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Tag Archives: infanzia

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Vedevo questa piazza gremita. Passarci attraverso. Graffi sulle ginocchia. Mi calpestavano. I loro piedi sulla schiena. Zampe di dinosauro. Schiacciata al suolo guardavo il sole morire tra i denti loro. Poi sollevavo lo sguardo e non era vero nulla. Mia madre mi prendeva in braccio. Se la prendeva con lui perché avevo scritto al contrario. Lui mi osservava e non c’erano parole, solo la sensazione di una irreparabile colpa.
Tra i banchi mi tremava la voce. Il silenzio era un brivido verticale sulla nuca. Infilavo le dita nelle insenature del legno vecchio. Sentivo tutti quegli occhi appiccicarsi addosso come denti. Monocorde leggevo. Quando la campanella suonava m’infilavo sotto il banco. C’era l’odore delle gomme da masticare sputate. Avevano volti orrendi. Non volevo guardarli negli occhi. Fuori dalla finestra c’erano gli uliveti e alle undici si sentiva il rintocco di una campana. Mi stringevo nelle braccia lasciandomi cullare dal mio stesso corpo. Sentivo un’altra in me capace di proteggermi. Non volevo guardare nel corridoio. Il bambino cieco con le mani al muro. Non volevo sentire le grida. 
Una volta ho spiato dietro la porta.
 Sua figlia è un genio, disse la donna dai riccioli corvino e il rossetto scarlatto. Così tutto mi veniva concesso. Potevo scrivere al contrario, dipingere sui muri, tagliarmi i capelli dismetrici, rotolarmi nel terreno. Non era follia ma genio, genio, quella parola… per loro era rivelazione.
Mio padre mi osservava distante in giardino. Aveva l’odore delle albicocche.
 Tu non sei migliore degli altri, diceva, piantala di isolarti. Tu non sei un genio e non sei una principessa, tu sei come tutti, cerca di capirlo presto.
 Raccoglievo nelle mani grandi quantità di sassi e poi li lanciavo. Le gatte scappavano oltre gli uliveti. Avevo paura di ferirle. Non volevo essere un genio. Volevo essere cattiva. Volevo smettere di sentire tutto così tanto. Volevo essere un’altra.

 

 

© Ilaria Palomba

© foto di Marked Melody

maschera

Cassandra. Il nome di chi vede e non vuole. Vuole e non dice. Dice e non è creduto. Vorrei essere cieca, muta e sorda. Prevedevo incendi. Stanca di fare paragoni. Io, lui, l’altra. I viaggi in treno, vai e vieni, vai e vieni, vai e vieni. I corpi avvinghiati. La stanza dei segreti. Di che colore? Bianca. Ma anche nera. Aveva l’odore della calce. Di case in costruzione. Di operai. Di non finito. Infinito.
Tornavo a Metropoli. Mi aspettava Ermes. Io ed Ermes non potevamo non incollarci. Cotone e lana.
Usare gli stessi cappotti. Gli stessi aforismi inutili. Io ed Ermes. Ermes e io.
Ti aspetterò anche tutta la vita, disse.
Ma io non sto morendo.
Chi è costui? Dai, dillo. Dai, dimmi, cosa vuole. Da te.
Costui si chiamava Dioniso. Non sapeva non guardarmi con una promessa. Divorami. Forse avrei dovuto evitare di giocare. Con i coltelli. I coltelli. Amavo tagliuzzarmi le braccia. Sangue. Odore di brina. Burro cremisi. Mattonelle divelte.
Dioniso aveva una stanza-castello. Eravamo bianchi e neri. Nello specchio. Pensava di guardarsi mentre mi guardava. Con quanti occhi? Il trucco colava. Lacrime. Le mani sui seni. Le dita nei jeans. Sperma. Dioniso voleva sposarmi. Avere un figlio. Ma non ero l’unica. Non ero nulla.
La ragazza di Dioniso aveva la bellezza delle promesse non mantenute. Labbra carnose. Un misterico sguardo di tenebra. Forse neppure sapeva. Di me.
Con Ermes mangiavamo panini sul ponte bianco leggendo Goethe. Ci sembrava Berlino. Eravamo a Ostiense. Con Ermes andavamo a ballare come ragazzini alla soglia dei trenta (io) e dei quaranta (lui). Con Ermes assumevamo polveri inquiete. Bianche e nere. Talvolta viola. Eccitanti. Ipnoinducenti. Oppiacei. Anestetici per elefanti. Con Ermes io ero una bambina borderline. Lui un principe.
Dioniso non ne aveva bisogno. Gli bastava pronunciare quella parola: Mia. E la stanza bianca e nera si faceva vitrea, sfolgorante, fosforescente. Un caleidoscopio di cromie. Dioniso trascorreva i pomeriggi fuori e quando tornava voleva da me qualcosa che somigliasse a una famiglia. Poi spariva al telefono con la donna tenebrosa e bellissima. Che io non sarò mai. Che io non sarò mai. Che io non sarò mai.
Io non ero più Cassandra. Ero solo e sempre: Mia. Euforia. Estasi. Follia. Avevamo le mani segnate dalle lancette. Aspettavamo di cancellarci. I corpi. Le menti. Via tutti gli organi. Restava solo una rete. Nera. Sulla pelle. Bianca. Gabbia.
Apri le gambe, aprile bene. Infilaci le dita. Più dentro. Più dentro. Più dentro. Sei Mia.
Tua.
Sei Mia.
Tua.
Mettiti di spalle. E chiudi gli occhi. Piegati di più. Di più. Di più.
Amen.
Il dolore mi univa a tutte le cose. Una preghiera silenziosa. Una sacra dissacrazione. Dioniso e la baccante.
Prevedevo fiamme. Nessuno mi credette. Cassandra.
Ermes non voleva sposarmi. Ermes diceva gli bastasse un sorriso. Ermes non aveva un’altra. Perché non lo amavo? Non lo amavo.
Cosa significa? Scomponi la parola. A-mors. Senza morte.
A cosa serve un cuore?
Ho fame.
Ermes mi portava a cena. Chardonnays e pesce crudo. Di tanto in tanto mi alzavo per rispondere a Dioniso. Le nostre telefonate duravano due minuti e venti secondi.
La donna tenebrosa e bellissima. Dov’era? Con lui?
In me. Sempre.
Paragonarsi all’assurdo. Emergere dall’altra parte della terra. Sentirsi feriti e non poterlo dire.
Ermes, puoi sentirmi?
Ti sento ogni volta che respiri.
Ermes, puoi salvarmi?
Ci sto provando, ma tu non mi aiuti.
Ermes, cancellami!
Non ho la gomma.
Una volta Dioniso venne a trovarmi a Metropoli. E io non lo sapevo. Ermes non lo sapeva. Nessuno lo sapeva.
Io ed Ermes. Ermes e io. Casa mia. lenzuola rosse. Mandala azzurro. Cassettone arancio a fiori rossi. Tavolo indiano. Cuscini.
Ermes preparava da mangiare. Ermes mi medicava i polsi. Ermes versava il vino. Il sangue di Cristo. Spezzava il pane. Amen.
Dioniso in cortile. Finestra aperta. Dioniso. Ci vedeva.
E dunque entrò. Raccolse le forze. Spaccò le porte.
Ermes non aveva scudi. Io non ero. Dioniso gridava parole sconnesse. Insulti. Lacrime amare. Sapore di brina. Memoria spezzata.
Ermes e Dioniso. Dioniso e Ermes.
Si prendevano a calci. Il tavolo indiano si spezzò in due.
Io andai in cucina. Presi l’alcol per i pavimenti. Lo versai sul linoleum. E presi i fiammiferi. Ne accesi uno. Due. Tre.
Zampilli di fiamme. Creste di fuoco. Pavimento spaccato.
Uscii dalla finestra. Richiusi. Sentii le grida.
Hai mai visto il cielo esplodere?
Cominciai a scappare. Fiamme. Miasma di cherosene. Declivio. Fuoco. Un fiore di fuoco. Un cuore spaccato.
Due corpi centuplicati. Miliardi di frammenti di Ermes e Dioniso. Dioniso e Ermes.
Correvo. Fuggivo.
Ma per quanto fuggissi la cenere non andava via.

© Ilaria Palomba
Foto: Luigi Annibaldi

primo piano

Il sole raschiava l’asfalto. Fuori dal cancello i ragazzi giocavano agli indiani. Avevano la pelle più scura della mia di qualche tonalità. Mia madre mi vestiva per andare a scuola. Le linee dei suoi palmi sul mio collo a stirare le pieghe che si formavano sul grembiule. Che poi non capivo a che diavolo servisse vestirsi di tutto punto per poi nascondersi in un grembiule. Spesso me lo toglievo, ero smorfiosa come non mai, dimostravo almeno cinque anni in più, ero abbastanza brava, abbastanza intelligente, abbastanza di buona famiglia, abbastanza bionda ma in realtà non ero niente. Non so cos’avrei dato per togliermi quell’abbastanza dalla faccia.

Mentre lei mi sistemava il fiocco blu sul grembiule bianco, osservavo quei ragazzi là fuori, erano una decina ma la mia attenzione era sul tipo con le orecchie a sventola. Lui non era abbastanza nulla, era sporco e basta.

* Questo è l’incipit di un racconto che verrà pubblicato su un altro magazine, presto vi darò notizie.