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Tag Archives: litigi

maschera

Cassandra. Il nome di chi vede e non vuole. Vuole e non dice. Dice e non è creduto. Vorrei essere cieca, muta e sorda. Prevedevo incendi. Stanca di fare paragoni. Io, lui, l’altra. I viaggi in treno, vai e vieni, vai e vieni, vai e vieni. I corpi avvinghiati. La stanza dei segreti. Di che colore? Bianca. Ma anche nera. Aveva l’odore della calce. Di case in costruzione. Di operai. Di non finito. Infinito.
Tornavo a Metropoli. Mi aspettava Ermes. Io ed Ermes non potevamo non incollarci. Cotone e lana.
Usare gli stessi cappotti. Gli stessi aforismi inutili. Io ed Ermes. Ermes e io.
Ti aspetterò anche tutta la vita, disse.
Ma io non sto morendo.
Chi è costui? Dai, dillo. Dai, dimmi, cosa vuole. Da te.
Costui si chiamava Dioniso. Non sapeva non guardarmi con una promessa. Divorami. Forse avrei dovuto evitare di giocare. Con i coltelli. I coltelli. Amavo tagliuzzarmi le braccia. Sangue. Odore di brina. Burro cremisi. Mattonelle divelte.
Dioniso aveva una stanza-castello. Eravamo bianchi e neri. Nello specchio. Pensava di guardarsi mentre mi guardava. Con quanti occhi? Il trucco colava. Lacrime. Le mani sui seni. Le dita nei jeans. Sperma. Dioniso voleva sposarmi. Avere un figlio. Ma non ero l’unica. Non ero nulla.
La ragazza di Dioniso aveva la bellezza delle promesse non mantenute. Labbra carnose. Un misterico sguardo di tenebra. Forse neppure sapeva. Di me.
Con Ermes mangiavamo panini sul ponte bianco leggendo Goethe. Ci sembrava Berlino. Eravamo a Ostiense. Con Ermes andavamo a ballare come ragazzini alla soglia dei trenta (io) e dei quaranta (lui). Con Ermes assumevamo polveri inquiete. Bianche e nere. Talvolta viola. Eccitanti. Ipnoinducenti. Oppiacei. Anestetici per elefanti. Con Ermes io ero una bambina borderline. Lui un principe.
Dioniso non ne aveva bisogno. Gli bastava pronunciare quella parola: Mia. E la stanza bianca e nera si faceva vitrea, sfolgorante, fosforescente. Un caleidoscopio di cromie. Dioniso trascorreva i pomeriggi fuori e quando tornava voleva da me qualcosa che somigliasse a una famiglia. Poi spariva al telefono con la donna tenebrosa e bellissima. Che io non sarò mai. Che io non sarò mai. Che io non sarò mai.
Io non ero più Cassandra. Ero solo e sempre: Mia. Euforia. Estasi. Follia. Avevamo le mani segnate dalle lancette. Aspettavamo di cancellarci. I corpi. Le menti. Via tutti gli organi. Restava solo una rete. Nera. Sulla pelle. Bianca. Gabbia.
Apri le gambe, aprile bene. Infilaci le dita. Più dentro. Più dentro. Più dentro. Sei Mia.
Tua.
Sei Mia.
Tua.
Mettiti di spalle. E chiudi gli occhi. Piegati di più. Di più. Di più.
Amen.
Il dolore mi univa a tutte le cose. Una preghiera silenziosa. Una sacra dissacrazione. Dioniso e la baccante.
Prevedevo fiamme. Nessuno mi credette. Cassandra.
Ermes non voleva sposarmi. Ermes diceva gli bastasse un sorriso. Ermes non aveva un’altra. Perché non lo amavo? Non lo amavo.
Cosa significa? Scomponi la parola. A-mors. Senza morte.
A cosa serve un cuore?
Ho fame.
Ermes mi portava a cena. Chardonnays e pesce crudo. Di tanto in tanto mi alzavo per rispondere a Dioniso. Le nostre telefonate duravano due minuti e venti secondi.
La donna tenebrosa e bellissima. Dov’era? Con lui?
In me. Sempre.
Paragonarsi all’assurdo. Emergere dall’altra parte della terra. Sentirsi feriti e non poterlo dire.
Ermes, puoi sentirmi?
Ti sento ogni volta che respiri.
Ermes, puoi salvarmi?
Ci sto provando, ma tu non mi aiuti.
Ermes, cancellami!
Non ho la gomma.
Una volta Dioniso venne a trovarmi a Metropoli. E io non lo sapevo. Ermes non lo sapeva. Nessuno lo sapeva.
Io ed Ermes. Ermes e io. Casa mia. lenzuola rosse. Mandala azzurro. Cassettone arancio a fiori rossi. Tavolo indiano. Cuscini.
Ermes preparava da mangiare. Ermes mi medicava i polsi. Ermes versava il vino. Il sangue di Cristo. Spezzava il pane. Amen.
Dioniso in cortile. Finestra aperta. Dioniso. Ci vedeva.
E dunque entrò. Raccolse le forze. Spaccò le porte.
Ermes non aveva scudi. Io non ero. Dioniso gridava parole sconnesse. Insulti. Lacrime amare. Sapore di brina. Memoria spezzata.
Ermes e Dioniso. Dioniso e Ermes.
Si prendevano a calci. Il tavolo indiano si spezzò in due.
Io andai in cucina. Presi l’alcol per i pavimenti. Lo versai sul linoleum. E presi i fiammiferi. Ne accesi uno. Due. Tre.
Zampilli di fiamme. Creste di fuoco. Pavimento spaccato.
Uscii dalla finestra. Richiusi. Sentii le grida.
Hai mai visto il cielo esplodere?
Cominciai a scappare. Fiamme. Miasma di cherosene. Declivio. Fuoco. Un fiore di fuoco. Un cuore spaccato.
Due corpi centuplicati. Miliardi di frammenti di Ermes e Dioniso. Dioniso e Ermes.
Correvo. Fuggivo.
Ma per quanto fuggissi la cenere non andava via.

© Ilaria Palomba
Foto: Luigi Annibaldi

casavecchia

La porta è ancora rotta, appoggiata al muro. Entro. Hai gli occhi di una volpe. Li riconosco.
Non saresti dovuta venire, dici.
Vorrei dirti che il tuo entusiasmo mi lusinga. Non lo dico.
Tocco i libri impolverati. Strofino le mani. Ho un sorriso che non è vero.
Qualche volta mi sono sentita a casa quando non c’eri. Ho ritrovato l’energia della seduzione. Ma a te cosa importa, lo sai, non c’è bisogno che io parli.
Ti metti a sedere e mi dai le spalle. Sfioro la spalliera. Senti le dita dietro la nuca.
Hai un’aria, dici.
Forse dovresti dare una pulita qui, dico.
Lo sai, lo dico da molto tempo.
E cos’hai fatto in questi mesi?, dico.
Stai per rispondere. Ti freno.
Che importa, rido. Non saprei mai.
Tu invece sai.
Quello che mi hai detto, dici.
Mi metto in ginocchio di fronte a te. Non sto pregando. Le tue mani mi lambiscono le guance. Tornano indietro, come rattristate.
Hai l’odore del mare. Sempre te l’ho sentito addosso.
Hai il viso mangiato dal sole. Mi piace. Lo sai.
Ho sognato il mare. Entravo nell’acqua nuda e venivo ingoiata dalle onde. Il mare diventava cemento.
Ho sognato il serpente, fuggivo. Se non fossi fuggita sarei diventata il serpente.
Ho sognato di essere un uomo. Sentivo una nuova pelle nascermi addosso. Entravo nell’acqua nudo. Provavo l’ebrezza dell’erezione.
È una stronzata, dici. A nessuno verrebbe duro entrando in mare. Ora alzati.
Mi sollevo. Prendo a toccare i tuoi libri. I fratelli Karamazov. Lo sfoglio.
Davvero l’hai letto tre volte?
Ti alzi. Resti immobile.
Tre volte, dici.
E il tempo, dove lo trovi?
Com’era il tuo pene?, dici.
Come il tuo, dico.
Fortunata, dici.
Leggo tutti i sottotesti. E rido.
Vorresti strapparmi il libro dalle mani. Vorresti metterti a urlare, dirmi va via adesso, non ti perdono.
E di cosa?, ti domando.
Di cosa, ripeti.
Lascia perdere.
È tutto nella tua testa, dici. Tu prendi un pensiero e lo allunghi. Diventa la tua verità. La imponi agli altri. È molto violento.
Accendo il computer sul tavolo di marmo. Vorresti impedirmelo. C’è una tazzina con l’ultima goccia di caffè.
Sei mai entrato nel mio account?, dico.
Tu sei matta, dici.
Io l’ho fatto, dico.
Ridi.
Inserisco la password.
Vediamo, dici.
Il computer si accende. Non posso accedere a internet, non c’è campo.
Allora?, dici.
Ho un amico hacker, dico.
Ridi.
Credi in Dio?, dico.
Solo nel mio, dici.
Che rima orrenda, dico.
Vado alla playlist. Hai ancora la mia musica.
C’è tutta Berlino, dico.
Ridi.
Vieni dietro di me.
E lei ora dov’è?, dico.
Stai zitta, dici.
Parte Jestrupp di Paul Kalkbrenner. Mi metto a ballare, niente di esasperato, disegno un otto con il bacino, a occhi chiusi. Sento il tuo corpo aderire al mio, agganciarlo. È una mano che afferra tutto il mio essere. Attrazione metafisica, ti dissi una volta.
E, così, uniti, la vediamo arrivare.
Entra dalla porta guasta. È vestita di bianco, ha le trecce. La sentiamo scendere i gradini. Restiamo a occhi chiusi e la vediamo passare attraverso. Ha ancora gli elastici rosa che le misi prima di andare via. ha occhi grandissimi e feroci come i tuoi. Se io fossi davvero qui tu mi scuciresti le ombre. Non smetti di ballare e sento il fiato attraversarmi i muscoli. Le braccia fortissime intorno alle mie spalle. La sentiamo correre per la stanza e intonare una canzone senza senso.
Stai per sganciarti. So cosa vuoi.
Ti prendo le mani.
Ti prego, non aprire gli occhi.
La vediamo piroettare di fronte a noi. Allargare le gambe e finire in spaccata. La sentiamo ridere.
Ha la tua voce, dico.
Ha i tuoi occhi, dici.
La sentiamo arrivare da lontano. Piantarci uno sguardo furioso nella carne. Saper dire e dimenticare.
Tutto questo tempo, dici.
Hai solo paura, dico.
La bambina si avvicina a noi e può toccarci le magliette. Potrebbe, se volesse.
Parlami, dici. Dimmi quello che non posso vedere.
La bambina tace e non tocca.
E fino in fondo non tocco l’àncora e annego, dico.
Cosa sai?, dici.
La bambina ci guarda come si guardano le maschere.
Non c’è nulla. E anche se ci fosse, saremmo bravi a negarla, dico.
La bambina ci gira intorno e ha un’ombra nello sguardo. Addosso.
Perché non puoi tornare?, dici.
Io sono le cose che non sono, torno solo nei sogni, dico.
La bambina cammina a ritroso.
Ti sganci da me, ti trattengo. Ti metti a urlare.
Ti prego, dico, ti prego.
Ma tu hai gli occhi aperti. E io non vedo nulla.
Fermo la musica, mi allontano.
Siamo grandi adesso, dico.
Dove vai?, dici.
Dove non finiscono gli addii.
Fuori da casa tua c’è il mare. E vedo il mare. Sento il mare. Guardo la spuma e il vestito bianco. L’ultima volta. L’abisso.

© Ilaria Palomba