via quel qualcosa di speciale che la rendeva unica. Ora era una mediocre chiunque. Capite bene che avrebbe preferito trasformarmi in scarafaggio che essere una chiunque chiunque.
Ma adesso potrai scrivere per tutti, capisci? Per gli altri. Non solo per necessità catartica.
Il disturbo borderline era una sorta di panacea universale.
Non hai spicciato le tue commissioni?
Ho il disturbo borderline.
La casa è un porcile?
Ho il disturbo borderline.
Non hai un lavoro?
Ho il disturbo borderline.
Te ne infischi del prossimo e della sua sensibilità?
Ho il disturbo borderline.
Non riesci ad amare?
Ho il disturbo borderline.
Sei un’adultera con profonda indecisione sessuale?
Ho il disturbo borderline.
Non hai ancora conquistato il mondo?
Ho il disturbo borderline.
E a quante falle doveva sopperire un disturbo di personalità? L’avrà avuta persino lui un granello di ansia da prestazione. Niente. Ora lui si era dileguato, l’aveva lasciata sola, faccia a faccia con la sua nullità. Tutto pesava macigni e non aveva più scuse per evitare le prove d’acciaio con cui si forgiano gli eroi, gli antieroi e i pusillanimi.
Se abbandoni il campo di battaglia non puoi dare più la colpa alla canna di fucile del disturbo di personalità. Vai in trincea. Ti tocca. È il tuo turno. E se fallirai nell’impresa non potrai più ricorrere alle vecchie e amate scappatoie da disertore.
Ora sei lì, circondata dal deserto. Tra le dita granelli di vite in prestito. Una tempesta muove i ricordi. Alla fine della traversata c’è un oceano chiamato Alterità.

 

© i.p.

foto di Luigi Annibaldi

spire

Ho bisogno di un attimo in cui tutto taccia tutto sia silenzio e null’altro ho la febbre e non sono pienamente cosciente di me e non sono pienamente sicura di nulla e talvolta appaio a me stessa come quella bambina asociale che con 38 di febbre svaniva in cosmonautiche convulsioni e smetteva di usare la parola poiché semplicemente non aveva nulla da dire a nessuno che sia questa l’ombra oltre il mio volere? riscatto quel riscatto so non ci sarà mai come mai ci sarà la rivoluzione come distante intravedo svanire all’orizzonte una qualsivoglia forma di livellamento come fai a non considerare il male tuo il male del mondo? come fate a dire malattia invece che società? come fate a vedere davvero le scissioni tra le cose? forse era questo l’esistere un filo invisibile di corpi che tutti li unisce.

Anya e Alex li trovo bene forse un po’ disillusi ma tutto sommato crescere significa rinunciare all’hic et nunc in funzione di un futuro possibile e un futuro in Irlanda è possibile più di quanto non lo sia in Italia abitano in un luogo misterico una grande villa del 1830 abbiamo trascorso gran parte del tempo nella loro stanza giorni dublinesi di nebbia e pioggia mentre fuori il cielo è di un viola irreale e i rami lo tagliano come unghie mi sono sentita a casa ho scritto e mi sono sentita a casa ho scritto e mi sono sentita a casa nonostante le alterazioni e non ho temuto il freddo ho scritto e mi sono figurata una perfetta esistenza dublinese piena di libri e un lavoro qualsiasi ma in grado di tenermi in vita e giornate di gelo dietro i vetri gotici dalle lunghe tende bianche dietro i rami riflessi nei vetri dietro un mondo freddissimo di ville antiche e cattedrali e James Joyce e notti anfetaminiche allo Sneijder musica trance e approccio facile uomini spagnoli uomini irlandesi dai lunghi dread rossi esseri umani e io sola nessun contatto sola ovunque ma sto bene starò bene nella mia solitudine.

Quando parto non ho coscienza non ho identità non ho volontà mi lascio deglutire dalle vite degli altri solo così posso apprendere qualcosa il sapere è una forma di annullamento sacrificio in un certo senso cessione d’identità non puoi restare fermo nei tuoi principi se vuoi imparare qualcosa non puoi essere te stesso al diavolo l’autoconservazione.

Il tassista all’andata era schizzato faceva paura aveva un ghigno hitleriano con quei baffi si voltava in mia direzione scatti isterici degni di un perfetto scraccomane stava dando di matto perché non sapeva dove fosse il 245 North Circular Road a Phisbourgh continuava a ripetere come volesse uccidermi I know where is Phisbourgh I know North Circular Road but I don’t know where is 245 North Circular Road continuava a ripetere 245 North Circular Road voltandosi e guardandomi come lo stessi insultando poi mi chiede cosa mi porta a Dublino gli dico di amare questa città di amare Joyce e lui si volta di scatto Joyce? ancora una volta con quel tono iracondo come fosse un pensante insulto e in tono di minaccia you read the Ulysses? timida annuisco borbotta tra sé e sé come fosse un dato gravissimo questo mio amore per Joyce e per la distanza.

Me e Anya sulle sponde del Liffey vedo fumare sigarette di ghiaccio e parole di ghiaccio sopra i massimi sistemi se sia giusto o meno rinunciare alla propria fanciullezza in funzione di cosa se sia possibile ancora opporre una qualche resistenza al flusso indicibile del mondo che ti mastica nella nebbia nascosta lei occhi così chiari in copri capo di lana quell’aria impertinente la differenza tra me e lei è quella che intercorre tra nichilismo e cinismo io dispero e lei ride tutto crolla una pantera bionda vorrei la forza sua d’animo tra fiume plumbeo e nebbia in bianco e nero colori diafani in un mattino eterno in un tempo senza tempo in uno spazio senza fine consacrato all’altrove livido e irreale l’urlo dei gabbiani sulla ringhiera nera mangiamo dolci stupidi e ci fregiamo dell’idea assoluta della nostra eternità non andartene docile in quella buona notte ma infuria contro il morire della luce mutare pelle ogni giorno sopra tutto e tutti avventura odissea.

Nonostante il mal di gola nonostante la mia ansia nonostante il disagio a non finire delle notti postume cerco di emergere dal fango e ce ne andiamo per O’Connell Street e ogni volta fisso lo Spire proprio in alto bucare il cielo compriamo cianfrusaglie in un mercatino vintage una goana rossa dread forti e leziose efelidi labbra sottili vende dolci di fragola e vaniglia mangiamo come bambine sedute su seggiole lunghe iniettate nei profumi della città in questa luce diafana di decorazioni natalizie e brusìo passi che calpestano l’asfalto occhi multietnici e a guardarci dentro puoi indovinarne le intenzioni le dico ci pensi se Joyce si fosse mai seduto qui in questo luogo che magari prima era altro in questo punto preciso chissà cosa c’era prima chissà com’era prima e come vedeva la gente e cosa pensava di loro ci pensi? Anya mi dice pensava fosse scomodo e che i passanti fossero orrendi per le vie di St Peter Green pregne d’aroma di frittura e bancarelle in legno a forma di casetta mangiamo patate mentre parliamo della fine del mondo come una volta mi dice come puoi preoccuparti come può importarti davvero qualcosa? goditela finché dura mangiamo patate al forno e pizze nordiche le innaffiamo con cocacola alla vaniglia che sa di cera il riflesso dei rami degli alberi e del cielo infiammato nei vetri del palazzo di fronte sembra una stampa smerigliata come le foto dei gabbiani sul mare del nord non riesco a smettere di guardare tutta questa bellezza mi dice sai che hanno fatto? hanno manifestato perché non vogliono pagare la tassa dell’acqua e calcola sono solo 50 euro l’anno poi gliel’hanno abbassata a 10 euro l’anno e hanno manifestato di nuovo amo questo popolo calcola se ci fosse una guerra mondiale qui siamo s’un isola felice e guarderei le bombe dallo schermo della mia tv in living room mangiando patatine e tu cerca di venire qui prima che chiudano le frontiere le dico una guerra mondiale già c’è solo che non ce ne accorgiamo ci annebbiano la vista l’udito il tatto ogni cosa la guerra l’abbiamo persa tempo addietro Anya quando avevamo l’opportunità di ricominciare da zero ma i rapporti Anya non dico altro parlo dei rapporti umani non c’è più nulla sotto queste macerie null’altro che mercato e reputazione hanno vinto stravinto e poi dicono psicosi ma è solo una resa non ci resta che danzare sulle rovine.

Camminiamo per Grafton Street vi sono statue nere e solo dopo mi accorgo siano uomini sollevano cappello e occhiali se dai loro una moneta poco più in là un uomo dalla giacca a quadri e il cappello beige fa sculture di sabbia oggi una ragazza distesa sulla pancia di un cane ogni giorno arriva qui all’alba con un mucchio di sabbia gelata e comincia a darle forma un rocchettaro su di giri suona Pink Floyd urlando a più non posso un gruppo di teenager con le renne sui maglioni suona canzoni natalizie salutando noi chiuse nei nostri cappotti del sud e nelle nostre pelli del sud che congelano a dicembre ovunque esplode l’esistenza nelle arterie della città qualche raggio di sole violenta la nebbia diafana la foschia la goliardia dell’istante in questi colori ossianici e iperborei oggi va così tra le strade di Dublino assediate dalla melanconia della partenza e della crescita un ricordo della notte dopo lo Sneijder un uomo barbuto a petto nudo su O’Connell Street spiega cartoni per terra crea un tappeto di cartoni sull’asfalto dico ad Anya guarda è una performance lei dice che sia solo il delirio etilico di un alcolista una performance le dico una performance inconsapevole come gli amici ex tossici che ora si credono posseduti dagli alieni e quelli che invocano i cari morti in sedute spiritiche e i figli dei ricchi ugualmente devastati da anni di rave senza speranza nella luce assente delle periferie armate di cui ora non si vede più confine mi dice Anya sai qual è il punto noi siamo a metà strada tra la vita vera e il nulla ma non siamo ancora perse tutto è faticoso e sarà sempre più faticoso man mano che cresci diminuiscono le possibilità e aumentano le responsabilità.

In volo: le nuvole qui sono un mare di onde immobili il cielo al vespro iniettato di porpora è un incendio un’apocalisse nonostante tutto esiste la bellezza.

© i. p.

guardami1

Si incontrarono al bar nei pressi della chiesa dell’Immacolata, quello con i tavolini fuori e tramezzini vecchi di qualche settimana. Lei arrivò mezz’ora prima del previsto ma trafelata e convinta di essere in ritardo, soltanto quando si accorse che lui non ci fosse ancora, si decise a guardare l’orario sul cellulare. Un’espressione di sconforto le indurì i lineamenti quasi che quell’anticipo fosse più grave di un ritardo. Poi decise di camminare un po’ lungo via dei Volsci, non voleva farsi trovare lì in piedi ad aspettare. Un paio di ragazzi fecero apprezzamenti sul suo fondoschiena. Un uomo con un vecchio pastore tedesco al guinzaglio si voltò a guardarle le gambe ma lei non se ne accorse. Entrò in una libreria e finse di leggere la quarta di copertina di un paio di libri di cui in realtà non lesse nulla, non le riusciva di concentrarsi. Quando tornò indietro ad attendere era lui. Per un attimo non lo riconobbe eppure sussultò in sua presenza ma come fosse in presenza di un pericolo indefinito privo di volto e nome. Lui dovette toccarle una spalla per farle tornare la lucidità. Allargando le sopracciglia le rivolse uno sguardo insieme di tenerezza e rimprovero.

Non lo baciò. Si affrettò piuttosto a cercare una sedia libera e le si rovesciò la borsa sul pavimento. Divampò e le tremò il ginocchio destro. Lui subito l’aiutò a riprendere gli oggetti caduti tra cui un libro di Kierkegaard (Diario del seduttore), un rossetto e un’assorbente. Anche la cameriera s’intromise mentre l’intera clientela del locale si era voltata a guardarli. Questa volta se ne accorse. Quegli attimi le sembrarono durare troppo. Poi si misero a sedere e non alzarono mai gli occhi. Lui le fissò la scollatura e subito dopo distolse lo sguardo colpevolizzandosi. Lei osservava in direzione dell’interno del locale sperando d’incrociare lo sguardo della cameriera.

Quando parti? le domandò con falsa indifferenza.

Domani, disse accendendosi una sigaretta. Mai come in quel momento l’odore del fumo le era piaciuto tanto, trovava in quell’odore qualcosa di liberatorio e anche lui dietro quelle boccate di fumo diventava meno pericoloso.

Le sorrise, le labbra facevano fossette sulle guance che facilmente avrebbero trasformato quel sorriso in broncio.

Quando la cameriera arrivò erano entrambi troppo distratti da questa messa in scena per concentrarsi sulle ordinazioni. Fu lui a mandarla via.

Dobbiamo ancora scegliere.

Parigi ti piacerà tantissimo, continuò senza guardarla.

Odio Parigi.

Spense la sigaretta e ne accese un’altra. Solo dietro una nube riusciva a parlargli.

Gli passò rapidissima in mente l’immagine di lei al primo esame, quegli occhi grandissimi, il trucco sbavato, il modo in cui muoveva le labbra e la voce che usciva da quelle labbra, una voce cupa, senza tempo, di vecchia e di bambina insieme. Si ricordò di come per la prima volta in vita sua non fosse riuscito a concentrarsi. Di come avesse deciso repentinamente di promuoverla con un ventitré solo per non aver ascoltato nulla delle sue parole. Lei lo rifiutò.

A cosa pensi? Gli chiese.

A nulla, mentì.

La cameriera tornò un po’ seccata. Lui ordinò un caffè, lei un prosecco.

I sorrisi cominciavano a sgretolarsi. Le tornò in mente il giorno dopo il primo esame. Dalle otto di mattina l’aveva atteso fuori dalla sua stanza. Tachicardica, come sempre, ripeteva mentalmente il discorso che aveva preparato, con rara precisione, su Kierkegaard e Bataille, il legame tra santità e perdizione, tra peccaminosità e sacralità. Alle dieci l’aveva visto arrivare e aveva provato lo stesso brivido che provava ancora, lo stesso brivido che si prova dinanzi a un presagio. Le si era rivolto in modo brusco, trattandola da seccatura ma lei aveva insistito per entrare. L’aveva bloccato, aveva cominciato il suo monologo e lui ancora una volta non era riuscito a sentire le sue parole, era rimasto però incantato dai suoi occhi e dalle lacrime che sbocciavano mentre infervorata s’illudeva di dimostrare verità assolute sul sapere umano. L’aveva abbracciata. Quell’abbraccio l’aveva scucita, facendola sentire piccola, molto piccola, ne aveva ricavato insieme timore e gioia estrema, un’emozione incontrollabile.

In questo momento avrebbe voluto chiedergli di andarla a trovare qualche volta a Parigi ma proprio mentre azzardava un movimento del volto in sua direzione arrivò il prosecco e la distrasse. Lui offrì e lei bevve. Lui sorseggiò il suo caffè e guardò l’orologio e si sentì terribilmente fuori luogo e solo e anche un po’ sciocco in questa grande farsa che stavano mettendo in atto.

È proprio tardi, le disse, poi anche tu avrai da fare prima della partenza. La guardò negli occhi questa volta e li trovò cambiati, più scuri, più consapevoli. Un po’ gli dispiacque.

Lei scuoteva il capo, no, non ho da fare, non ho niente da fare fino a domattina, avrebbe voluto dirgli ma non ci riuscì.

Si alzò prima di lui e gli andò vicino, molto vicino, mentre lui riprendeva gli occhiali e il telefono, gli si avvicinò tantissimo e strinse tra le dita la fodera della sua giacca. Lentamente sollevò lo sguardo.

Avrebbe voluto che lui sentisse tutto quello che si costringeva a non dire. Se ciò fosse avvenuto o meno non l’avrebbe mai saputo. Si accese una sigaretta e si avviò senza voltarsi.

© Ilaria Palomba

pil

avevo voglia di bere e non potevo non potevo agire stanotte ieri lou reed moriva altrove incontravo donne dai capelli biondo-rossi e amici i pochi gli unici dove non conta davvero il grado di psicopatia raggiunto quel che conta è un aporetico stare assieme al di là delle dissolvenze interpersonali avevo trascorso l’intera giornata a vomitare non avevo assunto alcuna droga e mi chiedevo – mi chiedo – se non fosse peggio la lucidità l’assoluto esserci Heideggeriano la donna rossa dai capelli biondi – o viceversa – mi trascinava verso orizzonti di eterni ritorni mi sarebbe piaciuto sconvolgere gli animi ricordare trascorsi lisergici alcolizzarmi fino al termine della notte per dimenticare i nomi delle vie postindustriali e un tantino mussoliniane che mi accingevo a percorrere per dimenticare le rughe immaginifiche che vedevo comparire sul mio volto vissuto solo a metà mi sarebbe piaciuto darle l’immagine di me che aveva conosciuto un tempo i nostri uomini discutevano di oscene possibilità la donna rossa dai capelli biondi immaginava come capitalizzare l’evento eravamo fuori da ogni contesto riassorbiti dalle luci stroboscopiche dell’eur senza più domandarci il significato della parola lavoro (per me ormai invisibile arcano) mi hanno trascinata in un concerto dei pil – che per fortuna non sta per prodotto interno lordo – è stato incredibile lo stesso giorno conoscevo uno dei miei miti adolescenziali johnny rotten – ho imparato a muovermi sul palco per schivare le bottiglie che arrivavano dal pubblico – mentre l’altro mio mito adolescenziale spirava altrove scoprivo nuove verità nascoste nel corpo intravedevo perfette immagini femminee di transgender all’uscita dal fungo camminavamo tra odori di escrementi d’elefante fuori dal circo moira orfei per raggiungere l’atlantico posteggiando due chilometri più in là ascoltavo le sonorità postpunk dei pil librandomi in danze d’altri tempi mentre la voce di rotten ancora molto punk beveva e sputava assoluta giovinezza ancora come se non fosse trascorso un solo istante dal ’75

rivedevo frammenti della grande truffa del rock and roll e poi gente da ritual vista e rivista da anni ma mai conosciuta mai salutata mi avvolgevo sinotticamente nell’illusione prossemica scalfita da un vetro spesso generazioni non potevo accettare quella distanza e così mi perdevo danzando ogni cosa diveniva lontana e confusa lontana e confusa lontana e confusa ho nel corpo così tanti stupefacenti del passato da saperli liberare al momento opportuno danzavo posseduta per un attimo dimenticavo ogni dolore ero meraviglia assoluta per una volta riuscivo ad amarmi amavo i ricordi di chitarre suonate con anarchy in the uk e le labbra carnose della mia amica sbighi al liceo quel gruppo di borderline che non eravamo altro meraviglia delle meraviglie quando sapevo far tesoro della mia diversità G. la mia amica dai capelli rossi era sempre stata un passo avanti a me musicalmente esistenzialmente letterariamente mi aveva insegnato a dirimere l’apparenza dall’essenza e a riderci su ci sono stati baci sulle spiagge salentine nella notte e profetici bagni di mezzanotte completamente nude ci sono state saffiche allusioni ora è strano essere qui ognuna con il suo uomo mentre loro progettano di fuggire a new york e noi pensiamo di perderci in misticismi indiani in viaggi di sola andata verso l’atma più profondo e vorace era strano danzavo ed ero uguale a quella ragazzina che sono stata quando ci spiavamo distanti ognuna con la sua vita improbabile ora chi l’avrebbe mai detto lei in banca e io ancora nel battesimo dell’impossibilità senza lavori senza vincoli identitari la notte era finita così a frugarci nelle tasche per comprare l’ultima birra ad assumere farmaci non psicotropi per alleviare dolori di stomaco frutto dell’abuso di sé si era concluso il giorno e anche la notte volgeva al termine ma non riuscivo a dormire mi sentivo ancora avvolta in quella musica e nella mia danza senza freni libera volavo sopra le cose mi lasciavo pervadere dallo spirito dei tempi fissavo johnny rotten il mio mito adolescenziale e pensavo a lou reed altro mio mito adolescenziale e pensavo all’intera mia vita consacrata a tempi mai vissuti a spiare il passato come fosse presente a spiare dal buco della serratura gli anni migliori che non mi sono stati concessi lupo guardava documentari sui sex pistols io leggevo articoli sulla morte del grande lou reed e aspettavo fotografie di attrici e performer concettuali e guardavo quelle foto e guardavo alla mia danza e alla mia amica rossa dai capelli biondi e viceversa e mi rivedevo e ci rivedevo nell’assoluta potenza della giovinezza che già mi sento sfiorire.

© Ilaria Palomba

foto di Luigi Annibaldi

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Il cane nero mi è addosso ma è un’ombra. Proteggo il grillo.
Il grillo ha la voce delle foglie. Il giardino di limoni e lecci nasconde altre cose che non posso vedere. Sento frinire i cespugli.
Il grillo sussurra con la stessa voce dei cespugli.
Sono senza scudi, dice. Senza neanche un cappello, dice.
Non sono certa di potergli parlare e se gli parlo non sono certa possa sentirmi.
La luce cava della luna è un fiato che frantuma le foglie. Il silenzio si macchia di voci.
Se ascoltassi saresti più vicina alla fonte, dice il grillo.
Non ho uno scudo, non ho un cappello, dico.
Rientriamo, il grillo mi sta sulla nuca e temo possa pizzicarmi con le scarne zampe. Il formicolio sulla nuca è un atto che non posso controllare, non posso tormentarlo e non posso neppure ignorarlo. Sta lì e io aspetto che muti.
Nelle stanze l’ombra del cane nero è un colosso, si allarga, si slabbra, fa sua la parete, fora la parete e vi si imprime dentro. Il grillo trema.
Lo sento muoversi dal collo alla scapola come se un esercito di formiche brulicasse sulla pelle.
L’ombra è una bocca, deglutisce la stanza. Il cane nero diventa reale e mi sta di fronte con le fauci spalancate. Il bario stilla e bagna il pavimento, una statua di colla.
Nugoli di ferraglia pregni di luccicore biancastro. La bava sporca le cose, le riempie, le dilata, è l’altra faccia dell’ombra.
Il cane non ringhia. Il grillo sussurra: siamo morti.
Trema, non smette di tremare. Lo raccolgo tra le mani. So che il cane non vuole sbranarmi ma non posso dire lo stesso per il grillo. Il cane l’ha puntato, so che lo brama, so che lo addenterà.
Racchiudo tra le mani il grillo. Entro in una stanza con una culla vuota. Tra le sbarre un uncinetto rosa e un sonaglio.
Ripongo il grillo nella culla. Non smette di tremare.
Non lasciarmi, dice.
Non può venire qui, non può attraversare le sbarre, dico.
Ho paura, dice.
Il cane nell’altra stanza non c’è. Resta la sua bava sulle cose, come una coltre, ricopre pentole e piatti e ferraglie e computer e libri, chincaglierie accatastate sul pavimento. Mi stendo sul letto e le lenzuola sono pregne della stessa bava che è la stessa ombra. La stessa viscosità della colla.
All’angolo una sedia di legno con i miei vestiti asserragliati sulla spalliera.
Il mio corpo nudo è pregno di bava. Al mio fianco nel letto un uomo, viene dal passato. Ha la barba e i capelli lunghi. Viene da un altro luogo, non dovrebbe conoscere questa casa.
Dov’è lui?, dice.
È uscito presto, dico.
E tu non ti domandi?, dice.
Preferisco ignorare, dico.
L’uomo affonda i denti in un lembo di carne tra il collo e la spalla. L’ombra del cane si spalanca su di noi. Chiudo gli occhi e mi lascio prendere. Stringo le mani alle sbarre. Sono nella culla e l’uomo mi è dentro. Penso solo al grillo. Al suo piccolo corpo frantumato dai nostri. Riapro gli occhi. L’uomo mi dorme accanto. Non siamo nella culla, non ci entreremmo. L’ombra del cane è svanita.
Mi alzo per cercare il grillo. Una pozza d’acqua sotto la sedia e l’umidità nei miei vestiti. Li tocco e sono colmi di acqua che non è acqua, è colla e non è colla, è bava e non è bava, è urina. Ha l’afrore dell’urina. I vestiti s’incollano alle dita e sono lembi di carne, umori, cuore, polmoni, fegato, intestino. Sono colmi di piscio e sangue. Grondano sangue e piscio e fanno il puzzo delle carcasse.
Corro nell’altra stanza. La culla. La culla. La culla è senza sbarre. Il grillo è sparito.
Vado in giardino. La luna è offuscata da una coltre di nubi nere, il cielo si fa scarlatto. La luna ha il volto di un teschio e poi stinge, cola via. La sento sulla pelle, è bava. Il grillo non c’è. Il frinire delle foglie è un frantumo di voci.
Dietro di me il cane nero. Guaisce e si accuccia come un cucciolo, strofina la testa contro la mia gamba. Lo accarezzo. Si calma.
Le nubi spazzano via il rossore del cielo e sul corpo della luna le zampe scarne del grillo sono faglie e frammenti.
Il cane mi lappa le dita. E ci avviciniamo alla notte, fuori dal giardino. Ci avviciniamo. Ci avviciniamo. Nel fondo del cielo un chiarore che deflagra.

© i. p.

primo piano

Il sole raschiava l’asfalto. Fuori dal cancello i ragazzi giocavano agli indiani. Avevano la pelle più scura della mia di qualche tonalità. Mia madre mi vestiva per andare a scuola. Le linee dei suoi palmi sul mio collo a stirare le pieghe che si formavano sul grembiule. Che poi non capivo a che diavolo servisse vestirsi di tutto punto per poi nascondersi in un grembiule. Spesso me lo toglievo, ero smorfiosa come non mai, dimostravo almeno cinque anni in più, ero abbastanza brava, abbastanza intelligente, abbastanza di buona famiglia, abbastanza bionda ma in realtà non ero niente. Non so cos’avrei dato per togliermi quell’abbastanza dalla faccia.

Mentre lei mi sistemava il fiocco blu sul grembiule bianco, osservavo quei ragazzi là fuori, erano una decina ma la mia attenzione era sul tipo con le orecchie a sventola. Lui non era abbastanza nulla, era sporco e basta.

* Questo è l’incipit di un racconto che verrà pubblicato su un altro magazine, presto vi darò notizie.

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Lettura affrontata violentemente e voracemente. Per me, questo libro non può che essere letto così, come una cicuta amarissima, ma di cui non puoi eludere il gusto, seppure sgradevole, e neppure il retrogusto, altrettanto pungente e persistente. La narrazione è precisa, tagliente. Bella. Feroce. Come può esserlo una donna, in via di “crescita”, soffocata da un ambiente familiare iperprotettivo, perfettamente collocato nella provincia, altrettanto soffocante e “piccola”. Quale migliore via di fuga di quella offerta da droghe e sesso?
La giovinezza offre prospettive di immortalità, ma non senza conseguenze. Lo capirà dopo non poche sofferenze, Stella. Sì, una stella in un firmamento nero, fatto di galassie non sempre scintillanti e limpide. Anzi. Il cielo della sue breve, ma intensa esistenza, è un magma viscido e melmoso. Gli uomini che ruotano intorno alla sua vita, sono ombre, senza spina dorsale. Nessuno escluso. Si sa, da sempre, che la donna, (ragazza, ancora) specialmente nei primi approcci con la vita “sociale” è molto più curiosa e coraggiosa dei rappresentanti del cosiddetto “sesso forte”. Molto più disposta a rischiare, osare, vivere.
Marco, dotato di fascino oscuro e maledetto, spesso piange. Ed é credibile, nella suo perversa confessione del suo bisogno di emozioni “forti”. Duro ma molle. La doppia narrazione, silenziosa e verbale di Stella, fa penetrare dentro le viscere della giovanissima protagonista.
Il viaggio è sconvolgente, ma vero. Epilogo degno di migliori noir o anche tragedia notturna. La liberazione dal Male è un taglio profondo. Ilaria lo affronta, per conto di Stella, con l’aiuto del grande Bataille e del suo “Erotismo”, in una fotografia cruda e lunare, con lunghe ombre che proiettano, in sovraimpressione, la figura di Justine, disegnata dal Maestro dell’ Erotismo e Perversione in successione spesso tanto drammatica, quanto poetica: De Sade. Grazie Ilaria.

 

 

© Melchiorre Carrara