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Tag Archives: desiderio

Claude_Monet_-_The_Houses_of_Parliament,_Sunset

 

Lui le disse: saresti potuta essere molto più di me ma hai scelto le tenebre, l’abnegazione, la malattia. Lei a fatica si tirò su dall’asfalto caldo, diroccato e guardandosi i seni nudi e i lividi sulle cosce, gli corse dietro, per la maglietta lo afferrò e avrebbe voluto sputargli addosso. Se è questo il vostro bene, il senso comune, la retta via, la salute: schiacciare chi non è come voi, preferisco le tenebre e la malattia. Ma lui prima di abbandonarla per sempre le avvicinò le labbra al lobo e lei inspirò il suo odore, chiuse gli occhi e per un attimo dimenticò ogni male e desiderò soltanto essere sua. Chiudere. Ricominciare dal nulla. Non sono io ad averti calpestata, mia cara, se ti rendi zerbino, chiunque può farlo.
L’aveva sbattuta al muro con violenza, infilandole le dita tra le cosce come a volerle strappare via un osceno segreto di altri tempi. Erano le mani di mille uomini e non avrebbe voluto cedere ancora a quelle mani e quel che è peggio, non avrebbe voluto provare piacere. Si era abbassata, docile donnetta senza spina dorsale, gliel’aveva succhiato, poco per volta sempre più dentro, fino a soffocare, poco per volta, sempre più dentro. Dopo averle schizzato in bocca, lui, come una volta, si era riabbottonato i jeans e si era rialzato per andarsene. Lei invece era rimasta a terra con il corpo riverso sull’asfalto e gli occhi che non potevano vedere. Dietro di lui il sole splendeva accecantissimo. Odiava il sole, era così invadente e rendeva ogni altra cosa piccola. Si era sempre sentita una creatura lunare con il viso illuminato solo di traverso.

@ i. p.

ilaRosso

Ho smesso di fare performance perché di me vorrei parlasse solo la scrittura il dolore di un’autoconfessione mi sto perdendo ma non nella maniera in cui amereste vedermi perduta non esiste passato l’ho ingoiato il passato io sono solo projectus non abito il corpo e il tempo mi piacerebbe perdermi come tutti per amore o droga o corruzione o miseria l’ho fatto sì a 19 anni e poi l’ho fatto ancora io mi perdo nella separatezza è altro non sto nei ranghi della disgregazione sento ogni cosa pesare amplificazioni paraedoliche ho solo voglia di divorar libri è grave? può darsi non sento più il peso e ne sento uno abnorme all’altezza dello stomaco ho un disturbo di personalità lo so ma lui dice che io sia solo una persona fragile o forse competizione col padre qualcosa di simile alle volte è solo il vuoto così forte da strapparmi le ciglia questo vuoto questo vuoto senza tempo un rimpiangersi l’istante vorrei vi fosse un luogo tra l’io e il tu un’esistenza vivida e invece i contorni si sfrangiano e perdo la vera battaglia all’incisione sul fuoco una battaglia sterile di marionette variopinte abitare le increspature del tempo dirsi interessati a qualcosa quindi sei depressa ho detto al mio amore che prima di andare in un’isola deserta voglio esser certa di avere un bel corpo e che sotto possano proliferare i vermi ma devo mostrarmi impeccabile al nulla prima che tutto crolli e lo sento il crollo lo schianto così imminente sarà per la fragilità dei legami con gli oggetti o per la rivolta violenta della terra madre e io voglio sentire gli altri corpi in ogni modo lasciarmene trascinare abitare le strade come potevo a sedici anni ho 15 giorni di tempo per mutare il corso del declino sarò altrove e ti guarderò correre dietro il mio treno ci lasceremo inghiottire dalle prerogative se penso di uccidermi è per una questione di convergenze non resisto all’insignificanza e quando mi si dice che il tempo è finito la terra svuotata la guerra ci ha invasi allora sento l’esistenza e mi ci perdo come un numero inutile una cambiale in bianco vorrei credere ai tumulti di piazza inneggiare a Malatesta e invece non so far più nulla e resto nei libri lì dentro e fuori dal presente accanto ai volti di carta che sanno meglio di me quanto sia vana l’attesa e la gloria quanto sia tutta un’illusione la luce del sole e l’atmosfera voglio sentirti piangere per un istante come in un brano dei Marlene Kuntz alle volte mi figuro il passato in una clessidra le cui polveri sono stupefacenti da overdose credo di essermi sparata in vena ogni ricordo e non resti più il colore dei volti l’odore dei corpi sulla pelle di nulla si può parlare di null’altro che di quest’assenza è simile al desiderio alla morte e a Dio.

© i. p.
foto di Luigi Annibaldi

primo piano

Il sole raschiava l’asfalto. Fuori dal cancello i ragazzi giocavano agli indiani. Avevano la pelle più scura della mia di qualche tonalità. Mia madre mi vestiva per andare a scuola. Le linee dei suoi palmi sul mio collo a stirare le pieghe che si formavano sul grembiule. Che poi non capivo a che diavolo servisse vestirsi di tutto punto per poi nascondersi in un grembiule. Spesso me lo toglievo, ero smorfiosa come non mai, dimostravo almeno cinque anni in più, ero abbastanza brava, abbastanza intelligente, abbastanza di buona famiglia, abbastanza bionda ma in realtà non ero niente. Non so cos’avrei dato per togliermi quell’abbastanza dalla faccia.

Mentre lei mi sistemava il fiocco blu sul grembiule bianco, osservavo quei ragazzi là fuori, erano una decina ma la mia attenzione era sul tipo con le orecchie a sventola. Lui non era abbastanza nulla, era sporco e basta.

* Questo è l’incipit di un racconto che verrà pubblicato su un altro magazine, presto vi darò notizie.

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Se mi chiedi cos’è Cardiopatica posso dirti solo che quattro ragazzi si sono incontrati nei sottosuoli di Roma, in una S. Lorenzo isterica, in una Torpignattara fradicia, nei soggiorni dei monolocali di Garbatella, e hanno deciso di leggersi e scriversi e rileggersi e condividersi e urlarsi e urlare. Da quattro sono diventati cinque, sei, sette, e vogliono crescere ancora.

La storia s’inscrive ogni giorno sulla nostra pelle, nella nostra carne, la storia non può essere dimenticata, la storia è viva, il presente un giorno sarà storia, il passato serve a creare nuovi futuri. (…continua su “O”)