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Tag Archives: incoscienza

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Arthur Schopenhauer diceva che le passioni vincono la volontà e io me ne sento irretita come una specie di Emma Bovary c’è un loop che non si ferma dove batto la testa contro tutte le pareti le mani la testa a occhi chiusi e poi spalancati vorrei poter gridare forte tirare fuori tutto questo cielo rovesciato tutta la mancanza di cui mi faccio scudo tutto il vuoto che nel torace si spande e chiude i polmoni li sigilla apre lo stomaco mi rende fragile vulnerabile ai sussurri delle cose al divenire plastico dei luoghi è un errore un lungo errore io non so più se essere sincera significhi uccidere io non so più se a mancarmi sia la carne o il tormento dell’assenza io non so più se sono stanca della vita dei panni che indosso o di una proiezione di me negli anni io non so cosa sono adesso cosa sarò domani cosa nascerà dai fiori sradicati io non so se l’angoscia sia il sintomo o la causa io non so se il male del mondo forse qui giù si senta più forte – e grida e grida mi chiede di smettere – questo stare qui è come se un mattino il sole non riuscisse a venir fuori io non so se ti ho preso per tirarmi addosso la morte e non vedo null’altro che l’assenza l’assenza infinita di un luogo di un canto di un corpo e se fosse la notte a superarmi se fosse il marcire dentro a sospingere una fuga se fosse l’idea del domani a rabbrividire nei panni bagnati io non sono capace di avvertire le conquiste io le dilanio finché non mi lasciano delirare delirare delirare io non so se ho bisogno di chiunque meno che di chi già possiedo e non sono capace di dirmi felice e non sono capace di amarlo questo mondo che sputa fuori i suoi scarti che sputa fuori i suoi figli come fossero scarti che sputa fuori ciò che richiede cura attenzione carne corpi non ho abbastanza armi per difendermi e fuggire io sono l’eterna sconfitta che su di voi si annida io sono la tarantola l’arpia sono il male che cercate di schiacciare con il diniego – potere appartenenza – io sono la negazione delle cose io sono la perfetta rifrangenza dell’assenza io sono l’assenza e non so perché preferisco amare chimere piuttosto che accettare di assumere il peso dell’essere.

© i. p.

dublino pioggia

 

 

Sto andando in una direzione che non significa nulla o forse tutto mettendo a rischio ogni cosa a volte sento la vita scorrermi ancora in vena e la inseguo la vita nel frattempo frantumo le cose belle lui dice che devo preservare le cose belle i progetti penso quelli imminenti che non bisogna affatto mollare perchè è come una specie di missione ma vorrei solo essere libera da cosa? dal lavoro? dall’amore? da me stessa? quando sono a Dublino è come un sogno lucido allontano le cose le parole il sentire si diluisce fluido e posso scattare foto ai tramonti da qualunque ponte bianco e camminare leggera come un pezzo di nuvola e guardare a fondo le iridi verdi delle ragazze gaeliche e guardare a fondo i passanti e immaginarne storie costruire trame su tessuti d’immagini mangiare schifezze a più non posso su furgoncini hippie pensare all’Urlo di Ginsberg pensare a Joyce e sentirmelo alle spalle essere Molly Bloom con i tormenti e i segreti di donna un po’ maudit comprare scarpe a caso magari anche più piccole della mia taglia parlare con Luana della fine del mondo e del terrorismo islamico del nichilismo del comunismo del nazismo della nostra sorte di biechi e feroci esseri umani camminare sulle scogliere irlandesi tra freddo e sole mentre il mare sciaborda metri e metri più in basso attraversare ponti pericolanti in stile Isola del Tesoro litigare con lui e piangere mortalmente a Temple Bar sentirmi morire decidere e tornare indietro decidere e infrangere decidere per il bene di tutti e poi non reggere il dolore e frantumarmi e poi guardare la signora con Lessie al guinzaglio vicino St Peater Church andare a trovare Alessandro nell’albergo di lusso aspettare sulle altalene bere cocktail con dentro la mia personalità (e il suo disturbo) danzare psy trance nelle luci accecanti della notte fingere che non debba finire mai finire mai finire mai questo gioco di specchi e desideri che uno sull’altro s’infrangono questa vita in bilico dove ancora non so che fine farò domani questi 28 anni che sembrano 18 queste parole gettate come sassi di cui non voglio vedere i cerchi nel lago questi rami e tetti gotici e guglie e senso di non appartenenza e scegliere di non scegliere la vita e pensare che tanto se voglio me ne tiro fuori e pensare che tanto ci sarà pur qualcuno alla fine del tunnel e poi sentirmi abbandonata da tutti quando invece sono io a fuggire lo so sono io sono io l’errore io la folle io l’instabile io l’edonista che sta bene solo se c’è da divertirsi e ogni impegno si trasforma in limitazione ogni relazione in gabbia d’acciaio ogni passo falso in caduta libera nel vuoto ho sognato di saltarci giù da quella scogliera ma poi a pelo d’acqua non sprofondavo volavo volavo alta nel cielo senza nubi ed ero nell’azzurro più profondo ero un gabbiano o un corvo ero assolutamente libera di spalancare le ali sopra la materia io nella metafisica dell’istante superavo il vuoto e la paura di caderci.

@ i.p.