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Category Archives: bisex

ilasigaretta
E poi mi svegliavo a casa di Lucy o di Alex, a seconda dei punti di vita.
Un letto messo di sguincio tra il salone e la cucina. Nell’altra stanza loro. Dormono o scopano, che importa? Mi sveglio pensando ai quasi trent’anni, a come vorrei una vita da adulta, a come non possa averla.
Lei esce dalla stanza con solo una vestaglia giapponese. Prepara un caffè. Ha i capelli scarmigliati, e anch’io. Ci sono stati tempi in cui nell’altra stanza con lei ci sarei stata io. Ma adesso deve presentarmi al mondo come amica. Amiche. Sorelle. Compagne di università. Anche se l’abbiamo mollata dieci anni orsono. Lui le passa accanto in mutande, le stringe un fianco, mi guarda come una cosa qualunque che un giorno potrebbe finire nel suo letto. Fa un sorriso complice. Io no.
Metto Vivaldi in stereo. Le quattro stagioni, L’Estate. Rapita da un sentore di disperazione solenne. Il centro del mondo. Il centro del giorno. La metafisica della notte. Ecco cosa siamo. Mentre lo stereo del bagno spara bollettini di guerra, kamikaze, bombe, eutanasie, sbarchi di inconsapevoli esseri umani finiti nelle mani di laidi sfruttatori, noi, al sesto piano di un appartamento di San Lorenzo, siamo la tragicità del disamore.
Lucia ha ancora il trucco sotto gli occhi e sulle labbra morbide sporche di caffè c’è il ricordo del nostro primo bacio, in una notte di San Lorenzo, in un locale vintage o subito fuori. Adesso anche lei ha dei sospetti. Sospetti sugli occhi del suo amante che non mi si levano di dosso. E lo odio. Lo odio come si odiano i feroci predatori, che ti portano via qualcosa di tuo. Lo odio tutte le mattine quando passando per il bagno deve cercare di afferrarmi per i fianchi. Deve aver sognato di sbattermi a pancia in giù contro il lavandino. E io il giorno dopo sarei andata in uno di quei gruppi d’autoaiuto femminili a raccontare: ciao, sono Antonia, sono lesbica, un uomo ha abusato di me. E Lucia che avrebbe fatto? Per me.
Lucy era quella con cui potevi parlare di esistenzialismo fino a tarda notte con un bicchiere di vino rosso in mano. Quella che ti spiegava ogni volta la similitudine tra atomo e universo. Lei aveva il dolore dipinto negli occhi ma lo portava a spasso con sommessa ironia. E suonava la chitarra, ma solo i Nirvana. Una volta era una fotomodella. Una volta provava a fare di me lo stesso. Ma non ne avevo la stoffa. E adesso aveva un lavoro stupido in un pub, solo per sei mesi. E un uomo bastardo che non mi aveva mai tolto gli occhi di dosso. Tenevo il pigiama fino a mezzogiorno, per evitare ancora d’incontrare Alex in bagno o fuori dal bagno o sul limitare del bagno, proprio accanto alla camera da letto.
Che hai deciso, Antonia?
Lucy non mi aveva mai parlato con freddezza. Sapeva. Un buco dentro. Sapevo anch’io. Prima che potesse dirmelo rividi le notti insieme, nell’altra casa sulla Prenestina. Il copriletto indiano. Il cappello da cawboy che mi faceva provare. E un certo modo di togliermi i vestiti, quasi senza che me ne accorgessi. Le dita sottili, le mani nelle mani, i baci al vino. E il modo che aveva di scivolarmi tra le cosce. E quando si metteva su di me e chiedeva che le mordessi un capezzolo e sussurrava: guarda, ho il seno di una bambina, fai l’amore con una bambina. Aveva cinque anni in più ma era una bambina e cambiava vita con la rapidità di un giro di whiskey.
Ora mi stava innanzi, la vestaglia aperta, l’incarnato panna e i muscoli non più turgidi come due tre anni fa, il pancino da grande bevitrice. Gli occhi pieni di un dolore torvo.
Non è che puoi stare qui per sempre, Antonia. Devi pensare a te, trovarti un lavoro, una donna, un uomo, qualcosa che non sia questo stare qui, come una cosa che non sa dove andare.
Non so dove andare.
E mi stupivo dell’assenza totale della benché minima dignità. E il ricordo di noi si frantumava. Avevi detto che mi saresti stata vicina, qualunque cosa fosse accaduta.
E lei mi piantò addosso uno sguardo pieno di tenebra. Volle guardarmi come mi aveva guardato la prima volta. Una spada.
Sono incinta.
Indietreggiai e caracollai e indietreggiai. Poteva mai esser vero? Addio Lucia Guerra. Con lei le prime droghe al liceo. Con lei il primo viaggio a Berlino, nel ventre della cultura elettronica. Con lei avevo provato a studiare e far funzionare la vita. Non era riuscito a nessuna delle due. Con lei la prima volta. Con lei l’ultima. E nel mezzo una serie di esperienze senza sapore. Lucia Guerra non è più tra noi. Diventerà madre. Sarà davvero la donna di Alex. Davvero starà un bel pezzo con quell’essere. E così presi le mie cose e me ne andai.
Ci volle un po’ per mettere insieme tutto. Probabilmente qualcosa la lasciai. Un cappello e un reggicalze. Lucia si levò la vestaglia e vidi per l’ultima volta il suo corpo nudo. Aveva un corpo strano, di quelli che piacciono agli artisti. Bianchissima. Non completamente donna, non uomo. Una bambina. Una bambina con la pelle candida e il culo perfettamente sferico. Senza seno ma non magra. Il suo non seno era un principio di qualcosa, come in adolescenza. I capelli scendevano morbidi sulla schiena mentre s’infilava i leggins e poi gli stivali. Se li portava indietro, i capelli, con un gesto dinoccolato. Potevo scorgerle unghie dallo smalto nero sbrecciato. E mentre s’infilava la maglietta le vidi per l’ultima volta i seni non seni, promesse di seni, con i capezzoli in fuori, da mordere, caramelle. Si voltò prima che andassi. Non sorrise. Non salutai. Richiusi la porta. Scesi lungo la gradinata fino al piano terra. Dietro di me passi di anfibi.
Alex venne a inseguirmi lungo le scale, prima che chiudessi il portone.
Non posso fare a meno di te, sei tutti i miei sogni.
Per un attimo mi parve più disperato che bastardo. Gli feci una carezza, aveva il volto ispido di barba di due giorni. Gli concessi un bacio. Non aveva sapore. Era una tregua. Forse una tregua. E, mentre mi allontanavo, lo smarrimento nei suoi occhi si faceva vitreo. Alla finestra Lucia. Ci osservava. E intimamente rideva di un riso amaro e feroce. Sparì. Non feci che otto passi e mi ritrovai Lucia Guerra ad agguantarmi per la giacca.
Allora è questo che fai? Ti infili in casa mia, ti scopi il mio uomo.
No, Lucia.
Indietreggiai. E lei avanzò. Mi sferrò uno schiaffo.
Antonia Dinardi, scandendo bene le lettere. Ti ho tirata fuori da una condizione di inutile ameba. Ti ho difesa dagli insulti dei coglioncelli al liceo. Ti ho insegnato a vestirti come si deve. Ti ho dato la musica giusta, l’energia giusta, i libri giusti. Ti ho portata nei club esclusivi. Ti ho trascinata in giro per l’Italia tra fotografi e artisti. Ti ho creata io. Adesso, tesoro, che vuoi? Vuoi essere me?
E mi prendeva per la colletta mentre lo diceva, mi strattonava. Aveva lampi negli occhi. Saettavano.
Lucia…
Lucia un cazzo! Alessandro è il mio uomo, sta con me, ho suo figlio nella pancia. Tu chi sei? Cosa vuoi? Cosa cerchi da lui? E da me? Da me? Da me? È da quando sei piccola che mi stai incollata al culo. Cosa. Vuoi. Da. Me.
Un morso di belva nello stomaco. I denti. La saliva. Di me. Brandelli. E stringono, i denti, stringono, fino alla gola, stringono. Fuori dagli occhi tutti i ricordi. Liquidi. Salati. Fuori. Tutti. Ora.
Io credevo che tu.
Lei indietreggia. La luce nel suo sguardo è una lama. Ride. Ride. Si tira indietro i capelli. Ride.
Per cosa, per le volte in cui abbiamo giocato?
Ti prego, Lucia.
Era per questo, volevi vendicarti.
Ti prego.
Si riavvicina e posso sentire l’odore d’arancia sul collo della sua maglietta nera. Le sbavature della matita scura sotto gli occhi.
Antonia, Antonia. Credevi, davvero credevi. Abbiamo giocato, Antonia. Era un gioco. Eravamo ragazze. Adesso basta. Adesso avrei una vita normale se non fosse per te.
Sputa per terra. Viene accanto a me. Poggia un piede contro il muro. Posso vedere scintillare la pelle nera dello stivale a contatto con il calcestruzzo. Si fruga nelle tasche. Trova una sigaretta.
Hai da accendere?
Frugo nelle mie. Ho un accendino giallo. Do fuoco alla sua sigaretta. I capelli le vanno nella fiamma, li scosta algida. Ed è bellissima con i capelli neri scarmigliati e il trucco sfatto e gli stivali neri e gli occhi in fiamme e i seni d’adolescente e il pancino non etilico ma di una promessa di vita. Mi prende la mano. Ha unghie lunghe, smalto messo male. Le mie sono cortissime, mangiate dappertutto.
Sono una stupida, Antonia.
Comincia a singhiozzare. E lo fa più forte di me. Più forte di Alex, che di corsa ci raggiunge e ci trova con una sigaretta accesa e le mani che si cercano. Lo guarda, Alex. Alessandro Nitti. Il cattivo della storia. Il bad boy. L’uomo che prometteva a tutte avventure straordinarie tra Amsterdam e Berlino, tra elettronica e paradisi artificiali, tra club e prive’. Il filosofo, Alex. Il fotografo, Alex. Il figlio di puttana. Lucia non poteva che innamorarsi di un figlio di puttana.
E singhiozza. E ride. E singhiozza ancora.
Dovevo immaginarlo. E in fondo l’ho sempre saputo. Alessandro Nitti non poteva che desiderare una lesbica.
Hai una sigaretta?
Me la passa. L’accendo. Fumiamo nevrasteniche e ci prendiamo le mani. Alex sta lì, a guardarci, immobile. Sottilmente compiaciuto.
Adesso non dirmi così. Io non sono una definizione. Sono la tua Antonia, razza di scema. Sono sempre stata la tua Antonia. E questo tizio, questo qui di fronte che ci guarda e se la ride, non c’entra nulla con noi.
Lucia mi prende la mano, stringe. Stringe così forte che potrebbe spezzarla. Ma guarda lui, fissa lui. Con due saette negli occhi.
Alessandro si avvicina. Come lo vedessimo per la prima volta. Per la prima volta non è il fotografo. Il filosofo. Lo strafigo dell’università. L’uomo dalle mille e una menzogna. Con i soldi giusti per fare Roma-Berlino in una notte. Per la prima volta è un uomo che non ha patria.
È vero, vi ho divise. Forse mi piaceva farlo, è vero. Forse desidero Antonia perché a lei gli uomini non piacciono. Forse non sopporto più Lucia perché non voglio essere il padre di suo figlio. Forse non voglio neanche sapere come siamo arrivati fin qui. Forse voglio partire adesso per un luogo mai visto e ricominciare. Forse vivere in casa con voi era impossibile. Forse ho sentito di essere fragile. Forse non ho voglia di crescere. Forse mi detesto al punto da non poter amare nessun altro. Forse siete così perfette insieme che io sono di troppo. Forse siamo un branco di isterici senza futuro.
Forse, lo interruppi, torniamo su e beviamo un Borgogna.
Lucia si asciugava le lacrime con una mano e con l’altra scagliava la sigaretta verso il lato opposto della strada. Io l’abbracciavo. Alessandro se ne stava lì, immobile. Come si vedesse lui stesso per la prima volta. E ci guardava allontanarci, diventare piccole bambole all’ingresso del portone. E restava lì. A guardarci. Ma tra breve ci avrebbe raggiunte.

© i.p.

Una volta l’estate
La distopia di un mondo nel quale l’estate rovente continua ad avanzare implacabile è entrata nei miei pensieri.
Non mi lascerà più. Questo libro è un mondo di porte che si dischiudono sulle brillanti oscurità che ci sforziamo di nascondere agli occhi del mondo. Ma Maya non vive di maschere. Maya, la protagonista, cerca l’amore e l’accettazione delle sue contraddizioni.
Lei vuole rimettere insieme i pezzi e ritornare integra attraverso la socialità di un matrimonio con Edoardo Carducci, addirittura sposato due volte, con rito civile e religioso. Per un po’ la sicurezza del matrimonio sembra farle trovare un posto nel mondo.
La realtà però è molto complessa e di fatto il matrimonio, e la successiva gravidanza, fanno esplodere il precario equilibrio di un’anima la cui sensibilità è troppo grande per essere compressa in un ruolo.
I due si cercano e si sfuggono in un tempo sospeso che ripropone sempre la luce accecante di un torrido paese del sud, di una casa a Roma con lenzuola disfatte e sudate o di una loro precedente vacanza in Grecia.
Il tempo del romanzo è un tempo talmente denso e immobile da rendere tangibile quello che tante volte pensiamo accada in mondi paralleli. Non c’è altro che un eterno, terribile presente, in cui tutto è destinato a replicarsi. I mondi pregni di colore delle tele di Maya, in particolare “la donna con il braccialetto”, esplodono dalle pagine di carta e ci macchiano l’anima.
Sfumature di blu oltremare, rossi sanguigni e voraci, profondità che ci ricordano che la realtà che viviamo è davvero solo un velo.
L’incontro con Anya, la postina inquieta e seducente, e l’allontanamento di Edoardo in una missione di pace fanno evolvere gli incubi frammisti ai ricordi traumatici di un’infanzia vissuta sotto il segno della perdita del padre e dell’inaffettività della madre.
Maya a un certo punto perde tutto, pure il suo nome, tanto che i medici finiscono con il chiamarla signora Carducci, cristallizzata nel ruolo di giovane moglie e madre, e questo sarà la miccia che farà esplodere le contraddizioni di chi le vive accanto e non vuole lasciarla libera.
Chi vuole bene a Maya? Sicuramente i lettori. Quelli che amano le storie di persone con problemi, quelle che sembrano sconfitte e invece sono solo alla ricerca di qualcosa di autentico oltre la corporeità.
Le voci di Maya ed Edoardo sono inframmezzate da quelle di Anya, della madre di Maya, del ginecologo, dallo psichiatra che ci portano, ognuna nel loro mondo. E questa coralità che non si sovrappone ma rimane incalzante e lirica è propria dei bravi scrittori, quali sono gli autori.
Il romanzo sfugge a qualunque genere entrando in una sola categoria: quello delle cose lette che non dimentichi e che ti seguono come ombre attaccate all’anima.
Bellissimo.

Roma2008

 

Al mattino il cielo è buio. Esco con una specie di peso sul torace. Confabulazioni solipsistiche non lasciano spazio ad attraversamenti. Mi pare che nulla possa tangermi, nulla incroci il mio sguardo. E sono nel nulla.
Arrivo a Piazza del Popolo e la luce è mutata, più chiara, il cielo altissimo. Faccio un giro per la piazza in cerca di un bar per prendere una bottiglia d’acqua. La Basilica di Santa Maria del Popolo è nascosta da un’impalcatura, ma prima, al centro della piazza, verso la Basilica, noto una struttura, un carro, qualcosa che somiglia a una giostra, e intorno due bancarelle indiane, una vende stoffe, sari, l’altra è bianca e ci sono degli uomini con tuniche bianche e collane colorate. Uno di loro mi ferma per porgermi un opuscolo. Sopra c’è scritto Hare Krishna. Il tizio sembra avere un accento del sud e gli domando se sia pugliese. Non lo è. È di Roma. Gli dico di essere pugliese.
Ma vivo a Roma da un po’, a Montagnola.
Maddai, ho un bar a Montagnola (mi dice dove).
E’ proprio vicino a dove abito.
Fai delle pratiche?, chiede, meditazione o yoga?
No, però vado in Nepal quest’estate.
Bello. Ma credi in Dio?
Non ne sono certa. Credo nell’immensità del cosmo.
Vieni ai nostri incontri. Non è un caso che tu sia capitata qui.
Bello quando ero una bambina mistica e credevo in tutto. Era bello essere ingenui. Lasciarsi trascinare nelle cose. Ormai non credo più alle persone che mi dicono: non è un caso tu sia capitata qui, non è un caso il nostro incontro, c’è qualcosa tra noi, qualcosa o qualcuno ti ha chiamata. Perché? Perché me ne capitano troppi, di questi incontri. Una volta in treno per Bari incontrai un ex di mia cugina che era appena entrato in una specie di setta buddista che all’epoca anch’io frequentavo (cercò di dirmi non fosse un caso essersi incontrati lì, dopo anni, e parlare di Karma). No, non frequentavo. Semplicemente ripetevo certi mantra e cercavo in tal modo di far avverare i desideri. Qualcosa avveniva. Ad esempio pensavo intensamente a una persona e poi quella persona mi scriveva o mi telefonava. A dirla tutta sarebbe stato meglio non aver ricevuto quel genere di attenzioni da quella persona. Con questo gioco di risuoni siamo andati avanti per quattro anni. Quattro stupidi anni di agonia. Poi capitava lo sognassi e il giorno seguente mi chiamava, magari non ci eravamo sentiti per due mesi. Sincronicità dicesi. Una volta ho avuto un’esperienza di sincronicità pazzesca. Sono andata a trovare mia zia, moribonda, in ospedale. Sapevo stesse per morire e non volevo vederla in certe condizioni. Ci andai però, allora, perché mi sentii come chiamata. E ci vedemmo per l’ultima volta, il giorno dopo si spense.
Un’estate mi è capitato di sognare di ruzzolare giù da una montagna e il giorno seguente il giornale riportava la notizia di alcuni alpinisti caduti sotto una valanga. Un’altra volta mi è accaduto di andare a vedere un film e di averlo consigliato a una persona che mi rivelò di aver visto lo stesso film lo stesso giorno. Poi sognai di essere morsa da una vipera e il giorno seguente scoprii di essere stata morsa dall’invidia di una tizia che frequentava un laboratorio con me. Poi se ci fai caso noti tutti i segni. I segni vengono al pettine. Allora devi smetterla con questo risuono. L’esistenza stessa risuona. Non puoi permetterti di sentire così tanto, ne va della tua integrità psicofisica.
Chissà come si vive da Hare Krishna, magari stanno meglio di noi, magari credere in qualcosa aiuta a superare i momenti di abisso, di scivolamento. Bisogna essere disposti alla disciplina, e per quanto mi riguarda la vedo difficile. Forse la felicità è nella disciplina, nel seguire un precetto fino al raggiungimento della serenità.
Piazza del Popolo è bellissima, piena di trampolieri e con questo carro indiano che alle diciassette si aprirà e darà luogo a una festa Hare Krishna, nel pieno spirito di deterrirtorializzazione della città. Amo ogni forma di deterritorializzazione, di soglia. A volte credo che l’intera esistenza per me sia una soglia, uno stare tra due dimensioni non appartenendo del tutto a nessuna. È una soglia la non scelta, la non azione o l’azione non premeditata. Dicesi acting out. L’analista dice che bisogna andarci piano con l’esplosione dell’emotività, che a parte perdere persone importanti per aver sputato loro in faccia cattiverie di ogni genere, uno potrebbe anche fottersi la vita, tipo farsi un giro in spdc e venirne fuori con un corpo che non gli appartiene. Si può vivere bene nella soglia? Nell’indefinizione? Può darsi. Taluni non hanno scelta, non possono farne a meno. Come non scegliere la propria identità sessuale, lasciarsi attrarre dalle cose, dalle persone, dagli incontri fortuiti, dagli odori, non razionalizzare, non decodificare i segni, dare attenzione solo al significante senza fare segno, senza significazione.
Mi piace sorridere alla gente che incontro per caso, immaginare chi sono, che stanno facendo. I trampolieri per esempio, prima di essere qui dov’erano. Com’è la vita di un trampoliere? È anche quella una zona di soglia? O forse poi qualunque forma di vita diviene abitudine? Forse l’unica differenza fra me e gli altri è che io ho preteso di più dal tramonto. Colori più spettacolari quando il sole arriva all’orizzonte. Forse è questo il mio unico peccato. (Joe) Lars von Trier.
Ricordi d’adolescenza. Ci sentivamo potenti. Ci sentivamo eroi. Ci sentivamo fuorilegge. Ci sentivamo criminali. Eretici. Ribelli. Fragili. Crudeli. Bellissimi. E di base eravamo solo dei drogati. Anche il margine ha le sue regole. Mi hanno spinta fuori anche dai margini. Non riuscire ad abitare nessun reale e pretenderli tutti. Ho sognato un caleidoscopio, come quelli che si vedono sotto LSD. Non riuscivo a stare in nessuno specchio ma un po’ di me era in ciascuno.
Com’è bella Roma di sabato mattina. Piazza del Popolo è piena d’esistenza. E sto aspettando un’epifania. Un rapimento. Godot.
Attraverso gli archi, scendo nella metro e prendo il treno per Termini, da lì cambio per andare a San Paolo e sulla banchina in direzione Laurentina ci sono due suore vestite completamente di bianco, con gli abiti bianchi e i veli bianchi. Una è solo una suora. L’altra è bella come La primavera del Botticelli, ha gli occhi verdi e un riccio biondo scuro impertinente fuori dal cappuccio. La guardo come guarderei una tanghera. Mi sorride. Sorrido anch’io. Com’è bella Roma di sabato mattina.

© i.p.

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Alle volte così fragile potrei morire in questa infinita tenerezza e mi distrugge ogni cosa e ti guardo divenire e ti immagino superare ogni ostacolo vivere un’esistenza priva di leggi e padri e uomini e distanze tutta un’epifania della presenza un immanente restarsi ti immagino sulle strade sdrucciole dei quartieri in voga della città con un bicchiere di vino bianco tra le mani e occhi magnetici ascoltare musica atrocemente meravigliosa in giro con Apparat in cuffia e qualche deviazione sul percorso i tetti rossi di Roma paiono un dipinto un altrove e la gente ai tavolini dei bar rideva con i cani lì al guinzaglio e i bicchieri sollevati comincia l’estate e ha l’odore del ricordo ti immagino con me mentre mi lascio attraversare da tutte le strade divento tutte le cose vorrei fosse possibile questa immanenza linea di fuga lasciarsi trafiggere dalla vita proprio in fondo come scivolare sul fondo di un bicchiere e ritrovarsi nell’ebrezza della sera nell’invisibilità della notte dove nulla comincia non esiste fine vorrei essere meno astratta e applicarmi sulle cose non perdere concentrazione a ogni battito d’ali d’albatro vorrei restarmene in eterno a fantasticare sui tuoi occhi e sull’immensità di un istante di soglia nella soglia nel solco si avverano i deliri onirici e si può dimenticare per un istante il presente divenire l’altrove restare sospesi e voglio solo questa sospensione questo eterno riconoscersi prima della partenza c’è sempre tempo per dirsi addio forse ci piace sfidare il potere non per la forza ma per la fragilità del risuono forse abbiamo rinnegato i padri per partorire noi stesse forse siamo sulla stessa linea di confine prima del dissolvimento solo un po’ d’ordine per difenderci dal caos difendimi dal caos divenire caosmos senza sosta non so se riuscirò a tollerare i mutamenti emozionali le alterazioni la follia cui mi dono come un martire e sono perfettamente consapevole che tutto scorra muti nel suo opposto è questo che cerco di evitare incastonando le proiezioni in un fermo immagine non definendo niente e dissolvendo tutto là dove il corpo è l’anima e la notte è giorno e la paura di vivere si traduce in desiderio immenso desiderio dell’altro che è poi irraggiungibile come irraggiungibile è il sorriso della luna come irraggiungibile è il pensiero la potenza del sapere per questo alle volte perdo le speranze di poter concepire un reale che non sia immerso nel sogno nell’altrove nell’immaginario che altri hanno progettato per me e mi getto fuori dai contorni per divenire confine e sfiorare tutte le cose amare senza amare affinché sia un gioco l’esistenza alle volte un gioco al massacro ma pur sempre danza sacra di un fanciullo nel ventre della terra siamo solo bambine travestite da adulte e ci divorerà la luce portami con te per un giorno voglio essere ciò che non si appartiene.

 

© i. p.

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Rivederti è stato aprire le porte, lasciarsi penetrare dall’aria, irridere un trascorso doloroso, tramutarlo in favola. Non potrei dimenticare quella giornata di flebile inverno liceale. Avevi gli occhi scuri, pieni e le labbra carnose. Ti si notava da lontano, poggiata a quella ringhiera nel cortile gremito di colori, foglie rosse e kefie. Scrivere di te non è semplice, rischio di cadere nell’antinomia o nell’eccesso. E invece era tutto così tenue, un soffice scivolare nell’oscurità, ma senza strappi, senza contrazioni. Dolcemente, andavamo dritte dritte nella bocca dell’inferno. E ci piaceva, quanto ci piaceva, sapere di finire dentro quel tunnel senza via d’uscita. Ci sentivamo sante e assassine. Quando tutto intorno era freddo e vuoto noi avevamo ancora il coraggio di ridere.

Il nostro bacio sui sedili di quel pullman e i ragazzi che guardavano chiedendoci di farlo ancora, e il senso di sporco come fossimo state scoperte in un gioco troppo intimo per poter essere visto da altri.

L’odore dell’incenso nel tuo giardino d’estate. Lo scrosciare della pioggia negli interstizi dei portici di via Capruzzi, quando indossavi maschere punk e suonavi alla chitarra Penny Royal Tea, cantando appena, la voce flebile si apriva tra le labbra, e trattenevi l’epifania dei gesti nelle dita e negli occhi. E io vestivo in quel modo così stupido e sessantottino. Scrivevo lettere a Jim Morrison credendomi sua reincarnazione. E poi la festa di 18 anni di V,. quando schiudevamo capsule di estatici veleni avvolte nelle maschere della nostra furiosa adolescenza, e danzavamo tra tutte quelle fotografie in bianco e nero. Mi sarebbe piaciuto conoscere le giuste parole per raccontarti quel che in me si agitava. Nel tornare a casa sentivo i vuoti nei muri. La mia immagine fissavo nello specchio. Il reale si sgretolava. L’immagine era colore sciolto. E la sintassi perdeva posto nell’organizzazione del senso. Avrei voluto averti tra le braccia. Stringerti. E non capivo cosa fosse quella vertigine al tuo fianco. E non capivo come definire la potenza di quel sentimento. E come avvenisse senza che potessi scegliere o dare definizione alcuna alle circostanze. Non sono mai riuscita a definire i rapporti, lasciavo che mi scivolassero nel corpo, nella carne, non ne afferravo il verso, la direzione.

E il giorno del mio ventesimo compleanno, noi, dentro sconosciute auto di sconosciute genti, nella sintesi aurorale di cieli in fiamme viola perlato e luci al litio, abbacinanti e nere, disperse nelle desolate lande delle campagne pugliesi, tra vigneti e ulivi, con l’odore forte di rugiada al mattino e il crepitio ossesso dei decibel, mentre danzavamo la decadenza del tempo, sulle rovine del mondo, in un sociale che crolla. Poggiasti le labbra sulle mie, il tuo sapore chimico al lampone è ancora nella mia bocca, chiedendomi ancora e ancora e ancora di provare tutto. Ora. Subito. Spalancare le porte. Incarnare l’istante. Renderlo eterno. E indivisibile. Simile a un Nirvana rovesciato. Simile all’assoluto che la giovinezza pretende. Mentre devasta corpi e significati. Sbrana e devasta. Sbrana e devasta. Fino a lasciarti vecchia.

Stringevo fasulli fidanzamenti solo per starti accanto. Consumavamo chimiche passioni orgiastiche sulle terrazze di paesi quasi greci, decomponendoci in milligrammi di valium e benzodiazepine di vario genere. La carne era tutto. E potevamo scambiarcela e indossarla, stravolgere i sensi inondare le coscienze di esiziali misture e, divorate dai corpi, in un labirinto di specchi, estatiche, potevamo scrutarci da lontano, o troppo, troppo vicino, sfiorarci e dilaniarci, senza toccarci mai.

E ricordo i nostri quindici anni di nottate etiliche, trascorse sulle gradinate delle poste, davanti alla taverna, nel grigio novembrino della città, mentre auto di genitori sospettosi facevano due giri intorno al palazzo per poterci spiare, nella nostra folle illusione di assoluto. E uomini dall’aspetto scheletrico gridavano all’umanità dei sottosuoli l’indomabile potenza della loro esistenza border. Ricordo noi bere vino scadente fino a vomitare su quei gradini, e ancora spiarci distanti mentre il primo arrivato riusciva a infilarsi tra le cosce dell’una o dell’altra, senza per nulla conoscerne nome o identità, per poi dimenticare e continuare a giocare a dadi con le vite degli altri, mentre tutti erano fuori dal quel quadro espressionista, e c’eravamo solo io e te, il fuoco violentissimo della nostra volontà di potenza, la forza ammaliatrice della natura feroce cui non eravamo che inconsapevoli emanazioni.

E i quattro anni di silenzio in cui cercavo di ricrearmi una vita lontano da tutta quella stupefacente devastazione, e ti sapevo distante e ti immaginavo perduta. Invece è stato dolce ritrovarsi in quegli stessi luoghi privi della tossicomane fauna cui eravamo abituate, attraversare quei gradini vuoti, entrare in taverna e trovare un’altra aura. Stare lì dentro senza nessun orpello immaginifico borchiato o fluorescente, lì dentro, miscelate a tutta quella normalità di cui ora ci fingiamo parte, ma lo sappiamo entrambe che non è così, normali noi non lo saremo mai, possiamo concederci solo vite straordinarie, al di là del bene e del male. Questa diversità agli altri deve apparire stoltezza, ma in realtà è il contegno di un dio in mezzo ai mortali. È stato bello tornare nel tuo giardino, tra quelle mura, vederti giocare con i tuoi bambini biondissimi e fortissimi e pieni di quella volontà di vivere – infiammare e devastare – che un giorno ci è appartenuta e ora in noi si placa – si è placata – e possiamo solo rubarla alle vite degli altri. Come se non restasse che il gioco, ora che il muro è crollato. E ognuna ha scelto la sua forma: tu madre, io cantrice di storie sfiorate appena e mai possedute, in definitiva, infinite.

 

© i. p.