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Monthly Archives: dicembre 2012

Madonna

 

Viveva nel suo studio, illuminato solo dal riflesso dei neon sulle tele. I suoi soggetti erano nudi di donna. Dipingeva senza modelle. Erano donne che scaturivano dalle profondità della sua mente, ne disegnava con cura ogni curva, ogni espressione e ogni ruga.

Così fece anche con Lei, il suo dipinto preferito. Non si poteva dire che fosse brutta ma era di certo ben diversa dai corpi che si vedono oggigiorno in tv o sui manifesti pubblicitari. Lei, questo il nome che assegnò al suo capolavoro, era per certi versi simile alle raffigurazioni marmoree delle divinità femminili greche, con il bacino ampio e i seni minuti, della forma esatta di piccole arance e dai capezzoli simili a punte di matita.

Lei aveva gli occhi orientali color nocciola, il viso piegato in un ammiccare debole e intrigante, le labbra spirate come a voler simulare un sorriso che non si apriva mai del tutto. Era riversa su di una superficie solida simile a un cumulo di cuscini rossi contro cui strofinava la guancia destra, mentre la mano sinistra si accarezzava il seno su cui cadevano come fili di nylon ciocche castane e dorate che conferivano ai chiaroscuri bianco rosei della cute un pallore del tutto mistico. La schiena lunga e levigata si tendeva in una posa animalesca, glutei e gambe formavano una composizione di curve e sfumature quasi umane, tanto che sembrava che da un momento all’altro Lei dovesse muoversi gattonando e sgusciare fuori dal quadro.

L’aveva disegnata così, con lo sguardo rivolto a sé, un po’ per autocompiacimento narcisistico, un po’ per sviscerare tutto l’incanto erotico che quell’improbabile figura di donna era capace di emanare.

Si dedicava giorno e notte alla contemplazione del suo capolavoro di donna, ritoccando qui e là qualche dettaglio, aggiungendo un particolare, sfumando il rosa della cute, accentuando il gonfiore dei glutei, strofinando la pelle dell’inguine, inspessendo il colore dei peli pubici.

Quasi si eccitava a toccarla. Gli veniva voglia di toccarsi anche lui. Così un giorno lo fece, si mise una mano nelle mutande e si masturbò davanti a quello sguardo ammiccante. Provò un piacere così intenso che non era paragonabile a nessuna esperienza avuta con donne in carne e ossa. Venne in un turbine e qualche goccia di sperma schizzò sulla tela colpendo seni e viso della sua Lei.

Provò un tale rammarico all’idea di aver sporcato la sua opera d’arte migliore, gli veniva quasi da chiederle scusa. Gli sembrava che quegli occhi taglienti e sensuali lo stessero ammonendo. Gli sembrava di notare dei piccoli movimenti del viso, come delle smorfie di fastidio. Le labbra color ciliegia si contraevano, gli occhi si stringevano. A un tratto si accorse che Lei aveva spostato un braccio per pulirsi il capezzolo.

Sgranò gli occhi e se li stropicciò ma il movimento della sua bella non si arrestò. La vide chiaramente gattonare fino all’estremità della cornice. I colori presero a gocciolare fuori dal quadro e un odore di olio e tempere si diffuse per tutto lo studio.

Il pittore restò stupefatto a guardare quel prodigio che aveva creato. Lei stava letteralmente gocciolando fuori dal quadro. Una gamba era già oltre la parete e sul pavimento continuavano a gocciolare colori come pioggia.

Quando fu del tutto fuori lo guardò con fare intraprendente.

– E adesso? Che altro vuoi? – gli domandò, poggiando le mani sui fianchi.

Lui le osservò lo spacco tra i seni, perfetto. L’ombelico disegnato come il nodo di una corda. Il pube con la peluria sottile e nera.

Il pittore provò tutto il desiderio umano per quella creatura venuta fuori dalle sue stesse mani e ora viva e compatta proprio come una donna in carne e ossa.

– Io voglio te – disse senza pensare, lo sguardo allucinato perso nelle curve del corpo di Lei.

Lo sbeffeggiò con una risata. Iniziò a girargli intorno. Lui inspirò tutti gli odori dei colori che aveva usato per dipingerla.

– Se proprio mi vuoi vieni a prendermi – gli disse.

Si avvicinò lentamente a quel corpo. Lei lo incitava sfiorandosi i seni, mostrandogli ora un capezzolo, ora una coscia. Si toccava tra le gambe facendo zampillare piccole gocce di colori chiari, dal forte odore di olio e vernice, che finivano sul pavimento. Lui la inseguiva gattonando anch’egli, cercando di afferrare quei liquidi con dita e lingua.

Era così vicino a Lei da poterla toccare. Aveva un’erezione spaventosa e sentiva nel petto un insieme torbido di desiderio e angoscia. Le mise una mano sul sedere, imbrattandosi di olio e poi le aprì le gambe con forza immergendo le dita in quel colore così chiaro dall’odore così forte.

Lei continuava a incitarlo.

– Dai, sì, ancora, voglio sporcarti tutto… sì, imbrattati di me.

Il suo desiderio era inarrestabile, era così preso dalla foga erotica che non si accorse che la ragazza si stesse liquefacendo tra le sue mani. Le infilò il pene tra le gambe e lo spinse con violenza dentro di Lei ma la sua opera si sciolse completamente colando per terra e lasciando sul pavimento un miscuglio di colori e nell’aria un forte odore di colori e sperma.

Provò un senso di umidità e vuoto. La sua pelle prese a sciogliersi come fosse fatta di vernice essa stessa. Quell’angoscia che l’aveva assalito era scomparsa e con lei spariva il corpo del pittore, liquefatto in un’unica pozza di colori davanti a un quadro completamente vuoto. Il suo capolavoro.

 

 

 

 

 

 

© Ilaria Palomba

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Lettura affrontata violentemente e voracemente. Per me, questo libro non può che essere letto così, come una cicuta amarissima, ma di cui non puoi eludere il gusto, seppure sgradevole, e neppure il retrogusto, altrettanto pungente e persistente. La narrazione è precisa, tagliente. Bella. Feroce. Come può esserlo una donna, in via di “crescita”, soffocata da un ambiente familiare iperprotettivo, perfettamente collocato nella provincia, altrettanto soffocante e “piccola”. Quale migliore via di fuga di quella offerta da droghe e sesso?
La giovinezza offre prospettive di immortalità, ma non senza conseguenze. Lo capirà dopo non poche sofferenze, Stella. Sì, una stella in un firmamento nero, fatto di galassie non sempre scintillanti e limpide. Anzi. Il cielo della sue breve, ma intensa esistenza, è un magma viscido e melmoso. Gli uomini che ruotano intorno alla sua vita, sono ombre, senza spina dorsale. Nessuno escluso. Si sa, da sempre, che la donna, (ragazza, ancora) specialmente nei primi approcci con la vita “sociale” è molto più curiosa e coraggiosa dei rappresentanti del cosiddetto “sesso forte”. Molto più disposta a rischiare, osare, vivere.
Marco, dotato di fascino oscuro e maledetto, spesso piange. Ed é credibile, nella suo perversa confessione del suo bisogno di emozioni “forti”. Duro ma molle. La doppia narrazione, silenziosa e verbale di Stella, fa penetrare dentro le viscere della giovanissima protagonista.
Il viaggio è sconvolgente, ma vero. Epilogo degno di migliori noir o anche tragedia notturna. La liberazione dal Male è un taglio profondo. Ilaria lo affronta, per conto di Stella, con l’aiuto del grande Bataille e del suo “Erotismo”, in una fotografia cruda e lunare, con lunghe ombre che proiettano, in sovraimpressione, la figura di Justine, disegnata dal Maestro dell’ Erotismo e Perversione in successione spesso tanto drammatica, quanto poetica: De Sade. Grazie Ilaria.

 

 

© Melchiorre Carrara