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Category Archives: alternative

ilasigaretta
E poi mi svegliavo a casa di Lucy o di Alex, a seconda dei punti di vita.
Un letto messo di sguincio tra il salone e la cucina. Nell’altra stanza loro. Dormono o scopano, che importa? Mi sveglio pensando ai quasi trent’anni, a come vorrei una vita da adulta, a come non possa averla.
Lei esce dalla stanza con solo una vestaglia giapponese. Prepara un caffè. Ha i capelli scarmigliati, e anch’io. Ci sono stati tempi in cui nell’altra stanza con lei ci sarei stata io. Ma adesso deve presentarmi al mondo come amica. Amiche. Sorelle. Compagne di università. Anche se l’abbiamo mollata dieci anni orsono. Lui le passa accanto in mutande, le stringe un fianco, mi guarda come una cosa qualunque che un giorno potrebbe finire nel suo letto. Fa un sorriso complice. Io no.
Metto Vivaldi in stereo. Le quattro stagioni, L’Estate. Rapita da un sentore di disperazione solenne. Il centro del mondo. Il centro del giorno. La metafisica della notte. Ecco cosa siamo. Mentre lo stereo del bagno spara bollettini di guerra, kamikaze, bombe, eutanasie, sbarchi di inconsapevoli esseri umani finiti nelle mani di laidi sfruttatori, noi, al sesto piano di un appartamento di San Lorenzo, siamo la tragicità del disamore.
Lucia ha ancora il trucco sotto gli occhi e sulle labbra morbide sporche di caffè c’è il ricordo del nostro primo bacio, in una notte di San Lorenzo, in un locale vintage o subito fuori. Adesso anche lei ha dei sospetti. Sospetti sugli occhi del suo amante che non mi si levano di dosso. E lo odio. Lo odio come si odiano i feroci predatori, che ti portano via qualcosa di tuo. Lo odio tutte le mattine quando passando per il bagno deve cercare di afferrarmi per i fianchi. Deve aver sognato di sbattermi a pancia in giù contro il lavandino. E io il giorno dopo sarei andata in uno di quei gruppi d’autoaiuto femminili a raccontare: ciao, sono Antonia, sono lesbica, un uomo ha abusato di me. E Lucia che avrebbe fatto? Per me.
Lucy era quella con cui potevi parlare di esistenzialismo fino a tarda notte con un bicchiere di vino rosso in mano. Quella che ti spiegava ogni volta la similitudine tra atomo e universo. Lei aveva il dolore dipinto negli occhi ma lo portava a spasso con sommessa ironia. E suonava la chitarra, ma solo i Nirvana. Una volta era una fotomodella. Una volta provava a fare di me lo stesso. Ma non ne avevo la stoffa. E adesso aveva un lavoro stupido in un pub, solo per sei mesi. E un uomo bastardo che non mi aveva mai tolto gli occhi di dosso. Tenevo il pigiama fino a mezzogiorno, per evitare ancora d’incontrare Alex in bagno o fuori dal bagno o sul limitare del bagno, proprio accanto alla camera da letto.
Che hai deciso, Antonia?
Lucy non mi aveva mai parlato con freddezza. Sapeva. Un buco dentro. Sapevo anch’io. Prima che potesse dirmelo rividi le notti insieme, nell’altra casa sulla Prenestina. Il copriletto indiano. Il cappello da cawboy che mi faceva provare. E un certo modo di togliermi i vestiti, quasi senza che me ne accorgessi. Le dita sottili, le mani nelle mani, i baci al vino. E il modo che aveva di scivolarmi tra le cosce. E quando si metteva su di me e chiedeva che le mordessi un capezzolo e sussurrava: guarda, ho il seno di una bambina, fai l’amore con una bambina. Aveva cinque anni in più ma era una bambina e cambiava vita con la rapidità di un giro di whiskey.
Ora mi stava innanzi, la vestaglia aperta, l’incarnato panna e i muscoli non più turgidi come due tre anni fa, il pancino da grande bevitrice. Gli occhi pieni di un dolore torvo.
Non è che puoi stare qui per sempre, Antonia. Devi pensare a te, trovarti un lavoro, una donna, un uomo, qualcosa che non sia questo stare qui, come una cosa che non sa dove andare.
Non so dove andare.
E mi stupivo dell’assenza totale della benché minima dignità. E il ricordo di noi si frantumava. Avevi detto che mi saresti stata vicina, qualunque cosa fosse accaduta.
E lei mi piantò addosso uno sguardo pieno di tenebra. Volle guardarmi come mi aveva guardato la prima volta. Una spada.
Sono incinta.
Indietreggiai e caracollai e indietreggiai. Poteva mai esser vero? Addio Lucia Guerra. Con lei le prime droghe al liceo. Con lei il primo viaggio a Berlino, nel ventre della cultura elettronica. Con lei avevo provato a studiare e far funzionare la vita. Non era riuscito a nessuna delle due. Con lei la prima volta. Con lei l’ultima. E nel mezzo una serie di esperienze senza sapore. Lucia Guerra non è più tra noi. Diventerà madre. Sarà davvero la donna di Alex. Davvero starà un bel pezzo con quell’essere. E così presi le mie cose e me ne andai.
Ci volle un po’ per mettere insieme tutto. Probabilmente qualcosa la lasciai. Un cappello e un reggicalze. Lucia si levò la vestaglia e vidi per l’ultima volta il suo corpo nudo. Aveva un corpo strano, di quelli che piacciono agli artisti. Bianchissima. Non completamente donna, non uomo. Una bambina. Una bambina con la pelle candida e il culo perfettamente sferico. Senza seno ma non magra. Il suo non seno era un principio di qualcosa, come in adolescenza. I capelli scendevano morbidi sulla schiena mentre s’infilava i leggins e poi gli stivali. Se li portava indietro, i capelli, con un gesto dinoccolato. Potevo scorgerle unghie dallo smalto nero sbrecciato. E mentre s’infilava la maglietta le vidi per l’ultima volta i seni non seni, promesse di seni, con i capezzoli in fuori, da mordere, caramelle. Si voltò prima che andassi. Non sorrise. Non salutai. Richiusi la porta. Scesi lungo la gradinata fino al piano terra. Dietro di me passi di anfibi.
Alex venne a inseguirmi lungo le scale, prima che chiudessi il portone.
Non posso fare a meno di te, sei tutti i miei sogni.
Per un attimo mi parve più disperato che bastardo. Gli feci una carezza, aveva il volto ispido di barba di due giorni. Gli concessi un bacio. Non aveva sapore. Era una tregua. Forse una tregua. E, mentre mi allontanavo, lo smarrimento nei suoi occhi si faceva vitreo. Alla finestra Lucia. Ci osservava. E intimamente rideva di un riso amaro e feroce. Sparì. Non feci che otto passi e mi ritrovai Lucia Guerra ad agguantarmi per la giacca.
Allora è questo che fai? Ti infili in casa mia, ti scopi il mio uomo.
No, Lucia.
Indietreggiai. E lei avanzò. Mi sferrò uno schiaffo.
Antonia Dinardi, scandendo bene le lettere. Ti ho tirata fuori da una condizione di inutile ameba. Ti ho difesa dagli insulti dei coglioncelli al liceo. Ti ho insegnato a vestirti come si deve. Ti ho dato la musica giusta, l’energia giusta, i libri giusti. Ti ho portata nei club esclusivi. Ti ho trascinata in giro per l’Italia tra fotografi e artisti. Ti ho creata io. Adesso, tesoro, che vuoi? Vuoi essere me?
E mi prendeva per la colletta mentre lo diceva, mi strattonava. Aveva lampi negli occhi. Saettavano.
Lucia…
Lucia un cazzo! Alessandro è il mio uomo, sta con me, ho suo figlio nella pancia. Tu chi sei? Cosa vuoi? Cosa cerchi da lui? E da me? Da me? Da me? È da quando sei piccola che mi stai incollata al culo. Cosa. Vuoi. Da. Me.
Un morso di belva nello stomaco. I denti. La saliva. Di me. Brandelli. E stringono, i denti, stringono, fino alla gola, stringono. Fuori dagli occhi tutti i ricordi. Liquidi. Salati. Fuori. Tutti. Ora.
Io credevo che tu.
Lei indietreggia. La luce nel suo sguardo è una lama. Ride. Ride. Si tira indietro i capelli. Ride.
Per cosa, per le volte in cui abbiamo giocato?
Ti prego, Lucia.
Era per questo, volevi vendicarti.
Ti prego.
Si riavvicina e posso sentire l’odore d’arancia sul collo della sua maglietta nera. Le sbavature della matita scura sotto gli occhi.
Antonia, Antonia. Credevi, davvero credevi. Abbiamo giocato, Antonia. Era un gioco. Eravamo ragazze. Adesso basta. Adesso avrei una vita normale se non fosse per te.
Sputa per terra. Viene accanto a me. Poggia un piede contro il muro. Posso vedere scintillare la pelle nera dello stivale a contatto con il calcestruzzo. Si fruga nelle tasche. Trova una sigaretta.
Hai da accendere?
Frugo nelle mie. Ho un accendino giallo. Do fuoco alla sua sigaretta. I capelli le vanno nella fiamma, li scosta algida. Ed è bellissima con i capelli neri scarmigliati e il trucco sfatto e gli stivali neri e gli occhi in fiamme e i seni d’adolescente e il pancino non etilico ma di una promessa di vita. Mi prende la mano. Ha unghie lunghe, smalto messo male. Le mie sono cortissime, mangiate dappertutto.
Sono una stupida, Antonia.
Comincia a singhiozzare. E lo fa più forte di me. Più forte di Alex, che di corsa ci raggiunge e ci trova con una sigaretta accesa e le mani che si cercano. Lo guarda, Alex. Alessandro Nitti. Il cattivo della storia. Il bad boy. L’uomo che prometteva a tutte avventure straordinarie tra Amsterdam e Berlino, tra elettronica e paradisi artificiali, tra club e prive’. Il filosofo, Alex. Il fotografo, Alex. Il figlio di puttana. Lucia non poteva che innamorarsi di un figlio di puttana.
E singhiozza. E ride. E singhiozza ancora.
Dovevo immaginarlo. E in fondo l’ho sempre saputo. Alessandro Nitti non poteva che desiderare una lesbica.
Hai una sigaretta?
Me la passa. L’accendo. Fumiamo nevrasteniche e ci prendiamo le mani. Alex sta lì, a guardarci, immobile. Sottilmente compiaciuto.
Adesso non dirmi così. Io non sono una definizione. Sono la tua Antonia, razza di scema. Sono sempre stata la tua Antonia. E questo tizio, questo qui di fronte che ci guarda e se la ride, non c’entra nulla con noi.
Lucia mi prende la mano, stringe. Stringe così forte che potrebbe spezzarla. Ma guarda lui, fissa lui. Con due saette negli occhi.
Alessandro si avvicina. Come lo vedessimo per la prima volta. Per la prima volta non è il fotografo. Il filosofo. Lo strafigo dell’università. L’uomo dalle mille e una menzogna. Con i soldi giusti per fare Roma-Berlino in una notte. Per la prima volta è un uomo che non ha patria.
È vero, vi ho divise. Forse mi piaceva farlo, è vero. Forse desidero Antonia perché a lei gli uomini non piacciono. Forse non sopporto più Lucia perché non voglio essere il padre di suo figlio. Forse non voglio neanche sapere come siamo arrivati fin qui. Forse voglio partire adesso per un luogo mai visto e ricominciare. Forse vivere in casa con voi era impossibile. Forse ho sentito di essere fragile. Forse non ho voglia di crescere. Forse mi detesto al punto da non poter amare nessun altro. Forse siete così perfette insieme che io sono di troppo. Forse siamo un branco di isterici senza futuro.
Forse, lo interruppi, torniamo su e beviamo un Borgogna.
Lucia si asciugava le lacrime con una mano e con l’altra scagliava la sigaretta verso il lato opposto della strada. Io l’abbracciavo. Alessandro se ne stava lì, immobile. Come si vedesse lui stesso per la prima volta. E ci guardava allontanarci, diventare piccole bambole all’ingresso del portone. E restava lì. A guardarci. Ma tra breve ci avrebbe raggiunte.

© i.p.

ilapanchina

Lei entrò in ateneo camminando con la foga di una volpe. Mi fissava. Allora avevo una sconsiderata paura di esistere. Per qualche incomprensibile motivo un piccolo editore aveva deciso di pubblicare un mio libro, scrivendo prefazioni su quanto la mia poetica fosse un flusso di coscienza disincantato sull’io e il mondo, forse non tutti erano consapevoli del fatto che io e il mondo non ci conoscessimo affatto e aprioristicamente ci odiassimo. Lei era un’hegeliana, parlava in modo filosoficamente forbito intervallando il tutto con costanti cioè raga minchia gaggi. Diceva di odiare Anya. Eppure quando la incontrava la salutava con patetiche effusioni. Ciò accadeva d’estate, sulle panchine del Marrakesh. Anya parlava di sparizioni in pieno stile Chi l’ha visto. L’altra parlava di Hegel. Fu allora che la soprannominammo L’Hegeliana. Non ci eravamo mai scambiate neppure una sillaba. Mai fino a quel pomeriggio d’autunno in ateneo. Incespicando tra filosofese, giovanilismo postsessantottino e parole in tedesco, cercava di comunicare. Sospendevo il vomitevole giudizio che avrei dato di lei. La ragazza mi poneva domande letterarie sul mio libro. Fissavo la luce fioca novembrina fuori dalle finestre dell’ateneo. Evadevo ogni risposta. All’epoca non avevo gran voglia di comunicare, studiavo disperatamente e altrettanto disperatamente dissolvevo il tutto nelle ombre sballate dei riti del sabatonotte. Aveva i miei stessi occhi allungati a mandorla, possenti e oscuri ma non il mio corpo. Forme poco aggraziate le conferivano un aspetto di mammifero bruno. Gli abiti larghi non erano sufficienti a nascondere quella pesantezza, la attribuivo alla sua negazione, in piena antitesi hegeliana. Lei indossava maschere di complicità mentre mi offriva una notte insieme. Dopo lezione uscimmo, camminammo verso la taverna di via Nicolai, attraversammo il giallore delle luci di quella zona che donavano al luogo un’atmosfera cimiteriale. Attraversammo le scale del lungo edificio metallico delle poste e ci mettemmo in piedi fuori dalla Taverna del Maltese mentre anziani clochard ascoltavano I Beach Boys da stereo verdi e sozzi, e indiani venditori di rose ci importunavano credendoci una coppia lesbo. Poi c’era una fila di ragazzi dagli abiti scuri e sdruciti, copricapo retrò e capelli colorati. M’incamminavo nel dominio dell’inautentico, tra tutte quelle teste, baciavo il George Harrison che credeva di possedermi, banalmente ascoltavo l’ingenuità in cuffia sotto forma di Muse, lasciandomi denigrare da falsi punkabbestia, miei vicini, figli di borghesi, sulle scale delle poste.
Che musica è pischella dimmerda!
La ragazza hegeliana mi difendeva ai loro occhi soltanto per dimostrarmi la sua superiorità onto-anagrafica. Un anello di metallo le scintillava all’angolo destro del naso, sarebbe potuta essere bella se solo avesse voluto. Quelle notti baresi, a bere coca e rum e vomitare sul rosso pavimento della taverna vecchia, lei si prendeva gioco delle mie nevrotiche rappresentazioni adolescenziali. Probabilmente ora direbbe lo stesso di me, non ricordo i nostri discorsi, è tutto come sommerso da una nebbia leggera che ricopre ogni cosa. Ricordo le traversate immaginifiche verso borghi dell’entroterra su lerci regionali con veleni ketaminici nascosti nel reggipetto e femminei discorsi sull’uso e usufrutto che uomini trentenni facevano dei nostri corpi. Le parlavo di M. Allora possedevo la nichilista convinzione di un dominio dal basso, raccontavo alla mia presunta amica di quanto piacevole fosse il dolore sadomasochistico alla Pauline Rege.
Un giorno lui ti ucciderà – diceva sempre – un giorno ti farà fuori.
Sembrava quasi dimostrarmi una qualche forma di bene ma allora ignoravo quanto labile fosse la demarcazione tra bene e male, tra essenza ed esistenza, tra essere e tempo. Allora ero il tempo. Ero l’incondizionato. Ero l’assolutamente altro. E per questa mia psicotica alterità non veniva poi difficile prendersi gioco di me. Sniffavamo la keta su copertine di dischi rovinati, piegando il capo sotto i sedili. Vagavamo nei paradisi sintetici per non esperire gli inferni metropolitani. Il treno si fermò e scendemmo. Un uomo grasso e sformato da zoloft e abuso d’alcol da discount e anfetamina, ci venne incontro. Quell’uomo si chiamava Pace, nel pieno dominio dell’ironia della sorte. C’incamminammo verso il primo bar dalle forti luci al neon e versammo vino rosso in calici, brindammo, stendemmo altre righe, sniffammo. Avveniva un inganno libidico nella favola postmoderna che stavamo a raccontarci. Avveniva la sospensione dei corpi perché questo è la ketamina: antimateria. E in quella felicità liquida l’anestesia atrofizzava ogni cosa. L’uomo grasso ci raccontò di aver torto la coda al proprio gatto e di averlo poi spellato lentamente con un coltello, ancora vivo, l’aveva scuoiato. Il micetto miagolava e lui scuoiava, il micetto piangeva e lui scuoiava, il micetto urlava e lui scuoiava. La pelle, raccontava, veniva via con tutto il pelo. La coda sembrava un lungo verme peloso e le membra si staccavano, il sangue colava sulle sue mani, s’incrostava nelle unghie. L’anestesia cresceva, si compivano atti terrificanti e li si copriva con risa scarne. Nel frattempo stavo aspettando M. ma non lo davo a vedere, la mia presunta amica se n’era accorta, lanciava spiacevoli sottintesi mentre i miei occhi balenavano fuori dalle luci al neon, verso il giallore dei viottoli antichi del borgo.
Si vede che aspetti lui – diceva – devi imparare a fingere – diceva – stendine un’altra – diceva – anestesia!
Ci alzammo nel pieno della liquidità psicofisica, camminammo tenendoci l’un l’altro per le braccia come vecchi ubriaconi. Volevo il cielo, era una ferita, uno squarcio verticale di mondo ingoiato. I corpi erano completamente insensibili al tatto così potevo ignorare di passeggiare accanto a una troia e a un assassino. Di fronte ci camminava un gruppetto di esseri vestiti di nero, mi sarebbe piaciuto guardarli in profondità. Fu allora che dovetti ri-acquisire la consapevolezza corporea. I muscoli si irrigidirono e la bocca dello stomaco mi sputò fuori il veleno in un getto di bile verde acido. Il cielo iniettato di stelle si gonfiava e sgonfiava con me al suo interno che cadevo e non toccavo mai fondo. Mi sembrava di avvertire l’urlo isterico di quelle risa. Quando sollevai gli occhi era troppo tardi, M. e i suoi amici ci erano passati oltre. La notte si consumò in un ex-statico cercarsi di occhi tra misture alcoliche e strisce di inappartenenza. La mia amica continuava a ripetermi le forme addominali della mia ingenuità. A un certo punto credetti mi amasse. Cercava di sfiorarmi le dita che non avevano più il dono del tatto.
Che t’importa di lui? – diceva.
All’alba abbandonammo lo squartatore di gatti e c’incamminammo nella foschia della stazione addormentandoci l’una sul corpo dell’altra e poi sul treno fino a casa. Erano notti inconcludenti e inappropriate, trivellate da inopportune telefonate di genitori smadonnanti in crisi di panico.
Quando uscimmo dal treno l’aurora squarciava i palazzi, la fontana di piazza Moro era un ricordo irreale di monadi e metafisici annullamenti. L’amica assonnata e dal forte alito di rum annunciava paniche crisi e antitetici timori del giorno a venire.
Resti a casa da me? – diceva – ho bisogno di affetto – diceva – non sopporto la domenica – diceva.
Mi lasciavo convincere dall’oscurità dei suoi occhi, così affrontavamo il giorno e la terra e i pesanti corpi privi di anestesia, corrosi dai più disparati veleni. Facevamo colazione in scalcagnati bar di San Pasquale con i panni appesi sopra le teste e gli schiamazzi in gergo dei ragazzi sui motorini. Bar traslucidi dalle sedie zebrate e baristi pelati con davvero pochi denti in bocca. Bar con biliardini, videopoker, cessi guasti e lunghi banconi a specchio, dove lei attaccava bottone con eleganti alcolizzati del mattino. Uscivamo nascondendoci dalla pesantezza del sole, ci aggrappavamo al cigolio delle reti di sovraffollati letti. Assumevamo ipnoinducenti, eppure non dormivamo. L’amica mi teneva una mano sul collo e schiudendo labbra e occhi mi implorava di baciarla. Levandosi le vesti esponeva nudo il suo corpo di forme adulte a me sconosciute. Non sono certa di esserne stata realmente attratta, anzi, in alcuni momenti l’odore alcolico del suo fiato e della sua pelle mi facevano ribrezzo. Nonostante tutto lo feci. Mi spinsi su di lei, dentro di lei. Toccai la fronte sua con la mia. Accarezzai le sue labbra e le spinsi la lingua nella cavità orale. Era un sapore ruvido, di unione più che di libido. Raccolsi i suoi morbidi seni tra le mani, allargando il più possibile le dita, sfiorai i grandi capezzoli che s’irrigidirono incontrando le mie mani e superai il sapore acido che mandava il suo corpo di tossica e alcolizzata. La feci mia così. Mi sentivo potente come un uomo e fragile come una bambina, accarezzavo il crespo dei suoi peli. Lei non si muoveva. Non ero certa le piacesse. Eppure la vedevo contorcersi. Gemeva. Ansimava. Io ero questo puro piacere da donare. Orgasmica libidine. Ero corpo e stomaco e odore senza ragione. Mi lasciavo irretire dagli altri corpi poiché solo come madonna del godimento potevo sentirmi. Infilavo le mie dita nel taglio tra le sue cosce. Le impregnavo. Ci mettevo anche le labbra e leccavo. Poi mi disse:
Fai con questo.
E mi passò il cellulare.
Mettilo dentro – mi disse.
Mi sembrò una cosa orrenda ma lo feci per adorarmi nell’altrui piacere e infilai questo oggetto metallico nella sua fica fino a sentirla contrarsi ed esplodere. Mi liberai e lei si addormentò. Era mezzogiorno trascorso, le tende alle finestre facevano bolle d’aria. I miei dovevano aver chiamato la polizia denunciando la mia sparizione.
Qualche sera più in là Anya mi raccontò di aver udito l’Hegeliana sproloquiare sulla presunta banalità del mio libro. Se pubblicano lei, allora io devo vincere il nobel per la letteratura, affermava di averle sentito dire dinanzi ad alcuni dei nostri cosiddetti amici, per giunta. Anya mi disse: non fidarti di lei e non perdonarla, lo rifarà. Anya mi disse: non fidarti di nessuno, ti tradiranno. Anya mi disse: devi sconfiggerli prima che lo facciano loro.
Allora mi resi conto di quanto poco valessero i corpi. Mi resi conto dell’esistenza della ferocia dei perdenti. In fondo quella sera avevo tradito più d’un principio. Avevo parlato con un assassino di gatti in botta di anestetici per elefanti. Avevo scopato con la mia futura nemica senza nemmeno pretendere di goderne. Avevo vomitato ai piedi dell’uomo che credevo di amare. Avevo sprecato un’altra notte nel dominio metafisico dell’inautentico e non avevo avuto ciò che desideravo.

© i.p.
foto di Luigi Annibaldi

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Il pomeriggio vedevo Anya, in quella sua stanza zeppa di poster gotici di donne. Mi raccontava le sue storie, ironizzava su tutto ciò che mi spaventava. Imitavo i suoi gesti, il suo vestire. Calcolavo le dimensioni della sua vita, dei suoi fianchi. Provavo le sue forme cercando somiglianze. Anya mi raccontava disgrazie di gente a noi vicina, finita in overdose o in clinica psichiatrica. Sembrava odiarli tutti, disprezzarli più che altro. Ascoltavamo terrorcore guardando immagini scheletriche sul desktop. Diceva di voler diventare anoressica e rideva, rideva sempre. Anche la sera, fuori da Storie, tra la gente, lei padroneggiava cinismo e sarcasmo. Non sembrava più odiarli. Lei riusciva ad entrare in contatto con loro. Chiunque poteva adorarla. Le stavo dietro ma non brillavo mai della stessa luce. Si allontanava con uomini in larghe felpe e capigliature da opera d’arte concettuale, lungo le vie secondarie del parchetto di via De Vito Francesco. Non parlavo mai con nessuno senza di lei. Tra me e gli altri c’era un muro invisibile. Anya tornava soddisfatta da giri in automobile a sniffare eccitanti di vario genere. Ci sedevamo sulle gradinate delle poste, di fronte alla Taverna. Quando stava a raccontarmi c’era un tono nella sua voce che la rendeva altissima, non si sporcava mai, lei riusciva a non cadere mai. Vendeva vestiti usati a ragazzine smanianti di somigliarle, bastava ti guardasse per farti vergognare della tua stessa esistenza. In questo la trovavo formidabile: nel modo suo di stare al mondo, come se non esistesse il dolore. Forse lei sul serio non soffriva.

Una volta una di quelle ragazzine si mise a piangere. Anya imitava la sua voce e svelava agli astanti segreti sulla famiglia della vittima predestinata. Mi chiese di portarle un’altra birra. Ero andata via mentre un cerchio di persone stava a guardare lo spettacolo, e c’era odore di hashish nell’aria. Anya poggiata a una macchina fumava una sigaretta. L’altra ragazza e una sua amica si erano avvicinate e avevano detto qualcosa circa i vestiti da lei venduti, forse sul prezzo esagerato, a detta loro, o sul fatto che fossero di taglie non conformi, non ricordo bene. Anya manteneva un ghigno di una calma innaturale, quando l’altra disse: io non mi faccio fregare da una stronza. Con molta calma Anya alzò il sopracciglio destro disegnato con la matita, mi guardò.

Mi prendi una birra per favore?

Entrai nella rosticceria che odorava di olio per le macchine. L’uomo senza incisivi mi diede un’heineken. Uscii e trovai la ragazzetta mora dai capelli rasati al lato, piangente, la sua amica ammutolita e la gente in cerchio triplicata. Anya afferrò la birra, le dita sulle mie in quel preciso passaggio mi diedero una scossa. Anya mi guardò complice. I suoi occhi erano così chiari da rasentare il bianco. Prese le mie mani e le mise attorno alla sua vita. In questo gesto io con lei ero invincibile. Continuò a parlare con la ragazzetta circondata da risate e vocalismi dialettali.
Salutami tuo padre, digli che ha tutta la mia stima, anch’io picchierei a sangue mia figlia sapendola così grassa e demente.

L’amica prese sottobraccio la ragazzetta con i capelli rasati solo da un lato, e la trascinò via.

Prima che le alzi le mani! Disse.

Anya gridava alle loro spalle.

Non aspetto altro. Mi avete sentita? E dillo a tuo padre, casomai decidesse di picchiare anche me, digli che lo aspetto con uno strap on!

Tutto intorno la gente sghignazzava e rideva. La schiena di Anya poggiata contro il mio torace mandava un odore di vaniglia. Mi premevo su quella schiena, sarei scomparsa al suo interno. Avvertivo la forma delle vertebre sul mio petto. Mi piaceva sentirmi con lei un unico corpo, una persona aumentata. Non provavo pietà per chi da lei si lasciasse ferire, li trovavo patetici, come lei li definiva. Però non riuscivo a fare lo stesso.

Anya si dileguava nel buio, camminando su quelle zeppe altissime come scalza. Mi tiravo su il cappuccio, la seguivo in case di sconosciuti, alle tre del mattino. Si brindava con superalcolici scadenti e righe bianche. Alla fine del mondo, si brindava. Adoravo la sua crudeltà, era così estrema da non potersi definire davvero crudele. C’era un’innocenza in quella crudeltà, un bambino che nulla sa del mondo e si prende quello che può scalciando a destra e sinistra. Invidiavo quell’innocenza, non sarei mai stata capace di tanto.

Un giorno Anya partì per Dublino, mi disse: non ci divideranno, non ci divideranno. Mi aveva comprato un peluche di tigre. Il pomeriggio prima della partenza l’avevamo trascorso da lei, nelle lenzuola, dopo una notte di bagordi. I corpi nostri così vicini, sempre sull’orlo. Non osavo toccarla, mi bastava starle accanto. Potevo sentirmi addosso il suo profumo. Mi teneva le dita sotto le lenzuola. Accarezzavo i fianchi suoi ma non accadeva altro. Ci stavamo accanto, eternamente in bilico. Ascoltavamo Trent Reznor.

Senza di te mi sento divisa, diceva.

Scivolavo tra le sue braccia, nella pelle sua bianchissima.

Quel pomeriggio, andando via da quella casa, al tramonto, non scorgevo i colori del crepuscolo. Vedevo gli alberi spogli. Sentivo freddo. Avevo l’impressione che tutto fosse più spoglio. La città spenta, priva di luce. La strada di casa mi sembrava diversa, come se qualcuno avesse sottratto ai giardini i colori. Mentre camminavo avevo l’impressione che ogni cosa stingesse. Era una fotografia anni trenta e io ero ferma lì, al centro di quella fotografia. Stingevo anch’io.

Quella notte mi ricoverarono in pronto soccorso, per via di una strana allergia. Mi ero svegliata all’improvviso senza respiro. I bronchi otturati. Un prudere fortissimo proprio dentro i polmoni. C’era stato un grande sconquasso. I miei, svegliati dai colpi di tosse forti, mi avevano trascinata d’urgenza in pneumologia. Non sentivo che quel prudere e prudere e prudere. L’aria entrava, immagazzinavo tutto, ma non espiravo mai. Inspiravo, inspiravo, inspiravo e non buttavo mai fuori. Quando arrivai in ospedale mi trovai un ago nel braccio e un aerosol nelle narici. Continuavo a vedere stinto e il medico disse si trattasse di una cheratite acuta. Attribuì anche quello all’allergia. Guardavo il mio scheletro sulla lastra.

Non fumare, disse.

Quando lei arrivò i medici non volevano farla passare. Sentivo i passi nel corridoio e riconoscevo le frequenze della sua voce.

Voglio vederla! Gridai.

Si accostò al letto e io non volevo piangere. Ci lasciarono sole per qualche minuto. Mise le mani sulle sbarre di ferro e in quell’istante pensai di essere patetica come la gente che amava demolire. Poi si avvicinò ancora, mi fissò dritto negli occhi. Mi prese la mano. Il suo calore si diffuse tra le linee dei miei palmi.

Non fare cazzate, disse.

Non sei più partita…

Ho l’aereo tra quattro ore.

Prima di andarsene si era rannicchiata su di me, mi aveva sfiorato le labbra con le sue.

Io smetto, cerca di darti da fare anche tu, non siamo abbastanza patetiche per fare una fine di merda.

Se non avessi ascoltato quelle raccomandazioni avrei vissuto il resto della mia vita in una bara. Ho fatto sempre l’opposto di ciò che mi è stato consigliato, forse l’ho fatto per cattiveria. La mia, meno innocente di quella di Anya, ha a che fare con qualcosa di molto lontano. Dentro c’è un’altra che muore e sono io a ucciderla. Ogni volta che muore io mi sento più forte e più debole, e spingo l’esperimento più a fondo. Ogni volta più a fondo. Ma lei sempre rinasce dal fondo. Fenice. Ogni notte mi sveglio senza respiro. I colori non sono mai tornati quelli di una volta, e ogni anno che passa è tutto sempre più stinto, sempre più stinto, sempre più stinto. Iperboreo. Ossianico. Nordico. Eppure so che quando tutto sarà completamente spento, io tornerò alla luce.

© i.p.

perché amo questo popolo di silvia todeschini_0

“Perché amo questo popolo. Storie di resistenza palestinese” di Silvia Todeschini (Edizioni Bepress, 2013, 183 pp.), è una raccolta di interviste a metà strada tra racconti e reportage narrativi. L’autrice è attivista dell’Internazional Solidarity Movement e della rete italiana ISM. È andata in Cisgiordania all’inizio del 2009, per poi cercare di tornare un anno dopo ed essere respinta all’aeroporto di Tel Aviv dalle forze di frontiera israeliane. È stata attivista a Gaza dall’ottobre 2010 al dicembre 2011. In questo libro ha raccolto storie di resistenza palestinese, grazie a interviste rivolte a donne e uomini di varie estrazioni sociali. Il contadino, Abu Khaled, che, fuggito dalla propria terra dopo aver visto fucilare la sua famiglia, continua a seminare grano, nonostante l’esercito israeliano ogni volta distrugga le coltivazioni. I pescatori, sparati a vista non appena superano le 3 miglia, ovvero un limite insostenibile, dal momento che normalmente la pesca si svolge su minimo dieci miglia. Sparati e arrestati mentre cercano di tornare indietro a prestare soccorso a un amico colpito dai proiettili. L’eroina islamica Fatma, partita incinta per aiutare il suo popolo a difendere la propria terra, subito arrestata e torturata. Costretta a partorire legata al letto, a non poter allattare suo figlio, a vederlo crescere in prigione, maltrattato, offeso e denutrito. Queste e molte altre storie di vita vissuta al limite della sopravvivenza e della sopportabilità, raccontate in modo diretto e cronachistico. Inframezzate da cenni storici che spiegano tutti i passaggi dell’occupazione Israeliana in Palestina, di come lentamente un popolo si sia impadronito della terra e della vita di un altro. Nei racconti fatti da contadini e pescatori, per esempio, emerge come gli israeliani non permettano ai palestinesi di coltivare i terreni e di pescare, poiché non vogliono che siano autosufficienti. Vogliono renderli dipendenti per quanto riguarda i bisogni primari. In oltre, verso la fine del libro, precisamente a pagina 158 c’è un’interessante quanto aberrante esposizione su come il governo italiano sia complice dell’occupazione israeliana. Dal 2008 al 2012, patti Nato, scambi di armi, leggi di sottesa alleanza, esercitazioni militari congiunte e altri accordi di cui non si sa nulla o quasi. Per citarne solo alcuni: “A luglio 2012 è stato ratificato un accordo che prevede la vendita di 30 M346 prodotti da una branca di Finmeccanica italiana per Israele.” “Mario Monti ha particolarmente spinto per la sua attuazione.” “L’Italia è obbligata a comprare da Israele armamenti per un valore non inferiore al miliardo di dollari.” “L’Italia acquista da Israele missili Spike, … droni e i famosi radar antimigranti a lungo raggio, che vengono installati in Sardegna” e in molte altre coste italiane. “Il filo spinato installato in Valsusa per difendere il fortino militare, ai danni degli abitanti del posto, è di ideazione israeliana.” “Nel 2012 sono stati simulati combattimenti aerei tra cacciabombardieri F-15 ed F-16 israeliani ed Eurofighter e Tornado italiani, inoltre, cosa gravissima, sono stati eseguiti veri e propri lanci di missili aria-terra e di bombe a caduta libera.” “All’interno dell’Operazione Vega le esercitazioni si ripetono con regolarità da diversi anni.” È un libro coraggioso, parla chiaro e permette al lettore di entrare nella quotidianità delle violenze che il popolo palestinese ha subito e continua a subire. È un libro che fa chiarezza sui meccanismi politici, storici ed economici che hanno portato alla situazione attuale. È un libro profondamente autocritico nei confronti dell’Europa e dell’Italia ma anche portatore di una volontà rivoluzionaria che dal popolo palestinese investe e contagia coloro che ne entrano in contatto. Le ultime pagine raccontano di tre attivisti: un’americana, Rachel Corrie, un tedesco, Thomas Hurndall, e un italiano, Vittorio Arrigoni, brutalmente uccisi dalle forze armate israeliane i primi due, rapito e poi ucciso da un gruppo jihadista il terzo. La prima, uccisa a 23 anni mentre si metteva tra un bulldozzer e la casa di alcuni palestinesi che l’avevano ospitata per mesi. Il secondo, colpito alla testa da un proiettile israeliano, sparato da una torretta di controllo, mentre portava via dalla linea del fuoco due bambine. Il terzo aveva scritto un libro sulla sua esperienza in Palestina e ne avrebbe scritto un altro, raccontava tutto su un blog e una pagina facebook ed è stato ucciso da un gruppo terrorista dichiaratosi afferente all’area jihadista salafita. Queste le parole di Rachel Corrie in una lettera ai genitori: “Non era questo che avevo chiesto quando sono entrata in questo mondo. Non era questo che la gente qui chiedeva quando è entrata nel mondo… Non intendevo dire che stavo arrivando in un mondo in cui potevo vivere una vita comoda, senza alcuno sforzo, vivendo nella completa incoscienza della mia partecipazione a un genocidio… Ma è giusto aggiungere, almeno di sfuggita, che sto anche scoprendo una forza straordinaria e una straordinaria capacità elementare dell’essere umano di mantenersi umano anche nelle circostanze più terribili.”