Skip navigation

Monthly Archives: agosto 2017

HHV

“Ho provato a figurarmi la morale e la democrazia come strumenti per combattere i demoni. Nulla di più ingannevole, Bowie. I demoni non si combattono e non si addomesticano. Si può solo sperare di incarnarli mentre a poco a poco sbranano e devastano”. Così si conclude uno dei romanzi più sconvolgenti che abbia mai letto: Homo homini virus di Ilaria Palomba, edito da Meridiano Zero.
Superfluo ricordare che il titolo ci rimanda all’Homo homini lupus di plautina memoria, teorizzato successivamente e innalzato a paradigma da Hobbes a testimonianza della natura avida e predatoria dell’uomo, che si aggira in quella giungla che è il mondo come una belva feroce. Va osservato, però, che il mondo figurato da Palomba, non senza una certa visionarietà, non è più una foresta selvaggia ma un vuoto destituito di senso e affollato di solitudini. Ed è in questo mondo ridotto ormai a un panorama di macerie che s’incontrano le solitudini di Iris, performer e artista geniale e autolesionista, e Angelo, aspirante giornalista che viene a Roma dalla provincia per realizzare il suo sogno e finisce vittima di abili manipolatori travestiti da intellettuali (Renato Paolini e in parte Luisa Del Giudice). Da sottolineare la scelta dei nomi, fin troppo eloquente, dei due protagonisti: Iris che ci riporta alla mente non tanto la mitologica perso­nificazione dell’arcobaleno, sorella delle Arpie e madre di Eros, quanto il fiore screziato di viola che reca in sé un’ombra funerea e Angelo che allude non tanto alla sua purezza primigenia di giovane idealista pieno di speranze che progressivamente decade precipitando in un abisso di angoscia e disperazione alla stregua di Lucifero quanto all’Angelo di W. Benjamin che si affaccia su un panorama di rovine, ma che guarda più al passato che al futuro. Ed è Angelo il vero protagonista del romanzo, io agente e io narrante, che racconta a posteriori la sua vicenda a uno psicanalista, ambiguo e sfuggente, che non a caso si chiama Bowie, come il Duca Bianco, ulteriore conferma dell’equazione nomina omina. È Angelo una sorta di demiurgo negativo, strumento inconsapevole che consente a Iris di portare alle estreme conseguenze il proprio destino e a se stesso di precipitare sempre più nell’abisso di solitudine e disperazione fino a rasentare la follia e a trasformarsi da vittima in carnefice. A Iris, invece, viene riservato uno spazio diaristico che spezza la narrazione diegetica, quasi intermezzo musicale, a cui lei affida pensieri, riflessioni, desideri e umori che sgorgano come acqua limacciosa da un vissuto familiare conflittuale e doloroso dove l’amore incestuoso per il fratello, Kurt, si accompagna a un rapporto irrisolto con la madre e al disprezzo e conseguente rifiuto da parte del padre.
Ho parlato di intermezzo musicale non solo perché al posto dei tradizionali capitoli di cui si compongono i romanzi ci sono qui delle tracce musicali con riferimenti espliciti a canzoni, cantanti e gruppi in sintonia con le vicende narrate o con i loro sottotesti, ma anche perché la musica occupa un posto di rilievo all’interno del romanzo; non a caso a un certo punto si legge testualmente: “La musica non è un’arte ma una categoria dello spirito”. Accanto alla musica si rilevano molti altri motivi e in particolare il corpo che gode di grande attenzione – e non potrebbe essere diversamente da parte di chi ha sperimentato la Body Performance Art – e di una indiscussa sacralità; basti leggere l’incipit, che ritroveremo anche nella pagina conclusiva in quanto il romanzo ha una perfetta struttura ciclica: “In principio credevo nel corpo. In principio credevo nella salute. […] Ora provo solo odio. La parola “corpo”, svuotata di senso, perde la propria dignità di essere.” E successivamente in una pagina del diario di Iris si legge: “Abitavo il corpo come fosse un tempio.” Finché si giunge al superamento, alla liberazione dei corpi e alla consapevolezza che nel mondo in cui viviamo, squallido, desolato, popolato da affaristi, speculatori, opportunisti e manipolatori, l’unica vera trasgressione è amare di un amore puro e sincero.
Il tutto poggia su un ordito filosofico che spazia da Nietzsche (senz’altro il più presente ed amato) ai postmoderni e che la Palomba dimostra di possedere e maneggiare con estrema consapevolezza e padronanza e non per il gusto del citazionismo, in quanto tutti i filosofi citati sono sim­bioticamente legati ai personaggi e alle diverse situazioni.
A fare, però, di questo libro un’opera straordinaria non è certo il contenuto né il contesto che pure è oggetto di una disamina attenta e puntuale, quanto la cifra stilistica, dal momento che in arte ogni rivoluzione avviene sempre e soltanto sul piano dello stile. Una scrittura, questa della Palomba, originale e innovativa che si avvale, a seconda delle circostanze, di diversi registri linguistici, rimanendo, però, sempre affilata e incisiva come un bisturi quando porta alla luce il marcio che c’è nella società e in ognuno di noi o smaschera i conformismi e le menzogne contrabbandate come verità sociali da pseudointellettuali o uomini di potere. Altre volte, nel delirio creativo e nelle performance di Iris, la scrittura dell’autrice esplode in un gioco pirotecnico di luci e di ombre. Nelle pagine decisamente poetiche del suo diario, dove prevale un linguaggio apoftegmatico, ogni parola, scelta con cura maniacale, ha una sua specifica valenza e una straordinaria varietà di implicazioni e significazioni.
Un libro, per concludere, che mi ha riconciliato con la letteratura e mi ha fatto nascere il sospetto che l’autrice di Homo homini virus non sia la stessa di Fatti male. Troppa la distanza tra i due libri e a livello tematico e a livello stilistico. In comune tra i due libri c’è solo la discesa agli inferi delle pro­tagoniste, ma nell’opera prima di Ilaria Palomba la vicenda è decon­testualizzata e si manifesta quel desiderio di épater le bourgeois che è decisamente datato e che non a caso viene sconfessato in Homo homini virus. Senza contare che manca l’ordito filosofico e il riferimento costante a Sartre e alla fenomenologia non si sviluppa con i personaggi e le situazioni ma è calato dall’alto per giustificare la morte della coscienza ed infine – cosa ancora più importante – la scrittura è completamente diversa, più acerba e ordinaria.

Francesco Improta

unavoltalestate

Premetto che ho sempre guardato con diffidenza le opere scritte a più mani perché ritengo che sia difficile se non impossibile amal­gamare e armonizzare culture, sensibilità e peculiarità stilistiche differenti, in questo caso, però, probabilmente per aver entrambi collaborato alla scuola di scrittura creativa Omero, l’esito lascia meravigliato ed entusiasta il lettore, invitato a mettere ordine in un puzzle intrigante e coinvolgente.
A livello specificamente strutturale si tratta di un libro nuovo ed originale, diviso in cinque lunghi capitoli in cui i personaggi, vere e proprie dramatis personae, più che agire raccontano, riflettono e ricordano, in quanto non ci sono fatti ma solo le interpretazioni dei fatti. Ne consegue che spazio e tempo cambiano continuamente, urtandosi, accavallandosi e talvolta fondendosi.
Al centro di questo puzzle, definito dalla Palomba un thriller psicologico, c’è Maya, un’artista sensibile e geniale che si porta dietro angosce infantili e adolescenziali mai risolte, la tragedia di un padre morto in circostanze misteriose e un rapporto imman­cabilmente conflittuale con la madre e che vive pertanto in una condizione esistenziale psicotica, che la porta a isolarsi, a rin­chiudersi nel mutismo e a rifiutare gli altri. L’incontro con Eduardo, militare di carriera, sembra aprire uno squarcio in questo suo orizzonte cupo ed angusto (si pensi al viaggio in Grecia e all’esplosione di luce e di felicità). Il matrimonio con Eduardo le impone, però, una serie di regole di comportamento che lei mal digerisce, la partenza, poi, del marito per una feroce missione di pace in Medio oriente e la scoperta della sua gravidanza fanno deflagrare la sua psicosi che come dice Lacan non è rimozione del desiderio inconscio – cosa che avviene nelle nevrosi – ma rimozione della realtà o meglio del fondamento che struttura la realtà, il Nome del Padre, per cui tutto va in frantumi e all’estate, richiamata esplicitamente nel titolo del romanzo, che simboleggia il calore, la vita, l’amore, la liberazione succede l’inverno con il gelo che paralizza il corpo e segna la morte dello spirito. E questo gelo non riguarda solo Maya e il suo vissuto ma anche la realtà politica e sociale in cui tutti noi siamo calati.
Se nei romanzi precedenti della Palomba era la musica a scandire i fatti e i moti dell’animo, qui, e non poteva essere diversamente, è la pittura l’arte di riferimento e non la pittura tout- court ma quella espressionistica (Munch in particolare, che urla la propria angoscia contro la desolazione e la disumanità di questo mondo) ed anche questa scelta è comprensibile se è vero – come è vero – che la psicosi è caratterizzata dalla frantumazione della realtà esterna che non può, quindi, impressionarci come accade negli impressionisti.
Anche a livello linguistico e stilistico prevale il cromatismo; le parole si sciolgono nella luce o s’intridono di colori che il più delle volte sono scuri e tenebrosi e germinano da sapienti colpi di spatola.
E così scendiamo e tramontiamo insieme al sole… una discesa nelle tenebre della notte che sembra non finire… Scendiamo in un pozzo sempre più profondo e alla fine sotto un arco troviamo l’acqua e la luna piena che sembra deglutire il mare nero come velluto nero, le stelle sono immense lucciole attaccate all’oscurità che ci crolla addosso.
Stona soltanto la conclusione alquanto consolatoria con quella speranza di estate che si intravede o si intuisce in lontananza, mentre lascia stupiti la capacità di Ilaria Palomba di rinnovarsi continuamente.
Francesco Improta