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Category Archives: pulp

ilaperformancecorpo

Hai trent’anni. Quasi.
Una laurea triennale in discipline umanistiche.
Lavori per sette euro l’ora una volta a settimana.
Qualcuno ti dice sempre che hai talento e che un giorno…
Il tempo passa. Il corpo si trasforma. La scrittura pure. Il giorno non arriva.
Continuano a dirti che sei troppo sofisticata per essere Mainstream.
Troppo poco sofisticata per appartenere a una certa nicchia intellettuale.
In fin dei conti credi solo di essere impulsiva, selvaggia, autentica.
Difetti imperdonabili in una società occidentale su base capitalistica.
A un congresso di psichiatria democratica hanno detto che
il disagio sociale cresce con l’assenza di lavoro.
Punti di riferimento. Progettualità.
Talvolta dici: grazie papà per avermi salvata da un percorso senza ritorno nella psichiatria italiana
in cui ora lavoro quasi da operatrice avendo tutte le carte in regola per esserne utente.
Talvolta dici: vaffanculo mamma e papà
per non avermi insegnato a rimboccarmi le maniche a quindici anni
e spaccarmi il culo con un lavoro degno di questo nome.
Hai fatto la hostess ai congressi.
La cameriera.
L’animatrice per bambini.
L’intervistatrice.
L’insegnante di scrittura.
La tossica.
La scrittrice.
La performer.
La disoccupata.
La donna di qualcuno che conta.
La donna di nessuno.
La fuggitiva.
La perenne ragazza in crisi.
Ora non sei più una ragazza. Sei sempre in crisi.
Qualche volta te la prendi con gli altri.
Quelli che ci credono.
Quelli che non si arrendono.
Il che fa molto pubblicità vintage della CocaCola
con sottotesto da Programmazione Neuro Linguistica.
Qualche volta pensi che forse non sei solo un’allegra disagiata alle prese con un mondo crudele. Qualche volta pensi di avere la chiave.
Qualche volta pensi: io rifiuto di essere come voi.
Il che fa molto festa di quindici anni o disturbo borderline di personalità.
Qualche volta pensi: se rifiuto di essere come voi non sarò nulla.
Qualche volta pensi che non essere nulla sia la soluzione.
Fuori da ogni ruolo prestabilito.
Eternamente in fuga.
Cercando la verità nell’estremo.
Oltre i muri. Nelle pareti scritte di gesso.
Le cose accadono affinché si possano ricordare.
Vengono scritte per questo.
Per esempio se conosci una persona assurda,
in un’accezione di significato prossima al Camus del Mito di Sisifo,
come puoi non scriverne.
Per esempio bisognerebbe fermarsi tutti e guardarsi negli occhi.
E ammettere che conoscere sei lingue, avere quattro lauree
e un fisico da due ore di palestra al giorno
più ritocchi plastici in fisiologica o silicone non sia l’equivalente biochimico di felicità.
Guardatelo negli occhi quello che ci chiedono di essere.
Guardate in faccia questi mostri governati dall’ego riflesso su iphone.
Questi mostri da: amori virtuali, amicizie d’interesse.
Questi mostri da: possiedo dunque sono.
Questi mostri dei quali fai indubbiamente parte anche tu.
Mentre la vita ti passava accanto eri occupata a controllare le notifiche su Facebook.
E poi le cose accadono. Continuano ad accadere.
Cade la neve. Sfavilla il sole d’agosto. Il mare si riempie di spuma al pomeriggio.
La gente muore in massa per cercare di salvarsi la vita.
Inciampiamo nei paradossi. Come se tutto fosse normale.
E allora dici: ficcatevela in culo questa diagnosi.
Non è un disturbo di personalità.
Al più un disturbo di appartenenza.
Non riesco ad appartenere a questo mondo.
Non vi riuscirò mai.
E nonostante tutto ci abito.
Mi costruisco un cantuccio alterato nell’inferno.
Pare faccia caldo da queste parti.
Non ho imparato a vivere.
E non so morire.
Un bel compromesso per la prossima sbornia.
E allora dici: ecco cosa sono, ecco cos’ho fatto.
Cercavo Dio. E ho trovato un foglio word.
Ma questa vena sarcastica. Il sarcasmo lascialo a chi…
Niente va tutto bene.
Un quadro di Van Gogh. O di Edvard Munch.
Qualcosa di coloratissimo e oscuro.
I girasoli con dentro l’urlo.
Avere una famiglia piccolo borghese apparentemente felice.
Ritrovarsi a sputarsi addosso il veleno di una vita.
Avere un uomo. Voltare l’angolo. Sapere con chi è mentre vai via.
O non saperlo. Sono scelte.
Tu sei un’incantatrice di sopravvissuti.
Per questo ami l’anti di ogni cosa.
Antiromanzo. Antipoesia.
Violenza sonora.
Oppure torna alle origini.
La Terra. Mozart. L’Odissea.
Dai, fammi un sorriso.
Questo presunto scettro della paranoia.
Lascialo ai posteri.
Adesso tutto è crollato.
Le pareti. Le fondamenta. L’io.
Qualcuno può goderne.
E perché non dovrebbe.
Perché non dovresti.
Una rave. Un lunaparck di ossa.
Un ossario psicosintetico.
Guarda sciabolare la luce sul soffitto.
Le sue mani sulle tue gambe.
Non ha importanza il dopo.
E neppure il prima.
Vivere bruciando.
L’istante eterno. L’estasi.
Mandare tutto a puttane.
Va bene così.
Il precipizio è infinito.
Non si smette mai di cadere.
Si può godere mentre si cade.
Restare senza ossa.
E ridere.

@i.p.

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Vermi. Vermi? Vermi. Insetti. Bastardi. Carogne. E questa volta non sto parlando degli esseri umani. Sono stata invasa. Da diversi giorni sul mio copriletto rosso allo scoccare della mezzanotte camminano insetti immondi: una via di mezzo tra mosche, formiche e scarafaggi, hanno delle alette trasparenti e delle zampe che sembrano peli di scarafaggio. Io adoro Burroughs e Kafka ma non vorrei mai trovarmi in nessuna delle loro situazioni.

La prima volta che ne ho scorto un paio ho urlato. La seconda li ho schiacciati. La terza li ho sognati. La quarta li ho sentiti camminare sul mio corpo nudo e penetrare nei miei orifizi. La quinta volta ho telefonato al mio ragazzo urlando e lui mi ha consigliato di andare a comprare una trappola per formiche. Ci siamo dibattuti parecchio su come dire trappola per formiche: place pour les fourmies? Maison pour les fourmies? Maison suona molto: scusi vorrei una maison in stile coloniale. È per lei e la sua famiglia? No, per le mie formiche, che non sono formiche, sono mostri famelici usciti fuori dall’inferno.

La mia casa parigina è un portale per l’inferno.

Scusi mi dà una trappola per zombie? Scusi? Sì. Vorrei un’acchiapparitornanti. Cosa? Non ce l’ha? Vada a farsi fottere. Spero che le crescano piante rampicanti nel deretano e che brulichino di scarafaggi.

Tornata a casa piazzo la trappola per formiche. Loro non sono formiche. Perciò non muoiono. Telefono a mia madre in lacrime e lei dice di aspirare i mostri. Prendo l’aspirapolvere, la stacco dalla base e inizio a inglobare al suo interno tutti quei bastardi.

C’è qualcosa di peggio dell’umano: l’immondo.

Vado a bere un bicchiere d’acqua e a lavarmi i denti prima di dormire, torno sul letto e trovo due cazzo di vermi. Attacco l’aspirapolvere, li risucchio, li spiaccico nei fazzoletti, li ammazzo, li brucio con l’accendino. Vado ancora in bagno per infilarmi il pigiama, torno in stanza e ne trovo dieci, venti, trenta. Cadono dal soffitto, si arrampicano sulle lenzuola, camminano sul mio cazzo di cuscino. Sono brutti, sporchi, neri, con queste schifose alette che poi perdono e lasciano tra le mie lenzuola. Sono venuti direttamente dall’inferno. Dio, perché vuoi punirmi? Quanti uomini mi mandano le macumbe perché non gliel’ho data, Dio, perdonami, ti prego, so che sono stata un’infame bastarda, ma, ti prego, perdonami, io cerco solo di avere rispetto di me stessa, ora, in passato mi sono fatta fin troppo mangiare dagli uomini. Ma Dio risponde che è arrivato il momento per me di farmi mangiare dai vermi. Troppe volte hai paragonato gli esseri umani a dei vermi, dice, e adesso ti tocca farti divorare dai vermi, chissà se poi comprenderai la differenza tra le due specie.

Dio ha il mio volto e mi sorride nello specchio. Sta cercando di uccidermi. Da sempre.

Scappo in bagno con il telefono in mano e telefono a mia madre. Tremo. Sono immobile. Piango.

«Mamma fai qualcosa! Ti prego! Non posso muovermi! C’è l’invasione! Io ora esco e cerco un albergo!»

«’Che sei scema? È tardi. Non uscire per nessun motivo al mondo» fa lei «vai di là e scacciali, sono due moscerini».

Io andrei volentieri di là se solo non avessi questo dolore al petto che s’irradia nel braccio sinistro come elettricità. Dico parole sconnesse. Non riesco a parlare. L’inquilino della porta accanto sbatte i pugni contro il muro e grida di fare silenzio. Io piango. Continuo a ripetere la parola aiutatemi in modo ossessivo. Credo di averla ripetuta millequattrocentosei volte. Le ho contate. La telefonata schizofrenica con mia madre dura tre ore. Poi capisco, comprendo ogni cosa. Eureka. Le sbatto il telefono in faccia, la mando a fare in culo, prendo le chiavi ed esco. Passo accanto al letto e vedo un tappeto di cosi neri viscidi e sporchi che salgono, scendono, cadono dal soffitto, lasciano le loro alette di merda sul mio letto. Scappo.

Una volta in strada tiro un sospiro di sollievo. Ora sì che si ragiona. Fa freddo, ho la nausea e sono le tre di notte.

Raggiungo l’albergo più vicino, su Rue Vallette ma è chiuso. Telefono al mio ragazzo, lo sveglio. Lui domani mattina alle 8 ha lezione in una scuola media ma in questo momento non me ne frega niente.

«Perché cazzo di motivo non sei qui con me? cazzo!»

Gli grido cose al telefono e lui cerca di tranquillizzarmi. Entro in un hotel, in lacrime, chiedo se hanno una stanza, dicono di no. Entro in un secondo hotel: tutto pieno. Entro in un terzo, un quarto, un quinto, al sesto hotel tutto pieno dico di avvisare la polizia perché non so stasera che può succedermi. Scorgo nel viso arabo dell’albergatore una nota di sgomento che gli curva, come una piaga, il mento. Guardo meglio: è un verme.

L’albergatore mi dà un libricino dove ci sono tutti gli hotel di Parigi, mi dice di chiamare. Io tremo, esco, ringrazio, sentenzio in barese. Richiamo il mio ragazzo e butto il libretto per terra.

«Non c’è la polizia vicino casa tua?» fa lui.

Eureka bis. Vado dalla polizia. Loro hanno il dovere di aiutarmi.

«Fammi sapere, amore, non sto tranquillo se non mi dici come va a finire ‘sta storia».

Io voglio che lui sia qui adesso.

Arrivo davanti alla centrale di polizia. Vedo attraverso un vetro un uomo al computer. Busso. Niente. Busso due volte. Alla terza bussata si volta e mi dice, distratto, di fare il giro. Sto tre ore ingessata come una pietra e non so dove andare. Poi capisco e faccio il giro dell’isolato. C’è un custode, parlo con lui, gli spiego tutto. Mi sento un’imbecille: la gente va dalla polizia per denunciare furti, scomparse, violenze, omicidi. E io: no, sono stata derubata, confiscata, violentata e uccisa dagli scarafaggi. No, sa, è che io sono un’amante di Burroughs, è per questo, per me loro hanno un progetto panottico di sterminio della razza mestessa.

Lo sbirro impietosito mi fa entrare in centrale, mi dice di chiedere se hanno un posto per farmi dormire lì. Entro. C’è una tizia losca, nera con i capelli corti arancioni, un cadavere di donna, eroinomane, credo, si trascina per la stanza. Ha gli occhi a palla e una vita larga quanto un mio braccio. Sembra una che è stata violentata. Vado a spiegare tutto agli sbirri. Mi dicono di aspettare.

«Ha delle armi?» domanda uno.

Se avessi avuto delle armi, secondo te, sarei scappata via di casa per dei fottuti insetti di merda?

Sto zitta. Ingoio la rabbia che mi cresce dalle viscere.

«Madame? Vous avez une cigarette?» mi domanda il cadavere.

Le do la sigaretta. Mi chiede di accendergliela. Gliel’accendo. Gli sbirri sentono puzza di fumo e iniziano a urlare. Una sbirra esce fuori dal gabbiotto e dice al cadavere di non rompere i coglioni.

Il cadavere si stende sulla panca dicendo che deve dormire. Si stende con movimenti da eroinomane.

«Madame» mi fa ancora «vous mes pourrais aider?»

Vuole che le slacci un bottone del vestito, le dà fastidio.

«Sei sicura? Non è che poi ti cazziano?» le chiedo.

Fa cenno che è tutto tranquillo. Mi alzo dalla mia panca, metto le dita sulla chiusura lampo del cadavere, sento le ossa della sua schiena, quasi senza pelle, solo ossa. Allento la lampo. Il cadavere si spoglia. Resta con quelle due mammelle strette e aggrinzite di fuori. Sembra un dipinto di Schiele. Mi fa pena. Compassione. Non so nulla di lei ma vorrei poter fare qualcosa. In realtà forse lei non si accorge neanche di soffrire, la disperazione a volte non la senti, quando è troppa, diventa routine, neanche lo sai più di essere disperato. Il cadavere denudato viene sgridato, preso, ammanettato e chiuso da qualche parte. Ne carpisco le grida.

Un uomo mi dice che la stanza per me è pronta. Lo seguo lungo un corridoio. Mi mostra una cella. Grumi di polvere a terra un materasso di plastica gialla lercio buttato dentro un incavo quadrato nel muro che forse loro osano definire panca. Un cesso e una doccia senza porta. Chiudo la porta alle mie spalle. Mi infilo il giubbotto con tanto di cappuccio e mi stendo sul lercio del materasso. Dall’altra stanza provengono grida.

C’è una fessura nella parete verde da cui escono dei fili elettrici, vi scorgo qualcosa di viscido, non oso controllare cosa sia. Ho freddo. Tremo. Non dormo. Parlo al telefono con il mio ragazzo. Non piango. Parlo con lui fino alle sei di mattina. Poi mi addormento. Alle sette mi svegliano. Fuori da quella fessura c’è una creatura nera vermiforme che striscia verso di me. Mi alzo di scatto. Ho freddo, una faccia pallida con occhiaia tipo bucce di mela marcia, i capelli di una fuoriuscita da manicomio, lo sguardo di una serial killer. Esco. Ho freddo. Fisso la gente come se volessi ucciderla. Vado in un bar, ordino un cappuccino che fa schifo e per giunta ho beccato anche l’unico bar parigino che ha anche i croissant che fanno schifo.

Vado in agenzia, quella che gestisce la casa in cui risiedevo fino a ieri, quella che ho gentilmente lasciato ai vermi. Vado in agenzia e dico a quelle due anatroccole idiote che ho bisogno di un’altra sistemazione, che la cosa è diventata grave, che sono passata ieri ma nessuno ha voluto ascoltarmi, era tardi e dovevano chiudere. Dicono che loro non possono fare niente.

«Stanotte ho dormito dalla polizia, e se voi non risolvete il mio problema, loro potranno fare molto» dico.

Aspetto il capo dell’agenzia, nel frattempo riesco a trovare un albergo che ha una stanza libera.

Vado con il capo dell’agenzia a prendere le cose necessarie alla sopravvivenza di stanotte. Lui entra in casa e vede lo schifo di tappeto di vermi sul letto. Trattengo la nausea.

Lui dice che sono formiche. Vuole fare la disinfestazione per le formiche. Quelle non sono formiche, cazzo, non sono così brutte e grosse le formiche.

Torno in albergo. Mi faccio una doccia. Finalmente crollo su un letto pulito. Socchiudo gli occhi, sto per dormire quando sento qualcosa camminarmi lungo la gamba destra.

© Ilaria Palomba
Foto di Luigi Annibaldi

(foto di Vittoria Santamaria)

 

Prima di guardare in faccia mio padre morto mi sparo una botta di anfe, quantomeno ora non avrà nulla da ridire.

La parola del giorno è: paranoia.

Mani in tasca, bustina ruvida, odore di varechina.

Respiro. Respiro. Citofono.

Mamma, come stai? Ricordavo una certa somiglianza tra te e un bulldog ma non immaginavo avessi imparato anche ad abbaiare, perché è questo il verso che fai vedendomi.

Quando entro c’è un odore pesante, e non è l’anfetamina che ho nel naso, è una specie di odore acre mitigato da vaniglia, tipo l’insieme di tutti i sudori coperti da profumi.

Mio padre, stecchito, al centro della stanza, con gli occhi chiusi, è la stessa persona che mi prendeva a sberle quando tornavo a casa all’alba, lo stesso che mi sbatteva la testa contro la scrivania quando non finivo i compiti, lo stesso che mi prendeva a calci in culo quando mi sgamava i messaggi lesbo sul cellulare.

Mio padre, se potesse vedermi, ora, da morto, mi direbbe che sono vestita come una zoccola e che il teschio sulla spalla destra potevo coprirlo, almeno nel giorno del suo funerale.

– Perché sei venuta qui? – abbaia lei.

Carino da parte tua, mamma, non desiderare la mia presenza neanche oggi, dopo quattro anni di silenzio. Ho l’impulso fortissimo di andarmene, di dirti: hai ragione, non c’entro un cazzo io con voi, di indietreggiare e farti rimbombare nelle orecchie la parola: addio. Però non lo faccio. Resto qui sull’uscio della porta del soggiorno, a reggere il tuo sguardo che è un lanciafiamme carico, con il mio, che è un bambola assassina post-punk .

Dentro ci sono tutti quei volti che a guardarli c’è da spararsi un colpo dritto in faccia. La zia Gloria, bionda, grassa, con quella collana di perle che sembra l’addobbo per un maiale gonfiato e servito a tavola. C’è lo zio Mario che finge di leggere quando lo sappiamo tutti che non ci vede una minchia neanche con gli occhiali, tira su col naso e tutti dicono sia raffreddore, ma lo sappiamo tutti che tira cocaina come un dannato, la differenza tra me e lui è che lui ha i soldi per farlo senza che nessuno dica nulla, io no. E poi, to’, c’è mio fratello Aldo. Aldo che mi guarda come se avesse visto la madonna, il che mi sembra plausibile dal momento che due anni fa dopo essere stato lasciato dall’ennesimo partner che faceva passare per donna (senza averla mai presentata a nessuno, ovviamente), ha avuto una crisi mistica ed è diventato evangelista.

La parola del giorno è: disgusto.

– Come va? – dico.

Sono tutti vestiti di nero, mia zia e mia madre, da brave prefiche, si sono messe anche un velo nero a fiori sulla testa, l’idea che vogliono dare è quella del pianto esasperato e non dello sciacallaggio dell’eredità. Passo accanto a mio padre morto, le mie mani toccano il velo, ruvido, puntiforme, passo la mano sul tavolo di legno liscio, tocco ogni cosa, i bicchieri smerlati, i ricami ruvidi a otto della tovaglia, il cesto della frutta, le bottiglie fredde di alcolici. Tutti mi seguono con gli occhi come se avessi una cinta di dinamite. Mi verso una vodka e poi la sollevo in alto.

– All’eredità! – sparo a gran voce – Che incassi il migliore!

La parola del giorno è: verità.

La zia Gloria sgrana gli occhi come una vecchia scrofa, fa per alzarsi dalla poltrona producendo uno stridio insopportabile. Mentre sorseggio la mia vodka passo l’altra mano sul tavolo e poi sul velo.

Mia madre comincia a singhiozzare, perfetto, ora da bulldog è passata allo stato di bulldog agonizzante. La zia Gloria si alza e viene verso di me. Per un attimo il brusio cessa. Tutti mi guardano. (…continua su “O”)

 

 

 

© Ilaria Palomba

(foto di Luigi Annibaldi)

 

Io volevo solo consegnare un libro alla Rai e invece mi sono trovata coinvolta in una situazione postnucleare.

Il tutto è cominciato alle otto e mezzo di mattina quando, con la forma del cuscino stampata sulla guancia sinistra, giungo alla fermata Colombo-Accademia degli Agiati. Attendo l’arrivo del 30 insieme a delle adorabili vecchiette. I primi dieci minuti trascorrono senza troppi problemi: il sole splende alto sulle nostre teste illuminandole di giallo o bianco, a seconda dei casi. Dopo i primi dieci minuti ci si inizia a guardare intorno, partono i primi sospiri, le prime perplessità non dichiarate, i primi sguardi seccati. Dopo venti muniti il sole non è già più un buon compagno, il sudore inizia a farti venire l’orticaria sotto le ascelle e le vecchiette cominciano ad aumentare. Passa il primo autobus e si accende negli astanti una speranza silenziosa che si manifesta in un ripetuto trattenere il fiato e chiedere qui e là: che numero è? È il 30? È il 714? Le vecchiette ringalluzziscono e te le vedi che quasi corrono verso l’autobus per accertarsi della sua giustezza. Purtroppo però non è il 30. È il primo di una lunga serie di 714 che passano a intermittenza e, si sa, l’autobus che passa e quello su cui devi salire non sono mai lo stesso.

Qualcuno inizia a domandare se c’è sciopero dei mezzi, qualcun altro risponde che no, non c’è nessuno sciopero, siamo solo a Roma nel mese di Luglio e per di più hanno anche aumentato il prezzo dei biglietti.

Già inizio a prefigurarmi quella che può essere la folla presente e sudante sull’atteso 30. In effetti appena arriva più che un autobus sembra una scatola di sardine compresse, il guaio è che tra quelle sardine da un momento all’altro ci sono anch’io…

(Continua… sulla Rivista “O”)

 

 

 

 

© Ilaria Palomba