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Tag Archives: odio

ilasangue

stare tra gli altri può essere istruttivo ma il più delle volte mi dà il voltastomaco fin da bambina guardavo la linea di confine chiamata orizzonte e vi scorgevo battaglie cromatiche immaginavo la grecia sacerdotesse e divinità non riuscivo a stare con gli altri alle feste delle medie mi pigiavo sotto i tavoli e c’era l’odore dei panini di gomma prosciutto stantio l’unto del rossetto delle zie e il rumore dei palloncini che scoppiano si compivano giochi atroci e avevo il timore di finire al centro del cerchio tra le risa fradice e tutti quei botti restavo nascosta nel legno ne seguivo le ispide insenature con le dita aspettavo tremando l’ora in cui quello scempio si sarebbe concluso così adesso con nessuno riesco a vivere in pace i piedi calpestavano l’asfalto di zone industriali e le voci per me non avevano suono c’era l’odore dell’estate nell’aria la luce solare aveva la consistenza degli incendi e guardavo nelle pieghe della pelle degli altri intravedevo storie ancora da profanare ascoltavo per stravolgere e desideravo per negare camminavo al fianco di tutta quella gente che inneggiava alla rivolta eppure ero sola all’ombra di uno specchio che non rimandava alcun riflesso mi hai detto che devo risolverla dentro questa faccenda della fuga prima non potrò scriverci un romanzo mi hai detto che anni e anni di sacrificio siano valsi solo a migliorare l’apparato semantico e vedo infrangersi nei coni d’ombra l’immagine di me che ho costruito negli anni come insegna siddharta bisogna prima diventare nessuno per arrivare a sé poi non è detto che questo sé esista davvero che sia solo il rimando negli specchi che non riuscivo a vedere che sia solo la danza delle illusioni cui da sempre mi son sentita avulsa quel miasma di corpi e suoni metropolitani e piani di realtà intersecati al buio dove vanno i ricordi se l’io è morto? dove sarà un giorno tutta questa esistenza di cui ciascuno è tramite? me ne sto in disparte a osservare le storie compiersi nella schiuma del mare i corpi fremere e crollare nell’assoluto dominio del tempo che ci abita e sovrasta in ogni brandello di questa luce agostina io vedo l’immenso ieri pomeriggio sulla via verso la metro c’erano i conigli fuggiti dal recinto si nascondevano tra le auto e tremavano cercavo di prenderli ma fuggivano fermavo la gente per strada ma nessuno voleva ascoltarmi chiamavo numeri verdi perennemente occupati credevo di essere come quei piccoli conigli fuggiti da un recinto troppo stretto e gettati in una voragine dove qualunque cosa in un istante può ucciderti vorrei che mi capissi amore quando ti parlo dei corpi avvicinandoti all’idea che ho della conoscenza vorrei che mi capissi amore mentre rovino la notte in orizzonti che non ti appartengono se fossimo capaci di stare al mondo come tutti non avremmo questo disperato bisogno di renderci dono e sporcarci di terra e di carne come se si trattasse di una qualche forma di redenzione e vorrei fossimo oltre la banalità del quotidiano il dominio tattile degli oggetti e delle merci – ciò che possiedi ti possiede – oltre l’identità cui scagliamo contro invidia rancore possesso denaro gloria gelosia sconfitta vorrei fossimo liberi su quella spiaggia in fiamme al vespro e potessimo raccontarci la vita come fosse la storia di qualcun altro.

© i. p.
foto di Vito Palmisani

ilagiorgiaoly ilagiorgia

Spesso quando esco in strada ho paura della gente non sono nata fobica non lo ero lo sono diventata dopo quelle risa fradice non sono mai stata pavida avevo invece voglia di concedermi di donarmi al mondo mostrando anche la parte ferita la mia forza era la mia debolezza e la mia debolezza la mia forza
— Donato al mondo
figlio bramato, all’inverso del desiderio
sei venuto con l’età e
non sei qui
Non puoi sentirmi?—
l’hanno azzannata l’hanno dilaniata con denti bastardi quando ancora riuscivo a sentire il profumo del mare il sapore salato sotto la lingua l’hanno infilzata quella stupida inutile dolcezza che ora curo tanto di ottundere — Sparatemi dritto
Al cuore
Se lo trovate.
Voglio andare
in mille pezzi.
Mille piccoli
fottuti pezzi taglienti.
Voglio vedervi sanguinare
Nel tentativo di ricompormi—-
non voglio avere paura voglio sentire l’odore del grano il tepore fresco della bora primaverile sono nata in un giardino di margherite avevo così tanta voglia di venire al mondo così tanta voglia di contagiarmi di quella stessa esistenza avevo voglia di lasciarmi sporcare dai corpi e inventarne di nuovi adesso non ho più modo di desiderare il desiderio è stato trafitto dall’indifferenza
— Buttate nel fiume frammenti
Di me
E io annegherò
Come Ofelia
In mille pezzi…
… Dagli anfratti di roccia bagnata
di secchielli
dei sassetti,
nelle alcove dei granchi,
nel disgusto plastico della cucina
come l’attesa delle donne, d’inverno…

è tutto buio tutto offuscato come dietro un vetro il reale tramonta rossissimo dietro le dita mie allora mi chiedi di fare queste piccole cose quotidiane tu non immagini quanto dolore ci sia negli occhi tu non immagini vedevo passare la gente giù in strada e gli occhi loro erano pieni di mani e bocche e gonfi di artigli e denti e pareti chiuse
… Come le Sirene
Diventerò spuma di mare
Diventerò soffio di vento
Che sfiora i vostri capelli
Diventerò aria
Che avvelena i vostri polmoni
Diventerò rimpianti che non
Vi faranno dormire…
agorafobia qualcuno disse borderline qualcuno disse abbandono qualcuno disse la verità era che avevo costruito un mondo perfetto dietro il mio muro una vita onirica di astratti furori e bagliori mai visti mi chiedevo nostalgica se mai alcuno potesse vedere il vespro con i miei stessi occhi avevo creato dinamite di suono e orge di sensazioni avevo creato lisergici rizomi infernali paradisi corpi smunti di Schiele e viali alberati di Monet estati di fuoco Munch abeti innevati Regina delle Nevi tenevo prigionieri gli avventori lì nel cubo non potevo vedere non potevo sentire non potevo toccare ecco toccare toccare toccare
—sparatemi dritto al cuore—
… Sai che disgrazia, le parole d’amore
gli occhi tristi
le prime
epifanie a casaccio
Hai sbirciato il riflesso
della musica al posto dei pensieri
sopra il legno laccato
sopra il letto Incassato
coricato dentro al senso mistico
e moderno
dell’arredamento notturno. …

mi accorgevo fissione nucleare fusione ebollizione la vita umana è un pendolo mi accorgevo nel vetro dolore e noia dolore e noia dolore e noia forse desideravo un foro invisibile per vedere oltre avevo gli oceani negli occhi nessuno poteva sentire e io non sentivo loro gridavano ma tutto era come ovattato e coperto da un subdolo velo di nebbia spesso quando esco in strada ho paura della gente una tragicommedia storpia in cui vedo danzare un pagliaccio in bianco e nero come unico monomaniaco esemplare non aveva tregua vederli passare sentire l’eco dei loro piedi attraverso le pareti dove sei? dove sei? dove sei?

… Fermati un momento
e cammina ancora
come quando rifletti su una cosa da dire
se le stringi la mano.
Come quando capisci
per la prima volta
che non hai nulla da dire
e servirebbe.
Avevi 16 anni
la prima volta che la noia ha ingoiato il tuo amore
ed era troppo occupato
a contarle i ricci
per trovarti il tempo di comporre. …

Sentivo tirare fortissimo le braccia forse ho inventato il piacere sentivo tirare fortissimo dovevo immaginare altri uomini crudeltà abuso non mi era concesso di sentire sentirmi dove sei? Mi stai cercando? Non c’è più nessuno qui dentro cosa vuoi? Vattene non c’è più nessuno qui dentro sentivo tirare forte come se l’omero si fosse spezzato e in quel dolore io la prima volta per la prima volta sentivo qualcosa
… Configuravi la noia
disciplina del creatore
brama in maturità, per donarsi qualche rigo
per correggere il ricordo. …

…Diventerò anima
Diventerò spuma
Diventerò bruma
Diventero’ notte
Diventerò buio
Diventerò incubo
Diventerò nulla
Quel nulla che acceca…

potevo avere percezioni vedevo dietro il vetro non era un idillio ma qualcosa
vedevo c’era un fiume lontano e i campi bruciati l’orizzonte annerito dal fumo delle fabbriche la gente indossava maschere mostruose dovevo chiamarli per nome e all’improvviso non avevo memoria di nulla tutto il male di cui mi credevo capace era scomparso trafitto da scheletri danzanti in un velo di nebbia tutto il male di cui mi credevo capace era mera illusione mi domandavo se quanto avessi vissuto fosse accaduto realmente dove sei? Non qui non con te non qui dove sei?
— verso lo stadio terminale dei banchetti
ti tieni compagnia
con i pupazzi minuti
con l’odore agghiacciante
degli avanzi. —
— E si crea quel buco dentro.
Cerco di riempirlo col cibo.
Mangio.
Mangio ancora.
Poi smetto di mangiare
Perché la voragine e’ sempre più grande e scura.
Allora bevo
Per vederci chiaro
Per vedere oltre
Per non vedere affatto—

Tutto il male di cui mi credevo capace scheletri nudi sulle rose del deserto tutto il mio ho paura della gente camminano e non so più pronunciare i nomi loro ho paura che possano aver fatto parte di qualche mio passato e non ne ho memoria ho paura dei corpi troppi sono entrati senza che nulla accadesse senza che nulla sentissi senza che nulla muovesse poi via da quel vetro non ero capace di aprire potevi farlo solo tu dove sei? Non qui dove sei?
Mi piaceva guardare le labbra tue aprirsi per pronunciare idilli mi piaceva perdermi nell’aurora sapevo la luce sarebbe arrivata prima o poi — Vedo la grana rossa della mia terra dove si rende eccezionale, la psichedelia minerale che rovina per bene sul pelo dell’acqua. Cristo come sei bella. —
l’orizzonte svanire svenire avevo paura di uscire di casa vedevo la gente passarmi attraverso come se i corpi loro del mio non avessero memoria avevo paura di tutta quella luce volevo che tu mi chiedessi perdono se pure mai nulla su di me avevi commesso volevo punirti per tutto quel male di cui mi ero resa complice volevo ascendere verso panorami postumani tra maschere di luce e guardare nella fessura la bestialità della bellezza che stava a rintoccare campana suadente smarrita volevo trovare il coraggio di vivere ancora come allora senza che nulla potesse scalfirmi mi portavi giù in basso in un ballo in maschera dove solo potevi guarire il corpo mio nudo offeso ferito e non c’era nessuno e sentivo l’odore della foresta raggiungermi nel buio io vedevo più di ogni cosa fuggivamo su carrozze bianche al galoppo verso regni dell’oltretomba per sfiorarli appena e poi svegliarci al mattino le tue labbra petali rossi avevo paura di dovermi svegliare dove sei? dove sei? Non qui non qui non qui.

—Sparatemi.
Dritto in fronte.
Dritto. In fronte.
Mai più.
Never
More
Nevermore
Never.more

 

 

© Ilaria Palomba, Olivia Balzar, Giorgia Mastropasqua

© foto: Stefano Borsini

Prima c’era tutta quella gente, ora ci siamo solo io e te. È buio. Una pioggerellina estiva graffia i vetri e il vento bussa. Sotto le tue ginocchia un lenzuolo bianco, immacolato. Le tue braccia sono legate da un singol colon, come le tue caviglie. La stessa corda, passa al centro della tua schiena, sotto le ascelle e sul torace. Sulle labbra ti ho attaccato un pezzo di nastro adesivo. Nella penombra del corridoio riesci solo a fissare l’affresco della Madonna mentre il campanile di Santa Maria in Trastevere rintocca le due di notte.

… continua…

© Ilaria Palomba

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Is your secret safe tonight and are we out of sight

Will our world come tumbling down

Will they find our hiding place

Is this our last embrace

Or will the world stop caving in

Muse – The Resistance

The Resistance dei Muse nello stereo. Piedi nudi sul legno. Luce fioca, senza sole e senza lampade. I rami degli ulivi attraverso la finestra. Una maglietta rosa slabbrata e trasparente. Ti piace dimenarti a occhi chiusi. Senti la pelle dei fianchi stringersi e tirarsi. Le mani afferrare parti di pelle, modellarla, sembra farina. I capelli sconvolti. La fronte sudata. Le labbra semichiuse. Lo fai ogni santo giorno. Ti lasci scivolare a terra feroce graffiandoti le ginocchia. Ti capovolgi, piroetti, sfidi l’affanno. Percepisci il gusto della saliva che si secca nel palato. Ridi, sola, convinta che nessuno possa vederti. Sono gli unici momenti in cui ridi, quelli.

Da bambina a scuola di danza non ridevi mai. Camminavi in punta e non chiudevi mai gli occhi. Le gemelline ridevano di te. Sapevi di non dover staccare i piedi dal pavimento. Le unghie si spezzavano, i piedi cedevano. Avresti voluto smettere di tremare.

Ora ti sleghi i capelli e sbatti le mani alle pareti, ti liberi di tutta la morale che ti ha incatenato il corpo.

Ieri sera a cena eri così rigida. Ti sembrava di avere ancora l’insegnante a punzecchiarti i glutei con un bastone per farteli stringere, le risate delle ballerine, eco nelle pareti.

E invece eri solo in un pub con amiche. Ti sarebbe piaciuto prenderle la mano. Ma lei si era alzata troppo in fretta. Mentre il tuo corpo rabbrividiva eri distante da tutto e ti consumavi nel riverbero di te. Ti stavo guardando ma tu non potevi vedermi.

Accarezzi il pavimento, è il corpo di un amante e poi ci strisci sopra come un serpente. I capelli sparsi sono fili di seta. La testa che preme contro il parquet. Gli occhi chiusi. I piedi contro il muro. Quel vuoto ancestrale si fa largo nella pancia e nel petto, sale alle tempie. Quel vuoto da cui non vorresti uscire più.

Mi fai vedere la tua piroetta? Nello spogliatoio ti avevano incastrata. E ti sentivi costretta, eri il corpo di un cadavere in una bara. Ridevano, cagne affamate.

Dai, facci vedere la tua piroetta, diceva una delle gemelle. Secondo me non è in grado, cade, diceva l’altra. Le mani alle tempie, gli occhi che guardano attraverso i gomiti. E le loro mani su di te erano tentacoli. Gli occhi lucidi in preda a un attacco di pianto che non sbocciava mai. Ti avevano portato con forza in palestra. Con forza, ti avevano strappato la calzamaglia. Erano pezzi di pelle che venivano via.

Avanti, facci vedere come fai la piroetta!

Ora sei senza pelle e puoi ballare soltanto chiusa nella tua mansarda. Le tue gambe fendono il vuoto. Le dita accarezzano i seni, i fianchi ondeggiano spasmodici. E io sto qui a guardarti, sono sempre stata qui. Dietro di te, un’ombra.

Avanti, facci questa piroetta. Eri nuda, senza vestiti e senza epidermide. Ti si accapponava quella pelle che non avevi più. E provavi e riprovavi a girare ma non ti riusciva mai.

Ti volti, piroettando ora due, tre, quattro volte, con il piede nudo in una punta impeccabile. E mentre piroetti incontri i miei occhi dietro le grate, tra le foglie di ulivo. I miei occhi ti spogliano ancora, fino a lasciarti senza muscoli e poi s’infilano nelle ossa. Fanno tremare i pavimenti.

Con le lacrime che non volevano uscire. Nuda e spezzata avevi volteggiato su te stessa. Ti avevano presa a spinte fino a farti perdere l’equilibrio. Sei una sega! Una sega! Aveva detto una delle gemelle. Perdendo l’equilibrio, il polso storto sul pavimento. La botta aveva spezzato qualcosa in fondo. Le loro risa si erano trasformate in grida vedendoti lì, con il polso che penzolava fuori dai confini del braccio.

Provi a chiudere la serranda ma non puoi. E poi accosti il viso alla carta da parati. Ti asciughi il sudore con le mani. Io sono ancora qui a guardare dentro. Vorrei che la porta si spalancasse, vorrei stringerti forte fino a toglierti ogni respiro. Io sono il tuo caleidoscopio. E mi disseto di ogni tuo corpo. Allunghi una mano contro il vetro e io anche.

Sei in bagno. Un buco nelle grate mi lascia entrare nel tuo appartamento. Quando esci sono di fronte a te ma non puoi gridare, ti ho serrato le labbra con le mie. Ti chiedo dove tu sia adesso, mi rispondi nel silenzio.

Avevano riso anche quando eri tornata a scuola con il gesso. I loro occhi entravano nei muscoli e attraversavano i nervi. Fu l’ultima volta per te lì dentro.

Siamo distese sul tappeto. Le tue gambe a cavalcioni con le mie. Cerchi di sfuggirmi, ma non puoi. Sono la tua pelle. Quella che ti hanno strappato tutte quelle mani. Ora fuori è notte. Gli alberi non si vedono. Il vento ulula. Bussa per entrare. Ho tra le labbra il sapore del tuo sudore. Tra le mani stringo i tuoi seni. E ti chiedo di danzare. Ora, solo per me. Non lo fai. Ma io ti lego a me con un foulard nero e il tuo bacino aderisce al mio, il mare alla terra. Il foulard stringe i tuoi fianchi e gli occhi te li bendo con un altro foulard. Ora sei costretta a danzare tra le mie mani. Che saranno solo le mie. Muovi i fianchi lentamente facendoli ondeggiare sui miei. Strisciami dentro. Vorrei mangiarti. Trangugiare ogni tuo desiderio. Iniettarmi in vena il tuo odore. Starti dentro, senza uscire mai. E mentre stiamo qui a dondolare, ti accarezzo il torace con mani che sono bisturi. Bacio i tuoi capezzoli, sono bocche. E seziono il tuo ventre con le unghie. Mi metti una mano sulla fronte. Mi allontani. Non capisci come io abbia fatto a entrare. Quanto tempo sia trascorso dall’ultima volta.

C’ero anch’io, te lo ricordi? Eri corsa via fino alla fine della strada. Auto e insegne di negozi e poi campi di ulivi e grano si sgretolavano nella corsa forsennata che ti mangiava i respiri. Ti rincorrevo ma tu non mi vedevi, non ti voltavi mai.

E mentre la benda sui tuoi occhi offusca ogni cosa, nelle tue membra ha inizio l’abbandono, il nero assoluto. Io spingo la mia lingua tra le tue labbra, le mie dita sul monte di venere, liscio e rado. Le mie dita dentro di te fino a sentirti pulsare. I nostri corpi che si mangiano voraci e lasciano al mattino chiazze bianche sui tappeti. Poi vado via mentre dormi e sei ancora umida di me. Mi nascondo tra le foglie per guardarti. So che uscirai a cercarmi e mi nasconderò dietro i tuoi passi per illudermi che la notte sia eterna.

© i. p.

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essere corpo è doloroso e sterile. non ci sono elefanti neri in danimarca, diceva quel ritornello. ritorno lì dove si rompono i silenzi, nella cripta delle grida. ho paura del tempo, che questo possa dissipare ingiustamente… ingiustamente? paura dell’uomo e del vuoto. precipito. non ci sono mareggiate sotto i grattacieli. la città è buio vivido grigio stellare. non ci sono riferimenti certi. quale città? la mia? la tua? la loro? potrebbe essere roma, amsterdam, parigi, berlino o bari… a chi importerebbe? non ho pianto. non l’ho mai fatto. mi sono divertita a ondeggiare funambolica su quel filo di corda. corda spezzata, attimo ardente. stavamo fuggendo. da cosa? fuggivamo dalla fuga, amica mia, tu eri perfetta con quella lacrima di mascara sotto gli occhi, arancia meccanica. distillato d’illusione. sei pazza? mi avevi chiesto. mentre sfilavi le mie dita nei camerini di un palco-bar di quart’ordine, prima di andare in scena. quale scena? c’eravamo solo io e te, la città spettarle, l’attimo infinito, istante eterno sputato fuori da miliardi di fotografie uguali l’un l’altra. identiche. identità non contraddizione. poggio le mie gambe sul tuo grembo aspetto che tu le accarezzi, sentirò come delle schegge nelle ossa. aspetto che la tua bocca mi deglutisca la voce aspetto che le tue parole mutilino tutta questa distesa di pelle che ti giace sul grembo. hai assaporato la mia lingua. conosci a memoria il sapore della mia saliva. io conosco il gusto del tuo sguardo. sacrilego diniego. ci siamo spiate tra gli specchi, sorella. tra miliardi di frammenti sulla punta dell’iride. ho infilato la mia lingua tra le tue cosce. stavo solo cercando di capire chi fossi. abbiamo danzato a lungo, sorella, sugli assi cartesiani delle linee vertebrali. penombra. nessun suono. ascoltavi la nenia di te stessa. dimenticanza arresa attesa di divenir farfalla. le farfalle vivono un solo giorno per questo io ti brucerò le ali prima che possano spiccare alcun volo. di cosa parla la miseria della terra? aridità di cuori infranti da cartelloni pubblicitari e manganelli. non parlatemi di anima. l’abbiamo mangiata. l’abbiamo deglutita come zucchero a velo. ora ce ne stiamo qui sul bordo del grattacielo di qualunqueluogo, le gambe penzoloni, a masticar menzogne, a masticar sussulti di ciglia spezzate dal vento. a deglutire i simulacri di noi stesse in un cannibalismo che non ha pari. aprimi come un cuore vivisezionato da dio. prendi tutto quello che c’è in fondo al torace. prendimi l’ombra e lasciami nell’evanescenza dell’ora. catapultata miliardi di volte nel corpo, il mio. alla vista del sangue persino la mania si trasforma in grido. grido silenzioso levato da bocche che non dicono più. stammi lontana, sorella di sempre. ti vedo riflessa nello specchio con una ciocca di miei capelli tra le mani. le forbici sono cadute frantumando i pavimenti. sotto i pavimenti la notte dormono i mostri. li conosci i mostri? ecco, vieni, te li presento. il loro nome è insonnia, avidità e paranoia. i mostri, amica mia, stanno aspettando che infili le dita nel fondo della terra. stanno aspettando di sfilarti le dita come fossero collant. non ci saranno che giochi infiniti nel caleidoscopio del nulla. ti attraverserò come fossi vapore. e dentro lo specchio non vi sarà nessun volto. nessun volto a cancellare l’infamia. neppure il mio.

E poi all’improvviso avevi la sensazione di cadere all’indietro. Proprio nel punto più basso del suolo. Ogni tuo timore era personificato e non bastavano i ricordi. Sapevi che avresti potuto spingerti oltre, il precipizio era lì pronto ad accoglierti, ma come ogni volta avevi tutto il tempo per pensarci. E il tempo deglutiva se stesso. All’infinito.

© i. p.

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(Foto di Luca Caravaggio)

spiaggia  anffibi
Sono tornata in quella spiaggia, a Metaponto. Là dove ero solita andare in vacanza con le mie amiche. Una lunga lingua di sabbia bianco-grigia fa da schermo a un impeto di schiuma bianca che si scaraventa sulla costa. Se guardo in lontananza vedo l’orizzonte e mi illudo ancora di poterlo toccare. I miei piedi nudi accarezzano la sabbia gelida e deserta di questo fine-ottobre scansando pezzi di vecchie siringhe, bottiglie di plastica, legno e vetri. Sono arrivata qui con la mia Rover traballante. Traballante perché non so ancora guidare come si deve, ho la patente da appena un mese e ho ventisei anni. Ho attraversato il lungo viale di pineta e il campeggio, fissando la desolazione di quel che una volta era il nostro regno, attraverso le grate di una rete metallica che sembra una prigione. Sto aspettando mia cugina Giusy e la mia amica Marica. Qui, come dieci anni fa, come se nulla fosse cambiato.

Cammino sulla sabbia e fisso le orme che fanno i miei piedi. Mi volto di scatto e vedo un’ombra in lontananza. La prima ad arrivare è Giusy. Indossa scarpe da ginnastica e jeans stretti che sanno di pulito, di nuovo. Una giacchetta grigia nasconde la camicetta bianca aperta sul seno. Il viso ben truccato da un fondotinta di una tonalità leggermente più scura del colore della sua pelle, spalmato in modo da nascondere le lentiggini. Il fard sulle guance. Le palpebre velate da un ombretto indaco sottile, le labbra lucide un po’ carnose. Gli occhi verdi che cambiano colore a seconda della luce. Si avvicina e indugiamo un attimo prima di salutarci. Io so tutto di lei, lei di me nulla. Ci baciamo sulle guance.

Non sei cambiata per niente, fa lei.

Lo so, rispondo toccandomi le punte dei capelli secchi e stopposi per l’eccesso di tinte, ancora rosso sangue come quell’estate.

Marica verrà?

Sì, verrà.

La vedi spesso?

Mai, io sono a Barletta, lei a Milano.

So che lavora in banca.

Quante cose sai.

Ci mettiamo a sedere sopra un sasso e fissiamo le onde e l’orizzonte e il cielo coperto dalle nuvole.

E tu ora cosa fai?

Sopravvivo.

Una mano si posa sulla mia spalla. È Marica. Bionda, come sempre ma con un taglio diverso. Più corto. Mi alzo in piedi per salutarla. Lei sfiora i miei capelli, con un’espressione di sorpresa ammirazione. Solo ora mi rendo conto che i capelli mi arrivano alle ginocchia, devo avere un aspetto sciatto in confronto a loro. Indosso un completino nero, corsetto e leggins lucidi. Un giubbottino di pelle sgualcito, i miei soliti anfibi dalla doppia zeppa.

Camminiamo sulla sabbia e mi sembra la prima volta. Quando arrivammo piene di speranze. Volevamo perderci, amare, provare ogni cosa. Alloggiavamo nel campeggio e ogni sera restavamo sulla spiaggia a bere birra o vino, fumando spinelli e suonando bong. Era una sera di fine giugno, non particolarmente calda, quella in cui ti conobbi. Non c’era quasi nessuno e tu eri lì, sei sempre stato lì. A fissarci. Avevi un’aria vissuta e mi ricordavi terribilmente un certo mio compagno di classe delle scuole elementari, con lo sguardo da criminale, gli occhi verde acqua e le lentiggini sul naso. Ti avvicinasti senza remore e io sentivo di sprofondare nella sabbia. Anche se non ti conoscevo era assurdo, vedevo riflessa nei tuoi occhi l’intera nostra storia, come un film fatto di infinitesimali fotogrammi.

Avete una sigaretta?

Marica ti diede la sigaretta e subito ci provasti con lei.

Volete venire a una festa?

Giusy ci guardò con gli occhi di un coniglio appena nato.

Se volete andate voi, io torno in campeggio.

Dicci un po’, che tipo di festa è? Tu, tre amici arrapati e una tenda? Ti prese in giro Marica.

No, è una festa, continuasti biascicando appena le parole. Dall’altra parte della spiaggia.

Indicasti un punto lontano e invisibile agli occhi.

Aspettavo solo che mi guardassi.

Poi, voglio dire, se a una di voi capitasse la fortuna di scoparmi…

Marica e Giusy risero. Marica mimò con le labbra la parola: è pazzo. Giusy disse che di lì a un minuto avrebbe abbandonato la spiaggia e sarebbe andata a coricarsi in tenda.

E tu a chi vorresti capitasse questa fortuna? Ti domandai.

Le mie amiche mi fissarono impietrite.

Non lo vedi che questo è un povero pazzo, mi disse Giusy alle orecchie. Marica si soffocava le risa nelle mani. Io non smisi mai di fissare quegli occhi così chiari. Il suo sguardo si conficcò nel mio. Una spina di ghiaccio mi attraversò la schiena. Stavamo già facendo l’amore e non ce ne eravamo accorti.

Mi piacciono le rosse, dicesti reggendo il mio sguardo.

Non sono davvero rossa.

Odori di voglia.

Sorrisi.

Le mie amiche si tennero per mano.

Andiamo, vieni con me.

Sei scema? Disse Giusy.

Marica ritrovò la serietà e cominciò a fissarmi con gli occhi della mia insegnate di matematica del liceo mentre sbagliavo un’equazione alla lavagna.

E dove andiamo? Ti chiesi senza smettere di fissarti.

Dall’altra parte della spiaggia.

Andasti avanti e io mi misi a seguirti. Le mie amiche mi afferrarono per le braccia, cominciarono a sussurrarmi che fino a quel momento si era scherzato ma adesso, no, adesso mi stavo mettendo nei guai.

La vita è mia, decido io.

Le liquidai così.

La notte era profonda oltre l’orizzonte e credevo che avrei vissuto tutto quella notte, che sarei arrivata altrove. E invece ero diretta in nessun luogo. Non si vedeva quasi niente e mentre camminavo al seguito di un perfetto sconosciuto mi accorsi che stavo camminando al seguito di un perfetto sconosciuto.

Ehy!

Mi voltai ma la notte era folta, non si vedeva che un cielo stellato, non si sentiva che il frastuono delle onde che s’infrangono sugli scogli e del vento che ne dirige il corso.

Ehy, seguitai a chiamare.

Ti voltasti e non eri più bello come prima, nell’oscurità riuscivo a scorgerti le rughe sul volto, agli angoli della bocca e sulla fronte. Ti avvicinasti a me e inspirai il tuo odore di alghe e salsedine. Quel corpo che prima mi era sembrato così esile ora avvolgeva e sovrastava il mio. Indossavi abiti trasandati, da mare e avevi una specie di peluria incolta sul viso che non poteva definirsi barba. Non avevi meno di quarant’anni ma li portavi in modo naif, come se fossero ancora una volta venti.

Ci guardammo a lungo e non mi baciasti. Il vento sferzava la pelle e la rendeva puntiforme. La tua mano era insolitamente calda. Sollevò il mio copricostume e s’inoltrò nella mutandina rossa del mio costume sgualcito. Strinsi le gambe.

Mi piace questo calore, sussurrasti, stringile ancora.

Le strinsi ancora e ancora fino a farti male. Ma il tuo dito medio era sottile e insistente come una goccia che scava negli scogli. Così mentre mi dicevi di stringere sentivo che entravi dentro, sempre più dentro e il tuo dito si sporcava di me ed era caldo. Lo portavi alle labbra, le tue, poi le mie. Lo facevi scivolare tra le nostre bocche e sulle nostre lingue mentre ci succhiavamo la voglia dalla bocca.

Tu non mi piaci, dissi.

E allora perché mi hai seguito?

Per conoscere il tuo segreto.

Sorridesti. Ti accarezzai i capelli e tu facesti lo stesso con i miei. I tuoi occhi erano fiammanti. Le labbra socchiuse. La lampo abbassata. Sentivo il tuo sesso spingere sulla mia pelle e la tua mano sfregare. Non ti toccai.

Perché non lo prendi in bocca?

Anche questa volta afferrai i tuoi occhi e fui più cattiva di quanto potessi aspettarti da una sedicenne.

Voglio vederti mentre lo fai. Voglio sentirti mentre ti perdi.

Non abbassai lo sguardo neanche una volta, potevo solo immaginarlo e sentirlo gonfio e caldo sulla superficie delle mie cosce. Sentirlo pulsare. Ascoltare la tua voce spezzarsi nel piacere. Annusare l’odore pesante delle prime gocce di sperma che colavano fuori. Sentirmi inondare gambe e piedi. Sentirmi sporcare da tutto ciò che non conoscevo.

Mi prendesti per mano, la destra, la stessa con cui ti eri toccato. Era appiccicosa e umida. Puzzava ancora del tuo seme. La voglia era cresciuta a dismisura insieme alla notte. I miei piedi scalzi inciamparono in un sasso, poi in un altro. La sabbia era costellata di sassi. In lontananza c’era un faro.

È quella la festa in cui vuoi portarmi?

Non rispondesti ma continuasti a trascinarmi finché i miei piedi non ne furono esausti, scheggiati, sfregiati da minuscoli vetri, tagliati da pietre e scogli e lavati dal freddo delle onde. L’aurora rischiarava e gelava i nostri corpi quando arrivammo al faro. La pelle mi si accapponava, il tuo sguardo era duro e silenzioso, occhi che non vogliono dire nulla.

Ho freddo.

Non me ne importa.

Mi dici dove siamo?

Sali.

Il faro blu notte, rovinato dagli anni e abbellito da scritte e murales, sembrava un vecchio giocattolo pericolante. Un antro dello stesso blu delle pareti e poi una scala a chiocciola. Dietro di me la strada di casa, davanti a me la scoperta del nuovo. Non che mi eccitasse più di tanto. Non c’era nulla di così inebriante a scoprirsi. Nulla che non avessi potuto conoscere anche da sola, nel mio paese di provenienza, con la mia gente. Ma quello che mi si chiedeva era di salire lì sopra e scoprire cosa vi fosse o di tornare indietro e dimenticare tutto. Mi voltai a guardarti. Non eri di grande aiuto. Te ne stavi a braccia conserte in attesa di una mia decisione. Continuavi a non piacermi ma qualcosa di più torbido e oscuro suscitavi nel mio corpo. Un totale scompenso dei sensi, un’alterazione dell’umana percezione. Un moto di tensione sublime e orrida mi sgusciava nelle viscere, lo stesso che mi aveva portato a stringere le gambe attorno al tuo dito medio e a guardarti masturbarti fino all’orgasmo.

Mi poggiavo alle pareti fredde e piene di ruggine mentre risalivo la scala a chiocciola come se stessi risalendo il fondo della mia coscienza. Stanca e senza fiato, con i piedi doloranti, scheggiati da scogli e vetri, salivo gli innumerevoli gradini e ogni volta credevo che sarebbero stati gli ultimi. Il tuo passo silenzioso mi seguiva. Alla fine della scala caddi su me stessa. Battei le mani contro il pavimento. Avvertii tre gocce di sudore rigarmi la fronte e poi sollevai lo sguardo. C’era un materassino da mare e un sacco a pelo aperto. Uno stereo. Una bottiglia d’acqua. Una busta bianca con i resti di qualcosa. Pensai a Giusy e Marica che tra poche ore si sarebbero svegliate e mi avrebbero cercata.

Voglio tornare in campeggio, dissi. Non mi piace questo posto e poi sono stanca.

Sorridesti ma ora non era esattamente un sorriso, era un ghigno sadico che ti inspessiva le rughe sul volto, lasciandoti indossare altri vent’anni.

Prima riposati, sarai stanca, non è così vicino il tuo campeggio.

Frequenza cardiaca accelerata, brividi, fame di respiri.

Mi guardai intorno. Mi sembrava, in questo luogo, di esserci già stata. L’odore di ruggine e sale sulle pareti. Il materassino con quella coperta. Tutto questo blu. Sollevai lo sguardo e ancora ti guardai.

Penso di non sentirmi bene, ti dissi.

Riposati, rispondesti, sarà tutto più chiaro.

Non so nemmeno il tuo nome, dissi in ansia. Da quanto tempo sono qui?

Mi guardai intorno meglio, infilai gli occhi dentro gli oggetti, quasi a volerli svuotare con lo sguardo. La ruggine alle pareti sembrava sangue incrostato. Sollevai le coperte del letto e trovai tre grossi coltelli da cucina, sei spine di pesce. Con il cappuccio della felpa ti copristi la testa. Sentivo l’eco delle nostre risate la prima sera, quando trovammo questo posto. Vedevo i nostri corpi avvinghiati uno sull’altro.

Devo tornare.

Non tornare.

Devo.

No, non tornare, resta qui con me.

Ma come faccio?

Sarà un sogno, te lo prometto. Vivremo qui, avremo tutto.

Sento l’odore della carne putrescente.

Dimmi la verità, quanto tempo è passato?

Taci.

Sento puzza di cadavere nella nostra stanza e vedo occhi ovunque. Gli occhi di quei ragazzi una notte d’estate. Gli occhi dei giornali che denunciavano la mia scomparsa. Gli occhi gonfi di lacrime delle mie amiche. Gli occhi di tutte le notti che ci siamo fatti di illusioni, come narcotici per nasconderci dal mondo.

Vedo i nostri corpi uno sull’altro. Il tuo sesso nel mio e il tuo seme nel mio corpo. Ero a cavalcioni su di te, sulla tua pancia. La mia fica aveva ingoiato il tuo seme come un’avida bocca.

Devo pisciare.

Falla qui.

Ma che dici?

Voglio che mi pisci addosso.

Le tue dita a stimolarmi i sensi. Le tue dita nella mia fica e poi bagnate sul clitoride.

Voglio che mi pisci addosso.

Le tue dita muoversi lì come due piccole lingue umide dei miei stessi umori. Sentivo il calore farsi largo tra le cosce e il piacere sgusciare insieme al getto caldo e sottile di urina che bagnava la tua pancia, i tuoi peli e i materassini sui quali dormivamo, del mio fluido caldo e dorato.

Vedo i nostri occhi fissare le stelle in una notte d’inverno. Le nostre sagome avvinghiate e avvolte da coperte di lana. Il nostro odore sempre più simile al mare, da un lato e al puzzo di urina che si era impossessato di noi, dall’altro. Di quel puzzo ne erano piene le pareti, i vestiti, la nostra pelle.

Quanti anni ho? Sedici? Ventisei? Non so più nulla. Vidi la nostra storia riflessa nei tuoi occhi. La vedo ancora, adesso che sono qui con te di nuovo e non ricordo chiaramente cosa sia accaduto. Dev’esserci stato l’amore. Deve. Non avrei rinunciato a dieci anni della mia vita, sparendo dal mondo senza lasciare tracce, senza un valido motivo. Sì, doveva essere amore. Un amore sporco e maledetto che ci teneva fragili e distanti dal mondo. Fuori della realtà ogni cosa acquista consistenza. Le pareti, i muri, ogni cosa è impregnata di noi, del nostro odore. Una notte vennero a scovarci. Temevamo che fosse la polizia. Era ancora estate, l’ennesima estate. Un gruppo di persone indicava verso il nostro mondo, il nostro rifugio. Chi erano queste persone? La curiosità ebbe la meglio e andai loro incontro. C’era l’odore del fuoco di inizio estate. Di gioia, briosità. Mi persi con questi ragazzi. Credevano di aver trovato il tesoro. Come un tesoro mi lasciai maneggiare. Non vi era alcuna violenza. Leggiadra affondai birra e vino e droghe pazze nella mia bocca. Affondai la mia bocca in quella di ciascuno di loro. Non venisti a cercarmi. Forse avresti potuto salvarmi ma non lo facesti. Me ne domando ancora il motivo. Queste persone per me non avevano volto né nome. Erano la promessa di una vita senza sbarre. Erano la promessa di un ritorno alla realtà. Fu per questo che li lasciai entrare. Uno per volta, mi presero. Non guardai mai i loro volti ma mi lasciai afferrare, anzi, fui io a provocarli. Ho giocato con la loro pelle fino a vederli contorcersi di voglia. Volevo fuggire dall’incantesimo. Ho lasciato che spalancassero le mie cosce e che m’iniettassero del loro seme. Uno per volta li ho sedotti, amati, divorati. E mi è piaciuto. Mi è piaciuto avere l’immagine di te che mi aspettavi lì sul faro sbattendo la testa contro il muro mentre i miei seni morbidi erano accarezzati da mani e lingue di sconosciuti senza volto né nome. Mi piaceva l’idea di ferirti. Tu avevi ferito me per tanto tempo e non ne eri neppure consapevole. Quella notte si estinse in un’orgia di luce blu elettrica all’orizzonte e uno di loro mi chiese di accompagnarli in campeggio. Si parlava di viaggi e promesse di trascorrere l’estate insieme all’insegna della gioia, della libertà, del desiderio, della scoperta. Ma non appena intravidi il sentiero che riportava nel mondo dal quale mancavo da ben nove anni, ebbi un sussulto. Il mio stomaco si contrasse e i miei organi sembrarono spazzati via da un’ondata di freddo. Quel sentiero, gli uomini, la vita. Ancora non ero pronta. Avevo violentato me stessa col corpo degli altri per costringermi a vivere ma questa vita che mi scorreva addosso non potevo afferrarla. Non vedevo che vuoto e mi odiavo e ti odiavo perché sapevo esserti simile come nulla al mondo. L’unico, saresti stato l’unico ad avermi. Ti eri preso la mia esistenza, i miei anni, la mia giovinezza e ora non potevo più tornare come prima. Potevo sedurre milioni di uomini, fare orge con un’intera legione ma il muro tra me e il mondo reale non potevo distruggerlo. Quel muro aveva il tuo volto e il tuo nome. Li abbandonai. Guardandoli allontanarsi nella foschia dell’alba, fissavo le loro orme travolgere granelli e sparire. Fissavo le mie di orme e contavo i passi che mi separavano dal faro. Non molti in realtà. Quando tornai, tu non volesti guardarmi. Trascorremmo un intero mese come perfetti estranei finché non mi accorsi di una cosa.

Non ho il ciclo da un mese.

Per un attimo mi guardasti come la prima volta. Sperasti di poter essere tu il padre. Trascorsero i giorni, le settimane, i mesi. Mi tenevo le gambe con le mani e guardavo il mio ventre crescere. I tuoi occhi crudeli si posavano su di me come all’inizio e le tue mani sapevano accarezzarmi come la prima volta. M’illusi che quello fosse nostro figlio. M’illusi fino al giorno in cui mi dicesti di scegliere.

O me o lui.

Ma che dici? È tuo.

Non è mio, lo so.

Per una notte di baldorie?

Ne sono certo.

Mi chiedo ancora come tu abbia potuto mettermi di fronte a una scelta del genere. Ricordo le parole di mia cugina la prima notte: è pazzo. Forse eri pazzo, forse lo sei ancora, quel che ignoravo era che la follia avrebbe travolto anche me. Ottundendo i miei sensi. Non esiste raziocinio là dove la realtà è sacrificata all’immaginazione. L’immaginazione è immensa e immonda come una divinità dal duplice volto.

Quella busta bianca piena di resti di qualcosa. Cibo? Quella busta comincia a darmi il voltastomaco.

Cosa c’è là dentro?

Lo sai.

No, non è vero!

Sento nelle ossa il dolore della colpa. Vedo i giorni cadere come granelli di sabbia al vento.

E poi ricordo la notte in cui ebbi le doglie. Quella busta. E il mio male. Il mio errore. Il nostro errore.

Che cosa abbiamo fatto?

Ti domando rabbrividendo.

Cerchi di abbracciarmi ma ti spingo via.

Che cosa abbiamo fatto? Che cosa abbiamo fatto?

Non puoi tornare indietro.

Voglio, devo!

Non puoi cancellare gli eventi come se non fossero mai esistiti.

Sì che posso.

No, non puoi.

Cammino adesso su questa spiaggia insieme a mia cugina, Giusy, giornalista, sposata con due figli e a Marica, banchiera dal felice fidanzamento. Cammino per questa sabbia l’ultima volta prima di sparire definitivamente tra le onde. Io e i miei capelli rossi di bambina che non voleva crescere. Di madre assassina. Allucinata. Demone dall’ignobile fattezza. Cammino a piedi scalzi fino al mare. Mi volto e non c’è più nulla e nessuno: né Giusy, né Marica. Forse non vi è mai stato nulla e nessuno. Tu sei qui, vicino a me, tra le onde. Nostro figlio è disseminato nel mare. E questo mare ci appartiene o forse siamo noi ad appartenergli. Non c’è più nulla là fuori che valga la pena scoprire. E forse non vi è mai stato nulla.

© Ilaria Palomba

sangue

Dove sei? Sono più di due ore che sei fuori. Sei uscita con quella tua amica, quella un po’ zoccola, bionda. Andiamo a fare shopping, hai detto. Ma sono le otto di sera, ora i negozi sono chiusi. Dunque dove sei? Non sarete andate a ballare, perché se foste andate a ballare me l’avresti detto. E poi a te non piace ballare, non ti è mai piaciuto. Allora dove sei? Da quanto tempo ti sto aspettando? Attimi. Minuti. Ore. Dove sei? Il sapore amaro del caffè Illy. Quel profumo al gelsomino sulle lenzuola sfatte. La voce insistente del telegiornale che tenta di colpirmi ma con scarsi risultati. Le mie orecchie assorbono ogni sillaba ma non rimandano l’impulso al cervello. La mia mente è altrove. Dove cazzo sei? Mi dilanio le unghie, la pelle si stira, si contorce, viene via. Dove sei? Probabilmente quella grandissima troia ti avrà portata in un pub, sì, uno di quei posti in cui la gente beve, parla, ride, scherza e approccia. Ora starete ascoltando dell’immonda musica commerciale mentre le sue labbra si accostano al tuo lobo e ti sussurrano: li vedi quelli? E tu li vedi. Ora sai che puoi guardare altri uomini oltre me. Uno dei due è riccio e ha gli occhi verdi, un maglione dello stesso verde degli occhi, l’altro, un professorino occhialuto molto magro, con lo sguardo da falco. Il riccio incrocia il tuo sguardo. Dove cazzo sei? Per un attimo ti senti una merda per averlo fissato così insistentemente. Ci hanno puntate da un pezzo, osserva la tua amica zoccola. E tu ti fingi distratta, il sapore della Guinness tra le papille gustative, la lingua passata sui denti con la stessa frenesia con cui hai distolto lo sguardo dal riccio. Dove sei, bastarda? Sono le nove di sera. I negozi sono chiusi e tu sei in un fottutissimo pub. Il tagliere di salumi è quasi finito. Hai mangiato tutti quelli piccanti. Ora hai quel sapore in bocca e lo innaffi di Guinness, te la scoli in un attimo per toglierti il piccante dalle labbra. Uno di loro si alza in piedi e viene verso di voi. La bionda si stira un ciuffo di capelli freschi e laccati con l’indice e il medio. Vi scambiate sguardi complici. Dove sei? Il professorino finge di essere molto occupato con qualcosa sull’iphone. Dove sei? Il riccio è a un passo da voi, avete da accendere? Non si può fumare qui dentro. Adesso fai anche la spiritosa, peccato che con me non va mai così, l’ironia devo cavartela fuori come un dentista caverebbe un dente cariato. Il riccio indica la porta. Andiamo un attimo lì fuori. La bionda zoccola annuisce contenta, ha un golf rosso con uno spacco a V sul seno, due bocce rifatte che rimbalzano negli occhi del riccio. Dove cazzo sei? Stai già tirando fuori l’accendino dalla borsetta nera di Furla mentre la tua amica si è alzata in piedi, respira profondo, mostrando quel miracolo di chirurgia estetica un po’ a tutto il locale. C’è quella stupida canzone di Cesare Cremonini, com’è che fa: una come te? Ecco adesso il riccio infila gli occhi nei tuoi, è sicuro che insomma vi siete intesi. Gli porgi l’accendino, lui ricambia con una sigaretta. Il professorino si alza in piedi e viene verso di voi senza aver mai tolto gli occhi dalla scollatura della tua amica mignotta. Avete quattro sigarette in mano. Il sapore della birra amara giù per la gola. Uscite. Tu indossi un paio di jeans di quelli ben stretti sul culo. Il riccio adesso t’incolla gli occhi a quel culo che si muove verso l’uscita del locale e diventa un cuore. Il riccio non toglie mai i suoi occhi schifosi come artigli da quel cuore pulsante. Immagina di toccarlo, assaporarlo, morderlo, penetrarlo. Siete fuori, il rumore delle auto, il freddo d’inizio febbraio. Andiamo dentro a prendere le giacche? La zoccola non accenna a muoversi. No, poi non si noterebbero più le sue tettone rifatte, allora una cosa diavolo spende seimila euro a zinna se poi deve indossare un giubbotto che gliele nasconde? Soprattutto in situazioni come queste. Il gusto secco della Galouise che stai fumando. Il sapore del lucidalabbra al lampone appiccicato al filtro della sigaretta. Presentazioni. Che fate dopo? C’è un concertino jazz in un locale a Trastevere. Veramente dovrei tornare a casa, accenni, mio marito mi aspetta. E facciamoli aspettare questi mariti, ti zittisce subito la zoccola mentre il professorino le ha già piantato una mano intorno alla vita, ora stringe la carne dei suoi fianchi. La tua pelle è intirizzita, dalle labbra sputi fumo anche se hai finito la sigaretta da più di dieci minuti. Entriamo? Il riccio paga la tua Guinness e il professorino lo spritz della zoccola. Troia, dove cazzo sei? Sei imbarazzata, lo so, ma non lo dai a vedere. Quegli occhi verdi scrutano ogni dettaglio. S’infilano nelle fibre della maglietta, nelle tasche dei jeans. Quegli occhi sono cazzi e ti strusciano ovunque. E poi le rughe d’espressione sulla fronte, la carnagione ancora abbronzata. Cosa fai? Vai a sciare? Veramente sono un subacqueo. Cioè sono un avvocato ma ho sempre avuto la passione per le immersioni. Tu cosa fai? Lavoro per un’agenzia immobiliare. No, non guadagno molto, di questi tempi poi. Si è passati da Cremonini a Vasco Rossi. Voglio trovare un senso a questa vita. Dove cazzo sei, baldracca? La tua amica è lì che gioca con le dita del professorino. Gli sta dicendo che lavora in un negozio di alta moda mentre il suo indice fa cerchi concentrici nel palmo di lui. In realtà fa la commessa in un negozio di cinesi. Lui ovviamente insegna storia dell’arte ma al momento non è di ruolo. Sì, è un momentaccio per tutti. E poi via, fuori a bere ancora. A confondere nell’alcol i desideri di questa notte. E io qui su questo divano a sciroccarmi una televendita con altre due zoccole, ma con vent’anni meno di te e della tua amichetta succhiacazzi. Tutta questa carne esposta e svenduta in primissimo piano. Sono le dieci di sera, dove cazzo sei? C’è quel pane duro di ieri ancora lì incartato. Ecco, lo scarto. Prendo il coltelo da cucina, quello di venti centimetri per tre, manico rosso, affilato, i miei occhi iracondi si specchiano nella lama. Il pane duro si taglia come un pezzo di ricotta. Faccio due fettine e il resto lo conservo. I primi due li infarcisco di prosciutto crudo e parmigiano di stamattina. Ripongo il coltello nel mobile, anzi no, lo lascio sul lavabo, dovessi volermi tagliare altro pane. Mi scolo un’altra heineken. La terza di stasera. Addento il panino e immagino di addentare il tuo collo candido. Quel collo che ti sfiori mentre sei in macchina, sedile davanti, accanto al riccio che guida con quegli occhi dello stesso verde del maglione e non guarda la strada, guarda te. Spero che vi ammazziate. Ti volti un attimo, la mano sul collo ti ha provocato un eritema, hai sempre avuto la pelle sensibile. O mio dio, non ci posso credere. La tua amica pomicia come una grandissima baldracca con il professorino che per l’occasione ha pensato bene d’infilarle anche una mano tra lo spacco di quelle tette, così grosse. Ti irrigidisci. Perché tu, sì, sei troia, ma non così troia. Dove cazzo sei? Su quel sedile diventi di pietra. Fai un paio di sorrisi forzati. Il riccio cerca di sorriderti anche lui, sai, il mio amico non ha una femmina tra le mani da più di due anni, vorrebbe dirti ma non lo fa. Dove cazzo sei? Siete arrivati nel jazz club, vicino piazza Trilussa. È una porticina nera. Si entra. I due maschioni pagano l’ingresso. Si scende. Le pareti sono rosse. C’è odore di vino d’annata appena stappato. In fondo alla scala una luce soffusa. Dieci tavolini rotondi e delle sedie lavorate in ferro battuto. Sul palco di fronte un paio di tizi, uno con un sax l’altro al pianoforte a coda, di quelli che ti piacevano tanto e che avresti voluto in casa prima di smettere definitivamente di suonare. Ecco, sediamoci lì. Mi raccomando, scegliete l’angolo più appartato. Dove cazzo sei? Si avvicina un cameriere, di quelli col papillon. Sono le undici. Dove cazzo sei, troia? Una bottiglia di chardonnays, il riccio vuole fare il galante. Tartine e chardonnays. La biondaccia con le zinne rifatte si siede sulle gambe del professorino. Ecco il vassoio. Il vino scende nell’esofago. Le tartine al tartufo deliziano le papille gustative. Il riccio t’incolla gli occhi addosso, ti acchiappa con i suoi e non ti molla più. Vai un attimo in bagno, devi pisciare, non ti trattieni. Ti guarda il culo a forma di cuore mentre lo muovi lontano da lui. Cammini reggendosi alle pareti rosse. Cazzo, quanto ho bevuto, pensi. Poi l’alcol proprio non lo reggi. Ecco, sei arrivata in bagno, rischiando un paio di volte di intralciare i camerieri con i vassoi. Una porta nera col disegno stilizzato che sta per signore. Ecco, ci sei. Una goccia di urina ti ha sporcato gli slip. Finalmente apri la porta, slacci i jeans, abbassi le collant e le mutandine bianche di pizzo. Uno scroscio di pioggia dorata scende fluido centrando il fondo del cesso. Mannaggia, non c’è la carta igienica, va be’, pazienza, ti tiri su le mutandine che ti lasciano una sensazione di umidità tra le gambe. Una goccia calda ti scivola lungo la coscia mentre ti rialzi i pantaloni. Ti lavi le mani, te le asciughi addosso. Dove cazzo sei? Fai per uscire dal bagno della signore quando osp sbatti contro qualcuno che causalmente, con tanto di disegno che capirebbe anche un bambino, ha sbagliato porta. Dove cazzo sei? Di là suonano Summertime a luci soffuse, la tua amica si è fatta infilare le dita nelle mutande, davanti a tutti, dal professorino. È mezzanotte. Dove cazzo sei? Sbatti i pugni contro il suo maglione verde acqua poi sollevi lo sguardo ed è lui. E allora non puoi più trattenerti. La sua lingua nella tua bocca cerca la tua. Le sue mani finalmente acchiappano quel culo tondo e sodo su cui ha sbavato per tutta la sera. Le sue bave sulle tue labbra. Il segno del tuo lampone sul suo collo. Le mani nelle increspature dei capelli. Vi chiudete nel cesso. Le tue mani sul lavandino freddo. Le sue a sbottonarti i jeans. I tuoi occhi socchiusi sbirciano lo specchio. Il suo bacino in avanti. I tuoi jeans giù fino alle ginocchia. Le sue labbra spalancate. Una mano sui tuoi fianchi l’altra sulla schiena e poi giù tra le tue gambe ad accarezzarti i peli. Quella goccia di pipì si è trasformata in un lago. I tuoi occhi nello specchio acchiappano i suoi, socchiusi e trasognati, vogliosi, predatori, mentre le sue dita scivolano nel tuo ano e poi qualcosa di grosso e caldo. Ahia, mi fai male. Lasciati andare. Lasciati andare un paio di palle. Ormai è già dentro. Ti brucia. E poi guardi nello specchio il suo bacino avanti e indietro avanti e indietro e poi sempre più veloce. E la tua schiena sempre più schiacciata sul lavandino. La tua mano destra afferra il rubinetto freddo come fosse un cazzo. E lui sempre più avanti e indietro nel tuo culo mentre le sue dita sfiorano il clitoride e i tuoi umori ti sporcano le gambe. Dove cazzo sei? Troia, te la stai spassando? Sono alla decima heineken e un filmaccio americano tra inseguimenti e sparatorie. Non riesco più a comprendere una sola parola e adesso neanche a sentirle le parole. Queste immagini del cazzo mi ronzano in testa come mosche fastidiose, ansi zanzare, zanzare tigri. Ecco che sta venendo. Il suo seme scivola fluido nel tuo culo. Arriva fino all’intestino. Poi vi rivestite. O mio dio, cos’ho fatto. Anch’io sono sposato, dai, dopo tanti anni, queste cose capitano. Ti tranquillizza. Dove cazzo sei? Il concerto è finito. Sono andati via tutti. La troia e il prof aspettano solo voi. Lei ti sorride sgargiante. Ecco la mia amica, addirittura più troia di me. Sigaretta? Indubbiamente. Quattro passi per raggiungere l’auto. Fa un freddo boia. Dove cazzo sei? Ora ha anche una mano intorno alla tua vita. Le Galouise stanno per diventare le tue sigarette preferite. Posso avere il tuo numero? Meglio di no. Tanto lui ha il mio, esordisce la biondaccia, organizziamo un’altra uscita a quattro in questi giorni. Sì, ma non diamo nell’occhio, sai mio marito. Azzardi. Tuo marito deve darsi una bella calmata! Fa la zoccola. Mandalo in psicoterapia come ho fatto col mio, adesso prende il darkene e la sera si addormenta ancora prima che io esca. Risate. Ecco che vi lasciano dove avete parcheggiato. Saluti salutini baci bacetti. Sulla bocca? No, no, sulla guancia, dai, sulla bocca è esagerato, in fondo è stata solo una bella scopata. Ci risentiamo, allora. Contateci. E adesso siete nella sua smart, rossa come il suo maglione. Dai, racconta! No, no, m’imbarazza. Ve la siete spassata, eh’ tutto quel tempo in bagno… Abbastanza. Ma ora sono in ansia. È l’una, cosa dico a mio marito. Dove cazzo sei, lurida troia, baldracca, pompinara? Ma dai, digli che stasera abbiamo giocato a fare le teenager, che siamo andate al concerto di quel gruppo… come si chiama’ quello che ti piace tanto. I Portishead? Eh! Sì, brava, loro. Ma scherzi? Ci sarei andata con lui e poi avrei preso i biglietti secoli prima, non è mica scemo. Va be’, dai, una scusa la trovi. Intanto siete al Pigneto. La smart rossa attende che tu infili le chiavi nella toppa. Il rumore delle tue mani che tremano. Non trovi la chiave. La bionda se la ride. Eccola, l’hai trovata. Poi tutti quei piani a piedi. Hai il fiatone. Dove cazzo sei? Cammino avanti e indietro nell’ingresso. Questo mobile in legno con tutte le cartacce da riordinare è tuo. Perché io non lavoro da ormai un anno e non ho più nessuna cartaccia da riordinare. Cammino avanti e indietro e mi tocco la testa stempiata e mi tocco la barba. Avverto un rumore di tacchi. Poi la chiave che gira nella toppa. Eccoti. Entri. Hai il fiatone. I capelli in disordine. La voce del telegiornale parla di elezioni, disoccupazione, accoltellamenti. Accoltellamenti. Eccoti. Divertita? Hai i capelli in disordine. Li metti dietro le orecchie. Guardami! Ti grido contro. Mi guardi. Sono stata con la mia amica. Lo so che sei stata con quella baldracca della tua amica. Ma ti senti bene? Perché fai così? Cammino avanti e indietro. Voglio solo sapere se te la sei spassata ben bene. Siamo state al cinema. Ah, sì? A vedere cosa? L’ultimo di Tornatore. Ah sì? E di che parla. Cominci a spiegarlo. Non ti ascolto, non sento neanche un millesimo delle tue parole. Boiate! Amore, ma stai bene? Sei tutto rosso paonazzo, ti prego. Boiate! La mia mano si schianta sulla tua guancia. Lanci un urlo. Ti schiacci contro il muro punti la porta. Ma che sei scemo? Gridi. Il coltello è lì accanto al lavabo, in una casa di quaranta metri quadri non ci si mette nulla a trovare gli oggetti quando servono. Benissimo, dico, adesso calmo. Dove cazzo sei stata? Te l’ho detto al cinema, ora tremi. Tremi forte. La mia mano stringe il manico di plastica del coltello. Ti prego non fare così, mi spaventi. Voglio la verità. È la verità! E allora dalle otto alle dieci dove sei stata? In un bar, a bere una cosa. A bere, rido, rido forte adesso avvicinandomi a te lentamente con l’arma in mano. A bere, ripeto. A bere, ripeto ancora più lentamente. Amore, ti prego. Adesso senti il tanfo del mio alito da dieci litri di birra. A bere, ripeto ancora sussurrando. Sono a un palmo da te. Con quella zoccola. Non parlare così di… non ti lascio finire. Il mio coltello contro la tua gola. Ti prego sussurri, ora piangi, piangi, brava, godo quando piangi a causa mia. Finalmente conto qualcosa. A bere. Ripeto. Ti sfioro la gola. Gridi. Ti tappo la bocca. Zitta troia. Ti spingo il palmo contro le labbra, mi sporco delle tue bave. Piangi forte forte e mi sporco anche delle tue lacrime. A bere. Ora il mio coltello preme sulla tua carotide, le prime gocce di sangue sgorgano libere sul tuo collo bianco. Poi di scatto mi tiri via con un calcio in pancia. Faccio un passo indietro. Afferri la maniglia, stai per scappare. Dove cazzo vai? Richiudo la porta, ti prendo per i capelli. Ti metti a urlare. Ti scaravento a terra e poi mi avvento si di te. Una coltellata in gola, quel collo così candido, una nello stomaco e una nel cuore, così vediamo se ce l’hai un cuore. Il suono di una sirena. Il coltello sporco del tuo sangue ora finisce nella mia gola. Meglio la morte che il gabbio. E tutto questo per colpa tua, troia. Non riuscivo a credere che fossi così vuota come persona, ho dovuto squartarti per accertarmene.

 

 

 

 

 

 

© Ilaria Palomba

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Lettura affrontata violentemente e voracemente. Per me, questo libro non può che essere letto così, come una cicuta amarissima, ma di cui non puoi eludere il gusto, seppure sgradevole, e neppure il retrogusto, altrettanto pungente e persistente. La narrazione è precisa, tagliente. Bella. Feroce. Come può esserlo una donna, in via di “crescita”, soffocata da un ambiente familiare iperprotettivo, perfettamente collocato nella provincia, altrettanto soffocante e “piccola”. Quale migliore via di fuga di quella offerta da droghe e sesso?
La giovinezza offre prospettive di immortalità, ma non senza conseguenze. Lo capirà dopo non poche sofferenze, Stella. Sì, una stella in un firmamento nero, fatto di galassie non sempre scintillanti e limpide. Anzi. Il cielo della sue breve, ma intensa esistenza, è un magma viscido e melmoso. Gli uomini che ruotano intorno alla sua vita, sono ombre, senza spina dorsale. Nessuno escluso. Si sa, da sempre, che la donna, (ragazza, ancora) specialmente nei primi approcci con la vita “sociale” è molto più curiosa e coraggiosa dei rappresentanti del cosiddetto “sesso forte”. Molto più disposta a rischiare, osare, vivere.
Marco, dotato di fascino oscuro e maledetto, spesso piange. Ed é credibile, nella suo perversa confessione del suo bisogno di emozioni “forti”. Duro ma molle. La doppia narrazione, silenziosa e verbale di Stella, fa penetrare dentro le viscere della giovanissima protagonista.
Il viaggio è sconvolgente, ma vero. Epilogo degno di migliori noir o anche tragedia notturna. La liberazione dal Male è un taglio profondo. Ilaria lo affronta, per conto di Stella, con l’aiuto del grande Bataille e del suo “Erotismo”, in una fotografia cruda e lunare, con lunghe ombre che proiettano, in sovraimpressione, la figura di Justine, disegnata dal Maestro dell’ Erotismo e Perversione in successione spesso tanto drammatica, quanto poetica: De Sade. Grazie Ilaria.

 

 

© Melchiorre Carrara