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Category Archives: pulp

ilaperformancecorpo

Hai trent’anni. Quasi.
Una laurea triennale in discipline umanistiche.
Lavori per sette euro l’ora una volta a settimana.
Qualcuno ti dice sempre che hai talento e che un giorno…
Il tempo passa. Il corpo si trasforma. La scrittura pure. Il giorno non arriva.
Continuano a dirti che sei troppo sofisticata per essere Mainstream.
Troppo poco sofisticata per appartenere a una certa nicchia intellettuale.
In fin dei conti credi solo di essere impulsiva, selvaggia, autentica.
Difetti imperdonabili in una società occidentale su base capitalistica.
A un congresso di psichiatria democratica hanno detto che
il disagio sociale cresce con l’assenza di lavoro.
Punti di riferimento. Progettualità.
Talvolta dici: grazie papà per avermi salvata da un percorso senza ritorno nella psichiatria italiana
in cui ora lavoro quasi da operatrice avendo tutte le carte in regola per esserne utente.
Talvolta dici: vaffanculo mamma e papà
per non avermi insegnato a rimboccarmi le maniche a quindici anni
e spaccarmi il culo con un lavoro degno di questo nome.
Hai fatto la hostess ai congressi.
La cameriera.
L’animatrice per bambini.
L’intervistatrice.
L’insegnante di scrittura.
La tossica.
La scrittrice.
La performer.
La disoccupata.
La donna di qualcuno che conta.
La donna di nessuno.
La fuggitiva.
La perenne ragazza in crisi.
Ora non sei più una ragazza. Sei sempre in crisi.
Qualche volta te la prendi con gli altri.
Quelli che ci credono.
Quelli che non si arrendono.
Il che fa molto pubblicità vintage della CocaCola
con sottotesto da Programmazione Neuro Linguistica.
Qualche volta pensi che forse non sei solo un’allegra disagiata alle prese con un mondo crudele. Qualche volta pensi di avere la chiave.
Qualche volta pensi: io rifiuto di essere come voi.
Il che fa molto festa di quindici anni o disturbo borderline di personalità.
Qualche volta pensi: se rifiuto di essere come voi non sarò nulla.
Qualche volta pensi che non essere nulla sia la soluzione.
Fuori da ogni ruolo prestabilito.
Eternamente in fuga.
Cercando la verità nell’estremo.
Oltre i muri. Nelle pareti scritte di gesso.
Le cose accadono affinché si possano ricordare.
Vengono scritte per questo.
Per esempio se conosci una persona assurda,
in un’accezione di significato prossima al Camus del Mito di Sisifo,
come puoi non scriverne.
Per esempio bisognerebbe fermarsi tutti e guardarsi negli occhi.
E ammettere che conoscere sei lingue, avere quattro lauree
e un fisico da due ore di palestra al giorno
più ritocchi plastici in fisiologica o silicone non sia l’equivalente biochimico di felicità.
Guardatelo negli occhi quello che ci chiedono di essere.
Guardate in faccia questi mostri governati dall’ego riflesso su iphone.
Questi mostri da: amori virtuali, amicizie d’interesse.
Questi mostri da: possiedo dunque sono.
Questi mostri dei quali fai indubbiamente parte anche tu.
Mentre la vita ti passava accanto eri occupata a controllare le notifiche su Facebook.
E poi le cose accadono. Continuano ad accadere.
Cade la neve. Sfavilla il sole d’agosto. Il mare si riempie di spuma al pomeriggio.
La gente muore in massa per cercare di salvarsi la vita.
Inciampiamo nei paradossi. Come se tutto fosse normale.
E allora dici: ficcatevela in culo questa diagnosi.
Non è un disturbo di personalità.
Al più un disturbo di appartenenza.
Non riesco ad appartenere a questo mondo.
Non vi riuscirò mai.
E nonostante tutto ci abito.
Mi costruisco un cantuccio alterato nell’inferno.
Pare faccia caldo da queste parti.
Non ho imparato a vivere.
E non so morire.
Un bel compromesso per la prossima sbornia.
E allora dici: ecco cosa sono, ecco cos’ho fatto.
Cercavo Dio. E ho trovato un foglio word.
Ma questa vena sarcastica. Il sarcasmo lascialo a chi…
Niente va tutto bene.
Un quadro di Van Gogh. O di Edvard Munch.
Qualcosa di coloratissimo e oscuro.
I girasoli con dentro l’urlo.
Avere una famiglia piccolo borghese apparentemente felice.
Ritrovarsi a sputarsi addosso il veleno di una vita.
Avere un uomo. Voltare l’angolo. Sapere con chi è mentre vai via.
O non saperlo. Sono scelte.
Tu sei un’incantatrice di sopravvissuti.
Per questo ami l’anti di ogni cosa.
Antiromanzo. Antipoesia.
Violenza sonora.
Oppure torna alle origini.
La Terra. Mozart. L’Odissea.
Dai, fammi un sorriso.
Questo presunto scettro della paranoia.
Lascialo ai posteri.
Adesso tutto è crollato.
Le pareti. Le fondamenta. L’io.
Qualcuno può goderne.
E perché non dovrebbe.
Perché non dovresti.
Una rave. Un lunaparck di ossa.
Un ossario psicosintetico.
Guarda sciabolare la luce sul soffitto.
Le sue mani sulle tue gambe.
Non ha importanza il dopo.
E neppure il prima.
Vivere bruciando.
L’istante eterno. L’estasi.
Mandare tutto a puttane.
Va bene così.
Il precipizio è infinito.
Non si smette mai di cadere.
Si può godere mentre si cade.
Restare senza ossa.
E ridere.

@i.p.

ilapanchina

Lei entrò in ateneo camminando con la foga di una volpe. Mi fissava. Allora avevo una sconsiderata paura di esistere. Per qualche incomprensibile motivo un piccolo editore aveva deciso di pubblicare un mio libro, scrivendo prefazioni su quanto la mia poetica fosse un flusso di coscienza disincantato sull’io e il mondo, forse non tutti erano consapevoli del fatto che io e il mondo non ci conoscessimo affatto e aprioristicamente ci odiassimo. Lei era un’hegeliana, parlava in modo filosoficamente forbito intervallando il tutto con costanti cioè raga minchia gaggi. Diceva di odiare Anya. Eppure quando la incontrava la salutava con patetiche effusioni. Ciò accadeva d’estate, sulle panchine del Marrakesh. Anya parlava di sparizioni in pieno stile Chi l’ha visto. L’altra parlava di Hegel. Fu allora che la soprannominammo L’Hegeliana. Non ci eravamo mai scambiate neppure una sillaba. Mai fino a quel pomeriggio d’autunno in ateneo. Incespicando tra filosofese, giovanilismo postsessantottino e parole in tedesco, cercava di comunicare. Sospendevo il vomitevole giudizio che avrei dato di lei. La ragazza mi poneva domande letterarie sul mio libro. Fissavo la luce fioca novembrina fuori dalle finestre dell’ateneo. Evadevo ogni risposta. All’epoca non avevo gran voglia di comunicare, studiavo disperatamente e altrettanto disperatamente dissolvevo il tutto nelle ombre sballate dei riti del sabatonotte. Aveva i miei stessi occhi allungati a mandorla, possenti e oscuri ma non il mio corpo. Forme poco aggraziate le conferivano un aspetto di mammifero bruno. Gli abiti larghi non erano sufficienti a nascondere quella pesantezza, la attribuivo alla sua negazione, in piena antitesi hegeliana. Lei indossava maschere di complicità mentre mi offriva una notte insieme. Dopo lezione uscimmo, camminammo verso la taverna di via Nicolai, attraversammo il giallore delle luci di quella zona che donavano al luogo un’atmosfera cimiteriale. Attraversammo le scale del lungo edificio metallico delle poste e ci mettemmo in piedi fuori dalla Taverna del Maltese mentre anziani clochard ascoltavano I Beach Boys da stereo verdi e sozzi, e indiani venditori di rose ci importunavano credendoci una coppia lesbo. Poi c’era una fila di ragazzi dagli abiti scuri e sdruciti, copricapo retrò e capelli colorati. M’incamminavo nel dominio dell’inautentico, tra tutte quelle teste, baciavo il George Harrison che credeva di possedermi, banalmente ascoltavo l’ingenuità in cuffia sotto forma di Muse, lasciandomi denigrare da falsi punkabbestia, miei vicini, figli di borghesi, sulle scale delle poste.
Che musica è pischella dimmerda!
La ragazza hegeliana mi difendeva ai loro occhi soltanto per dimostrarmi la sua superiorità onto-anagrafica. Un anello di metallo le scintillava all’angolo destro del naso, sarebbe potuta essere bella se solo avesse voluto. Quelle notti baresi, a bere coca e rum e vomitare sul rosso pavimento della taverna vecchia, lei si prendeva gioco delle mie nevrotiche rappresentazioni adolescenziali. Probabilmente ora direbbe lo stesso di me, non ricordo i nostri discorsi, è tutto come sommerso da una nebbia leggera che ricopre ogni cosa. Ricordo le traversate immaginifiche verso borghi dell’entroterra su lerci regionali con veleni ketaminici nascosti nel reggipetto e femminei discorsi sull’uso e usufrutto che uomini trentenni facevano dei nostri corpi. Le parlavo di M. Allora possedevo la nichilista convinzione di un dominio dal basso, raccontavo alla mia presunta amica di quanto piacevole fosse il dolore sadomasochistico alla Pauline Rege.
Un giorno lui ti ucciderà – diceva sempre – un giorno ti farà fuori.
Sembrava quasi dimostrarmi una qualche forma di bene ma allora ignoravo quanto labile fosse la demarcazione tra bene e male, tra essenza ed esistenza, tra essere e tempo. Allora ero il tempo. Ero l’incondizionato. Ero l’assolutamente altro. E per questa mia psicotica alterità non veniva poi difficile prendersi gioco di me. Sniffavamo la keta su copertine di dischi rovinati, piegando il capo sotto i sedili. Vagavamo nei paradisi sintetici per non esperire gli inferni metropolitani. Il treno si fermò e scendemmo. Un uomo grasso e sformato da zoloft e abuso d’alcol da discount e anfetamina, ci venne incontro. Quell’uomo si chiamava Pace, nel pieno dominio dell’ironia della sorte. C’incamminammo verso il primo bar dalle forti luci al neon e versammo vino rosso in calici, brindammo, stendemmo altre righe, sniffammo. Avveniva un inganno libidico nella favola postmoderna che stavamo a raccontarci. Avveniva la sospensione dei corpi perché questo è la ketamina: antimateria. E in quella felicità liquida l’anestesia atrofizzava ogni cosa. L’uomo grasso ci raccontò di aver torto la coda al proprio gatto e di averlo poi spellato lentamente con un coltello, ancora vivo, l’aveva scuoiato. Il micetto miagolava e lui scuoiava, il micetto piangeva e lui scuoiava, il micetto urlava e lui scuoiava. La pelle, raccontava, veniva via con tutto il pelo. La coda sembrava un lungo verme peloso e le membra si staccavano, il sangue colava sulle sue mani, s’incrostava nelle unghie. L’anestesia cresceva, si compivano atti terrificanti e li si copriva con risa scarne. Nel frattempo stavo aspettando M. ma non lo davo a vedere, la mia presunta amica se n’era accorta, lanciava spiacevoli sottintesi mentre i miei occhi balenavano fuori dalle luci al neon, verso il giallore dei viottoli antichi del borgo.
Si vede che aspetti lui – diceva – devi imparare a fingere – diceva – stendine un’altra – diceva – anestesia!
Ci alzammo nel pieno della liquidità psicofisica, camminammo tenendoci l’un l’altro per le braccia come vecchi ubriaconi. Volevo il cielo, era una ferita, uno squarcio verticale di mondo ingoiato. I corpi erano completamente insensibili al tatto così potevo ignorare di passeggiare accanto a una troia e a un assassino. Di fronte ci camminava un gruppetto di esseri vestiti di nero, mi sarebbe piaciuto guardarli in profondità. Fu allora che dovetti ri-acquisire la consapevolezza corporea. I muscoli si irrigidirono e la bocca dello stomaco mi sputò fuori il veleno in un getto di bile verde acido. Il cielo iniettato di stelle si gonfiava e sgonfiava con me al suo interno che cadevo e non toccavo mai fondo. Mi sembrava di avvertire l’urlo isterico di quelle risa. Quando sollevai gli occhi era troppo tardi, M. e i suoi amici ci erano passati oltre. La notte si consumò in un ex-statico cercarsi di occhi tra misture alcoliche e strisce di inappartenenza. La mia amica continuava a ripetermi le forme addominali della mia ingenuità. A un certo punto credetti mi amasse. Cercava di sfiorarmi le dita che non avevano più il dono del tatto.
Che t’importa di lui? – diceva.
All’alba abbandonammo lo squartatore di gatti e c’incamminammo nella foschia della stazione addormentandoci l’una sul corpo dell’altra e poi sul treno fino a casa. Erano notti inconcludenti e inappropriate, trivellate da inopportune telefonate di genitori smadonnanti in crisi di panico.
Quando uscimmo dal treno l’aurora squarciava i palazzi, la fontana di piazza Moro era un ricordo irreale di monadi e metafisici annullamenti. L’amica assonnata e dal forte alito di rum annunciava paniche crisi e antitetici timori del giorno a venire.
Resti a casa da me? – diceva – ho bisogno di affetto – diceva – non sopporto la domenica – diceva.
Mi lasciavo convincere dall’oscurità dei suoi occhi, così affrontavamo il giorno e la terra e i pesanti corpi privi di anestesia, corrosi dai più disparati veleni. Facevamo colazione in scalcagnati bar di San Pasquale con i panni appesi sopra le teste e gli schiamazzi in gergo dei ragazzi sui motorini. Bar traslucidi dalle sedie zebrate e baristi pelati con davvero pochi denti in bocca. Bar con biliardini, videopoker, cessi guasti e lunghi banconi a specchio, dove lei attaccava bottone con eleganti alcolizzati del mattino. Uscivamo nascondendoci dalla pesantezza del sole, ci aggrappavamo al cigolio delle reti di sovraffollati letti. Assumevamo ipnoinducenti, eppure non dormivamo. L’amica mi teneva una mano sul collo e schiudendo labbra e occhi mi implorava di baciarla. Levandosi le vesti esponeva nudo il suo corpo di forme adulte a me sconosciute. Non sono certa di esserne stata realmente attratta, anzi, in alcuni momenti l’odore alcolico del suo fiato e della sua pelle mi facevano ribrezzo. Nonostante tutto lo feci. Mi spinsi su di lei, dentro di lei. Toccai la fronte sua con la mia. Accarezzai le sue labbra e le spinsi la lingua nella cavità orale. Era un sapore ruvido, di unione più che di libido. Raccolsi i suoi morbidi seni tra le mani, allargando il più possibile le dita, sfiorai i grandi capezzoli che s’irrigidirono incontrando le mie mani e superai il sapore acido che mandava il suo corpo di tossica e alcolizzata. La feci mia così. Mi sentivo potente come un uomo e fragile come una bambina, accarezzavo il crespo dei suoi peli. Lei non si muoveva. Non ero certa le piacesse. Eppure la vedevo contorcersi. Gemeva. Ansimava. Io ero questo puro piacere da donare. Orgasmica libidine. Ero corpo e stomaco e odore senza ragione. Mi lasciavo irretire dagli altri corpi poiché solo come madonna del godimento potevo sentirmi. Infilavo le mie dita nel taglio tra le sue cosce. Le impregnavo. Ci mettevo anche le labbra e leccavo. Poi mi disse:
Fai con questo.
E mi passò il cellulare.
Mettilo dentro – mi disse.
Mi sembrò una cosa orrenda ma lo feci per adorarmi nell’altrui piacere e infilai questo oggetto metallico nella sua fica fino a sentirla contrarsi ed esplodere. Mi liberai e lei si addormentò. Era mezzogiorno trascorso, le tende alle finestre facevano bolle d’aria. I miei dovevano aver chiamato la polizia denunciando la mia sparizione.
Qualche sera più in là Anya mi raccontò di aver udito l’Hegeliana sproloquiare sulla presunta banalità del mio libro. Se pubblicano lei, allora io devo vincere il nobel per la letteratura, affermava di averle sentito dire dinanzi ad alcuni dei nostri cosiddetti amici, per giunta. Anya mi disse: non fidarti di lei e non perdonarla, lo rifarà. Anya mi disse: non fidarti di nessuno, ti tradiranno. Anya mi disse: devi sconfiggerli prima che lo facciano loro.
Allora mi resi conto di quanto poco valessero i corpi. Mi resi conto dell’esistenza della ferocia dei perdenti. In fondo quella sera avevo tradito più d’un principio. Avevo parlato con un assassino di gatti in botta di anestetici per elefanti. Avevo scopato con la mia futura nemica senza nemmeno pretendere di goderne. Avevo vomitato ai piedi dell’uomo che credevo di amare. Avevo sprecato un’altra notte nel dominio metafisico dell’inautentico e non avevo avuto ciò che desideravo.

© i.p.
foto di Luigi Annibaldi

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Vermi. Vermi? Vermi. Insetti. Bastardi. Carogne. E questa volta non sto parlando degli esseri umani. Sono stata invasa. Da diversi giorni sul mio copriletto rosso allo scoccare della mezzanotte camminano insetti immondi: una via di mezzo tra mosche, formiche e scarafaggi, hanno delle alette trasparenti e delle zampe che sembrano peli di scarafaggio. Io adoro Burroughs e Kafka ma non vorrei mai trovarmi in nessuna delle loro situazioni.

La prima volta che ne ho scorto un paio ho urlato. La seconda li ho schiacciati. La terza li ho sognati. La quarta li ho sentiti camminare sul mio corpo nudo e penetrare nei miei orifizi. La quinta volta ho telefonato al mio ragazzo urlando e lui mi ha consigliato di andare a comprare una trappola per formiche. Ci siamo dibattuti parecchio su come dire trappola per formiche: place pour les fourmies? Maison pour les fourmies? Maison suona molto: scusi vorrei una maison in stile coloniale. È per lei e la sua famiglia? No, per le mie formiche, che non sono formiche, sono mostri famelici usciti fuori dall’inferno.

La mia casa parigina è un portale per l’inferno.

Scusi mi dà una trappola per zombie? Scusi? Sì. Vorrei un’acchiapparitornanti. Cosa? Non ce l’ha? Vada a farsi fottere. Spero che le crescano piante rampicanti nel deretano e che brulichino di scarafaggi.

Tornata a casa piazzo la trappola per formiche. Loro non sono formiche. Perciò non muoiono. Telefono a mia madre in lacrime e lei dice di aspirare i mostri. Prendo l’aspirapolvere, la stacco dalla base e inizio a inglobare al suo interno tutti quei bastardi.

C’è qualcosa di peggio dell’umano: l’immondo.

Vado a bere un bicchiere d’acqua e a lavarmi i denti prima di dormire, torno sul letto e trovo due cazzo di vermi. Attacco l’aspirapolvere, li risucchio, li spiaccico nei fazzoletti, li ammazzo, li brucio con l’accendino. Vado ancora in bagno per infilarmi il pigiama, torno in stanza e ne trovo dieci, venti, trenta. Cadono dal soffitto, si arrampicano sulle lenzuola, camminano sul mio cazzo di cuscino. Sono brutti, sporchi, neri, con queste schifose alette che poi perdono e lasciano tra le mie lenzuola. Sono venuti direttamente dall’inferno. Dio, perché vuoi punirmi? Quanti uomini mi mandano le macumbe perché non gliel’ho data, Dio, perdonami, ti prego, so che sono stata un’infame bastarda, ma, ti prego, perdonami, io cerco solo di avere rispetto di me stessa, ora, in passato mi sono fatta fin troppo mangiare dagli uomini. Ma Dio risponde che è arrivato il momento per me di farmi mangiare dai vermi. Troppe volte hai paragonato gli esseri umani a dei vermi, dice, e adesso ti tocca farti divorare dai vermi, chissà se poi comprenderai la differenza tra le due specie.

Dio ha il mio volto e mi sorride nello specchio. Sta cercando di uccidermi. Da sempre.

Scappo in bagno con il telefono in mano e telefono a mia madre. Tremo. Sono immobile. Piango.

«Mamma fai qualcosa! Ti prego! Non posso muovermi! C’è l’invasione! Io ora esco e cerco un albergo!»

«’Che sei scema? È tardi. Non uscire per nessun motivo al mondo» fa lei «vai di là e scacciali, sono due moscerini».

Io andrei volentieri di là se solo non avessi questo dolore al petto che s’irradia nel braccio sinistro come elettricità. Dico parole sconnesse. Non riesco a parlare. L’inquilino della porta accanto sbatte i pugni contro il muro e grida di fare silenzio. Io piango. Continuo a ripetere la parola aiutatemi in modo ossessivo. Credo di averla ripetuta millequattrocentosei volte. Le ho contate. La telefonata schizofrenica con mia madre dura tre ore. Poi capisco, comprendo ogni cosa. Eureka. Le sbatto il telefono in faccia, la mando a fare in culo, prendo le chiavi ed esco. Passo accanto al letto e vedo un tappeto di cosi neri viscidi e sporchi che salgono, scendono, cadono dal soffitto, lasciano le loro alette di merda sul mio letto. Scappo.

Una volta in strada tiro un sospiro di sollievo. Ora sì che si ragiona. Fa freddo, ho la nausea e sono le tre di notte.

Raggiungo l’albergo più vicino, su Rue Vallette ma è chiuso. Telefono al mio ragazzo, lo sveglio. Lui domani mattina alle 8 ha lezione in una scuola media ma in questo momento non me ne frega niente.

«Perché cazzo di motivo non sei qui con me? cazzo!»

Gli grido cose al telefono e lui cerca di tranquillizzarmi. Entro in un hotel, in lacrime, chiedo se hanno una stanza, dicono di no. Entro in un secondo hotel: tutto pieno. Entro in un terzo, un quarto, un quinto, al sesto hotel tutto pieno dico di avvisare la polizia perché non so stasera che può succedermi. Scorgo nel viso arabo dell’albergatore una nota di sgomento che gli curva, come una piaga, il mento. Guardo meglio: è un verme.

L’albergatore mi dà un libricino dove ci sono tutti gli hotel di Parigi, mi dice di chiamare. Io tremo, esco, ringrazio, sentenzio in barese. Richiamo il mio ragazzo e butto il libretto per terra.

«Non c’è la polizia vicino casa tua?» fa lui.

Eureka bis. Vado dalla polizia. Loro hanno il dovere di aiutarmi.

«Fammi sapere, amore, non sto tranquillo se non mi dici come va a finire ‘sta storia».

Io voglio che lui sia qui adesso.

Arrivo davanti alla centrale di polizia. Vedo attraverso un vetro un uomo al computer. Busso. Niente. Busso due volte. Alla terza bussata si volta e mi dice, distratto, di fare il giro. Sto tre ore ingessata come una pietra e non so dove andare. Poi capisco e faccio il giro dell’isolato. C’è un custode, parlo con lui, gli spiego tutto. Mi sento un’imbecille: la gente va dalla polizia per denunciare furti, scomparse, violenze, omicidi. E io: no, sono stata derubata, confiscata, violentata e uccisa dagli scarafaggi. No, sa, è che io sono un’amante di Burroughs, è per questo, per me loro hanno un progetto panottico di sterminio della razza mestessa.

Lo sbirro impietosito mi fa entrare in centrale, mi dice di chiedere se hanno un posto per farmi dormire lì. Entro. C’è una tizia losca, nera con i capelli corti arancioni, un cadavere di donna, eroinomane, credo, si trascina per la stanza. Ha gli occhi a palla e una vita larga quanto un mio braccio. Sembra una che è stata violentata. Vado a spiegare tutto agli sbirri. Mi dicono di aspettare.

«Ha delle armi?» domanda uno.

Se avessi avuto delle armi, secondo te, sarei scappata via di casa per dei fottuti insetti di merda?

Sto zitta. Ingoio la rabbia che mi cresce dalle viscere.

«Madame? Vous avez une cigarette?» mi domanda il cadavere.

Le do la sigaretta. Mi chiede di accendergliela. Gliel’accendo. Gli sbirri sentono puzza di fumo e iniziano a urlare. Una sbirra esce fuori dal gabbiotto e dice al cadavere di non rompere i coglioni.

Il cadavere si stende sulla panca dicendo che deve dormire. Si stende con movimenti da eroinomane.

«Madame» mi fa ancora «vous mes pourrais aider?»

Vuole che le slacci un bottone del vestito, le dà fastidio.

«Sei sicura? Non è che poi ti cazziano?» le chiedo.

Fa cenno che è tutto tranquillo. Mi alzo dalla mia panca, metto le dita sulla chiusura lampo del cadavere, sento le ossa della sua schiena, quasi senza pelle, solo ossa. Allento la lampo. Il cadavere si spoglia. Resta con quelle due mammelle strette e aggrinzite di fuori. Sembra un dipinto di Schiele. Mi fa pena. Compassione. Non so nulla di lei ma vorrei poter fare qualcosa. In realtà forse lei non si accorge neanche di soffrire, la disperazione a volte non la senti, quando è troppa, diventa routine, neanche lo sai più di essere disperato. Il cadavere denudato viene sgridato, preso, ammanettato e chiuso da qualche parte. Ne carpisco le grida.

Un uomo mi dice che la stanza per me è pronta. Lo seguo lungo un corridoio. Mi mostra una cella. Grumi di polvere a terra un materasso di plastica gialla lercio buttato dentro un incavo quadrato nel muro che forse loro osano definire panca. Un cesso e una doccia senza porta. Chiudo la porta alle mie spalle. Mi infilo il giubbotto con tanto di cappuccio e mi stendo sul lercio del materasso. Dall’altra stanza provengono grida.

C’è una fessura nella parete verde da cui escono dei fili elettrici, vi scorgo qualcosa di viscido, non oso controllare cosa sia. Ho freddo. Tremo. Non dormo. Parlo al telefono con il mio ragazzo. Non piango. Parlo con lui fino alle sei di mattina. Poi mi addormento. Alle sette mi svegliano. Fuori da quella fessura c’è una creatura nera vermiforme che striscia verso di me. Mi alzo di scatto. Ho freddo, una faccia pallida con occhiaia tipo bucce di mela marcia, i capelli di una fuoriuscita da manicomio, lo sguardo di una serial killer. Esco. Ho freddo. Fisso la gente come se volessi ucciderla. Vado in un bar, ordino un cappuccino che fa schifo e per giunta ho beccato anche l’unico bar parigino che ha anche i croissant che fanno schifo.

Vado in agenzia, quella che gestisce la casa in cui risiedevo fino a ieri, quella che ho gentilmente lasciato ai vermi. Vado in agenzia e dico a quelle due anatroccole idiote che ho bisogno di un’altra sistemazione, che la cosa è diventata grave, che sono passata ieri ma nessuno ha voluto ascoltarmi, era tardi e dovevano chiudere. Dicono che loro non possono fare niente.

«Stanotte ho dormito dalla polizia, e se voi non risolvete il mio problema, loro potranno fare molto» dico.

Aspetto il capo dell’agenzia, nel frattempo riesco a trovare un albergo che ha una stanza libera.

Vado con il capo dell’agenzia a prendere le cose necessarie alla sopravvivenza di stanotte. Lui entra in casa e vede lo schifo di tappeto di vermi sul letto. Trattengo la nausea.

Lui dice che sono formiche. Vuole fare la disinfestazione per le formiche. Quelle non sono formiche, cazzo, non sono così brutte e grosse le formiche.

Torno in albergo. Mi faccio una doccia. Finalmente crollo su un letto pulito. Socchiudo gli occhi, sto per dormire quando sento qualcosa camminarmi lungo la gamba destra.

© Ilaria Palomba
Foto di Luigi Annibaldi

Prima c’era tutta quella gente, ora ci siamo solo io e te. È buio. Una pioggerellina estiva graffia i vetri e il vento bussa. Sotto le tue ginocchia un lenzuolo bianco, immacolato. Le tue braccia sono legate da un singol colon, come le tue caviglie. La stessa corda, passa al centro della tua schiena, sotto le ascelle e sul torace. Sulle labbra ti ho attaccato un pezzo di nastro adesivo. Nella penombra del corridoio riesci solo a fissare l’affresco della Madonna mentre il campanile di Santa Maria in Trastevere rintocca le due di notte.

… continua…

© Ilaria Palomba

sangue

Dove sei? Sono più di due ore che sei fuori. Sei uscita con quella tua amica, quella un po’ zoccola, bionda. Andiamo a fare shopping, hai detto. Ma sono le otto di sera, ora i negozi sono chiusi. Dunque dove sei? Non sarete andate a ballare, perché se foste andate a ballare me l’avresti detto. E poi a te non piace ballare, non ti è mai piaciuto. Allora dove sei? Da quanto tempo ti sto aspettando? Attimi. Minuti. Ore. Dove sei? Il sapore amaro del caffè Illy. Quel profumo al gelsomino sulle lenzuola sfatte. La voce insistente del telegiornale che tenta di colpirmi ma con scarsi risultati. Le mie orecchie assorbono ogni sillaba ma non rimandano l’impulso al cervello. La mia mente è altrove. Dove cazzo sei? Mi dilanio le unghie, la pelle si stira, si contorce, viene via. Dove sei? Probabilmente quella grandissima troia ti avrà portata in un pub, sì, uno di quei posti in cui la gente beve, parla, ride, scherza e approccia. Ora starete ascoltando dell’immonda musica commerciale mentre le sue labbra si accostano al tuo lobo e ti sussurrano: li vedi quelli? E tu li vedi. Ora sai che puoi guardare altri uomini oltre me. Uno dei due è riccio e ha gli occhi verdi, un maglione dello stesso verde degli occhi, l’altro, un professorino occhialuto molto magro, con lo sguardo da falco. Il riccio incrocia il tuo sguardo. Dove cazzo sei? Per un attimo ti senti una merda per averlo fissato così insistentemente. Ci hanno puntate da un pezzo, osserva la tua amica zoccola. E tu ti fingi distratta, il sapore della Guinness tra le papille gustative, la lingua passata sui denti con la stessa frenesia con cui hai distolto lo sguardo dal riccio. Dove sei, bastarda? Sono le nove di sera. I negozi sono chiusi e tu sei in un fottutissimo pub. Il tagliere di salumi è quasi finito. Hai mangiato tutti quelli piccanti. Ora hai quel sapore in bocca e lo innaffi di Guinness, te la scoli in un attimo per toglierti il piccante dalle labbra. Uno di loro si alza in piedi e viene verso di voi. La bionda si stira un ciuffo di capelli freschi e laccati con l’indice e il medio. Vi scambiate sguardi complici. Dove sei? Il professorino finge di essere molto occupato con qualcosa sull’iphone. Dove sei? Il riccio è a un passo da voi, avete da accendere? Non si può fumare qui dentro. Adesso fai anche la spiritosa, peccato che con me non va mai così, l’ironia devo cavartela fuori come un dentista caverebbe un dente cariato. Il riccio indica la porta. Andiamo un attimo lì fuori. La bionda zoccola annuisce contenta, ha un golf rosso con uno spacco a V sul seno, due bocce rifatte che rimbalzano negli occhi del riccio. Dove cazzo sei? Stai già tirando fuori l’accendino dalla borsetta nera di Furla mentre la tua amica si è alzata in piedi, respira profondo, mostrando quel miracolo di chirurgia estetica un po’ a tutto il locale. C’è quella stupida canzone di Cesare Cremonini, com’è che fa: una come te? Ecco adesso il riccio infila gli occhi nei tuoi, è sicuro che insomma vi siete intesi. Gli porgi l’accendino, lui ricambia con una sigaretta. Il professorino si alza in piedi e viene verso di voi senza aver mai tolto gli occhi dalla scollatura della tua amica mignotta. Avete quattro sigarette in mano. Il sapore della birra amara giù per la gola. Uscite. Tu indossi un paio di jeans di quelli ben stretti sul culo. Il riccio adesso t’incolla gli occhi a quel culo che si muove verso l’uscita del locale e diventa un cuore. Il riccio non toglie mai i suoi occhi schifosi come artigli da quel cuore pulsante. Immagina di toccarlo, assaporarlo, morderlo, penetrarlo. Siete fuori, il rumore delle auto, il freddo d’inizio febbraio. Andiamo dentro a prendere le giacche? La zoccola non accenna a muoversi. No, poi non si noterebbero più le sue tettone rifatte, allora una cosa diavolo spende seimila euro a zinna se poi deve indossare un giubbotto che gliele nasconde? Soprattutto in situazioni come queste. Il gusto secco della Galouise che stai fumando. Il sapore del lucidalabbra al lampone appiccicato al filtro della sigaretta. Presentazioni. Che fate dopo? C’è un concertino jazz in un locale a Trastevere. Veramente dovrei tornare a casa, accenni, mio marito mi aspetta. E facciamoli aspettare questi mariti, ti zittisce subito la zoccola mentre il professorino le ha già piantato una mano intorno alla vita, ora stringe la carne dei suoi fianchi. La tua pelle è intirizzita, dalle labbra sputi fumo anche se hai finito la sigaretta da più di dieci minuti. Entriamo? Il riccio paga la tua Guinness e il professorino lo spritz della zoccola. Troia, dove cazzo sei? Sei imbarazzata, lo so, ma non lo dai a vedere. Quegli occhi verdi scrutano ogni dettaglio. S’infilano nelle fibre della maglietta, nelle tasche dei jeans. Quegli occhi sono cazzi e ti strusciano ovunque. E poi le rughe d’espressione sulla fronte, la carnagione ancora abbronzata. Cosa fai? Vai a sciare? Veramente sono un subacqueo. Cioè sono un avvocato ma ho sempre avuto la passione per le immersioni. Tu cosa fai? Lavoro per un’agenzia immobiliare. No, non guadagno molto, di questi tempi poi. Si è passati da Cremonini a Vasco Rossi. Voglio trovare un senso a questa vita. Dove cazzo sei, baldracca? La tua amica è lì che gioca con le dita del professorino. Gli sta dicendo che lavora in un negozio di alta moda mentre il suo indice fa cerchi concentrici nel palmo di lui. In realtà fa la commessa in un negozio di cinesi. Lui ovviamente insegna storia dell’arte ma al momento non è di ruolo. Sì, è un momentaccio per tutti. E poi via, fuori a bere ancora. A confondere nell’alcol i desideri di questa notte. E io qui su questo divano a sciroccarmi una televendita con altre due zoccole, ma con vent’anni meno di te e della tua amichetta succhiacazzi. Tutta questa carne esposta e svenduta in primissimo piano. Sono le dieci di sera, dove cazzo sei? C’è quel pane duro di ieri ancora lì incartato. Ecco, lo scarto. Prendo il coltelo da cucina, quello di venti centimetri per tre, manico rosso, affilato, i miei occhi iracondi si specchiano nella lama. Il pane duro si taglia come un pezzo di ricotta. Faccio due fettine e il resto lo conservo. I primi due li infarcisco di prosciutto crudo e parmigiano di stamattina. Ripongo il coltello nel mobile, anzi no, lo lascio sul lavabo, dovessi volermi tagliare altro pane. Mi scolo un’altra heineken. La terza di stasera. Addento il panino e immagino di addentare il tuo collo candido. Quel collo che ti sfiori mentre sei in macchina, sedile davanti, accanto al riccio che guida con quegli occhi dello stesso verde del maglione e non guarda la strada, guarda te. Spero che vi ammazziate. Ti volti un attimo, la mano sul collo ti ha provocato un eritema, hai sempre avuto la pelle sensibile. O mio dio, non ci posso credere. La tua amica pomicia come una grandissima baldracca con il professorino che per l’occasione ha pensato bene d’infilarle anche una mano tra lo spacco di quelle tette, così grosse. Ti irrigidisci. Perché tu, sì, sei troia, ma non così troia. Dove cazzo sei? Su quel sedile diventi di pietra. Fai un paio di sorrisi forzati. Il riccio cerca di sorriderti anche lui, sai, il mio amico non ha una femmina tra le mani da più di due anni, vorrebbe dirti ma non lo fa. Dove cazzo sei? Siete arrivati nel jazz club, vicino piazza Trilussa. È una porticina nera. Si entra. I due maschioni pagano l’ingresso. Si scende. Le pareti sono rosse. C’è odore di vino d’annata appena stappato. In fondo alla scala una luce soffusa. Dieci tavolini rotondi e delle sedie lavorate in ferro battuto. Sul palco di fronte un paio di tizi, uno con un sax l’altro al pianoforte a coda, di quelli che ti piacevano tanto e che avresti voluto in casa prima di smettere definitivamente di suonare. Ecco, sediamoci lì. Mi raccomando, scegliete l’angolo più appartato. Dove cazzo sei? Si avvicina un cameriere, di quelli col papillon. Sono le undici. Dove cazzo sei, troia? Una bottiglia di chardonnays, il riccio vuole fare il galante. Tartine e chardonnays. La biondaccia con le zinne rifatte si siede sulle gambe del professorino. Ecco il vassoio. Il vino scende nell’esofago. Le tartine al tartufo deliziano le papille gustative. Il riccio t’incolla gli occhi addosso, ti acchiappa con i suoi e non ti molla più. Vai un attimo in bagno, devi pisciare, non ti trattieni. Ti guarda il culo a forma di cuore mentre lo muovi lontano da lui. Cammini reggendosi alle pareti rosse. Cazzo, quanto ho bevuto, pensi. Poi l’alcol proprio non lo reggi. Ecco, sei arrivata in bagno, rischiando un paio di volte di intralciare i camerieri con i vassoi. Una porta nera col disegno stilizzato che sta per signore. Ecco, ci sei. Una goccia di urina ti ha sporcato gli slip. Finalmente apri la porta, slacci i jeans, abbassi le collant e le mutandine bianche di pizzo. Uno scroscio di pioggia dorata scende fluido centrando il fondo del cesso. Mannaggia, non c’è la carta igienica, va be’, pazienza, ti tiri su le mutandine che ti lasciano una sensazione di umidità tra le gambe. Una goccia calda ti scivola lungo la coscia mentre ti rialzi i pantaloni. Ti lavi le mani, te le asciughi addosso. Dove cazzo sei? Fai per uscire dal bagno della signore quando osp sbatti contro qualcuno che causalmente, con tanto di disegno che capirebbe anche un bambino, ha sbagliato porta. Dove cazzo sei? Di là suonano Summertime a luci soffuse, la tua amica si è fatta infilare le dita nelle mutande, davanti a tutti, dal professorino. È mezzanotte. Dove cazzo sei? Sbatti i pugni contro il suo maglione verde acqua poi sollevi lo sguardo ed è lui. E allora non puoi più trattenerti. La sua lingua nella tua bocca cerca la tua. Le sue mani finalmente acchiappano quel culo tondo e sodo su cui ha sbavato per tutta la sera. Le sue bave sulle tue labbra. Il segno del tuo lampone sul suo collo. Le mani nelle increspature dei capelli. Vi chiudete nel cesso. Le tue mani sul lavandino freddo. Le sue a sbottonarti i jeans. I tuoi occhi socchiusi sbirciano lo specchio. Il suo bacino in avanti. I tuoi jeans giù fino alle ginocchia. Le sue labbra spalancate. Una mano sui tuoi fianchi l’altra sulla schiena e poi giù tra le tue gambe ad accarezzarti i peli. Quella goccia di pipì si è trasformata in un lago. I tuoi occhi nello specchio acchiappano i suoi, socchiusi e trasognati, vogliosi, predatori, mentre le sue dita scivolano nel tuo ano e poi qualcosa di grosso e caldo. Ahia, mi fai male. Lasciati andare. Lasciati andare un paio di palle. Ormai è già dentro. Ti brucia. E poi guardi nello specchio il suo bacino avanti e indietro avanti e indietro e poi sempre più veloce. E la tua schiena sempre più schiacciata sul lavandino. La tua mano destra afferra il rubinetto freddo come fosse un cazzo. E lui sempre più avanti e indietro nel tuo culo mentre le sue dita sfiorano il clitoride e i tuoi umori ti sporcano le gambe. Dove cazzo sei? Troia, te la stai spassando? Sono alla decima heineken e un filmaccio americano tra inseguimenti e sparatorie. Non riesco più a comprendere una sola parola e adesso neanche a sentirle le parole. Queste immagini del cazzo mi ronzano in testa come mosche fastidiose, ansi zanzare, zanzare tigri. Ecco che sta venendo. Il suo seme scivola fluido nel tuo culo. Arriva fino all’intestino. Poi vi rivestite. O mio dio, cos’ho fatto. Anch’io sono sposato, dai, dopo tanti anni, queste cose capitano. Ti tranquillizza. Dove cazzo sei? Il concerto è finito. Sono andati via tutti. La troia e il prof aspettano solo voi. Lei ti sorride sgargiante. Ecco la mia amica, addirittura più troia di me. Sigaretta? Indubbiamente. Quattro passi per raggiungere l’auto. Fa un freddo boia. Dove cazzo sei? Ora ha anche una mano intorno alla tua vita. Le Galouise stanno per diventare le tue sigarette preferite. Posso avere il tuo numero? Meglio di no. Tanto lui ha il mio, esordisce la biondaccia, organizziamo un’altra uscita a quattro in questi giorni. Sì, ma non diamo nell’occhio, sai mio marito. Azzardi. Tuo marito deve darsi una bella calmata! Fa la zoccola. Mandalo in psicoterapia come ho fatto col mio, adesso prende il darkene e la sera si addormenta ancora prima che io esca. Risate. Ecco che vi lasciano dove avete parcheggiato. Saluti salutini baci bacetti. Sulla bocca? No, no, sulla guancia, dai, sulla bocca è esagerato, in fondo è stata solo una bella scopata. Ci risentiamo, allora. Contateci. E adesso siete nella sua smart, rossa come il suo maglione. Dai, racconta! No, no, m’imbarazza. Ve la siete spassata, eh’ tutto quel tempo in bagno… Abbastanza. Ma ora sono in ansia. È l’una, cosa dico a mio marito. Dove cazzo sei, lurida troia, baldracca, pompinara? Ma dai, digli che stasera abbiamo giocato a fare le teenager, che siamo andate al concerto di quel gruppo… come si chiama’ quello che ti piace tanto. I Portishead? Eh! Sì, brava, loro. Ma scherzi? Ci sarei andata con lui e poi avrei preso i biglietti secoli prima, non è mica scemo. Va be’, dai, una scusa la trovi. Intanto siete al Pigneto. La smart rossa attende che tu infili le chiavi nella toppa. Il rumore delle tue mani che tremano. Non trovi la chiave. La bionda se la ride. Eccola, l’hai trovata. Poi tutti quei piani a piedi. Hai il fiatone. Dove cazzo sei? Cammino avanti e indietro nell’ingresso. Questo mobile in legno con tutte le cartacce da riordinare è tuo. Perché io non lavoro da ormai un anno e non ho più nessuna cartaccia da riordinare. Cammino avanti e indietro e mi tocco la testa stempiata e mi tocco la barba. Avverto un rumore di tacchi. Poi la chiave che gira nella toppa. Eccoti. Entri. Hai il fiatone. I capelli in disordine. La voce del telegiornale parla di elezioni, disoccupazione, accoltellamenti. Accoltellamenti. Eccoti. Divertita? Hai i capelli in disordine. Li metti dietro le orecchie. Guardami! Ti grido contro. Mi guardi. Sono stata con la mia amica. Lo so che sei stata con quella baldracca della tua amica. Ma ti senti bene? Perché fai così? Cammino avanti e indietro. Voglio solo sapere se te la sei spassata ben bene. Siamo state al cinema. Ah, sì? A vedere cosa? L’ultimo di Tornatore. Ah sì? E di che parla. Cominci a spiegarlo. Non ti ascolto, non sento neanche un millesimo delle tue parole. Boiate! Amore, ma stai bene? Sei tutto rosso paonazzo, ti prego. Boiate! La mia mano si schianta sulla tua guancia. Lanci un urlo. Ti schiacci contro il muro punti la porta. Ma che sei scemo? Gridi. Il coltello è lì accanto al lavabo, in una casa di quaranta metri quadri non ci si mette nulla a trovare gli oggetti quando servono. Benissimo, dico, adesso calmo. Dove cazzo sei stata? Te l’ho detto al cinema, ora tremi. Tremi forte. La mia mano stringe il manico di plastica del coltello. Ti prego non fare così, mi spaventi. Voglio la verità. È la verità! E allora dalle otto alle dieci dove sei stata? In un bar, a bere una cosa. A bere, rido, rido forte adesso avvicinandomi a te lentamente con l’arma in mano. A bere, ripeto. A bere, ripeto ancora più lentamente. Amore, ti prego. Adesso senti il tanfo del mio alito da dieci litri di birra. A bere, ripeto ancora sussurrando. Sono a un palmo da te. Con quella zoccola. Non parlare così di… non ti lascio finire. Il mio coltello contro la tua gola. Ti prego sussurri, ora piangi, piangi, brava, godo quando piangi a causa mia. Finalmente conto qualcosa. A bere. Ripeto. Ti sfioro la gola. Gridi. Ti tappo la bocca. Zitta troia. Ti spingo il palmo contro le labbra, mi sporco delle tue bave. Piangi forte forte e mi sporco anche delle tue lacrime. A bere. Ora il mio coltello preme sulla tua carotide, le prime gocce di sangue sgorgano libere sul tuo collo bianco. Poi di scatto mi tiri via con un calcio in pancia. Faccio un passo indietro. Afferri la maniglia, stai per scappare. Dove cazzo vai? Richiudo la porta, ti prendo per i capelli. Ti metti a urlare. Ti scaravento a terra e poi mi avvento si di te. Una coltellata in gola, quel collo così candido, una nello stomaco e una nel cuore, così vediamo se ce l’hai un cuore. Il suono di una sirena. Il coltello sporco del tuo sangue ora finisce nella mia gola. Meglio la morte che il gabbio. E tutto questo per colpa tua, troia. Non riuscivo a credere che fossi così vuota come persona, ho dovuto squartarti per accertarmene.

 

 

 

 

 

 

© Ilaria Palomba

(foto di Vittoria Santamaria)

 

Prima di guardare in faccia mio padre morto mi sparo una botta di anfe, quantomeno ora non avrà nulla da ridire.

La parola del giorno è: paranoia.

Mani in tasca, bustina ruvida, odore di varechina.

Respiro. Respiro. Citofono.

Mamma, come stai? Ricordavo una certa somiglianza tra te e un bulldog ma non immaginavo avessi imparato anche ad abbaiare, perché è questo il verso che fai vedendomi.

Quando entro c’è un odore pesante, e non è l’anfetamina che ho nel naso, è una specie di odore acre mitigato da vaniglia, tipo l’insieme di tutti i sudori coperti da profumi.

Mio padre, stecchito, al centro della stanza, con gli occhi chiusi, è la stessa persona che mi prendeva a sberle quando tornavo a casa all’alba, lo stesso che mi sbatteva la testa contro la scrivania quando non finivo i compiti, lo stesso che mi prendeva a calci in culo quando mi sgamava i messaggi lesbo sul cellulare.

Mio padre, se potesse vedermi, ora, da morto, mi direbbe che sono vestita come una zoccola e che il teschio sulla spalla destra potevo coprirlo, almeno nel giorno del suo funerale.

– Perché sei venuta qui? – abbaia lei.

Carino da parte tua, mamma, non desiderare la mia presenza neanche oggi, dopo quattro anni di silenzio. Ho l’impulso fortissimo di andarmene, di dirti: hai ragione, non c’entro un cazzo io con voi, di indietreggiare e farti rimbombare nelle orecchie la parola: addio. Però non lo faccio. Resto qui sull’uscio della porta del soggiorno, a reggere il tuo sguardo che è un lanciafiamme carico, con il mio, che è un bambola assassina post-punk .

Dentro ci sono tutti quei volti che a guardarli c’è da spararsi un colpo dritto in faccia. La zia Gloria, bionda, grassa, con quella collana di perle che sembra l’addobbo per un maiale gonfiato e servito a tavola. C’è lo zio Mario che finge di leggere quando lo sappiamo tutti che non ci vede una minchia neanche con gli occhiali, tira su col naso e tutti dicono sia raffreddore, ma lo sappiamo tutti che tira cocaina come un dannato, la differenza tra me e lui è che lui ha i soldi per farlo senza che nessuno dica nulla, io no. E poi, to’, c’è mio fratello Aldo. Aldo che mi guarda come se avesse visto la madonna, il che mi sembra plausibile dal momento che due anni fa dopo essere stato lasciato dall’ennesimo partner che faceva passare per donna (senza averla mai presentata a nessuno, ovviamente), ha avuto una crisi mistica ed è diventato evangelista.

La parola del giorno è: disgusto.

– Come va? – dico.

Sono tutti vestiti di nero, mia zia e mia madre, da brave prefiche, si sono messe anche un velo nero a fiori sulla testa, l’idea che vogliono dare è quella del pianto esasperato e non dello sciacallaggio dell’eredità. Passo accanto a mio padre morto, le mie mani toccano il velo, ruvido, puntiforme, passo la mano sul tavolo di legno liscio, tocco ogni cosa, i bicchieri smerlati, i ricami ruvidi a otto della tovaglia, il cesto della frutta, le bottiglie fredde di alcolici. Tutti mi seguono con gli occhi come se avessi una cinta di dinamite. Mi verso una vodka e poi la sollevo in alto.

– All’eredità! – sparo a gran voce – Che incassi il migliore!

La parola del giorno è: verità.

La zia Gloria sgrana gli occhi come una vecchia scrofa, fa per alzarsi dalla poltrona producendo uno stridio insopportabile. Mentre sorseggio la mia vodka passo l’altra mano sul tavolo e poi sul velo.

Mia madre comincia a singhiozzare, perfetto, ora da bulldog è passata allo stato di bulldog agonizzante. La zia Gloria si alza e viene verso di me. Per un attimo il brusio cessa. Tutti mi guardano. (…continua su “O”)

 

 

 

© Ilaria Palomba

(foto di Luigi Annibaldi)

Buio. Fulmini. Tunnel a righe gialle e nere. Luce. Luce infinita, fiammante, esagonale, circolare, decagonale luce.

Schiumi. Ti mettono le dita tra i denti per non farti sbattere. Ti aprono gli occhi con la forza, li rovesci indietro. Non è che non ci sei: tu senti e capisci ogni cosa, solo che c’è anche quell’altra realtà, quella con i tunnel di luce. Perché tirarti su da una visione così bella?

Poi arrivano quattro schiaffi, avverti il tocco delle mani fredde e ruvide in faccia, pizzicano, fanno male. Un getto d’acqua gelida ti infradicia l’occhio destro, le labbra e il colletto della maglietta. Stringi forte i denti e senti un urlo. Ti viene quasi da ridere ma hai le labbra troppo rigide per farlo, è come se qualcuno le avesse incollate con il das.

Un altro po’ d’acqua e non riuscirai a tenere gli occhi indietro ancora per molto. Tutte quelle mani sulla pelle, gliele vorresti strappare quelle mani. Schiaffi, acqua, dita in bocca.

Il tunnel diventa opaco e sfumato, la luce si riduce fino a lasciarti al buio pesto. Hai gli occhi chiusi e le labbra ferme.

«Alessandro? Alessandro? Alessandro!»

Una voce femminile ti ridesta. Hai aperto gli occhi. Li stropicci. Non c’è nulla di peggio al mondo che vedersi attorniati da una marmaglia  di stronzetti con i musi ghignanti e due Prof che li spingono indietro dicendo loro:

«State indietro, non c’è nulla da guardare.»

«Alessandro c’ha la scossa! Alessandro c’ha la scossa!» gridano in coro gli stronzetti.

E le Prof lì giù a dargli addosso con le parole. Parole, solo parole.

Perché con i fatti sei tu il diverso, il pazzo, l’inadatto. Sei tu quello che non avrà mai uno stralcio d’amico perché c’hai la scossa.

Te ne vai all’ultimo banco. Il posto al tuo fianco è vuoto: il tuo vecchio compagno si è spostato vicino a un altro.

Ti metti a disegnare una ragnatela su di un foglio a quadretti mentre la Prof ricomincia a spiegare le equazioni. Senti la gente ridere e non sai bene se sia una tua percezione distorta, come vortici e tunnel, o una realtà di fatto. In effetti non sai ancora distinguere le cose che immagini da quelle che avvengono davvero.

Una pallina di quaderno accartocciato vola sul tuo banco. Ti guardi attorno sospettoso. Due ragazze al banco davanti al tuo si parlano all’orecchio, non è detto stiano parlando di te ma tu non riesci a pensare diversamente. Il secchione del primo banco ha la mano alzata e non ti sta proprio calcolando, forse non sa neppure che esisti. Poi c’è Luca, terzo banco, orecchino al naso, jeans levi’s, denti storti e occhi celesti: quei denti, quegli occhi. Parla basso col compagno di banco e a tratti si gira verso di te. Ride. Gli si vede tutto il giallo e il nero negli spazi tra i denti.

Sei indeciso se aprire o no il bigliettino. A dire il vero ti vien voglia di ribaltare gli occhi e tornare a gravitare tra i vortici di luce. Le tue mani dalle dita tozze e le unghie mangiucchiate sudano e si passano il bigliettino. È ruvido. Tagliente.

Ti schizza ai neuroni la sensazione tattile dell’ultimo bigliettino, dieci giorni fa, Luca ti aveva scritto:

«Resta con noi dopo la scuola, ci divertiamo. Ci vediamo al bagno dei maschi.»

Avevi pensato che uno strano come lui e uno strano come te avessero qualcosa in comune, qualcosa da dirsi, da viversi. Eri andato in bagno, eri rimasto ad aspettare. Ti aveva accolto con un abbraccio fraterno. Senti ancora il calore di quell’abbraccio sulla pelle. Ti aveva detto che avresti fatto parte di loro. Gli altri due dietro a ghignare e sbavare come iene. Eri stato a sentire. Ti aveva detto, solo, che dovevi fargli un piccolo favore. Una cosa da niente, aprendo il cesso. Ti ci aveva spinto dentro e aveva chiuso la porta. Là dentro un cumulo di diarrea sul cesso e sul pavimento. La nausea ti aveva raggiunto in men che non si dica.

«Dai! Prenditi la scossa! Svieni! Svieni! Voglio proprio vedere se cadi sopra la merda!»

E gli altri dietro a ridere come iene.

Avevi calciato la porta con tutta la forza che avevi. Ma loro erano dietro che spingevano. E là dentro puzzava, l’aria si condensava, le cose iniziavano a perdere colore, il blu delle mattonelle del bagno diventava un verde rovescio di bile. Il bianco opaco del cesso, un bianco latte andato a male. Ci avevi provato a resistere alla tentazione del nulla ma alla fine aveva vinto lui ed eri caduto di testa nella merda.

Ora con il biglietto tra le mani ingoi saliva stagnante e ti sembra di ingoiare la puzza di quella merda. Tremi. La Prof di matematica ti domanda se va tutto bene lì dietro. Fai sì con la testa, ingoi dell’altra saliva. Luca ti fissa dritto negli occhi. Quell’azzurro ghiaccio ti si conficca nelle pupille, senti i globi oculari pulsare come se dovessero esploderti. Il suo ghigno ti si ficca sotto la pelle come una spina.

Ti infili il bigliettino in tasca e vai in bagno. Luca ti segue con gli occhi. Sa benissimo che stai tremando per lui.

Apri la porta con il cuore in gola temendo di trovare qualche agguato ma lì dentro non c’è nessuno. Solo tu e i tuoi ricordi. Di colpo senti aprire la porta. Sobbalzi.

Luca?

Non è Luca. È un ragazzetto magro, con i capelli ricci e gli occhi neri, le dita tozze e le unghie mangiucchiate. Uno che non hai mai visto. Un tizio con la maglietta rossa, stropicciata e i jeans vecchi e le scarpe da ginnastica fuori moda. Uno che entra nel cesso e non chiude la porta, così senti lo scroscio della sua urina. Uno che si chiude la lampo mentre esce dal bagno e non si lava le mani.

«Scusa – gli fai – posso chiederti una cosa?»

Quello ti guarda, sorride, tra i suoi denti smaglianti ne noti uno scheggiato, te ne accorgi perché è lo stesso dente che anche tu hai scheggiato, in uno dei tuoi tanti viaggi nell’iperspazio.

Sgrana gli occhi come per dire: allora?

«Vieni a scuola qui da molto? Non ti ho mai visto.»

Lui ride. Lo sapevi, è come gli altri, ti prende per il culo. Gli fai cenno di lasciar perdere.

«Io non lascerei perdere» ti fa.

Si avvicina a te. Qualcosa ti dice che nella tasca del giubbotto ha un taglierino e che te lo pianterà in gola, non sai come lo sai, lo sai e basta.

Giri gli occhi a destra e sinistra. Poi li tiri indietro. I tunnel ti chiamano.

Lui è più scaltro di te e prima che tu cada a terra ti sferza un colpo di taglierino verso gli occhi. Lo scansi. Non sai da dove ti venga questa forza ma adesso ce l’hai, è dentro di te. Gli afferri il polso e lo rovesci. Il taglierino cade a terra e il ragazzo si piega su se stesso. Con la voce roca che gli parte dallo stomaco, stringendosi il polso, dice:

«Era questo che intendevo!»

Non capisci. Sai solo che ora hai un taglierino in mano e un bigliettino stropicciato in tasca. Il ragazzo si rialza, ti chiede cos’hai da toccarti le tasche dei jeans in continuazione.

Gli dici che deve farsi gli affari suoi o lo sgozzi. Il ragazzo sorride. Dice che sei uno che impara svelto, e che gli piaci. Tu non capisci perché uno che ti è saltato al collo con un taglierino debba interessarsi a te. Probabilmente è un’altra trappola.

«Fa vedere, cos’hai lì dentro?» fa lui tendendo la mano.

Stringi così forte il taglierino che le tue mani cominciano a sudare e la plastica a venir via. Il ragazzo alza le mani.

«Ok, ok, fa come credi» va via.

Ti affacci alla porta del bagno e lo vedi lì sul corridoio:

«Aspetta!»

Si volta:

«Cosa c’è?»

Gli chiedi di tornare indietro. Lui ritorna.

«Come ti chiami?» domandi.

«Alessandro»

«Mi prendi per il culo?» gridi.

«No, che cazz…perché dovrei prenderti per il culo?

«Io mi chiamo Alessandro!» gridi.

«Che cos’hai in mano, Alessandro?»

Stringi forte il biglietto. Lo stropicci e lo lasci cadere a terra. Lui lo raccoglie. Stai a guardare con le sopracciglia arricciate e il cuore a tremila. Lo apre, legge ad alta voce:

«Se vuoi la rivincita aspettami in bagno alla prossima ora.»

Alza lo sguardo: «Vuoi la rivincita?»

«Non sai neanche di cosa si tratta!»

«Beh so solo che prima ti ho puntato contro un’arma a una distanza minima  e tu l’hai scansata»

«E allora?»

«E allora saprai anche prenderti una rivincita con chicchessia, qualunque sia il motivo»

Tu sbuffi: che ne sa lui delle tue scosse. Che ne sa di questo demone che quando meno te l’aspetti ti fa cadere a terra come un sasso e elettrizza il tuo corpo. Ti metti il taglierino in tasca.

«C’è una cosa molto semplice che devi fare: restare in piedi» ti dice. Poi va via.

L’ora successiva è arrivata. Le Prof dopo le crisi di solito ti lasciano in pace, se fossi stato qualcun altro a quest’ora ti saresti già beccato una nota grossa quanto un quaderno.

Ci siamo, è ora. La porta del bagno si apre. Senti la puzza di fumo, ti vedi comparire tre teste di cazzo con le sigarette accese. Luca davanti agli altri che fa finta di aspirare e trattiene colpi di tosse. In fondo non è davvero padrone del suo personaggio, senza quelle due iene lui non è nessuno. Il cuore ti trapana il torace ma tu resti lì fermo.

«Allora sei un uomo d’onore…» ti fa lui mentre ti gira attorno con i suoi scagnozzi e ti butta il fumo in faccia. Trattieni i tremolii delle mani e delle ginocchia. Taci. Aspetti la sua prossima mossa. Ti tocchi la tasca, il taglierino è lì, al sicuro. Devi stare attento a non destare sospetti.

«E sentiamo – ti fa, buttandoti la cenere sui vestiti – che rivincita vorresti?»

Gli altri due ridacchiano, ti toccano i vestiti, ti strapazzano i capelli, scrollano le sigarette sulla tua testa. Quelle mani, detesti le loro mani. I loro occhi, tu non li sopporti. Ma adesso stai lì fermo senza abbassare la  guardia, senza abbassare gli occhi. Non rispondi. Aspetti che siano loro a fare la prima mossa.

Le mani ti sudano e senti i piedi incassati nel pavimento.

Luca si spazientisce e fa un cenno del capo agli altri due, così ti spengono le cicche sulle braccia. Il bruciore ti fa saltare come una molla e senti le cose venir meno. La stanza perde colore e incominci a barcollare. Stai per cadere giù quando vedi l’altro Alessandro fermo sulla porta che ti grida contro:

«Alessandro! Il taglierino!»

Il gesto parte dal braccio, la mente non c’entra. Non pensi a nulla. Estrai il taglierino in un lampo e lo sbatti nella pancia di Luca. Lui cade a terra incredulo e le sue iene corrono via gridando.

Lo stesso oblio che provi quando te ne vai in orbita, quando hai la scossa, lo stesso nulla ti fa scattare come un bolide. Non hai piena coscienza della tua azione. Non è una questione di pensieri, è solo istinto. Per istinto, il taglierino nella pancia di Luca lo metti un altro paio di volte. Il sangue inizia a sgorgare, lento e rosso. Alessandro sulla porta se la ride come un pazzo. Sei tu che non sei sicuro di quello che fai.

Dopo qualche minuto sei con la Prof che ti ha messo le dita in bocca due ore fa. Ora non ti chiede come stai, né ti aiuta a rinvenire dallo spazio. Non ti tiene la mano, né ti difende dagli altri compagni. Sei lì che le cammini dietro e non sai dove stai andando.

Alessandro dietro di voi, si avvicina e ti sussurra:

«Ora non hai più nessuno dalla tua parte, ma puoi farti rispettare come un uomo».

Ti volti e gli fai cenno di sparire.

Lui ci pensa su, sorride e ti fa:

«Beh, qualcuno dalla tua parte ce l’hai», ti fa l’occhiolino e sparisce.

© Ilaria Palomba

(foto di Luigi Annibaldi)

 

Io volevo solo consegnare un libro alla Rai e invece mi sono trovata coinvolta in una situazione postnucleare.

Il tutto è cominciato alle otto e mezzo di mattina quando, con la forma del cuscino stampata sulla guancia sinistra, giungo alla fermata Colombo-Accademia degli Agiati. Attendo l’arrivo del 30 insieme a delle adorabili vecchiette. I primi dieci minuti trascorrono senza troppi problemi: il sole splende alto sulle nostre teste illuminandole di giallo o bianco, a seconda dei casi. Dopo i primi dieci minuti ci si inizia a guardare intorno, partono i primi sospiri, le prime perplessità non dichiarate, i primi sguardi seccati. Dopo venti muniti il sole non è già più un buon compagno, il sudore inizia a farti venire l’orticaria sotto le ascelle e le vecchiette cominciano ad aumentare. Passa il primo autobus e si accende negli astanti una speranza silenziosa che si manifesta in un ripetuto trattenere il fiato e chiedere qui e là: che numero è? È il 30? È il 714? Le vecchiette ringalluzziscono e te le vedi che quasi corrono verso l’autobus per accertarsi della sua giustezza. Purtroppo però non è il 30. È il primo di una lunga serie di 714 che passano a intermittenza e, si sa, l’autobus che passa e quello su cui devi salire non sono mai lo stesso.

Qualcuno inizia a domandare se c’è sciopero dei mezzi, qualcun altro risponde che no, non c’è nessuno sciopero, siamo solo a Roma nel mese di Luglio e per di più hanno anche aumentato il prezzo dei biglietti.

Già inizio a prefigurarmi quella che può essere la folla presente e sudante sull’atteso 30. In effetti appena arriva più che un autobus sembra una scatola di sardine compresse, il guaio è che tra quelle sardine da un momento all’altro ci sono anch’io…

(Continua… sulla Rivista “O”)

 

 

 

 

© Ilaria Palomba