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Tag Archives: filosofia

Titolo bellissimo per un romanzo sorprendente.
Gli autori, Ilaria Palomba e Luigi Annibaldi, sono riusciti a comporre un quadro caleidoscopico di una relazione trovando due frecce ai rispettivi archi che poi sono un solo arco, comune:
1) potenza della voce;
2) bellezza della lingua letteraria.
Aggiungerei un terzo pregio: la felicità dello stile che proviene dritta da una felicità di racconto.
Riguardo alla voce, anzi -è bene precisarlo- al coro di voci che come in una tragedia greca cantano questa storia, la varietà è mirabile e non ne inficia l’intensità. Quanto alla lingua, è densa pregnante pulsante – e precisa, tagliente come un taglierino affilatissimo.
Perché questo romanzo, per ciò che racconta e per la formulazione del racconto, taglia davvero il ghiaccio più che come il coltello kafkiano: come un bisturi che va a segno e non genera inutile sanguinamento, come una resezione ripetuta e millimetrica, come un laser che mentre taglia cauterizza.
La lingua mi ha colpita molto anche perché in questo romanzo si fa una battaglia strenua in difesa del congiuntivo, sia presente che imperfetto – con predilezione per questo secondo, con un tale amore del rischio che a volte i volteggi le capriole le piroette i salti mortali invocano una rete sotto per porre riparo all’avventatezza e allo scapicollo mai ingenui ma sempre molto avvertiti dei due taumaturghi unificati in un solo, prodigioso racconto.
La pagina si gremisce di voci, come un proscenio, e questo permette di sondare superfici e profondità, ambiguità e sdoppiamenti, ironia e senso del tragico, e permette anche di muoversi disinvoltamente sullo schermo del tempo e di collegare punti sparati via nello spazio e pronti a riaggregarsi attraverso un fitto eppure lieve gioco di corrispondenze di baudelairiana memoria.

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Ilaria Palomba e Luigi Annibaldi, gli autori.

Maya è una rabdomante della conoscenza, la sua rapsodica visione del mondo è impetuosa e cromatica, la sua percezione è impressionistica e poco impressionabile, non richiede ordine e costruzione ma tende ad ascoltare la natura, a partecipare del suo spirito – Anya che la seduce e la deride col cinismo di chi sopprime i sentimenti e approfitta del sentire le toglie tutto: tutto può essere tolto a chiunque, anche a chi non ne ha cognizione e perde ogni cosa, ne è defraudato, senza che questo attenui il dolore, anzi esaltandolo semmai.
Edoardo non è meno risparmiato dalla realtà che gli sbatte in faccia di continuo nei teatri di guerra dove deve di continuo raccattare parti di corpi sparpagliati attorno da bombe mine colpi di mitraglia, e non è meno dolente o dolorante, però è sagace o crede d’esserlo, ha un rapporto ordinato con gli oggetti mentre è scompaginato a dispetto persino di sé stesso dalle persone. Costituisce un duo comico irresistibile con l’aiutante in campo Salicetti che riesce a farlo vomitare più di quanto non gli venga naturale per esempio elencandogli le risorse del cuoco di campo Rinaldi.
Attorno a loro un vero coro greco: tutti medici e sapienti (direbbe Edoardo Bennato) salvo la povera madre di Maya – al cuore (nerissimo) di questa vicenda composita (alla lettera) sorge un luogo, una casa abbandonata, dove giace una figura lynchana che potremmo prenderci il lusso di battezzare Laura Palmer, e molto sullo sfondo si sfoca la figura del padre di Maya e con lui il rapporto padre-figlia, l’intrico triangolare padre-madre con figlia, l’amore e la gelosia, la competizione femminile, e il nascosto-rimosso (Caché, come nell’omonimo film di Machael Haneke, premio per la regia Cannes 2005) che forse è il fondo che sobolle alla base dell’intera storia – Lacan regna, forse: ma la lettura psico- è quella buona? Di sicuro diventa possibile, incombe pende pencola, a dispetto della fede positiva nella sapienza clinica dei due luminari convocati sulla scena, uno psichiatra e un ginecologo.
Come capite bene, questo è un vero romanzo romantico: non perché sia sentimentale ma perché riconosce al sentire una potenza conoscitiva strabiliante, dà corda all’intuizione, si puntella su intuito e sentire, assicura trionfo all’immaginazione – cioè alla irresistibile e immediata traduzione in immagini della lettura del mondo, una sorta di ‘restituzione per immagini’ del conosciuto, cioè dell’esperienza, da parte dell’artista.
Samuel Taylor Coleridge, l’autore della Ballata del Vecchio Marinaio (che ha poi ispirato molta musica rock, da A Salty Dog dei Procol Harum fino a quasi un intero album di Sting, The Soul Cages), ha specificato che la fantasia è di tutti gli esseri umani ma l’immaginazione è solo dei poeti – non perché i poeti siano super uomini o sciamani o vati ma perché sono afflitti da un più acuto anzi acuminato sentire, come i pittori. E questo più acuminato sentire impone loro dei compiti, l’irrinunciabilità ad esprimere ciò che più profondamente e lucidamente vedono nella caligine del tormento: in questo romanzo, in cui domina una percezione spettrografica, si staglia a un certo punto L’Urlo di Edvard Munch, la ferita che ha aperto in lui il solco di quella creazione. Del resto l’acme della felicità di racconto e di stile e di linguaggio arriva a pagina 140: – Arturo era mio padre, mio figlio era mio padre. Stiamo dalle parti di William Wordsworth, The Child is Father to the Man: il bambino è padre all’uomo, perché il figlio viene prima del padre in quanto il bambino precede l’uomo. Magnifico!

imagesyhelambThe Lamb, Willaim Blake

Il bambino del resto come l’agnello che belando fa gioire tutte le valli era già l’eroe innocente e puro di William Blake, il più rock dei poeti romantici, padre dei Doors, e ispiratore del Jimi Hendricks di Little Wing – per esempio, e William Blake era poeta e pittore anzi incisore, era scorticato interprete del suo tempo. Come Maya, dopotutto. E come Edoardo, sotto sotto.
Soprattutto William Blake era un artista. Questo romanzo è anche un ragionamento sulla posizione dell’artista nella società e nel mondo, sulla possibilità non tanto che sia compreso ma che sia lasciato in pace, che sia lasciato creare e donare al mondo la sua visione sacra.
Ecco, in questo romanzo ricorrono, nominati apertamente, senza timore, i termini ‘visione’ o ‘visionario’ e ‘gotico’: alla faccia, questo è parlar franco! La visionarietà e gli abissi o gli slanci che immaginiamo quando pronunciamo l’aggettivo ‘gotico’ qui sono materia diretta di racconto, mentre manca la musica, anzi essa è un disturbo con tutta la caciara del mondo e rimanda semmai a una paesanità che è familiare a chi ha vissuto in provincia prima di traslosare a Roma.
E perché manca la musica? Perché si torna alle radici della cultura occidentale, a quel ‘tempesta e impeto’ da cui la musica si è generata. Pensateci.

DANIELA MATRONOLA, SABATO 2 LUGLIO 2016

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Alle volte così fragile potrei morire in questa infinita tenerezza e mi distrugge ogni cosa e ti guardo divenire e ti immagino superare ogni ostacolo vivere un’esistenza priva di leggi e padri e uomini e distanze tutta un’epifania della presenza un immanente restarsi ti immagino sulle strade sdrucciole dei quartieri in voga della città con un bicchiere di vino bianco tra le mani e occhi magnetici ascoltare musica atrocemente meravigliosa in giro con Apparat in cuffia e qualche deviazione sul percorso i tetti rossi di Roma paiono un dipinto un altrove e la gente ai tavolini dei bar rideva con i cani lì al guinzaglio e i bicchieri sollevati comincia l’estate e ha l’odore del ricordo ti immagino con me mentre mi lascio attraversare da tutte le strade divento tutte le cose vorrei fosse possibile questa immanenza linea di fuga lasciarsi trafiggere dalla vita proprio in fondo come scivolare sul fondo di un bicchiere e ritrovarsi nell’ebrezza della sera nell’invisibilità della notte dove nulla comincia non esiste fine vorrei essere meno astratta e applicarmi sulle cose non perdere concentrazione a ogni battito d’ali d’albatro vorrei restarmene in eterno a fantasticare sui tuoi occhi e sull’immensità di un istante di soglia nella soglia nel solco si avverano i deliri onirici e si può dimenticare per un istante il presente divenire l’altrove restare sospesi e voglio solo questa sospensione questo eterno riconoscersi prima della partenza c’è sempre tempo per dirsi addio forse ci piace sfidare il potere non per la forza ma per la fragilità del risuono forse abbiamo rinnegato i padri per partorire noi stesse forse siamo sulla stessa linea di confine prima del dissolvimento solo un po’ d’ordine per difenderci dal caos difendimi dal caos divenire caosmos senza sosta non so se riuscirò a tollerare i mutamenti emozionali le alterazioni la follia cui mi dono come un martire e sono perfettamente consapevole che tutto scorra muti nel suo opposto è questo che cerco di evitare incastonando le proiezioni in un fermo immagine non definendo niente e dissolvendo tutto là dove il corpo è l’anima e la notte è giorno e la paura di vivere si traduce in desiderio immenso desiderio dell’altro che è poi irraggiungibile come irraggiungibile è il sorriso della luna come irraggiungibile è il pensiero la potenza del sapere per questo alle volte perdo le speranze di poter concepire un reale che non sia immerso nel sogno nell’altrove nell’immaginario che altri hanno progettato per me e mi getto fuori dai contorni per divenire confine e sfiorare tutte le cose amare senza amare affinché sia un gioco l’esistenza alle volte un gioco al massacro ma pur sempre danza sacra di un fanciullo nel ventre della terra siamo solo bambine travestite da adulte e ci divorerà la luce portami con te per un giorno voglio essere ciò che non si appartiene.

 

© i. p.

caschetto

Una mano, poi l’altra, sull’addome e premo e premo. Sono sopra di lui, lo ribalto, lo afferro. In quegli occhi così scuri ora mi specchio, mi perdo e poi svanisce, lontano, nell’incoscienza. Torno al presente. E poi ancora indietro nel ricordo.
Cosa hai da dirmi Sonia? Qualcosa non ha funzionato nella tua perfetta costruzione segnica? Chi sei Sonia? Chi sei?
Mi aveva detto di leggere L’ermeneutica del soggetto, era l’anello mancante, curarsi di sé, affiorare appena nelle superfici dei gesti. Oggi me ne sto livida in fondo al baratro di questa sera di piombo, forse mi piacerebbe sentire ancora un corpo a contatto con il mio, un corpo qualsiasi. E mangio e mangio, m’ingozzo di cose inutili. Nella bocca il gusto dei salatini, sui pavimenti libri aperti, Foucault alle prime pagine, quando parla dell’Alcibiade e di come Socrate lo invitasse a conoscere se stesso prima di aspirare al potere.
Una volta andavo all’università, fa parte anche questo del gioco degli abbandoni. Mio padre diceva: seguila questa università! E ci provavo, a ogni modo studiavo da non crederci ma poi qualcosa non ha funzionato.
Me ne sto qui riversa sul divano rosso, miasma di cenere, apro un libro a caso e leggo, lo ripongo e ne apro un altro, una qualsiasi pagina di Tropico del Capricorno, quelle sui deliri etilici e ho voglia di bere anch’io. Alle sette ho un colloquio in centro e non sarà Henry Miller a offrirmi il posto di lavoro. Il sole filtra basso dalle persiane del mio monolocale ed è una spada, mi taglia la pelle.
Sei una vigliacca Sonia! No, questo lo psichiatra non l’ha detto. Ripenso a quel mio ex, lo stesso cui penso tutte le volte, tutte le volte che vado giù di alcol o cibo o corpi, c’è quel volto, una maschera di cera, non riesco a pronunciare il suo nome, adesso non sono cosciente dei luoghi. Mio padre mentre mi diceva vai all’università, mi diceva anche: lascialo, è uno stronzo, non ti vuole bene, non gl’importa nulla di te. Mia madre diceva: è ricco, è una persona per bene, tienilo, tienilo con te, è di buona famiglia, parla tre lingue. Non sapevano mica che il ricco di buona famiglia che parla tre lingue fosse un cocainomane e la notte gli piacesse fare di me l’oggetto prelibato di ogni perversione. Mi alzo. S come Sonia. S come questa pancia maledetta. E davanti allo specchio sono un vuoto che si torce in S dimensioni. I libri per terra, i cuscini indiani, la campana tibetana, la locandina del corso di yoga che ho frequentato quando ancora potevo permettermelo. Vorrei dire a mia madre che aveva ragione: dovevo rimanere con lui.
Possibile che non ne ricordi il nome? È un eclatante caso di rimozione, diceva lo psichiatra.
Indosso una camicetta nera troppo stretta per le forme debordanti dei miei fianchi, la stringo addosso per riuscire ad abbottonarla, stringo, stringo, faccio carneficina del corpo. Un jeans troppo stretto mi lascia fuori lembi di carne a forma di ciambella. Le scarpe con il tacco, gli stivali. Sembrerò più alta e più sottile.
Chiudo la porta alle spalle, nel cortile privo di rigogli o piante una Guardia giurata mette in moto il suo RX e mi saluta con un cenno della mano. Prima di andar via mi ricorda di abbassare il volume dello stereo dopo la mezzanotte. La signora del primo piano del palazzo di fronte chiude la tapparella e i due egiziani del mio pianerottolo mi osservano come fosse un miracolo per me varcare la soglia di casa. Non c’è nulla di più pericoloso della propria casa quando assume l’aspetto di una prigione.
Nulla di più grave che restarsene a crogiolare nel disordine materico, dove la sozzura aderisce ai corpi stremandoli. La sozzura mi ha deglutita con fare indifferente, senza prerogative mi lascio abitare dal caos, ma non partorisco alcuna stella danzante. Non rischio di essere sbattuta fuori per la sola ragione che la casa appartiene a mio padre, ciò mi rende ancora più odioso l’abitarci dentro.
Lungo via di San Giovanni in Laterano le auto parcheggiate ai bordi impediscono una degna visuale e a ogni angolo c’è un orientale che prova a venderti portachiavi, accendini o rose, a seconda che sia africano, cinese o pakistano. Passo davanti al Casino Fini e alla facciata tardo-barocca della chiesa di S. Maria delle Lauretane, tre suore sudamericane parlano tra loro con forte accento ispanico, il panneggio nero delle tuniche si adagia ai flussi del vento. C’è odore di fritto, il sole nella sua fase terminale asperge l’aria di un rossore antico e il Colosseo al tramonto è una rovina nera forata dalla luce. L’esercito ne presidia ogni ingresso, i giornali in prima pagina sventolano storie sul terrorismo islamico e in seconda velano i colpi di stato finanziari con l’appellativo di governi tecnici. Giunti a tal punto un edonismo decadentista non è che una forma di scivolamento per non assistere al proprio funerale di esseri umani.
Raggiungo il palazzo settecentesco, l’ampio portone decorato e il cortile interno con alberi di limone in vasi grandi, cardi e camelie dall’afflato gentile di buono, pulito, un’aria che a Roma non respiri troppo spesso. C’è un tappeto rosso, un vuoto all’altezza dello stomaco m’impedisce la scioltezza nei movimenti, cercano una ragazza di bella presenza, non devo fare nulla, nessun talento, devo solo aprire e chiudere porte durante cerimonie e congressi. Solo che ragazza non lo sono più e la presenza più che bella la definirei lasca, abbruttita da quello stesso edonismo con cui ci si difende dalla caduta.
Una silhouette dietro un banco, gli occhi fissi sullo schermo di un mac, occhiali sottili, eyeliner nero all’egiziana, cipria diafana e palpebre basse, seduttive. Una camicetta rosa le lascia intravedere lo spacco tra i seni. È magra. Rabbrividisco, scompaio nella giacca.
La stanza per i colloqui? Chiedo con voce tremula.
L’ultima, in fondo a destra – risponde.
Come il bagno – osservo.
Si sbrighi, stanno per chiudere le liste – dice, senza smettere di seguire con gli occhi qualcosa di essenziale sul desktop.
Mentre raggiungo la stanza della verità, nel corridoio dalle pareti salmone e il tappeto rosso, vengo folgorata da un’immagine. Un rapimento maldestro mi mostra l’esatto speculare del mio volto. Zigomi alti e guance arrotondate, i miei capelli mossi, tra il castano e il biondo, lo stesso taglio scalato. Lo stesso incarnato roseo. L’altezza identica. Anche il taglio orientale degli occhi, il colore nocciola con venature gialle, feline. Un neo sul collo a destra identico, perfettamente identico al mio. Le pupille larghe volte al soffitto.
Il tempo sembra riassorbirsi per un istante. Resto immobile, come senza corpo. Ogni dettaglio s’imprime in me. Il colore vermiglio del cappotto e le scarpe nere alte, l’abito nero di cotone e pizzo, attillato. Non mi vede, passa oltre, è vento. Mi sposta nella sua traiettoria. Ha il corpo che avrei voluto o forse quello che avrei avuto se mi fossi curata di me. Svolta oltre l’angolo della porta per i colloqui. La tentazione irresistibile di seguirla.

L’Associazione Le Tre Ghinee/Nemesiache e Eleonora Pimentel
in collaborazione con l’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici
invitano alla presentazione del libro:
Homo Homini Virus di Ilaria Palomba

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“Una storia di passioni ossessive, cinici tradimenti, taglienti affondi ed elettiva complicità. Angelo spreca il suo talento nello spietato mondo del giornalismo. Iris cerca redenzione e sacralità nella fraintesa dimensione della body art entrambi ansiosi e tormentati da un disperato bisogno di riconoscimento. Un empatico psichiatra ripercorre la loro complice, inarrestabile caduta nel delirante abisso in cui da vittime si eleggono a carnefici. L’autenticità non risiede nella gloria, ma nel rischio che si è disposti a correre per la propria verità.”
(Recensione di Lyly Dark su TempiDispari)

Istituto Italiano per gli Studi Filosofici –
Via Monte di Dio 14 -80132 – Napoli 29 febbraio 2016 – ore 16.30

Intervengono con l’autrice : Esther Basile, Rita Felerico, Maria Concetta Piacente
Coordina: Mimma Sardella
Lettura: Teresa Mangiacapra
Videoriprese: Rosy Rubulotta

info: mangiacaprateresa@gmail.com

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Booktrailer:

Intervista di Paolo Restuccia:
http://www.omero.it/omero-magazine/interviste/ilaria-palomba-siamo-tutti-virus/

Recensione su CheDonna.it:
http://www.chedonna.it/2015/03/19/libri-homo-homini-virus/

Intervista su Radio Città Futura:

Il booktrailer di Homo homini virus su Antinoya:
http://www.antinoya.it/un-tuffo-nel-mondo-della-performance-art/

Recensione su NotiziaOggi, giornale di Vercelli, 30/03/2015

Intervista di Filippo La Porta su Wikicritics:
http://www.wikicritics.com/ilaria-palomba/
“Ilaria Palomba viene ritratta sul Web come “una bionda dark lady dall’anima punk-rock”, e il suo notevole esordio letterario – Fatti male, uscito nel 2012– è definito “romanzo di perdizione”. Ce ne è abbastanza per farne un personaggio spettacolare e intrigante, tutto virato sulla Retorica della Trasgressione. In realtà Ilaria, nata a Bari nel 1987, è una scrittrice di talento, ha uno stile personalissimo, che fonde registro diaristico, meditazione filosofica e racconto dal ritmo incalzante, cinematografico.”

Recensione di Paolo Restuccia su Succedeoggi:
http://www.succedeoggi.it/2015/04/il-romanzo-del-corpo/
“Insomma è più vicina di quanto possa sembrare a un autore che dichiara di amare molto, Michel Houellebecq, con il quale ha in comune la critica radicale della società vista come strumento di sopraffazione che porta al sacrificio chi non cede al suo nichilismo amorale e condanna gli altri a farsi carnefici o indifferenti.”

Recensione di Ilaria Oriente su Stile, il blog de La Stampa
http://www.stile.it/divertirsi/tendenze/articolo/art/body-art-e-potere-dei-media-homo-homini-virus-id-20066/
“Giocando con l’alterazione dell’espressione latina ‘homo homini lupus’ il titolo del romanzo evoca la concatenazione di incontri, di rapporti, di rappresentazioni che la società moderna tramuta in potenziali discese all’inferno. I media e la loro capacità di strumentalizzare sono protagonisti del romanzo tanto quanto i suoi personaggi, così come il mondo dell’arte performativa, che l’autrice conosce grazie all’esperienza diretta.”

Recensione di Lyly Dark su TempiDispari:
http://www.tempi-dispari.it/2015/04/14/homo-homini-virus-il-nuovo-romanzo-di-ilaria-palomba/
“Una storia di passioni ossessive, cinici tradimenti, taglienti affondi ed elettiva complicità. Angelo spreca il suo talento nello spietato mondo del giornalismo. Iris cerca redenzione e sacralità nella fraintesa dimensione della body art entrambi ansiosi e tormentati da un disperato bisogno di riconoscimento. Un empatico psichiatra ripercorre la loro complice, inarrestabile caduta nel delirante abisso in cui da vittime si eleggono a carnefici. L’autenticità non risiede nella gloria, ma nel rischio che si è disposti a correre per la propria verità.”

Stralcio della delirante intervista di martedì 21 aprile su Radio kalashnikov – Radio Popolare – con Alexandro Sabetti, Hermes Leonardi, Claudio Milo:

Articolo di Arturo e Arianna Belluardo sulla prima presentazione di Homo homini virus da Giufà:
http://www.omero.it/omero-magazine/bella-di-papa/corruption-of-the-innocent-ilaria-palombas-hhv/
“Il 16 aprile sono andato con mia figlia Arianna, 13 anni, alla presentazione del romanzo di Ilaria Palomba, Homo Homini Virus, alla Libreria Giufà di Roma. Ero molto curioso di sapere cosa le fosse arrivato delle parole di Ilaria, di Paolo Restuccia, di Simona Baldelli e di Giorgio Patrizi. E soprattutto, della perfomance della body artist, Tiger Orchid. Le ho chiesto quindi di scrivere una cronaca per Mag O.”

Intervista di Marilù Oliva su Libroguerriero:
https://libroguerriero.wordpress.com/2015/04/27/ilaria-palomba/
“Una delle arti da cui è attraversato il romanzo (oltre a quella, inseguite e mai braccata, del giornalismo e della sopravvivenza) è quella della body art, incarnata da Iris, che è pura rivolta, istinto selvaggio, “gioca con il sangue come fosse un colore a olio e la sua pelle una tela da profanare”. La mia sensazione è che Iris sia metafora anche di altro: anelito di libertà, comunione con l’altro, passione.”

Recensione di Lorenzo Mazzoni su Il Fatto Quotidiano:
http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/04/30/libri-dentro-le-traiettorie-di-bianchi-la-scrittura-del-corpo-di-palomba-la-lampada-di-curtis/1633417/
“Un romanzo carnale, capace di descrivere la degenerazione dell’epoca contemporanea in una città eterna come Roma, ormai abbruttita dal rigurgito della globalizzazione. Una prosa asciutta, diretta, senza fronzoli. Si tratta de Homo homini virus di Ilaria Palomba (Meridiano Zero), la storia di un giovane pugliese arrivato nella capitale con il sogno quasi fanciullesco di diventare una grande firma del giornalismo che si occupa di musica e si ritroverà nel vortice di un mondo a lui sconosciuto, quello della body art, un mondo che inizialmente disprezza, ma che imparerà ad amare dopo l’incontro con una selvaggia performer che usa il proprio sangue come inchiostro.”

lacroce
Recensione di Flaminia Naro su La Croce del 5/5/2015

Recensione di Valentino Colapinto su LSDmagazine
http://www.lsdmagazine.com/homo-homini-virus-ilaria-palomba-racconta-il-degrado-sociale-contemporaneo-nel-suo-ultimo-romanzo/22568/
“Homo homini virus è un romanzo di (de)formazione, un’allucinata discesa negli inferi, raccontata a più voci tramite il dialogo di Angelo col suo psicanalista e il visionario diario di Iris. Pagine crude e cupe, che dissezionano senza misericordia alcuna lo squallore esistenziale dei nostri tempi, in cui l’umanità sembra essersi degradata in un morbo contagioso e distruttivo, un virus per l’appunto.”

Recensione di Stefano Savella su Puglia Libre:
http://www.puglialibre.it/2015/05/homo-homini-virus-di-ilaria-palomba/
“I contatti tra il mondo del giornalismo (ad eccezione di quello specializzato) e il mondo della body art non sono particolarmente consueti. Il primo fagocitato dalla cronaca, dalla bulimia di notizie; il secondo chiuso spesso in teatri off, in contesti metropolitani frequentati da un circolo ristretto di persone interessate. Ad Angelo, un giovane pugliese trapiantato a Roma, spetta un po’ per caso il difficile compito di avvicinare la carta stampata al racconto di performance estreme, ideate e messe in opera rigorosamente fuori dagli schemi. Il punto di congiunzione tra i due mondi sarà rappresentato da Iris, una ragazza che nelle sue esibizioni supera quanto già sperimentato dalla madre della body art, Marina Abramovic, ferendosi e mettendo a disposizione il proprio corpo in scena, per dimostrare che «il sacrificio spezza l’individualità umana, quel fottuto ego che tanto ci angustia. Il sacrificio dell’innocente non è un castigo: è illuminazione, coincide con la libidine più estrema, in ultimo con il Nirvana.”

Recensione di Francesco Greco sul Giornale di Puglia
http://www.giornaledipuglia.com/2015/05/dai-lupi-ai-virus-la-perdita.html
“E dunque “Homo Homini Virus” cita l’underground americano (echi di Kerouac) e si riallaccia ai lupi di Hobbes, Bacone e tanti altri e a quelli, ultimi, della steppa di Hesse: stessa alienazione e solitudine cosmica, leopardiana, stessa rabbia sterile, disperata, stessa impotenza, rassegnazione rispetto ai destini toccati in sorte. E traccia un solco fra prima e dopo. Dopo averlo letto, non saremo più gli stessi proveremo nausea e noia per i romanzetti che ci assediano. E’ bene dirlo prima. Non perché la scrittrice ha trovato una sua koinè, come pure è, ma perché è stata impietosa, senza alibi: non ha taciuto nulla, a se stessa e alla pagina. Niente rimozioni, autocensure. E’ risalita all’etimologia primitiva della parola, del senso, della vita: al Big-Bang. Questo si prefiggeva, questo ha fatto.”

14 maggio Repubblica e La Gazzetta del Mezzogiorno parlano della presentazione di Homo homini virus presso La Feltrinelli di Bari con Vincenzo Susca, Claudia Attimonelli, Miguel Gomez.

Recensione e intervista di Luca Piccolo su Word Social Forum:
http://wordsocialforum.com/2015/05/20/homo-homini-virus-il-contagioso-romanzo-di-ilaria-palomba/
“Le sconfitte di Angelo, i suoi occhi curiosi e rabbiosi ci danno modo di osservare attivamente l’ambiente e la società in cui ora stiamo vivendo: lo spietato mondo del giornalismo, la lotta contro il proprio simile, il senso di non-appartenenza a ciò che si manifesta al di fuori, la finzione dei nostri simili, la vittima sacrificale, la continua ricerca dello scandalo e il conseguente facile-fraintendimento, la mercificazione dell’Arte… Iris, con la sua femminile “passività” (in senso mistico) ci permette di ricevere e vivere fisicamente la dimensione psichica e artistica della protagonista.”

Recensione di Antonella Marino su Premio Lum:
http://premiolum.it/articolo/homo-homini-virus-le-pulsioni-estreme-del-romanzo-di-ilaria-palomba
“Una discesa negli abissi della psiche, lì dove l’ancoraggio al corpo come “ultimo baluardo dell’umano” confina con il desiderio di negarlo e oltrepassarlo, l’erotismo vira verso il sacro, ed errore e orrore, vittima e carnefice, perversione e innocenza, caduta e salvezza, vita e morte finiscono per coincidere.”

Recensione di Raffaello Ferrante su Mangia Libri:
http://www.mangialibri.com/libri/homo-homini-virus#sthash.V5PWDWqv.dpuf
“Con una scrittura sempre lucida e affilata, la Palomba tratteggia attraverso le voci di Angelo, agnello sacrificale del suo professore di giornalismo d’assalto Paolini e i diari di Iris, performer di body art che dietro la voglia di emergere nasconde ferite mai rimarginate, una società e una realtà per niente consolante e consolatoria, uno stato di natura dove a vincere sono solo l’egoismo e la sopraffazione e persino l’amore, l’arte, l’amicizia, il lavoro, non sembrano essere altro che effimeri, vacui e consolatori strumenti di sopraffazione altrui.”

Servizio di Daniela Mazzacane su TgNorba24:

Recensione di Massimo Onofri su La Nuova Sardegna:
Articolo Nuova Sardegna
“Com’è possibile che una scrittrice nemmeno trentenne viva già il privilegio e la disgrazia d’uno sguardo così lucido e disperato? D’un così acuto male di vivere? Non bastano il talento – indubbio – l’intelligenza e la cultura a spiegarcelo. Ci voleva un grande candore per guardare in faccia gli occhi di medusa della propria gioventù.”

Recensione e intervista a cura di Toten Schwan per la fanzine Tritacarne:
http://www.mediafire.com/download/zg73bq9bheq89r5/%5BDIECI%5D.pdf
“ANSIA E FRUSTRAZIONE PER LE PREVARICAZIONI SOCIALI SONO SOLTANTO LE PRIME SENSAZIONI CHE SI IMPADRONISCONO DI NOI MENTRE FACCIAMO LA CONOSCENZA DEI PERSONAGGI CHE INSANGUINERANNO COI LORO SENTIMENTI E LE LORO [RE]AZIONI LE OLTRE TRECENTO PAGINE VERGATE DA ILARIA. IL MONDO DELLE PERFORMANCE ARTS E’ SOLO IL LUOGO CHE OSPITA IL VISSUTO E NON L’ELEMENTO FONDANTE DEL ROMANZO. SIAMO DI FRONTE INFATTI AD UNA DENUNCIA SOCIALE CHE HA COME MIRA LA PERDITA DI UMANITA’ ORMAI DILAGANTE ED INARRESTABILE. E’ UN LIBRO DI DENUNCIA, NON UN EROS BOOK ANCHE SE A TRATTI QUALCUNO POTREBBE PENSARE IL CONTRARIO.”

Commento di Caterina Arcangelo e stralcio di Homo homini virus pubblicato su FuoriAsse:
fuoriasse.hhv

Commento di Nicola Vacca e stralcio di Homo homini virus pubblicato su Zona di disagio:
https://zonadidisagio.wordpress.com/2015/07/14/homo-homini-virus-di-ilaria-palomba-ecco-lincipit/
«”Homo homini virus” è un affresco tagliente della nostra decadenza di essere umani. Ilaria Palomba è una scrittrice che chiama le cose con il loro nome e certo non usa parole accomodanti per narrare tutta la drammatica viralità dell’uomo abisso dell’altro uomo.
“Dedico Homo homini virus ai santi, ai dannati, agli artisti incompresi, ai folli e a tutti coloro che sono, oggi più che mai delusi dall’umano”. Sono sufficienti queste parole di Ilaria poste all’inizio del libro per rendersi conto della caduta in cui si precipiterà avventurandosi nella lettura. Homo homini virus è libro inattuale e coraggioso. Un romanzo destinato a fare male, un antidoto contro l’imbecillità di ogni conformismo.»

Recensione di Marco Enrico Giacomelli sul blog del Messaggero (HHV è il V libro):
http://www.artribune.com/2015/07/letture-estive-seconda-settimana-narrazioni-ad-arte/
“IL CORPO AL CENTRO
Non si può certo dire che Ilaria Palomba scriva di performance art senza cognizione di causa. Eh sì, perché la studia con ottimi risultati saggistici e accademici; perché la pratica, inizialmente al fianco di Franko B. e poi con il gruppo I Cardiopatici, di cui è fondatrice; perché ne racconta la scena. E lo fa ancora in queste trecento pagine à bout de souffle, strutturate in capitoli brevi e brevissimi. Anzi, non capitoli ma tracce, tracce musicali.”

Recensione di Nicola Vacca su Satisfiction:
http://www.satisfiction.me/homo-homini-virus/
“HOMO HOMINI VIRUS
«Homo homini virus» è un libro estremo di considerazioni inattuali sul disfacimento del nostro corpo nel cuore di una decadenza che sta uccidendo tutto e tutti in un tempo in cui i nichilismi invadono ogni cosa.”

IL MESSAGGERO:

messaggeroCarver

IL GIORNALE LETTERARIO:

“E’ una storia di cadute, di talenti sprecati, di ricerca incessante di riconoscimenti, tra ansia e tormenti, il romanzo vincitore della sezione narrativa alla tredicesima edizione del Contropremio Carver. “Homo Homini Virus” di Ilaria Palomba edito da Meridiano Zero.
Racconta la storia di Angelo, che spreca i suoi sogni e professionalità nello spietato mondo del giornalismo, e Iris che cerca redenzione e sacralità nella fraintesa dimensione della body art.
Un romanzo abissale che è cicatrice profonda e che meglio di altri ha saputo raccontare il nostro contemporaneo anelito alla salvezza.”

ARTICOLO COMPLETO:
https://ilgiornaleletterario.wordpress.com/2015/11/09/ilaria-palomba-sauro-albisani-e-daniela-musini-vincono-il-contropremio-carver-2015/

BARLETTA NEWS:

“È pugliese una delle tre vincitrici del Premio Carver 2015. Classe 1987, una laurea in Filosofia, la giovane e commossa Ilaria Palomba è arrivata prima nella sezione narrativa con il suo romanzo “Homo Homini Virus”. È Un romanzo abissale che è cicatrice profonda e che meglio di altri ha saputo raccontare il nostro contemporaneo anelito alla salvezza – si legge tra le motivazioni ufficiali del premio.” Giusy Del Salvatore

ARTICOLO COMPLETO:
http://www.barlettanews.it/controintervista-alla-scrittrice-pugliese-ilaria-palomba-premio-carver-narrativa-2015/

PREMIO CARVER:

“E’ una storia di cadute, di talenti sprecati, di ricerca incessante di riconoscimenti, tra ansia e tormenti, il romanzo vincitore della sezione narrativa alla tredicesima edizione del Contropremio Carver. “Homo Homini Virus” di Ilaria Palomba edito da Meridiano Zero.
Racconta la storia di Angelo, che spreca i suoi sogni e professionalità nello spietato mondo del giornalismo, e Iris che cerca redenzione e sacralità nella fraintesa dimensione della body art.
Un romanzo abissale che è cicatrice profonda e che meglio di altri ha saputo raccontare il nostro contemporaneo anelito alla salvezza.”

ARTICOLO COMPLETO:

https://premiocarver.wordpress.com/

PROSPEKTIVA:

“E’ una storia di cadute, di talenti sprecati, di ricerca incessante di riconoscimenti, tra ansia e tormenti, il romanzo vincitore della sezione narrativa alla tredicesima edizione del Contropremio Carver. “Homo Homini Virus” di Ilaria Palomba edito da Meridiano Zero.
Racconta la storia di Angelo, che spreca i suoi sogni e professionalità nello spietato mondo del giornalismo, e Iris che cerca redenzione e sacralità nella fraintesa dimensione della body art.
Un romanzo abissale che è cicatrice profonda e che meglio di altri ha saputo raccontare il nostro contemporaneo anelito alla salvezza.”

ARTICOLO COMPLETO:

https://prospektiva.wordpress.com/2015/11/09/ilaria-palomba-sauro-albisani-e-daniela-musini-vincono-il-contropremio-carver-2015/

RADIO KAOSITALY PODCAST DELLA PUNTATA DEL 16 dicembre 2015

RADIO1PLOTMACHINE RAI PODCAST 28 dicembre 2015 e 4 gennaio 2016

PREMIO NABOKOV FINALISTI 2016

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© ilaria palomba
foto 1 by DF Produzioni
performance con Miguel Gomez “Io sono un’opera d’arte” presso Women in art
foto 2 e 3 by Stefano Borsini
performance con Miguel Gomez e Daniele Casolino “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi” presso Stigmate Night

notte
Quando mi chiama, di rado riesco a rispondere. Forse non ho nulla da dirgli. O forse tutto. L’ultima volta ho accennato al fatto che vorrei scrivere un romanzo su di lui. È stato contento. Siamo identici. Per questo non possiamo coesistere. Nella stanza dalle mattonelle bianche a fiori blu cercavo di dirgli qualcosa. Anche se non ricordo esattamente cosa. Forse volevo chiedergli il motivo. Il motivo per cui non riuscissi a trovare una mia dimensione. Il motivo per cui continuassi a sentirmi fuori luogo ovunque e con chiunque. Il motivo per cui, a un certo punto della relazione, la gente cominciasse a odiarmi, calpestarmi e umiliarmi.
Ho sbagliato a usare droghe pesanti per otto anni. Vivendone almeno cinque in uno spazio senza spazio e in un tempo senza tempo. Gli dicevo: guarda, guarda come sono ridotti i miei vecchi amici, non saranno mai in grado di vivere nel mondo.
C’era l’odore delle melanzane al forno. Fuori dalla cucina arrivavano le voci del vicinato. Qualche grida in pugliese. Una donna al telefono. L’abbaio di un cane.
Non è come pensi. Non hai imparato ancora niente. Le persone vivono nel loro di mondo. Anche i tuoi amici tossici hanno un loro mondo, delle loro leggi. Tu dove vivi?
Mi sono alzata e ho preso del pane integrale. Mi sono guardata attorno e ho visto la prigione. Sartre diceva che l’inferno fossero gli altri. Ma non è vero. Non del tutto.
Il fatto è che, vedi, tu non soffri per qualcosa che gli altri possano comprendere. Io so cosa provi, è capitato anche a me.
Ho staccato dei pezzi di pane a casaccio. Ho cominciato a masticare. Avevano il sapore del legno.
Sento l’immobilità nelle cose. Tu non capisci. Persone rispettabili, persone stimate da tutti, mica criminali, persone a detta degli altri meravigliose, si avvicinano a me e diventano mostri. Io li rendo mostri. Ma non comprendo cosa faccia di così sbagliato.
Ah non lo comprendi?
No, non lo comprendo.
Valichi dei confini. Confini sacri che nessuno al mondo deve permettersi di superare.
Avrei voluto gridare che fosse colpa sua, tutta colpa sua, non avermi reso capace di conoscere i limiti.
Lui ha acceso una sigaretta. Ha versato del vino nel suo bicchiere. Mi ha domandato se ne volessi un po’. Ho avvicinato il bicchiere alla sua mano. E mi è sembrato balordo non riconoscere gli odori e i sapori. Avere il senso dell’indistinto nel palato.
Nel piatto avevo pezzi di mollica e melanzane smembrati. Strappavo, separavo, inzuppavo il pane. Poi lasciavo tutto sul fondo. Per il tavolo le molliche avevano formato un recinto. Aveva la consistenza di un panorama postnucleare. Le pareti erano schizzate di sugo. Mi sembrava il nostro sangue. C’era l’odore della carne alla brace. Lui stava mangiando carne. Io non ne mangiavo ma era lo stesso. Le pentole, tutte insieme sui fornelli, sul lavandino e sul tavolo, erano pezzi di acciaio sporchi. Tutto sembrava esploso.
Provavo a mandar giù quel pane al gusto ligneo ma non saliva e non scendeva. Bevevo del vino e aveva il sapore amaro di un vecchio sciroppo. Il legno s’incastrava nel palato e raschiava l’epiglottide. Il bicchiere mi sembrava pesare il doppio. Ogni cosa in quella stanza sembrava aumentare di peso. Divenire immensa. E schiacciarci.
Non so, è tutto vano, tutto inutile. Vorrei partire. Andare in Palestina, oppure in Africa. Lottare per qualcosa in cui credo. Mi sento impotente.
Ha sorseggiato lentamente e si è messo una mano sulle tempie.
Non capisco come, dopo tutte le esperienze che hai fatto, tu riesca ancora a essere così ingenua.
Forse sono stupida, ci sono rimasta sotto con qualche trip.
No, non credere sia così facile svignartela.
Che intendi?
Lui si è alzato dalla sedia blu e ha fatto sei passi. Ne ho sentito i rimbombi. Ha aperto i vetri del balcone e si è sporto parecchio. Per un attimo ho temuto volesse gettarsi di sotto. Ho affrontato la gravità da cui mi sentivo trattenere. L’ho seguito. Ho visto la punta arancione della sigaretta scintillare roteando nel buio. Mi è sembrato il corpo suo. Giù. Nel vuoto. Finalmente libero. Da me. Ho sollevato lo sguardo ed era ancora qui, a un passo da me. La fronte corrugata. Lo sguardo altrove. A volte vorrei picchiarlo. Vorrei stringergli i polsi e mettermi a gridare: perché non ti va bene niente di me? Perché?
Ho dovuto dominare i miei istinti. Quando è rientrato la tavola era piena di molliche di pane. Ogni pezzo di tavolo era sporco. Le molliche erano ossa e denti. Nelle pentole corpi. Pezzi di corpi. Una ecatombe organica. C’era l’odore di carne e melanzane e sughi indistinti. Cadaveri e sangue. Avevo mangiato solo i bordi. I resti del pranzo giacevano come cadaveri sulla nostra tavola.
Lo sai cosa mi dice la gente? Lo sai? Che sono viziata! Che posso permettermi di star male perché non devo scendere in strada e cercare di guadagnarmi da vivere!
Anche questa è una menzogna che racconti a te stessa. Se contiamo i lavori che hai fatto da quando avevi vent’anni vedrai che giungeremo a una visione del tutto diversa da quella da te proposta. E poi, non ho mai visto nessuno studiare come hai studiato tu, con quella serietà e impegno, quella…
Ossessione?
C’è stato il silenzio. Il silenzio è entrato nei muri. Il silenzio ha attraversato i mobili. Il silenzio ha trafitto gli oggetti. Il silenzio eravamo noi, siamo noi. In questo spazio senza spazio. In questo tempo svuotato.
Dopo qualche minuto mi ha detto di avere sonno e mi ha lasciata sola in quella cucina devastata. Non gli andava di ascoltare. Aveva trascorso l’intera giornata ad ascoltare gli altri. Ora non poteva farlo anche con me. Ho sentito il vuoto. Aprirmi il torace. Entrare con le boccate dell’ultima sigaretta prima del sonno. Ho provato invidia per i miei amici tossici che di quel vuoto si nutrono senza ferirsi. Ho provato invidia per le vite degli altri, così ben riuscite e lontane dall’insignificanza. Ho guardato il fumo entrare nei muri. Avevo il sapore della pioggia nella trachea. Non ho dormito. Non riesco a dormire. Non respiro la notte. I bronchi si stringono e mi cacciano via. Ho letto pagine bellissime di Deleuze. Deleuze, l’antifreudiano, Deleuze. L’antifallico, Deleuze. L’antiedipico, Deleuze. Mi sono addormentata con le prime luci dell’alba e non sono riuscita ad alzarmi prima di mezzogiorno. La casa era vuota e misteriosamente in ordine. Nessuna traccia della battaglia del giorno precedente. Avevo solo quindici minuti per prepararmi e arrivare in stazione e salire sul mio treno. Dal finestrino ho visto i campi di grano sgretolarsi e il cielo schiudersi in una crepa di marmo. Quando è arrivata la pioggia ho sorriso. Va tutto bene e andrà tutto bene sino a che alcuno scoprirà il nome della mia malattia.

 

ilasangue

stare tra gli altri può essere istruttivo ma il più delle volte mi dà il voltastomaco fin da bambina guardavo la linea di confine chiamata orizzonte e vi scorgevo battaglie cromatiche immaginavo la grecia sacerdotesse e divinità non riuscivo a stare con gli altri alle feste delle medie mi pigiavo sotto i tavoli e c’era l’odore dei panini di gomma prosciutto stantio l’unto del rossetto delle zie e il rumore dei palloncini che scoppiano si compivano giochi atroci e avevo il timore di finire al centro del cerchio tra le risa fradice e tutti quei botti restavo nascosta nel legno ne seguivo le ispide insenature con le dita aspettavo tremando l’ora in cui quello scempio si sarebbe concluso così adesso con nessuno riesco a vivere in pace i piedi calpestavano l’asfalto di zone industriali e le voci per me non avevano suono c’era l’odore dell’estate nell’aria la luce solare aveva la consistenza degli incendi e guardavo nelle pieghe della pelle degli altri intravedevo storie ancora da profanare ascoltavo per stravolgere e desideravo per negare camminavo al fianco di tutta quella gente che inneggiava alla rivolta eppure ero sola all’ombra di uno specchio che non rimandava alcun riflesso mi hai detto che devo risolverla dentro questa faccenda della fuga prima non potrò scriverci un romanzo mi hai detto che anni e anni di sacrificio siano valsi solo a migliorare l’apparato semantico e vedo infrangersi nei coni d’ombra l’immagine di me che ho costruito negli anni come insegna siddharta bisogna prima diventare nessuno per arrivare a sé poi non è detto che questo sé esista davvero che sia solo il rimando negli specchi che non riuscivo a vedere che sia solo la danza delle illusioni cui da sempre mi son sentita avulsa quel miasma di corpi e suoni metropolitani e piani di realtà intersecati al buio dove vanno i ricordi se l’io è morto? dove sarà un giorno tutta questa esistenza di cui ciascuno è tramite? me ne sto in disparte a osservare le storie compiersi nella schiuma del mare i corpi fremere e crollare nell’assoluto dominio del tempo che ci abita e sovrasta in ogni brandello di questa luce agostina io vedo l’immenso ieri pomeriggio sulla via verso la metro c’erano i conigli fuggiti dal recinto si nascondevano tra le auto e tremavano cercavo di prenderli ma fuggivano fermavo la gente per strada ma nessuno voleva ascoltarmi chiamavo numeri verdi perennemente occupati credevo di essere come quei piccoli conigli fuggiti da un recinto troppo stretto e gettati in una voragine dove qualunque cosa in un istante può ucciderti vorrei che mi capissi amore quando ti parlo dei corpi avvicinandoti all’idea che ho della conoscenza vorrei che mi capissi amore mentre rovino la notte in orizzonti che non ti appartengono se fossimo capaci di stare al mondo come tutti non avremmo questo disperato bisogno di renderci dono e sporcarci di terra e di carne come se si trattasse di una qualche forma di redenzione e vorrei fossimo oltre la banalità del quotidiano il dominio tattile degli oggetti e delle merci – ciò che possiedi ti possiede – oltre l’identità cui scagliamo contro invidia rancore possesso denaro gloria gelosia sconfitta vorrei fossimo liberi su quella spiaggia in fiamme al vespro e potessimo raccontarci la vita come fosse la storia di qualcun altro.

© i. p.
foto di Vito Palmisani

ipapozzo

 

vorrei che nessuno avesse il potere di dissuadermi dal desiderio alle volte sento la guerra dentro e ne inspiro i riflessi inondano sommergono vedo dovunque giganti schiacciano calpestano il sacro cerchio è ormai chiuso e tu ne sei fuori perché non posso entrare? non sono colei che vorreste non sono la donna del dominio e dell’inganno cammino su strade dismesse caracollando calpesto l’asfalto e lui calpesta me non sono la donna del dominio e dell’inganno non sono colei che cercate sulle curve immerse nel sole nascente mi brucio la pelle ascolto le voci dei bambini sui ballatoi loro spingono e deridono non riesco a guardarli non appartengo ai branchi li scanso raccolgo i cocci delle bambole rotte frammenti di angeli senza colori non mi appartiene ingannare spezzare schiacciare e io non appartengo a quel regno darwiniano rifuggo l’umano vivo nei sottosuoli rizomi e zolle so creare il caos dalla fine dei mondi so scavare la terra e raggiungere il fuoco le mani degli angeli afferro quando non sanno volare non ci appartiene il regno del potere e della ragione non ci scalfisce la voce del tempo noi siamo altro e nulla potranno le porte sbattute in faccia e le parole lanciate come chiodi voi vi riempite la bocca di chiodi e non vedete oltre il vostro naso voi vi riempite gli orecchi di eco e non sentite i mari in tempesta voi inscenate trionfi sulla pelle di chi porta le stigmate voi non potete toccarci e noi saremo ovunque fuori dagli occhi di cemento in cui vi sentite al sicuro.

© i.p.
foto di Olivia Balzar

locandina corretta palomba

 

 

Il 13 maggio, alle 19,00, presso la Mediateca Regionale Pugliese (Bari, via Zanardelli, 30), Claudia Attimonelli (Università Aldo Moro di Bari / Mediateca Regionale Pugliese), e Vincenzo Susca (Università Paul Valéry, Montpellier / Cahiers Européens de l’imaginaire), presentano il libro di Ilaria Palomba:Io sono un’opera d’arte. Viaggio nel mondo della performance art (Edizioni dal Sud, 2014). Durante la presentazione verranno proiettate le video-performance di Kyrahm e Julius Kaiser, due tra le artiste contemporanee intervistate all’interno del libro. A seguire una performance dell’artista Miguel Gomez (pittore e performer).

Io sono un’opera d’arte” è un viaggio sociologico e filosofico nelle viscere dell’arte, a partire dal concetto di postmoderno e post-umano, per poi intraprendere un percorso che va dalle avanguardie storiche all’underground contemporaneo. Composto di una prima parte teorica, che attraverso i seminari di Michel Maffesoli su Réalité, Réel, “Réal”, incontrano le teorie di Perniola, Bataille, Deleuze, Baudrillard; e di una seconda parte d’indagine sul campo, con descrizioni di performance e interviste ad artisti più e meno conosciuti: da Franko B a Kyrahm e Julius Kaiser, da Marco Fio-

ramanti ad Antonio Bilo Canella, e molti altri. Il saggio si prefigge l’obiettivo di dimostrare come nel sentire artistico contemporaneo le distanze tra artista, opera e fruitore siano annullate.

«Attenzione all’interiorità e all’immaginario, palingenesi di valori premoderni e tribali, naître-avec, frammentarietà e antinarratività del discorso artistico, queste sembrano essere le caratteristiche delle arti performative postmoderne. Dall’improvvisazione teatrale alla body art, dalla performance art alla gender art, c’è in ogni caso un sentire condiviso, una messa in gioco di un sentire comune, un’etica dell’estetica e una valorizzazione del corpo vissuto in maniera del tutto nuova, rispetto alla modernità. Dal piercing al tatuaggio, dagli aghi dell’artista Ron Athey alla body suspension, dal teatro della crudeltà di Artaud alla Performazione, non si può ignorare che un nuovo modo di comunicare, insieme pre- e postmoderno stia nascendo, o meglio rinascendo, e faccia di questi artisti avanguardie e dei loro corpi opere d’arte.»

Ilaria Palomba con questo saggio intende «mostrare come alcune esperienze artistiche nel campo performativo siano espressione diretta di un sentire condiviso, percorso iniziatico, religione non rivelata ma interiore, legame con l’alterità a più livelli. Queste esperienze sono diverse e utilizzano linguaggi diversi, dal teatro d’improvvisazione alla Human Installation, dalla ferita come arte e superamento dei limiti fisici di Marina Abramovic al rito di passaggio dalla vita alla morte, verso un’altra vita, dalle ritualità orgiastiche di Hermann Nitsch al viaggio nel dolore fisico di Gina Pane e Stelarc.»

ILARIA PALOMBA

IO SONO UN’OPERA D’ARTE.

Viaggio nel mondo della performance art

(2014) n. 152 pagine, illustrato a colori, ISBN 978-88-7553-186-7 – euro 15,00 (i.i.)

Edizioni dal Sud

Via Dante Alighieri, 214 – 70121 BARI

cell. 3407329754 http://www.dalsud.itinfo@dalsud.it

 

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Ho attraversato una manifestazione in zona Largo Argentina. Un blocco. Io ero un punto fermo tra una linea retta e un blocco. Il mio desiderio era perdermi ma non ne ho avuto il coraggio. Apparat nelle orecchie da Octane ad Arcadia. Full album. Non ho avuto la faccia di perdermi nel corteo. Se l’avessi fatto sarebbe stato solo per lanciarmi negli scontri. Ho bisogno di violenza. È un momento di crisi dunque posso incolpare stato e polizia. Il punto è che sono ancora un punto e non già un rizoma. Punti e linee rette intersecano manifestazioni, vespe e orchidee, ma non le collegano. Sono un punto che viaggia in linea retta e questo mi disintegra. La bambina che sono stata mi ha sfanculata con un medio e un rovescio. La bambina che sono è una molecola impazzita. Non posso manifestare con loro perché non conosco i loro slogan, la loro musica mi fa cagare, non mi sintonizzo sui loro piani di realtà. Perciò quella manifestazione io l’ho attraversata senza tuttavia viverla. Da bambina avrei dato l’anima pur di picchiare uno sbirro. Era già pronto lo zaino per Genova ma mio padre non mi ha permesso di varcare la soglia dell’uscio. Per questo ho optato per una sana ed onesta tossicodipendenza dal dolore. Un no può cambiare il flusso degli eventi, in modo definitivo oserei dire. Non puoi andare al G8 di Genova, hai solo 14 anni. Non puoi diventare lesbica, hai solo 16 anni. Non puoi lavorare, hai solo 18 anni.

La verità è che sono stata una bambina obbediente, ho obbedito a ogni sua parola, a ogni loro parola e sono diventata la loro nullità.

Se avessi fatto quel che realmente avrei voluto ora non starei qui, seduta sui gradini di Piazza S. Maria in Trastevere a guardare giocolieri scarsi mentre una sgangherata urla, con una bottiglia in mano, che le hanno fregato il suo cappotto migliore, quello di pelliccia. Lei, unta e sdentata, con i capelli appiccicati sul viso e quell’odore di malattia venerea attaccato alla pelle, lei, è chiaramente la proprietaria della pelliccia che dichiara d’aver perso, non ci sono dubbi.

Bevo dell’acqua. La manifestazione è già sfiorita, ho attraversato Roma in cerca di COSA? Di diventare ecceità, nebbia, luce cruda.

Ora torno esangue sulla strada di casa, prendo il 30 express mentre ascolto ancora Octane, è una nenia. I palazzi settecenteschi si sgretolano come marzapane, l’autobus è pieno di frasi fatte contro il governo, la crisi, questa parola su tutte le bocche boccheggianti di anziani spiaccicati effetto sardina nel vetro del conducente. Esistono soltanto due possibilità, una è il liberismo, l’altra il liberismo meno meno. Ma si tratta pur sempre della stessa famiglia. Puzza di fogna, i loro aliti. Puzza di vuoto, le mie giornate.

Ho fatto ventiquattro colloqui cercando ventotto lavori diversi. Schiacciata nelle puzze della città che mi sono scelta come tomba ritorno, puntiforme verso la Colombo e poi a casa, al sicuro, lontano da un modo che seduce e divora, Kronos, i suoi figli bastardi.

Mentre salgo le scale e il portone fa un tonfo, il cellulare mi vibra in borsa. Dopo duemila tentativi di ricerca tattile tra moleskine, deodoranti, porta trucchi e sigarette, eccolo, lo afferro.

Ti ho sognata stanotte, mi sono masturbata.

Con questo messaggio bloccato nell’esofago giro tre volte la chiave nella toppa e ci sei tu, che sei tornato prima di me e c’è odore di sugo nell’aria, salsa fatta in casa e occhi che sorridono. Il mio maglione è impregnato di fumo di sigaretta.

Com’è andata?

Solita storia.

Ti avvicini, mi sfiori, c’è questa energia potenziale che si trasforma in occhio spalancato sui nostri corpi. Me ne sto distante da tutto e sono giovane e vecchia. Mi accarezzi le spalle, per te c’è ancora speranza. Le pareti viola sono un occhio che ci guarda e spoglia. Lo specchio di fronte al letto, le tue mani tra le mie cosce e le mie che ti acchiappano i polsi. E le tue che si liberano, s’infilano nel mio maglione. Quel telefono vibra, vibra sempre. Mentre lo specchio spia le nostre nudità, io mi volto a guardarlo, il telefono, è ancora lei. La tua testa tra le mie gambe, la tua lingua a cercare infiniti. La mia voglia che è una linea. Questa terra senza organi. Mi sento fremere, accarezzo i miei seni, sfiorando le areole, ti prendo per i capelli spingendoti dentro quasi volessi inglobarti nella mia vulva. E allo specchio siamo un tetraedro di pelle. C’è un odore forte di limone, umori sottili, sperma e lacrime. Ti spingi dentro come se volessi cancellarmi i ricordi. E ci riesci. Adesso fumo distante, ho le cosce bagnate e una mano tra le gambe.

Chi era al telefono?

Non era nessuno.

Non è vero.

Cosa cerchi, amore, la mia verginità? L’ho smarrita molto presto. La purezza l’ho sotterrata nel cemento dei crateri di macerie su cui ho danzato libera da forme e morali. Su cui ho danzato i miei duemilaedodici sospiri mentre tutto attorno crollava e continuavo a non vedere futuri ma omicidi, tingere di rosso i muri di queste arcane pareti. Ho danzato note technossessive mentre gli altri erano cumuli di zombie. Ho danzato il teatro metonimico della mia decadenza. E poi sono uscita dai casolari distopici e ho visto tutte le albe del mondo diventare dinamite. Ho visto kamikaze lanciarsi a picco sui miei sogni e profanare le mie illusioni in un unico botto di morte e overdose e pseudoamici invidiosi e disastri in fabbrica. Era l’apocalisse ma io continuavo, amore, a ballare mentre il futuro si sgretolava e i soldi finivano e tutto mi sfuggiva. Io danzavo su queste macerie e ridevo a crepapelle figurandomi allo specchio l’immagine del dio che mi stava strangolando.

Ora siamo qui, uniti ma distanti, quanti orgasmi servirebbero a cancellare il quotidiano.

Non puoi fuggire per sempre – mi dici – un giorno la realtà verrà a cercarti.

Lo so, ma non lo ammetto. Fumo, tossisco, smanetto sul computer, smanetto per riscrivere un romanzo che mi strazia. Ma a cosa serve? A cosa servirà?

C’è lei che mi tenta.

Vorrei abbracciarti, mi scrive.

E sbranarmi, rispondo.

Vieni qui, ti farò divertire.

Le sue parole sono il becco di un picchio. E mentre conto gli spiccioli per il biglietto ti osservo e mi guardi e qualcosa non va, lo sappiamo entrambi ma nessuno prova a muovere un solo muscolo. Devo riuscire a perderti per poterti ritrovare, il punto è che non so se reggerò la botta. Sto preparando un inferno di favole. Tu mi odierai e saremo altrove. Non ho voglia di ammettere, devo schivare, tutto e tutti, persino il tuo dannato tentativo di salvarmi. Da cosa, poi? Da me stessa? Non puoi salvarmi da me stessa. E ti odio, questo penso mentre ancora la tua mano è tra i miei seni e il tuo sguardo acchiappa il mio come a volerci leggere dentro l’anelito della menzogna che ci stiamo raccontando per resistere al mondo. Al mondo che ci divora.

 

 

© ilaria palomba