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Tag Archives: delirio

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Arthur Schopenhauer diceva che le passioni vincono la volontà e io me ne sento irretita come una specie di Emma Bovary c’è un loop che non si ferma dove batto la testa contro tutte le pareti le mani la testa a occhi chiusi e poi spalancati vorrei poter gridare forte tirare fuori tutto questo cielo rovesciato tutta la mancanza di cui mi faccio scudo tutto il vuoto che nel torace si spande e chiude i polmoni li sigilla apre lo stomaco mi rende fragile vulnerabile ai sussurri delle cose al divenire plastico dei luoghi è un errore un lungo errore io non so più se essere sincera significhi uccidere io non so più se a mancarmi sia la carne o il tormento dell’assenza io non so più se sono stanca della vita dei panni che indosso o di una proiezione di me negli anni io non so cosa sono adesso cosa sarò domani cosa nascerà dai fiori sradicati io non so se l’angoscia sia il sintomo o la causa io non so se il male del mondo forse qui giù si senta più forte – e grida e grida mi chiede di smettere – questo stare qui è come se un mattino il sole non riuscisse a venir fuori io non so se ti ho preso per tirarmi addosso la morte e non vedo null’altro che l’assenza l’assenza infinita di un luogo di un canto di un corpo e se fosse la notte a superarmi se fosse il marcire dentro a sospingere una fuga se fosse l’idea del domani a rabbrividire nei panni bagnati io non sono capace di avvertire le conquiste io le dilanio finché non mi lasciano delirare delirare delirare io non so se ho bisogno di chiunque meno che di chi già possiedo e non sono capace di dirmi felice e non sono capace di amarlo questo mondo che sputa fuori i suoi scarti che sputa fuori i suoi figli come fossero scarti che sputa fuori ciò che richiede cura attenzione carne corpi non ho abbastanza armi per difendermi e fuggire io sono l’eterna sconfitta che su di voi si annida io sono la tarantola l’arpia sono il male che cercate di schiacciare con il diniego – potere appartenenza – io sono la negazione delle cose io sono la perfetta rifrangenza dell’assenza io sono l’assenza e non so perché preferisco amare chimere piuttosto che accettare di assumere il peso dell’essere.

© i. p.

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Sentire troppo è un dato di fatto che mi contraddistingue da sempre. Da ragazzina sentivo i pensieri delle mie amiche sui banchi di scuola, sapevo aiutarle quando erano in difficoltà, sapevo quando non avevano studiato e davo loro suggerimenti durante i compiti in classe di Italiano, prima che me lo chiedessero.
Sulla strada sdrucciola degli ulivi e dei vigneti sentivo l’aria di lite nel gruppo e risolvevo le questioni quasi sentimentali della mia amica del cuore prima che mi parlasse. Quando era arrabbiata con me e cercava di nasconderlo le facevo sputare il rospo.
Sulle spiagge del Salento, a tredici anni, sentivo quel che i ragazzi volevano dal mio corpo, non lasciavo spazio al desiderio, mi donavo, come poche alla mia età, non sopportavo quelle voci e i pensieri loro a trivellare le meningi, avevano l’odore del mare, tutto quello jodio nelle narici, e le intrepide notti nelle case abbandonate, a levarmi le vesti perché, ne ero certa, per passare attraverso bisognava accontentare tutti prima che avessero la possibilità di dirmelo. Avevano l’odore delle foglie e il corpo mio acerbo era il suggello delle loro brame.
Sentivo, a quindici anni, quel silente vociare intorno, tra i muri crepati dipinti dai writers, sentivo i pensieri dei ragazzi dai pantaloni larghi: non sei dei nostri, non ci appartieni. E quelli delle donnette quasi adulte e truccatissime: maledetta, non rubarci la scena. E quelli degli amici tossici: sei solo una ragazzina inesperta. E così, prima che parlassero, davo a ciascuno di loro quel che cercava: non rubavo la scena, diventavo l’amica meno bella e meno brava, un po’ ingenua, quella che non tradisce. Vestivo in modo maschile, sciatto e indesiderabile, assumevo sostanze psicotrope, regalavo vino a tutti, per non sentire i loro pensieri urlare a voce altissima.
Gli unici che non sentivo erano quelli dei miei, loro non pensavano, loro dicevano tutto, snaturavano la parola, non mi lasciavano intendere, poiché tutto era sviscerato ed esplicitato e anzi gridato fortissimo, per me era muto. Così evitavo quelle parole violente, atroci e giudicanti, resistevo agli schiaffi, preferivo accontentare il mondo immaginifico per non ascoltare il suo grido silenzioso, piuttosto che quello reale di cui non comprendevo i significati.
All’università sapevo benissimo, fin dalla prima domanda, se il professore avesse intenzione di bocciarmi, in tal caso interrompevo l’esame di mia spontanea volontà e tornavo la settimana seguente.
Sul lavoro le voci peggiorarono: sentivo il disprezzo dei colleghi e le svalutazioni del capo ufficio, così mi licenziavo ancor prima di sentirmi riprendere, evadevo ogni conflitto, me ne stavo in disparte, dicevano fossi stramba, lo ero davvero, stramba come un supereroe con un superpotere che non aveva mai voluto.
L’amore arrivò tardi e mi sfuggì di mano. Lui era un uomo criptico. I suoi pensieri non si sentivano affatto, ma non come i miei genitori, le cui grida si sostituivano ai sussurri della mente, no, in lui non c’era traccia di quel sussurro. Aveva l’odore del tiglio e gli occhi selvaggi. Non si poteva dire fosse sciocco. Probabilmente aveva un altro modo di pensare, e fu questo silenzio apparente, questa indecifrabilità, ad attrarmi. Al primo appuntamento, in quel cinema, non sentivo i suoi desideri. E la notte a casa sua non sentivo chiedermi di spogliarmi. Per cui non sapevo come accontentarlo. Con il silenzio della mente però il corpo mio prese vita tra le sue braccia, come nascesse per la seconda volta. Il suono del fiato suo era leggero e potente insieme. L’odore della pelle sua era un richiamo violento e primordiale. Non ne decifravo i desideri e non potevo agire in nessun modo, era sempre lui a farlo, cieca, mi lasciavo guidare nell’abisso della carne, sentendomi per la prima volta. Era una frattura di equilibri; è in ogni cambiamento una piccola forma di morte. Nella stanza sua viola morivo, e morivano i miei poteri sotto la forza selvaggia delle sue braccia calde e animalesche. Ero prigioniera di questa nuova dimensione sensoriale, con i sapori forti tra le labbra e quell’odore di tiglio per tutta la stanza, la sua ombra sul mio corpo fino a ingoiarlo. Avevo difficoltà a separarmi da lui, fuori l’umanità si era tramutata in incognita e senza i miei poteri non ero più nulla. E lo accontentavo, senza che parlasse, non mi curavo di comprenderlo, per una volta non ero io a dover comprendere. La sua esistenza però continuava fluida e reale, lavoro, amici, svaghi, mentre la mia era spezzata e immaginifica, non potendo più carpire l’altrui coscienza mi limitavo a evitare qualunque alterità. E vivevo nell’immensità spalancata dei sensi, privata di qualsiasi forma di ragione. Non avevo più un lavoro, non avevo più amicizie, non avevo più contatti, tranne che con lui, come fossi un’estensione del corpo suo, esistevo soltanto quando era con me. Non poteva durare per sempre. Un giorno tornò a casa, una frenesia nei gesti, come avesse voglia di sbrigarsi e poi riuscire. Quello sguardo non in me cercava assoluti ma nelle forme evanescenti di mondi altri. Mi era precluso il suo slancio verso un qualcosa che non era me e per un istante non lo riconobbi. Tra le braccia sue non sentii alcun trasporto, né odore, né sapore, né contatto. Cominciai invece a sentire: sono qui ma vorrei essere altrove, con la nuova collega, quella criptica e sveglia, non sopporto la tua distrazione, non sopporto la tua ingenuità, non sopporto l’incapacità che hai di stare al mondo, il fatto che non hai un lavoro vero, non sai dire no a nulla e non sai farti desiderare. Sentivo tutto questo e così abbandonai la sua dimora e smisi di vederlo. Mi cercò e io continuavo a sentire lo sdegno senza voce nel suo corpo e nei suoi gesti, attraverso i messaggi dolci sentivo solo odio, attraverso il ricordo delle notti insieme sentivo stralci di coscienza che contrastavano gli atti, e quando venne a prendermi sotto casa e a sussurrarmi: piccola, ho bisogno di te, io sentii: vorrei che sparissi dalla faccia della terra.
Sentire troppo era un dato di fatto che da sempre mi affliggeva, a un certo punto però, e soltanto in quel preciso istante, ebbi come il dubbio che vi fosse uno scarto tra empatia e paranoia, e che quello scarto io l’avessi bucato. Non durò più d’un istante. Ammettere l’errore avrebbe significato mettere in questione l’intera mia memoria. Gli dissi: va via. Gli dissi: sparisci. Gli dissi: non farti più vedere. Gli dissi: ti detesto. Detesto la tua stupida vita imperniata di amici e un buon lavoro e genitori che ti amano. Gli dissi: detesto il tuo corpo forte e fiero di trascorsi non traumatici. Gli dissi: detesto il tuo odore di uomo di mondo che sa cosa significhi vivere. Gli dissi: detesto la tua voce che deforma la realtà.
Come chiodi, le parole, s’infilarono nella pelle, a poco a poco sentii il corpo suo smembrarsi tra le mie braccia, e il silenzio rivestire i muri, le porte, le finestre, come una benda, il silenzio, ricoprire ogni angolo, fino a deglutirlo.

© i.p.

E’ stata una notte surreale, mi sono ubriacata di musica e delirio. Mi sentivo risucchiata dal suono. La mia voce andava da sé. E i Minimitermini sono assoluti e sublimi.

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essere corpo è doloroso e sterile. non ci sono elefanti neri in danimarca, diceva quel ritornello. ritorno lì dove si rompono i silenzi, nella cripta delle grida. ho paura del tempo, che questo possa dissipare ingiustamente… ingiustamente? paura dell’uomo e del vuoto. precipito. non ci sono mareggiate sotto i grattacieli. la città è buio vivido grigio stellare. non ci sono riferimenti certi. quale città? la mia? la tua? la loro? potrebbe essere roma, amsterdam, parigi, berlino o bari… a chi importerebbe? non ho pianto. non l’ho mai fatto. mi sono divertita a ondeggiare funambolica su quel filo di corda. corda spezzata, attimo ardente. stavamo fuggendo. da cosa? fuggivamo dalla fuga, amica mia, tu eri perfetta con quella lacrima di mascara sotto gli occhi, arancia meccanica. distillato d’illusione. sei pazza? mi avevi chiesto. mentre sfilavi le mie dita nei camerini di un palco-bar di quart’ordine, prima di andare in scena. quale scena? c’eravamo solo io e te, la città spettarle, l’attimo infinito, istante eterno sputato fuori da miliardi di fotografie uguali l’un l’altra. identiche. identità non contraddizione. poggio le mie gambe sul tuo grembo aspetto che tu le accarezzi, sentirò come delle schegge nelle ossa. aspetto che la tua bocca mi deglutisca la voce aspetto che le tue parole mutilino tutta questa distesa di pelle che ti giace sul grembo. hai assaporato la mia lingua. conosci a memoria il sapore della mia saliva. io conosco il gusto del tuo sguardo. sacrilego diniego. ci siamo spiate tra gli specchi, sorella. tra miliardi di frammenti sulla punta dell’iride. ho infilato la mia lingua tra le tue cosce. stavo solo cercando di capire chi fossi. abbiamo danzato a lungo, sorella, sugli assi cartesiani delle linee vertebrali. penombra. nessun suono. ascoltavi la nenia di te stessa. dimenticanza arresa attesa di divenir farfalla. le farfalle vivono un solo giorno per questo io ti brucerò le ali prima che possano spiccare alcun volo. di cosa parla la miseria della terra? aridità di cuori infranti da cartelloni pubblicitari e manganelli. non parlatemi di anima. l’abbiamo mangiata. l’abbiamo deglutita come zucchero a velo. ora ce ne stiamo qui sul bordo del grattacielo di qualunqueluogo, le gambe penzoloni, a masticar menzogne, a masticar sussulti di ciglia spezzate dal vento. a deglutire i simulacri di noi stesse in un cannibalismo che non ha pari. aprimi come un cuore vivisezionato da dio. prendi tutto quello che c’è in fondo al torace. prendimi l’ombra e lasciami nell’evanescenza dell’ora. catapultata miliardi di volte nel corpo, il mio. alla vista del sangue persino la mania si trasforma in grido. grido silenzioso levato da bocche che non dicono più. stammi lontana, sorella di sempre. ti vedo riflessa nello specchio con una ciocca di miei capelli tra le mani. le forbici sono cadute frantumando i pavimenti. sotto i pavimenti la notte dormono i mostri. li conosci i mostri? ecco, vieni, te li presento. il loro nome è insonnia, avidità e paranoia. i mostri, amica mia, stanno aspettando che infili le dita nel fondo della terra. stanno aspettando di sfilarti le dita come fossero collant. non ci saranno che giochi infiniti nel caleidoscopio del nulla. ti attraverserò come fossi vapore. e dentro lo specchio non vi sarà nessun volto. nessun volto a cancellare l’infamia. neppure il mio.

E poi all’improvviso avevi la sensazione di cadere all’indietro. Proprio nel punto più basso del suolo. Ogni tuo timore era personificato e non bastavano i ricordi. Sapevi che avresti potuto spingerti oltre, il precipizio era lì pronto ad accoglierti, ma come ogni volta avevi tutto il tempo per pensarci. E il tempo deglutiva se stesso. All’infinito.

© i. p.

sangue

Dove sei? Sono più di due ore che sei fuori. Sei uscita con quella tua amica, quella un po’ zoccola, bionda. Andiamo a fare shopping, hai detto. Ma sono le otto di sera, ora i negozi sono chiusi. Dunque dove sei? Non sarete andate a ballare, perché se foste andate a ballare me l’avresti detto. E poi a te non piace ballare, non ti è mai piaciuto. Allora dove sei? Da quanto tempo ti sto aspettando? Attimi. Minuti. Ore. Dove sei? Il sapore amaro del caffè Illy. Quel profumo al gelsomino sulle lenzuola sfatte. La voce insistente del telegiornale che tenta di colpirmi ma con scarsi risultati. Le mie orecchie assorbono ogni sillaba ma non rimandano l’impulso al cervello. La mia mente è altrove. Dove cazzo sei? Mi dilanio le unghie, la pelle si stira, si contorce, viene via. Dove sei? Probabilmente quella grandissima troia ti avrà portata in un pub, sì, uno di quei posti in cui la gente beve, parla, ride, scherza e approccia. Ora starete ascoltando dell’immonda musica commerciale mentre le sue labbra si accostano al tuo lobo e ti sussurrano: li vedi quelli? E tu li vedi. Ora sai che puoi guardare altri uomini oltre me. Uno dei due è riccio e ha gli occhi verdi, un maglione dello stesso verde degli occhi, l’altro, un professorino occhialuto molto magro, con lo sguardo da falco. Il riccio incrocia il tuo sguardo. Dove cazzo sei? Per un attimo ti senti una merda per averlo fissato così insistentemente. Ci hanno puntate da un pezzo, osserva la tua amica zoccola. E tu ti fingi distratta, il sapore della Guinness tra le papille gustative, la lingua passata sui denti con la stessa frenesia con cui hai distolto lo sguardo dal riccio. Dove sei, bastarda? Sono le nove di sera. I negozi sono chiusi e tu sei in un fottutissimo pub. Il tagliere di salumi è quasi finito. Hai mangiato tutti quelli piccanti. Ora hai quel sapore in bocca e lo innaffi di Guinness, te la scoli in un attimo per toglierti il piccante dalle labbra. Uno di loro si alza in piedi e viene verso di voi. La bionda si stira un ciuffo di capelli freschi e laccati con l’indice e il medio. Vi scambiate sguardi complici. Dove sei? Il professorino finge di essere molto occupato con qualcosa sull’iphone. Dove sei? Il riccio è a un passo da voi, avete da accendere? Non si può fumare qui dentro. Adesso fai anche la spiritosa, peccato che con me non va mai così, l’ironia devo cavartela fuori come un dentista caverebbe un dente cariato. Il riccio indica la porta. Andiamo un attimo lì fuori. La bionda zoccola annuisce contenta, ha un golf rosso con uno spacco a V sul seno, due bocce rifatte che rimbalzano negli occhi del riccio. Dove cazzo sei? Stai già tirando fuori l’accendino dalla borsetta nera di Furla mentre la tua amica si è alzata in piedi, respira profondo, mostrando quel miracolo di chirurgia estetica un po’ a tutto il locale. C’è quella stupida canzone di Cesare Cremonini, com’è che fa: una come te? Ecco adesso il riccio infila gli occhi nei tuoi, è sicuro che insomma vi siete intesi. Gli porgi l’accendino, lui ricambia con una sigaretta. Il professorino si alza in piedi e viene verso di voi senza aver mai tolto gli occhi dalla scollatura della tua amica mignotta. Avete quattro sigarette in mano. Il sapore della birra amara giù per la gola. Uscite. Tu indossi un paio di jeans di quelli ben stretti sul culo. Il riccio adesso t’incolla gli occhi a quel culo che si muove verso l’uscita del locale e diventa un cuore. Il riccio non toglie mai i suoi occhi schifosi come artigli da quel cuore pulsante. Immagina di toccarlo, assaporarlo, morderlo, penetrarlo. Siete fuori, il rumore delle auto, il freddo d’inizio febbraio. Andiamo dentro a prendere le giacche? La zoccola non accenna a muoversi. No, poi non si noterebbero più le sue tettone rifatte, allora una cosa diavolo spende seimila euro a zinna se poi deve indossare un giubbotto che gliele nasconde? Soprattutto in situazioni come queste. Il gusto secco della Galouise che stai fumando. Il sapore del lucidalabbra al lampone appiccicato al filtro della sigaretta. Presentazioni. Che fate dopo? C’è un concertino jazz in un locale a Trastevere. Veramente dovrei tornare a casa, accenni, mio marito mi aspetta. E facciamoli aspettare questi mariti, ti zittisce subito la zoccola mentre il professorino le ha già piantato una mano intorno alla vita, ora stringe la carne dei suoi fianchi. La tua pelle è intirizzita, dalle labbra sputi fumo anche se hai finito la sigaretta da più di dieci minuti. Entriamo? Il riccio paga la tua Guinness e il professorino lo spritz della zoccola. Troia, dove cazzo sei? Sei imbarazzata, lo so, ma non lo dai a vedere. Quegli occhi verdi scrutano ogni dettaglio. S’infilano nelle fibre della maglietta, nelle tasche dei jeans. Quegli occhi sono cazzi e ti strusciano ovunque. E poi le rughe d’espressione sulla fronte, la carnagione ancora abbronzata. Cosa fai? Vai a sciare? Veramente sono un subacqueo. Cioè sono un avvocato ma ho sempre avuto la passione per le immersioni. Tu cosa fai? Lavoro per un’agenzia immobiliare. No, non guadagno molto, di questi tempi poi. Si è passati da Cremonini a Vasco Rossi. Voglio trovare un senso a questa vita. Dove cazzo sei, baldracca? La tua amica è lì che gioca con le dita del professorino. Gli sta dicendo che lavora in un negozio di alta moda mentre il suo indice fa cerchi concentrici nel palmo di lui. In realtà fa la commessa in un negozio di cinesi. Lui ovviamente insegna storia dell’arte ma al momento non è di ruolo. Sì, è un momentaccio per tutti. E poi via, fuori a bere ancora. A confondere nell’alcol i desideri di questa notte. E io qui su questo divano a sciroccarmi una televendita con altre due zoccole, ma con vent’anni meno di te e della tua amichetta succhiacazzi. Tutta questa carne esposta e svenduta in primissimo piano. Sono le dieci di sera, dove cazzo sei? C’è quel pane duro di ieri ancora lì incartato. Ecco, lo scarto. Prendo il coltelo da cucina, quello di venti centimetri per tre, manico rosso, affilato, i miei occhi iracondi si specchiano nella lama. Il pane duro si taglia come un pezzo di ricotta. Faccio due fettine e il resto lo conservo. I primi due li infarcisco di prosciutto crudo e parmigiano di stamattina. Ripongo il coltello nel mobile, anzi no, lo lascio sul lavabo, dovessi volermi tagliare altro pane. Mi scolo un’altra heineken. La terza di stasera. Addento il panino e immagino di addentare il tuo collo candido. Quel collo che ti sfiori mentre sei in macchina, sedile davanti, accanto al riccio che guida con quegli occhi dello stesso verde del maglione e non guarda la strada, guarda te. Spero che vi ammazziate. Ti volti un attimo, la mano sul collo ti ha provocato un eritema, hai sempre avuto la pelle sensibile. O mio dio, non ci posso credere. La tua amica pomicia come una grandissima baldracca con il professorino che per l’occasione ha pensato bene d’infilarle anche una mano tra lo spacco di quelle tette, così grosse. Ti irrigidisci. Perché tu, sì, sei troia, ma non così troia. Dove cazzo sei? Su quel sedile diventi di pietra. Fai un paio di sorrisi forzati. Il riccio cerca di sorriderti anche lui, sai, il mio amico non ha una femmina tra le mani da più di due anni, vorrebbe dirti ma non lo fa. Dove cazzo sei? Siete arrivati nel jazz club, vicino piazza Trilussa. È una porticina nera. Si entra. I due maschioni pagano l’ingresso. Si scende. Le pareti sono rosse. C’è odore di vino d’annata appena stappato. In fondo alla scala una luce soffusa. Dieci tavolini rotondi e delle sedie lavorate in ferro battuto. Sul palco di fronte un paio di tizi, uno con un sax l’altro al pianoforte a coda, di quelli che ti piacevano tanto e che avresti voluto in casa prima di smettere definitivamente di suonare. Ecco, sediamoci lì. Mi raccomando, scegliete l’angolo più appartato. Dove cazzo sei? Si avvicina un cameriere, di quelli col papillon. Sono le undici. Dove cazzo sei, troia? Una bottiglia di chardonnays, il riccio vuole fare il galante. Tartine e chardonnays. La biondaccia con le zinne rifatte si siede sulle gambe del professorino. Ecco il vassoio. Il vino scende nell’esofago. Le tartine al tartufo deliziano le papille gustative. Il riccio t’incolla gli occhi addosso, ti acchiappa con i suoi e non ti molla più. Vai un attimo in bagno, devi pisciare, non ti trattieni. Ti guarda il culo a forma di cuore mentre lo muovi lontano da lui. Cammini reggendosi alle pareti rosse. Cazzo, quanto ho bevuto, pensi. Poi l’alcol proprio non lo reggi. Ecco, sei arrivata in bagno, rischiando un paio di volte di intralciare i camerieri con i vassoi. Una porta nera col disegno stilizzato che sta per signore. Ecco, ci sei. Una goccia di urina ti ha sporcato gli slip. Finalmente apri la porta, slacci i jeans, abbassi le collant e le mutandine bianche di pizzo. Uno scroscio di pioggia dorata scende fluido centrando il fondo del cesso. Mannaggia, non c’è la carta igienica, va be’, pazienza, ti tiri su le mutandine che ti lasciano una sensazione di umidità tra le gambe. Una goccia calda ti scivola lungo la coscia mentre ti rialzi i pantaloni. Ti lavi le mani, te le asciughi addosso. Dove cazzo sei? Fai per uscire dal bagno della signore quando osp sbatti contro qualcuno che causalmente, con tanto di disegno che capirebbe anche un bambino, ha sbagliato porta. Dove cazzo sei? Di là suonano Summertime a luci soffuse, la tua amica si è fatta infilare le dita nelle mutande, davanti a tutti, dal professorino. È mezzanotte. Dove cazzo sei? Sbatti i pugni contro il suo maglione verde acqua poi sollevi lo sguardo ed è lui. E allora non puoi più trattenerti. La sua lingua nella tua bocca cerca la tua. Le sue mani finalmente acchiappano quel culo tondo e sodo su cui ha sbavato per tutta la sera. Le sue bave sulle tue labbra. Il segno del tuo lampone sul suo collo. Le mani nelle increspature dei capelli. Vi chiudete nel cesso. Le tue mani sul lavandino freddo. Le sue a sbottonarti i jeans. I tuoi occhi socchiusi sbirciano lo specchio. Il suo bacino in avanti. I tuoi jeans giù fino alle ginocchia. Le sue labbra spalancate. Una mano sui tuoi fianchi l’altra sulla schiena e poi giù tra le tue gambe ad accarezzarti i peli. Quella goccia di pipì si è trasformata in un lago. I tuoi occhi nello specchio acchiappano i suoi, socchiusi e trasognati, vogliosi, predatori, mentre le sue dita scivolano nel tuo ano e poi qualcosa di grosso e caldo. Ahia, mi fai male. Lasciati andare. Lasciati andare un paio di palle. Ormai è già dentro. Ti brucia. E poi guardi nello specchio il suo bacino avanti e indietro avanti e indietro e poi sempre più veloce. E la tua schiena sempre più schiacciata sul lavandino. La tua mano destra afferra il rubinetto freddo come fosse un cazzo. E lui sempre più avanti e indietro nel tuo culo mentre le sue dita sfiorano il clitoride e i tuoi umori ti sporcano le gambe. Dove cazzo sei? Troia, te la stai spassando? Sono alla decima heineken e un filmaccio americano tra inseguimenti e sparatorie. Non riesco più a comprendere una sola parola e adesso neanche a sentirle le parole. Queste immagini del cazzo mi ronzano in testa come mosche fastidiose, ansi zanzare, zanzare tigri. Ecco che sta venendo. Il suo seme scivola fluido nel tuo culo. Arriva fino all’intestino. Poi vi rivestite. O mio dio, cos’ho fatto. Anch’io sono sposato, dai, dopo tanti anni, queste cose capitano. Ti tranquillizza. Dove cazzo sei? Il concerto è finito. Sono andati via tutti. La troia e il prof aspettano solo voi. Lei ti sorride sgargiante. Ecco la mia amica, addirittura più troia di me. Sigaretta? Indubbiamente. Quattro passi per raggiungere l’auto. Fa un freddo boia. Dove cazzo sei? Ora ha anche una mano intorno alla tua vita. Le Galouise stanno per diventare le tue sigarette preferite. Posso avere il tuo numero? Meglio di no. Tanto lui ha il mio, esordisce la biondaccia, organizziamo un’altra uscita a quattro in questi giorni. Sì, ma non diamo nell’occhio, sai mio marito. Azzardi. Tuo marito deve darsi una bella calmata! Fa la zoccola. Mandalo in psicoterapia come ho fatto col mio, adesso prende il darkene e la sera si addormenta ancora prima che io esca. Risate. Ecco che vi lasciano dove avete parcheggiato. Saluti salutini baci bacetti. Sulla bocca? No, no, sulla guancia, dai, sulla bocca è esagerato, in fondo è stata solo una bella scopata. Ci risentiamo, allora. Contateci. E adesso siete nella sua smart, rossa come il suo maglione. Dai, racconta! No, no, m’imbarazza. Ve la siete spassata, eh’ tutto quel tempo in bagno… Abbastanza. Ma ora sono in ansia. È l’una, cosa dico a mio marito. Dove cazzo sei, lurida troia, baldracca, pompinara? Ma dai, digli che stasera abbiamo giocato a fare le teenager, che siamo andate al concerto di quel gruppo… come si chiama’ quello che ti piace tanto. I Portishead? Eh! Sì, brava, loro. Ma scherzi? Ci sarei andata con lui e poi avrei preso i biglietti secoli prima, non è mica scemo. Va be’, dai, una scusa la trovi. Intanto siete al Pigneto. La smart rossa attende che tu infili le chiavi nella toppa. Il rumore delle tue mani che tremano. Non trovi la chiave. La bionda se la ride. Eccola, l’hai trovata. Poi tutti quei piani a piedi. Hai il fiatone. Dove cazzo sei? Cammino avanti e indietro nell’ingresso. Questo mobile in legno con tutte le cartacce da riordinare è tuo. Perché io non lavoro da ormai un anno e non ho più nessuna cartaccia da riordinare. Cammino avanti e indietro e mi tocco la testa stempiata e mi tocco la barba. Avverto un rumore di tacchi. Poi la chiave che gira nella toppa. Eccoti. Entri. Hai il fiatone. I capelli in disordine. La voce del telegiornale parla di elezioni, disoccupazione, accoltellamenti. Accoltellamenti. Eccoti. Divertita? Hai i capelli in disordine. Li metti dietro le orecchie. Guardami! Ti grido contro. Mi guardi. Sono stata con la mia amica. Lo so che sei stata con quella baldracca della tua amica. Ma ti senti bene? Perché fai così? Cammino avanti e indietro. Voglio solo sapere se te la sei spassata ben bene. Siamo state al cinema. Ah, sì? A vedere cosa? L’ultimo di Tornatore. Ah sì? E di che parla. Cominci a spiegarlo. Non ti ascolto, non sento neanche un millesimo delle tue parole. Boiate! Amore, ma stai bene? Sei tutto rosso paonazzo, ti prego. Boiate! La mia mano si schianta sulla tua guancia. Lanci un urlo. Ti schiacci contro il muro punti la porta. Ma che sei scemo? Gridi. Il coltello è lì accanto al lavabo, in una casa di quaranta metri quadri non ci si mette nulla a trovare gli oggetti quando servono. Benissimo, dico, adesso calmo. Dove cazzo sei stata? Te l’ho detto al cinema, ora tremi. Tremi forte. La mia mano stringe il manico di plastica del coltello. Ti prego non fare così, mi spaventi. Voglio la verità. È la verità! E allora dalle otto alle dieci dove sei stata? In un bar, a bere una cosa. A bere, rido, rido forte adesso avvicinandomi a te lentamente con l’arma in mano. A bere, ripeto. A bere, ripeto ancora più lentamente. Amore, ti prego. Adesso senti il tanfo del mio alito da dieci litri di birra. A bere, ripeto ancora sussurrando. Sono a un palmo da te. Con quella zoccola. Non parlare così di… non ti lascio finire. Il mio coltello contro la tua gola. Ti prego sussurri, ora piangi, piangi, brava, godo quando piangi a causa mia. Finalmente conto qualcosa. A bere. Ripeto. Ti sfioro la gola. Gridi. Ti tappo la bocca. Zitta troia. Ti spingo il palmo contro le labbra, mi sporco delle tue bave. Piangi forte forte e mi sporco anche delle tue lacrime. A bere. Ora il mio coltello preme sulla tua carotide, le prime gocce di sangue sgorgano libere sul tuo collo bianco. Poi di scatto mi tiri via con un calcio in pancia. Faccio un passo indietro. Afferri la maniglia, stai per scappare. Dove cazzo vai? Richiudo la porta, ti prendo per i capelli. Ti metti a urlare. Ti scaravento a terra e poi mi avvento si di te. Una coltellata in gola, quel collo così candido, una nello stomaco e una nel cuore, così vediamo se ce l’hai un cuore. Il suono di una sirena. Il coltello sporco del tuo sangue ora finisce nella mia gola. Meglio la morte che il gabbio. E tutto questo per colpa tua, troia. Non riuscivo a credere che fossi così vuota come persona, ho dovuto squartarti per accertarmene.

 

 

 

 

 

 

© Ilaria Palomba