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Tag Archives: odio

ilasangue

stare tra gli altri può essere istruttivo ma il più delle volte mi dà il voltastomaco fin da bambina guardavo la linea di confine chiamata orizzonte e vi scorgevo battaglie cromatiche immaginavo la grecia sacerdotesse e divinità non riuscivo a stare con gli altri alle feste delle medie mi pigiavo sotto i tavoli e c’era l’odore dei panini di gomma prosciutto stantio l’unto del rossetto delle zie e il rumore dei palloncini che scoppiano si compivano giochi atroci e avevo il timore di finire al centro del cerchio tra le risa fradice e tutti quei botti restavo nascosta nel legno ne seguivo le ispide insenature con le dita aspettavo tremando l’ora in cui quello scempio si sarebbe concluso così adesso con nessuno riesco a vivere in pace i piedi calpestavano l’asfalto di zone industriali e le voci per me non avevano suono c’era l’odore dell’estate nell’aria la luce solare aveva la consistenza degli incendi e guardavo nelle pieghe della pelle degli altri intravedevo storie ancora da profanare ascoltavo per stravolgere e desideravo per negare camminavo al fianco di tutta quella gente che inneggiava alla rivolta eppure ero sola all’ombra di uno specchio che non rimandava alcun riflesso mi hai detto che devo risolverla dentro questa faccenda della fuga prima non potrò scriverci un romanzo mi hai detto che anni e anni di sacrificio siano valsi solo a migliorare l’apparato semantico e vedo infrangersi nei coni d’ombra l’immagine di me che ho costruito negli anni come insegna siddharta bisogna prima diventare nessuno per arrivare a sé poi non è detto che questo sé esista davvero che sia solo il rimando negli specchi che non riuscivo a vedere che sia solo la danza delle illusioni cui da sempre mi son sentita avulsa quel miasma di corpi e suoni metropolitani e piani di realtà intersecati al buio dove vanno i ricordi se l’io è morto? dove sarà un giorno tutta questa esistenza di cui ciascuno è tramite? me ne sto in disparte a osservare le storie compiersi nella schiuma del mare i corpi fremere e crollare nell’assoluto dominio del tempo che ci abita e sovrasta in ogni brandello di questa luce agostina io vedo l’immenso ieri pomeriggio sulla via verso la metro c’erano i conigli fuggiti dal recinto si nascondevano tra le auto e tremavano cercavo di prenderli ma fuggivano fermavo la gente per strada ma nessuno voleva ascoltarmi chiamavo numeri verdi perennemente occupati credevo di essere come quei piccoli conigli fuggiti da un recinto troppo stretto e gettati in una voragine dove qualunque cosa in un istante può ucciderti vorrei che mi capissi amore quando ti parlo dei corpi avvicinandoti all’idea che ho della conoscenza vorrei che mi capissi amore mentre rovino la notte in orizzonti che non ti appartengono se fossimo capaci di stare al mondo come tutti non avremmo questo disperato bisogno di renderci dono e sporcarci di terra e di carne come se si trattasse di una qualche forma di redenzione e vorrei fossimo oltre la banalità del quotidiano il dominio tattile degli oggetti e delle merci – ciò che possiedi ti possiede – oltre l’identità cui scagliamo contro invidia rancore possesso denaro gloria gelosia sconfitta vorrei fossimo liberi su quella spiaggia in fiamme al vespro e potessimo raccontarci la vita come fosse la storia di qualcun altro.

© i. p.
foto di Vito Palmisani

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Il cane nero mi è addosso ma è un’ombra. Proteggo il grillo.
Il grillo ha la voce delle foglie. Il giardino di limoni e lecci nasconde altre cose che non posso vedere. Sento frinire i cespugli.
Il grillo sussurra con la stessa voce dei cespugli.
Sono senza scudi, dice. Senza neanche un cappello, dice.
Non sono certa di potergli parlare e se gli parlo non sono certa possa sentirmi.
La luce cava della luna è un fiato che frantuma le foglie. Il silenzio si macchia di voci.
Se ascoltassi saresti più vicina alla fonte, dice il grillo.
Non ho uno scudo, non ho un cappello, dico.
Rientriamo, il grillo mi sta sulla nuca e temo possa pizzicarmi con le scarne zampe. Il formicolio sulla nuca è un atto che non posso controllare, non posso tormentarlo e non posso neppure ignorarlo. Sta lì e io aspetto che muti.
Nelle stanze l’ombra del cane nero è un colosso, si allarga, si slabbra, fa sua la parete, fora la parete e vi si imprime dentro. Il grillo trema.
Lo sento muoversi dal collo alla scapola come se un esercito di formiche brulicasse sulla pelle.
L’ombra è una bocca, deglutisce la stanza. Il cane nero diventa reale e mi sta di fronte con le fauci spalancate. Il bario stilla e bagna il pavimento, una statua di colla.
Nugoli di ferraglia pregni di luccicore biancastro. La bava sporca le cose, le riempie, le dilata, è l’altra faccia dell’ombra.
Il cane non ringhia. Il grillo sussurra: siamo morti.
Trema, non smette di tremare. Lo raccolgo tra le mani. So che il cane non vuole sbranarmi ma non posso dire lo stesso per il grillo. Il cane l’ha puntato, so che lo brama, so che lo addenterà.
Racchiudo tra le mani il grillo. Entro in una stanza con una culla vuota. Tra le sbarre un uncinetto rosa e un sonaglio.
Ripongo il grillo nella culla. Non smette di tremare.
Non lasciarmi, dice.
Non può venire qui, non può attraversare le sbarre, dico.
Ho paura, dice.
Il cane nell’altra stanza non c’è. Resta la sua bava sulle cose, come una coltre, ricopre pentole e piatti e ferraglie e computer e libri, chincaglierie accatastate sul pavimento. Mi stendo sul letto e le lenzuola sono pregne della stessa bava che è la stessa ombra. La stessa viscosità della colla.
All’angolo una sedia di legno con i miei vestiti asserragliati sulla spalliera.
Il mio corpo nudo è pregno di bava. Al mio fianco nel letto un uomo, viene dal passato. Ha la barba e i capelli lunghi. Viene da un altro luogo, non dovrebbe conoscere questa casa.
Dov’è lui?, dice.
È uscito presto, dico.
E tu non ti domandi?, dice.
Preferisco ignorare, dico.
L’uomo affonda i denti in un lembo di carne tra il collo e la spalla. L’ombra del cane si spalanca su di noi. Chiudo gli occhi e mi lascio prendere. Stringo le mani alle sbarre. Sono nella culla e l’uomo mi è dentro. Penso solo al grillo. Al suo piccolo corpo frantumato dai nostri. Riapro gli occhi. L’uomo mi dorme accanto. Non siamo nella culla, non ci entreremmo. L’ombra del cane è svanita.
Mi alzo per cercare il grillo. Una pozza d’acqua sotto la sedia e l’umidità nei miei vestiti. Li tocco e sono colmi di acqua che non è acqua, è colla e non è colla, è bava e non è bava, è urina. Ha l’afrore dell’urina. I vestiti s’incollano alle dita e sono lembi di carne, umori, cuore, polmoni, fegato, intestino. Sono colmi di piscio e sangue. Grondano sangue e piscio e fanno il puzzo delle carcasse.
Corro nell’altra stanza. La culla. La culla. La culla è senza sbarre. Il grillo è sparito.
Vado in giardino. La luna è offuscata da una coltre di nubi nere, il cielo si fa scarlatto. La luna ha il volto di un teschio e poi stinge, cola via. La sento sulla pelle, è bava. Il grillo non c’è. Il frinire delle foglie è un frantumo di voci.
Dietro di me il cane nero. Guaisce e si accuccia come un cucciolo, strofina la testa contro la mia gamba. Lo accarezzo. Si calma.
Le nubi spazzano via il rossore del cielo e sul corpo della luna le zampe scarne del grillo sono faglie e frammenti.
Il cane mi lappa le dita. E ci avviciniamo alla notte, fuori dal giardino. Ci avviciniamo. Ci avviciniamo. Nel fondo del cielo un chiarore che deflagra.

© i. p.

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essere corpo è doloroso e sterile. non ci sono elefanti neri in danimarca, diceva quel ritornello. ritorno lì dove si rompono i silenzi, nella cripta delle grida. ho paura del tempo, che questo possa dissipare ingiustamente… ingiustamente? paura dell’uomo e del vuoto. precipito. non ci sono mareggiate sotto i grattacieli. la città è buio vivido grigio stellare. non ci sono riferimenti certi. quale città? la mia? la tua? la loro? potrebbe essere roma, amsterdam, parigi, berlino o bari… a chi importerebbe? non ho pianto. non l’ho mai fatto. mi sono divertita a ondeggiare funambolica su quel filo di corda. corda spezzata, attimo ardente. stavamo fuggendo. da cosa? fuggivamo dalla fuga, amica mia, tu eri perfetta con quella lacrima di mascara sotto gli occhi, arancia meccanica. distillato d’illusione. sei pazza? mi avevi chiesto. mentre sfilavi le mie dita nei camerini di un palco-bar di quart’ordine, prima di andare in scena. quale scena? c’eravamo solo io e te, la città spettarle, l’attimo infinito, istante eterno sputato fuori da miliardi di fotografie uguali l’un l’altra. identiche. identità non contraddizione. poggio le mie gambe sul tuo grembo aspetto che tu le accarezzi, sentirò come delle schegge nelle ossa. aspetto che la tua bocca mi deglutisca la voce aspetto che le tue parole mutilino tutta questa distesa di pelle che ti giace sul grembo. hai assaporato la mia lingua. conosci a memoria il sapore della mia saliva. io conosco il gusto del tuo sguardo. sacrilego diniego. ci siamo spiate tra gli specchi, sorella. tra miliardi di frammenti sulla punta dell’iride. ho infilato la mia lingua tra le tue cosce. stavo solo cercando di capire chi fossi. abbiamo danzato a lungo, sorella, sugli assi cartesiani delle linee vertebrali. penombra. nessun suono. ascoltavi la nenia di te stessa. dimenticanza arresa attesa di divenir farfalla. le farfalle vivono un solo giorno per questo io ti brucerò le ali prima che possano spiccare alcun volo. di cosa parla la miseria della terra? aridità di cuori infranti da cartelloni pubblicitari e manganelli. non parlatemi di anima. l’abbiamo mangiata. l’abbiamo deglutita come zucchero a velo. ora ce ne stiamo qui sul bordo del grattacielo di qualunqueluogo, le gambe penzoloni, a masticar menzogne, a masticar sussulti di ciglia spezzate dal vento. a deglutire i simulacri di noi stesse in un cannibalismo che non ha pari. aprimi come un cuore vivisezionato da dio. prendi tutto quello che c’è in fondo al torace. prendimi l’ombra e lasciami nell’evanescenza dell’ora. catapultata miliardi di volte nel corpo, il mio. alla vista del sangue persino la mania si trasforma in grido. grido silenzioso levato da bocche che non dicono più. stammi lontana, sorella di sempre. ti vedo riflessa nello specchio con una ciocca di miei capelli tra le mani. le forbici sono cadute frantumando i pavimenti. sotto i pavimenti la notte dormono i mostri. li conosci i mostri? ecco, vieni, te li presento. il loro nome è insonnia, avidità e paranoia. i mostri, amica mia, stanno aspettando che infili le dita nel fondo della terra. stanno aspettando di sfilarti le dita come fossero collant. non ci saranno che giochi infiniti nel caleidoscopio del nulla. ti attraverserò come fossi vapore. e dentro lo specchio non vi sarà nessun volto. nessun volto a cancellare l’infamia. neppure il mio.

E poi all’improvviso avevi la sensazione di cadere all’indietro. Proprio nel punto più basso del suolo. Ogni tuo timore era personificato e non bastavano i ricordi. Sapevi che avresti potuto spingerti oltre, il precipizio era lì pronto ad accoglierti, ma come ogni volta avevi tutto il tempo per pensarci. E il tempo deglutiva se stesso. All’infinito.

© i. p.

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Lettura affrontata violentemente e voracemente. Per me, questo libro non può che essere letto così, come una cicuta amarissima, ma di cui non puoi eludere il gusto, seppure sgradevole, e neppure il retrogusto, altrettanto pungente e persistente. La narrazione è precisa, tagliente. Bella. Feroce. Come può esserlo una donna, in via di “crescita”, soffocata da un ambiente familiare iperprotettivo, perfettamente collocato nella provincia, altrettanto soffocante e “piccola”. Quale migliore via di fuga di quella offerta da droghe e sesso?
La giovinezza offre prospettive di immortalità, ma non senza conseguenze. Lo capirà dopo non poche sofferenze, Stella. Sì, una stella in un firmamento nero, fatto di galassie non sempre scintillanti e limpide. Anzi. Il cielo della sue breve, ma intensa esistenza, è un magma viscido e melmoso. Gli uomini che ruotano intorno alla sua vita, sono ombre, senza spina dorsale. Nessuno escluso. Si sa, da sempre, che la donna, (ragazza, ancora) specialmente nei primi approcci con la vita “sociale” è molto più curiosa e coraggiosa dei rappresentanti del cosiddetto “sesso forte”. Molto più disposta a rischiare, osare, vivere.
Marco, dotato di fascino oscuro e maledetto, spesso piange. Ed é credibile, nella suo perversa confessione del suo bisogno di emozioni “forti”. Duro ma molle. La doppia narrazione, silenziosa e verbale di Stella, fa penetrare dentro le viscere della giovanissima protagonista.
Il viaggio è sconvolgente, ma vero. Epilogo degno di migliori noir o anche tragedia notturna. La liberazione dal Male è un taglio profondo. Ilaria lo affronta, per conto di Stella, con l’aiuto del grande Bataille e del suo “Erotismo”, in una fotografia cruda e lunare, con lunghe ombre che proiettano, in sovraimpressione, la figura di Justine, disegnata dal Maestro dell’ Erotismo e Perversione in successione spesso tanto drammatica, quanto poetica: De Sade. Grazie Ilaria.

 

 

© Melchiorre Carrara