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Tag Archives: abbandono

Una volta l’estate
La distopia di un mondo nel quale l’estate rovente continua ad avanzare implacabile è entrata nei miei pensieri.
Non mi lascerà più. Questo libro è un mondo di porte che si dischiudono sulle brillanti oscurità che ci sforziamo di nascondere agli occhi del mondo. Ma Maya non vive di maschere. Maya, la protagonista, cerca l’amore e l’accettazione delle sue contraddizioni.
Lei vuole rimettere insieme i pezzi e ritornare integra attraverso la socialità di un matrimonio con Edoardo Carducci, addirittura sposato due volte, con rito civile e religioso. Per un po’ la sicurezza del matrimonio sembra farle trovare un posto nel mondo.
La realtà però è molto complessa e di fatto il matrimonio, e la successiva gravidanza, fanno esplodere il precario equilibrio di un’anima la cui sensibilità è troppo grande per essere compressa in un ruolo.
I due si cercano e si sfuggono in un tempo sospeso che ripropone sempre la luce accecante di un torrido paese del sud, di una casa a Roma con lenzuola disfatte e sudate o di una loro precedente vacanza in Grecia.
Il tempo del romanzo è un tempo talmente denso e immobile da rendere tangibile quello che tante volte pensiamo accada in mondi paralleli. Non c’è altro che un eterno, terribile presente, in cui tutto è destinato a replicarsi. I mondi pregni di colore delle tele di Maya, in particolare “la donna con il braccialetto”, esplodono dalle pagine di carta e ci macchiano l’anima.
Sfumature di blu oltremare, rossi sanguigni e voraci, profondità che ci ricordano che la realtà che viviamo è davvero solo un velo.
L’incontro con Anya, la postina inquieta e seducente, e l’allontanamento di Edoardo in una missione di pace fanno evolvere gli incubi frammisti ai ricordi traumatici di un’infanzia vissuta sotto il segno della perdita del padre e dell’inaffettività della madre.
Maya a un certo punto perde tutto, pure il suo nome, tanto che i medici finiscono con il chiamarla signora Carducci, cristallizzata nel ruolo di giovane moglie e madre, e questo sarà la miccia che farà esplodere le contraddizioni di chi le vive accanto e non vuole lasciarla libera.
Chi vuole bene a Maya? Sicuramente i lettori. Quelli che amano le storie di persone con problemi, quelle che sembrano sconfitte e invece sono solo alla ricerca di qualcosa di autentico oltre la corporeità.
Le voci di Maya ed Edoardo sono inframmezzate da quelle di Anya, della madre di Maya, del ginecologo, dallo psichiatra che ci portano, ognuna nel loro mondo. E questa coralità che non si sovrappone ma rimane incalzante e lirica è propria dei bravi scrittori, quali sono gli autori.
Il romanzo sfugge a qualunque genere entrando in una sola categoria: quello delle cose lette che non dimentichi e che ti seguono come ombre attaccate all’anima.
Bellissimo.

Claude_Monet_-_The_Houses_of_Parliament,_Sunset

 

Lui le disse: saresti potuta essere molto più di me ma hai scelto le tenebre, l’abnegazione, la malattia. Lei a fatica si tirò su dall’asfalto caldo, diroccato e guardandosi i seni nudi e i lividi sulle cosce, gli corse dietro, per la maglietta lo afferrò e avrebbe voluto sputargli addosso. Se è questo il vostro bene, il senso comune, la retta via, la salute: schiacciare chi non è come voi, preferisco le tenebre e la malattia. Ma lui prima di abbandonarla per sempre le avvicinò le labbra al lobo e lei inspirò il suo odore, chiuse gli occhi e per un attimo dimenticò ogni male e desiderò soltanto essere sua. Chiudere. Ricominciare dal nulla. Non sono io ad averti calpestata, mia cara, se ti rendi zerbino, chiunque può farlo.
L’aveva sbattuta al muro con violenza, infilandole le dita tra le cosce come a volerle strappare via un osceno segreto di altri tempi. Erano le mani di mille uomini e non avrebbe voluto cedere ancora a quelle mani e quel che è peggio, non avrebbe voluto provare piacere. Si era abbassata, docile donnetta senza spina dorsale, gliel’aveva succhiato, poco per volta sempre più dentro, fino a soffocare, poco per volta, sempre più dentro. Dopo averle schizzato in bocca, lui, come una volta, si era riabbottonato i jeans e si era rialzato per andarsene. Lei invece era rimasta a terra con il corpo riverso sull’asfalto e gli occhi che non potevano vedere. Dietro di lui il sole splendeva accecantissimo. Odiava il sole, era così invadente e rendeva ogni altra cosa piccola. Si era sempre sentita una creatura lunare con il viso illuminato solo di traverso.

@ i. p.

tempio

Mi hai chiesto di andar via. E io sono scesa nel parco. I cedri gettavano un’ombra sulle panchine vuote. Mia madre ha pulito il letto tutto il tempo. L’ho guardata dal parco, attraverso le tende bianche.
Quando me l’hai chiesto, sei stato tu ad andare. Ho sentito il tuo odore di salsedine dissolversi nell’andito.
Una volta nella luce cruda di settembre hai scritto il mio nome sulla sabbia.
Non ci sarà nessuna buriana, hai detto.
Mi hai accarezzato le guance e io ho visto le onde frangere sulla battigia, la spuma farsi chiara come un abito da sposa e morire.
Nel parco ho visto le ragazze. Erano bistrate di un trucco troppo intenso e i loro sguardi formavano un’ellissi tra me e i cedri. Si sono sedute nell’ombra. Le ho guardate parlare. Parlavano di te.
Mia madre, quando sono tornata, ha detto: se n’è andato. Aveva un ilare tremore nel tono. La voce si è inarcata ed è diventata un germoglio.
Ho ritrovato il letto senza macchie. Mi sono sdraiata sul copriletto blu e ho iniziato a tremare. Ho visto le ragazze. Una di loro l’ho vista sorriderti e spingerti i seni nelle labbra, mi sono voltata, l’altra ha iniziato a massaggiarti la schiena.
Così lontano, ha detto, così lontano.
Ti teneva per i capelli, li scarmigliava. Le sei salito addosso. Le ragazze si sono fatte strette e le hai legate con un’unica corda.
Mi sono voltata in sei giri. La notte mi piombava addosso. Il cuore sussultava e non smettevo di tremare.
Mia madre mi ha chiesto di comprare il vino. Sono scesa nel parco e ho visto le ragazze. Bevevano alla bottiglia un vino di cui non potevo leggere la marca, era coperto da una busta di plastica.
Sono entrata nel negozio dalle luci arancioni. Le ragazze mi hanno seguita. Il negozio somigliava a un autogrill. Ho vagato per gli scaffali. Ho trovato i tuoi dischi. Le ragazze li prendevano in mano e si scambiavano sguardi. Mi hanno schernita, hanno riso.
Mi è parso di sentire la tua voce e di essere ancora sulla spiaggia. Mi è parso di sentirti cantare. Le onde si alzavano e la spuma sciabordava. Il vento si è alzato forte e ho sentito il sussurro di un lupo cancellare le note. È arrivata la buriana.
Ho cercato il vino tra gli scaffali ma non ho trovato che bottiglie vuote. Giravo e rigiravo nell’autogrill come in un labirinto. Tornavo sempre al punto di partenza. I movimenti perdevano attrito e i tuoi occhi glauchi dalla copertina di un disco non smettevano di fissarmi.
Non piangere, hai detto quando te ne sei andato. Tornerò.
No, non tornerai.
Tornerò, te lo prometto.
Il copriletto blu si è riempito di macchie di colla. Mia madre ha strofinato fortissimo e quando le macchie si sono diradate il tessuto si è raggricciato come la pelle di una donna senescente.
Ho vagato e ho vagato nel negozio, ho incrociato le ragazze sedici volte. Una di loro è venuta a prendermi per un braccio. Aveva il cartellino da commessa sopra una divisa scura.
Sta bene?, ha detto.
L’altra mi ha afferrato i fianchi.
Lasciatemi, devo avere urlato ma non ricordo le parole esatte.
Quando sono tornata nel parco mia madre non si vedeva più. La finestra non aveva tende e nessuna luce rischiarava le stanze.
Sotto i cedri bevo la stessa bottiglia avviluppata in una busta di plastica. La bevo ogni giorno. Ogni giorno finisce e ogni giorno la bevo ancora.
Sono nascosta nell’ombra. Le ragazze di tanto in tanto passano e mi lasciano due centesimi.
Il tuo volto è sempre più lontano e la tua voce si confonde con l’ululato del vento nella buriana. Nella sabbia resta il mio nome, lo stai scrivendo e lo scriverai mille volte ancora.

© i. p.

sorriso2

A volte penso che la poesia possa uccidere non è altro che mettersi a nudo tagliarsi la pelle lasciarsi penetrare dalle cose dalle parole degli altri dalle proprie e io sono troppo adulta per vivere ancora con i sensi spalancati e troppo fanciulla per non sentire la necessità della vertigine a volte penso di non essere in grado di mentire e di dar poi la colpa all’alcool alle sostanze che stringono la pelle come un abito antico a volte mi guardo camminare ebbra per le strade nelle piazze con tutti eppure sola ed è sempre così vicina l’alterità eppure sola forse c’è stato un attimo in cui l’esistenza è divenuta epifania lanciarsi a capofitto nella pelle nell’incoscienza e poi tornare alla non vita non che sia davvero diverso non che sia una forma di morte è qualcosa che sta in mezzo tra la vita e la morte the wall dei pink floyd rende l’idea dico come fai a mentire con la poesia? come fai a fare fiction se aneli alla poesia? come fai a non morire dentro le pareti fitte del muro che è la pelle la tua pelle alle volte me ne sono liberata – del muro? della pelle? di entrambi? – e il mondo il dolore del mondo la bestialità dell’umano mi ha presa a schiaffi piangere per aver visto l’inferno negli occhi di un ragazzino con la felpa rossa nel campo profughi sulla tiburtina sentirsi in colpa mentre tutti scansano il clochard e il suo miasma d’immondizia sul bus credere di morire mentre i passi della puttana minorenne fuggono sulla colombo asciugandosi le lacrime per ricominciare un attimo dopo a sorridere mostrando le cosce e non ha senso quindi le pareti s’innalzano feroci e non sono io il riflesso di quei corpi dannati che si aggirano nei labirinti della disperazione non sono io quella cui viene sempre detto di non disturbare chiudere la porta e non tornare mai più l’ha fatto mio padre una volta poi se n’è pentito ma io avevo le parole sulla pelle nella carne dentro tutte le pareti muri di cemento armato a separarmi dal mondo non crucciatevi per l’insensibile sapore delle cose non vedo non sento non sono più e ora mi alzo sì mi rialzerò immacolata e feroce là dove i ricordi sfrangiano nella bruma dei boschi spalanco tutte le porte e danzo sola sultan of swing come una bambina al centro di una pista da ballo di un paese nordico in un octoberfest non abbiatevene a male se non m’importa più nulla del mondo io sono stanca di tutto questo dolore e voglio danzare sulle rovine vivere d’istanti nella linea che separa il cielo dal suolo.

i.p.

l'ultimoviaggio

 

foto: Stefano Borsini

performance: “L’ultimo viaggio” di Ilaria Palomba, con Ilaria Palomba, Olivia Balzar, Luigi Annibaldi