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Ho bisogno di un attimo in cui tutto taccia tutto sia silenzio e null’altro ho la febbre e non sono pienamente cosciente di me e non sono pienamente sicura di nulla e talvolta appaio a me stessa come quella bambina asociale che con 38 di febbre svaniva in cosmonautiche convulsioni e smetteva di usare la parola poiché semplicemente non aveva nulla da dire a nessuno che sia questa l’ombra oltre il mio volere? riscatto quel riscatto so non ci sarà mai come mai ci sarà la rivoluzione come distante intravedo svanire all’orizzonte una qualsivoglia forma di livellamento come fai a non considerare il male tuo il male del mondo? come fate a dire malattia invece che società? come fate a vedere davvero le scissioni tra le cose? forse era questo l’esistere un filo invisibile di corpi che tutti li unisce.

Anya e Alex li trovo bene forse un po’ disillusi ma tutto sommato crescere significa rinunciare all’hic et nunc in funzione di un futuro possibile e un futuro in Irlanda è possibile più di quanto non lo sia in Italia abitano in un luogo misterico una grande villa del 1830 abbiamo trascorso gran parte del tempo nella loro stanza giorni dublinesi di nebbia e pioggia mentre fuori il cielo è di un viola irreale e i rami lo tagliano come unghie mi sono sentita a casa ho scritto e mi sono sentita a casa ho scritto e mi sono sentita a casa nonostante le alterazioni e non ho temuto il freddo ho scritto e mi sono figurata una perfetta esistenza dublinese piena di libri e un lavoro qualsiasi ma in grado di tenermi in vita e giornate di gelo dietro i vetri gotici dalle lunghe tende bianche dietro i rami riflessi nei vetri dietro un mondo freddissimo di ville antiche e cattedrali e James Joyce e notti anfetaminiche allo Sneijder musica trance e approccio facile uomini spagnoli uomini irlandesi dai lunghi dread rossi esseri umani e io sola nessun contatto sola ovunque ma sto bene starò bene nella mia solitudine.

Quando parto non ho coscienza non ho identità non ho volontà mi lascio deglutire dalle vite degli altri solo così posso apprendere qualcosa il sapere è una forma di annullamento sacrificio in un certo senso cessione d’identità non puoi restare fermo nei tuoi principi se vuoi imparare qualcosa non puoi essere te stesso al diavolo l’autoconservazione.

Il tassista all’andata era schizzato faceva paura aveva un ghigno hitleriano con quei baffi si voltava in mia direzione scatti isterici degni di un perfetto scraccomane stava dando di matto perché non sapeva dove fosse il 245 North Circular Road a Phisbourgh continuava a ripetere come volesse uccidermi I know where is Phisbourgh I know North Circular Road but I don’t know where is 245 North Circular Road continuava a ripetere 245 North Circular Road voltandosi e guardandomi come lo stessi insultando poi mi chiede cosa mi porta a Dublino gli dico di amare questa città di amare Joyce e lui si volta di scatto Joyce? ancora una volta con quel tono iracondo come fosse un pensante insulto e in tono di minaccia you read the Ulysses? timida annuisco borbotta tra sé e sé come fosse un dato gravissimo questo mio amore per Joyce e per la distanza.

Me e Anya sulle sponde del Liffey vedo fumare sigarette di ghiaccio e parole di ghiaccio sopra i massimi sistemi se sia giusto o meno rinunciare alla propria fanciullezza in funzione di cosa se sia possibile ancora opporre una qualche resistenza al flusso indicibile del mondo che ti mastica nella nebbia nascosta lei occhi così chiari in copri capo di lana quell’aria impertinente la differenza tra me e lei è quella che intercorre tra nichilismo e cinismo io dispero e lei ride tutto crolla una pantera bionda vorrei la forza sua d’animo tra fiume plumbeo e nebbia in bianco e nero colori diafani in un mattino eterno in un tempo senza tempo in uno spazio senza fine consacrato all’altrove livido e irreale l’urlo dei gabbiani sulla ringhiera nera mangiamo dolci stupidi e ci fregiamo dell’idea assoluta della nostra eternità non andartene docile in quella buona notte ma infuria contro il morire della luce mutare pelle ogni giorno sopra tutto e tutti avventura odissea.

Nonostante il mal di gola nonostante la mia ansia nonostante il disagio a non finire delle notti postume cerco di emergere dal fango e ce ne andiamo per O’Connell Street e ogni volta fisso lo Spire proprio in alto bucare il cielo compriamo cianfrusaglie in un mercatino vintage una goana rossa dread forti e leziose efelidi labbra sottili vende dolci di fragola e vaniglia mangiamo come bambine sedute su seggiole lunghe iniettate nei profumi della città in questa luce diafana di decorazioni natalizie e brusìo passi che calpestano l’asfalto occhi multietnici e a guardarci dentro puoi indovinarne le intenzioni le dico ci pensi se Joyce si fosse mai seduto qui in questo luogo che magari prima era altro in questo punto preciso chissà cosa c’era prima chissà com’era prima e come vedeva la gente e cosa pensava di loro ci pensi? Anya mi dice pensava fosse scomodo e che i passanti fossero orrendi per le vie di St Peter Green pregne d’aroma di frittura e bancarelle in legno a forma di casetta mangiamo patate mentre parliamo della fine del mondo come una volta mi dice come puoi preoccuparti come può importarti davvero qualcosa? goditela finché dura mangiamo patate al forno e pizze nordiche le innaffiamo con cocacola alla vaniglia che sa di cera il riflesso dei rami degli alberi e del cielo infiammato nei vetri del palazzo di fronte sembra una stampa smerigliata come le foto dei gabbiani sul mare del nord non riesco a smettere di guardare tutta questa bellezza mi dice sai che hanno fatto? hanno manifestato perché non vogliono pagare la tassa dell’acqua e calcola sono solo 50 euro l’anno poi gliel’hanno abbassata a 10 euro l’anno e hanno manifestato di nuovo amo questo popolo calcola se ci fosse una guerra mondiale qui siamo s’un isola felice e guarderei le bombe dallo schermo della mia tv in living room mangiando patatine e tu cerca di venire qui prima che chiudano le frontiere le dico una guerra mondiale già c’è solo che non ce ne accorgiamo ci annebbiano la vista l’udito il tatto ogni cosa la guerra l’abbiamo persa tempo addietro Anya quando avevamo l’opportunità di ricominciare da zero ma i rapporti Anya non dico altro parlo dei rapporti umani non c’è più nulla sotto queste macerie null’altro che mercato e reputazione hanno vinto stravinto e poi dicono psicosi ma è solo una resa non ci resta che danzare sulle rovine.

Camminiamo per Grafton Street vi sono statue nere e solo dopo mi accorgo siano uomini sollevano cappello e occhiali se dai loro una moneta poco più in là un uomo dalla giacca a quadri e il cappello beige fa sculture di sabbia oggi una ragazza distesa sulla pancia di un cane ogni giorno arriva qui all’alba con un mucchio di sabbia gelata e comincia a darle forma un rocchettaro su di giri suona Pink Floyd urlando a più non posso un gruppo di teenager con le renne sui maglioni suona canzoni natalizie salutando noi chiuse nei nostri cappotti del sud e nelle nostre pelli del sud che congelano a dicembre ovunque esplode l’esistenza nelle arterie della città qualche raggio di sole violenta la nebbia diafana la foschia la goliardia dell’istante in questi colori ossianici e iperborei oggi va così tra le strade di Dublino assediate dalla melanconia della partenza e della crescita un ricordo della notte dopo lo Sneijder un uomo barbuto a petto nudo su O’Connell Street spiega cartoni per terra crea un tappeto di cartoni sull’asfalto dico ad Anya guarda è una performance lei dice che sia solo il delirio etilico di un alcolista una performance le dico una performance inconsapevole come gli amici ex tossici che ora si credono posseduti dagli alieni e quelli che invocano i cari morti in sedute spiritiche e i figli dei ricchi ugualmente devastati da anni di rave senza speranza nella luce assente delle periferie armate di cui ora non si vede più confine mi dice Anya sai qual è il punto noi siamo a metà strada tra la vita vera e il nulla ma non siamo ancora perse tutto è faticoso e sarà sempre più faticoso man mano che cresci diminuiscono le possibilità e aumentano le responsabilità.

In volo: le nuvole qui sono un mare di onde immobili il cielo al vespro iniettato di porpora è un incendio un’apocalisse nonostante tutto esiste la bellezza.

© i. p.

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(foto di Luigi Annibaldi)

Ieri notte ho litigato con mia sorella per una grande idiozia. Non tornavo a casa da un anno circa e di lei non avevo che quelle poche notizie che il web nei tempi dei social network concede. Ci eravamo viste il giorno prima durante la conferenza. C’era stata una enorme conferenza nella piazza antica della città, quella accanto alla muraglia di pietra. Avevo dovuto esibire le mie poche conoscenze socio-astro-antropologiche e controbattere a vecchie tesi liberal-positiviste indubbiamente più trendy dei miei discorsi entropici. Nonostante questo, gli opuscoli erano andati a ruba. Qualcuno si era avvicinato a me credendomi una fattucchiera o non so cosa e mi aveva domandato risposte su questioni molto personali. Avevo risposto in termini ambigui e oracolari, in modo da non scontentare nessuno. Mia sorella si era avvicinata entusiasta, dicendomi: sei il futuro! Devi solo godere delle avversità che provochi, la gente di qui è un po’ dura ma di certo hai aperto un varco.

Mi ha regalato tre collane scure. Ne ho indossata una giusto per la sera, trascorsa a bere sangria in una casa di campagna semi-abbandonata vicino al mare cote-a-cote con le più antiche lavoratrici della strada. Sfortunatamente brutte come l’agonia.

La notte successiva ci sarebbe stato un gran ricevimento, mi aveva detto, tutta la città si sarebbe riunita a casa di D.G.O., importante imprenditore della zona. Mia sorella ci teneva tantissimo ad andarci. D.G.O. Era stato il suo capo per molto tempo. Una volta li avevo visti salutarsi in ufficio. Sembrava che stessero facendo l’amore con gli occhi. Le mani di lui acchiappavano la giacca di lei come se volessero penetrarvi e affondare nella carne fino a strapparle il cuore. Non sapevo per quale motivo lei non lavorasse più nella sua azienda, non sapevo più nulla di lei.

E poi dal prossimo weekend comincio a lavorare in un locale, quindi non avrò più modo di partecipare a questo genere di eventi mondani, mi diceva. Ma io sapevo ci fosse dell’altro. L’avevo vista controllare la pagina facebook di lui con un non so che di tragico e disperato. Lei doveva essere lì la sera del ricevimento, era una questione di vitale importanza, più importante del lavoro, della famiglia e del fatto che io mi fossi fatta tutti quei chilometri in auto per stare con lei.

Ciò che all’inizio non ho rivelato, però, è il fatto che mia sorella non parlasse con i miei genitori da ben dieci anni e io, non avendoli visti né sentiti per un intero anno, ci tenevo a trascorrere anche solo mezza giornata con loro. I miei genitori dunque mi avevano incastrata in una di quelle pallosissime cene di famiglia, in uno di quegli antichissimi ristoranti con ultraspecialità pugliesi e il resto della parentela a tavola. Avevo avvisato mia sorella che sarei arrivata molto più tardi al ricevimento di D.G.O. e avremmo comunque trascorso la serata insieme. D.G.O. Ci teneva a conoscerti, sai, poteva organizzarti certi incontri, con certe aziende, che sarebbero interessate a certe tue teorie e agli opuscoli sulle convergenze cosmiche.

Tra tutti questi messaggi parlavo con i miei vecchi del nuovo lavoro, dello stato della ricerca, dei miei ultimi studi. Mentre l’odore di baccalà fritto si spandeva sulle nostre sagome e il sapore del vino primitivo imbastiva le nostre papille gustative. Mio padre fu definitivo: sì, ma ti pagano?

Mi pagheranno… tergiversai, per ora mi è stato detto che ho svolto un ottimo lavoro.

Per me non esiste lavoro senza onorario, per quanto mi riguarda stai solo sprecando il tuo tempo.

Mia madre tentò di tergiversare ma espresse la sua solidarietà col vecchio, aggiungendo anche che loro avrebbero potuto presentarmi certi loro vecchi amici per farmi lavorare nell’ufficio di un usuraio. Ciò avrebbe significato l’abbandono repentino di tutti i miei progetti.

Ecco che mi vedevo stramaledire il momento in cui avessi deciso di cenare con loro. Tacevo, in ogni caso, per evitare il peggio. Rispondevo ai messaggi minatori di mia sorella. Trangugiavo vino primitivo come fosse acqua limpida di fonte purissima.

Non credere di poter contare su di noi, qui non ci sta più un centesimo, disse mio padre.

Però ci sono certi nostri vecchi amici… disse mia madre.

All’ennesimo bicchiere di vino e all’ennesimo messaggio di mia sorella: che fine hai fatto? Ti sto aspettando da tre ore! Decisi di prendere in considerazione l’ipotesi di raggiungere la mia autovettura e scapicollarmi lontano da quel delirio.

Sicura che puoi guidare? Stai bene? Disse mia madre.

Fresca come una rosa, le risposi.

La mia audi era parcheggiata di sguincio tra una peujeot e un pezzo di muro medievale diroccato. Misi in moto e avvisai mia sorella che sarei arrivata a breve. Solo che mentre mandavo il messaggio per un attimo non guardai la strada e proprio in quell’attimo fui abbagliata dalle luci di un camion e tract: finii fuori strada, sfondando il guardrail. I clacson suonarono come campane di chiesa prima di un funerale. La macchina finì in un fosso. Mi ritrovai a quasi un metro di profondità dal livello della strada e quando provai a rimettere in moto mi accorsi che il motore fosse bloccato. Prima ancora di chiamare soccorsi avvisai mia sorella che non avrei più preso parte al ricevimento e soprattutto non sarei più andata a prenderla. Prima che potessi chiamare soccorsi il mio cellulare squillò nevrotico. Risposi.

Avresti fatto bene a non tornare affatto! Disse mia sorella. Mi hai rovinato l’ultimo weekend libero! Con me hai chiuso!

Non replicai, nella speranza che si calmasse. Scoprii ben presto di aver spaccato la macchina. Dovetti farmi venire a prendere da un carro attrezzi e trascorrere la notte in hotel perché da una parte non volevo che i miei sapessero nulla dell’incidente, dall’altra non avevo certo intenzione di andare a dormire da mia sorella. Il giorno dopo le scrissi un messaggio in cui cercavo di spiegarle che non fosse colpa mia se ero finita con l’auto di testa nel guardrail e avevo spaccato le frizioni. A quanto pare era colpa mia: un atto mancato, un lapsus, un gioco di prestigio dell’inconscio. Io a quel ricevimento evidentemente non volevo andarci ed ero così risentita e miserabile che volevo non ci andasse neanche lei, ecco tutto. Be’ devo ammettere che a taluni la psicoanalisi non faccia affatto bene. Ecco cosa pensavo di mia sorella e glielo dissi, le dissi che la sua psicanalista stava giocando a bowling con il suo cervello e presto avrebbe fatto strike. Mi accorgo solo ora che non avrei mai dovuto scriverle questo messaggio. Ora che sono sul treno per tornare a casa, la mia casa, ben lontano dal mio luogo di nascita. Ora che ho fatto un balordo incontro, giusto qualche minuto prima di partire. Dunque dovevo tornare a Roma con il treno visto che la macchina era K.O. allora, dato che proprio passavo per la stazione, disse mia madre, potevo fare un salto a salutare i suoi certi vecchi amici, mostrandomi molto cordiale e accondiscendente e portando anche due pagine di curriculum. No, mamma, lasciami in pace, non voglio incontrare nessuno.

Eppure non era servito a niente perché certi vecchi amici mi stavano aspettando in stazione e mi stavano offrendo di comprarmi il biglietto del treno, darmi quel posto di lavoro fisso e tante altre belle cose in cambio di un certo vecchio voto da mettere su una certa vecchia schedina elettorale. Avevo detto un certo vecchio: non so se proprio sia il caso ma mi era stata donata una certa vecchia banconota in cambio per cui avevo dovuto pronunciare un certo vecchio sì. E avevo dovuto stringere una certa vecchia mano a certi vecchi amici di mia madre che pareva avessero la chiave di volta di certi miei vecchi problemi. Ma poi subito dopo avevo avuto certi vecchi travasi di bile. Il mio stomaco mi stava risucchiando. Scivolavo nel mio corpo che deglutiva se stesso. Mi perdevo in un caleidoscopio di specchi in cui risuonavano tutte le voci delle persone che avevano provato a corrompermi. Così rifeci la strada al contrario, raggiunsi la giacca Armani di certi vecchi amici e come in una moviola la sfilai. Il proprietario della giacca lentamente si voltò. Poi lentamente si voltarono tutti gli altri. Ancora più lentamente mi vidi pronunciare una bestemmia mentre ancora più lentamente, come in un film, strappavo quella banconota davanti ai loro occhi.

È stato dunque dopo aver rotto la mia auto, aver perso per sempre l’amicizia e la stima di mia sorella, aver quasi dato la mia anima in pasto a certi vecchi amici dei miei e aver strappato cento euro con le mie mani, che feci l’incontro. Si trattava di un incontro che in qualsiasi altro contesto non avrei neanche preso lontanamente in considerazione ma dato che le cose si erano messe in quel modo, quando ho incontrato la zingarella della stazione, stamattina, sono crollata. Tu hai tanta gente che ti vuole male, ha detto. Non ho soldi, ho risposto. I tuoi genitori ti hanno messo nei guai, ora c’è una persona che ti vuole bene ma non vuole più vederti. Hai tanta invidia addosso. Qualcuno ti ha fatto il malocchio. Aveva quei modi confidenziali che hanno le persone che vogliono fregarti, mi ha fatto recitare una strana cantilena. Non devi ridere, ha detto. Le ho dato dei soldi, lo faccio solo perché mi fai pena, ho detto, ma non era vero. Per strada la gente era mostruosa. Belle facce in giacca e cravatta. Giovani che reclutano cavie umane da sfruttare. Vecchi porci che si dilettano ad apostrofare culi e seni di minorenni più scaltre di me. Anziane donne travestite da prefiche a braccetto nel quartiere del parchetto in cui mi sfasciavo a quindici anni. Questa città è avvolta da un’improbabile aura esoterica. Dovrei averne timore e invece inizio a divertirmi. Sono salita sul treno e ho chiuso il cuore a chiave. Pochi contatti umani. Poco spazio alle concessioni.

Ora sono qui che cerco di tornare a casa, la mia vera casa, lontano da tutti. Il sedile su cui avrei dovuto sedermi è bagnato. La donna accanto a cui avrei dovuto sedermi sembra una strafiga da paura. Mi metto sul sedile davanti, finalmente sola. Uno slavo o non so cosa mi chiede se il posto accanto a me sia libero. Con una punta di sadismo gli rispondo che non è libero neanche quello su cui sono seduta, avrei dovuto essere sul sedile a me posteriore ma è bagnato. Una giovane controllora passa per chiedere i biglietti e, con il mio sottile sadismo, mi godo tutta la scena del piccolo slavo moro moro dagli occhi verdi, la pelle lacera e la corporatura scheletrica, che dice: ce l’ha il mio amico più avanti. E portami dov’è il tuo amico, fa la controllora. Lui ribatte ancora ma lei lo costringe ad alzarsi. Dopo dieci minuti tornano qui accanto a me, la controllora gli dice che dovrà scendere a Benevento. Lui guarda me per un attimo. Sollevo le spalle trattenendo un sorriso, come per dire: è la vita. Vedo i due uomini allontanarsi. Sento una donna grassa imprecare perché troppi telefoni squillano e troppa gente risponde ad alta voce. La strafiga allucinante dietro di me, accanto al posto in cui avrei dovuto sedermi, risponde al telefono e ha una voce da orco. La fisso per un istante attraverso lo spacco tra i sedili. Poi prendo l’ultimo dei miei opuscoli dalla borsetta. Coincidenze cosmiche ed entropia, giusto? Mi dirigo in bagno, butto l’opuscolo nel cesso e tiro lo scarico. Mi sfugge un sorriso.

© Ilaria Palomba