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Una volta l’estate
La distopia di un mondo nel quale l’estate rovente continua ad avanzare implacabile è entrata nei miei pensieri.
Non mi lascerà più. Questo libro è un mondo di porte che si dischiudono sulle brillanti oscurità che ci sforziamo di nascondere agli occhi del mondo. Ma Maya non vive di maschere. Maya, la protagonista, cerca l’amore e l’accettazione delle sue contraddizioni.
Lei vuole rimettere insieme i pezzi e ritornare integra attraverso la socialità di un matrimonio con Edoardo Carducci, addirittura sposato due volte, con rito civile e religioso. Per un po’ la sicurezza del matrimonio sembra farle trovare un posto nel mondo.
La realtà però è molto complessa e di fatto il matrimonio, e la successiva gravidanza, fanno esplodere il precario equilibrio di un’anima la cui sensibilità è troppo grande per essere compressa in un ruolo.
I due si cercano e si sfuggono in un tempo sospeso che ripropone sempre la luce accecante di un torrido paese del sud, di una casa a Roma con lenzuola disfatte e sudate o di una loro precedente vacanza in Grecia.
Il tempo del romanzo è un tempo talmente denso e immobile da rendere tangibile quello che tante volte pensiamo accada in mondi paralleli. Non c’è altro che un eterno, terribile presente, in cui tutto è destinato a replicarsi. I mondi pregni di colore delle tele di Maya, in particolare “la donna con il braccialetto”, esplodono dalle pagine di carta e ci macchiano l’anima.
Sfumature di blu oltremare, rossi sanguigni e voraci, profondità che ci ricordano che la realtà che viviamo è davvero solo un velo.
L’incontro con Anya, la postina inquieta e seducente, e l’allontanamento di Edoardo in una missione di pace fanno evolvere gli incubi frammisti ai ricordi traumatici di un’infanzia vissuta sotto il segno della perdita del padre e dell’inaffettività della madre.
Maya a un certo punto perde tutto, pure il suo nome, tanto che i medici finiscono con il chiamarla signora Carducci, cristallizzata nel ruolo di giovane moglie e madre, e questo sarà la miccia che farà esplodere le contraddizioni di chi le vive accanto e non vuole lasciarla libera.
Chi vuole bene a Maya? Sicuramente i lettori. Quelli che amano le storie di persone con problemi, quelle che sembrano sconfitte e invece sono solo alla ricerca di qualcosa di autentico oltre la corporeità.
Le voci di Maya ed Edoardo sono inframmezzate da quelle di Anya, della madre di Maya, del ginecologo, dallo psichiatra che ci portano, ognuna nel loro mondo. E questa coralità che non si sovrappone ma rimane incalzante e lirica è propria dei bravi scrittori, quali sono gli autori.
Il romanzo sfugge a qualunque genere entrando in una sola categoria: quello delle cose lette che non dimentichi e che ti seguono come ombre attaccate all’anima.
Bellissimo.

Copertina Una volta l'Estate

In uscita il 30 giugno per Meridiano Zero

Prima presentazione a Roma: 30 giugno, con Paolo Restuccia e Loredana Germani, alle 18, alla Mondadori di via Piave.

Una volta l’estate è un thriller fatto di frammenti, punti di vista, luoghi fluidi.
Una postina ruba il figlio appena nato di Maya, casalinga, ex artista, mentre suo marito Edoardo, sottufficiale in missione in un luogo del Medio Oriente, è messo sotto torchio da un suo superiore. La madre di Maya sente sua figlia in pericolo, sola, incinta, nella Capitale. Il medico curante, il professor Curci, si accorge che alla sua paziente stia accadendo qualcosa di strano. Uno psichiatra, il dottor Traversi, cerca di ricomporre i frammenti del caleidoscopio che è diventata la vita di Maya ed Edoardo.
I due protagonisti si conoscono per le vie centrali della Capitale, in autobus, nei pressi dell’Accademia di Belle Arti, in un periodo in cui tutti sono in allerta per gli attentati terroristici. Si guardano e non riescono a resistersi. Di lì a poco si ritrovano ad abitare insieme a casa di Edoardo in una zona residenziale. Maya comincia presto a odiare la sua nuova vita formattata secondo le buone regole del nucleo familiare sacrificando la sua parte artistica. Ma lo sguardo di Maya rimane quello di un’artista, uno sguardo che il militare Edoardo non comprende. Per Maya i paesaggi della Capitale sono descritti come dipinti di Monet, Van Gogh, Munch, Dalì. L’ambientazione è fluida, la città diventa un luogo immaginifico, una costruzione onirica. Quando Edoardo è via, Maya incontra Anya, la misteriosa postina, che la metterà nelle condizioni di chiedersi cosa voglia davvero. Anya, che in effetti sembra non essere solo una postina, incontrerà Maya ogni volta in un luogo diverso, nei bar di periferia, nei ristoranti giapponesi nei pressi del Parlamento, nelle ricche dimore di politici e uomini illustri: strani circoli in cui Anya cercherà di dimostrare a Maya come vivere senza rinunciare.
Il bambino che Maya porta in grembo assume un valore ambivalente. Il dottor Traversi, nel tentativo di ricomporre gli eventi, traccerà le connessioni tra il piccolo Arturo, l’infanzia e il padre di Maya, morto troppo presto, sacrificandosi per salvare sua figlia. O forse non è andata esattamente così. Forse questo è solo il modo in cui Maya ha ricostruito i fatti per dar loro un senso. Edoardo, come Ulisse, capisce che deve tornare nella Capitale, da Maya. C’è ancora qualcosa che possono fare per salvarsi.

Un incommensurabile grazie di cuore a Massimiliano Santarossa e Paolo Restuccia che scrivono:

“In anni in cui troppa narrativa italiana sconta il peccato della distanza dall’impegno, a favore di un intrattenimento vuoto, Ilaria Palomba, con un atto di coraggio, a tratti estremo, narra criticamente, sociologicamente e politicamente la sua generazione persa nell’enorme mostro antimorale chiamato Italia. Una delle più nere e luminose voci, devota alla controstoria, pertanto verissima storia, degli attuali figli d’Italia.”
Massimiliano Santarossa

“Luigi Annibaldi scrive racconti che l’hanno rivelato come uno degli autori più originali della narrativa italiana di oggi, ironico, surreale, e sempre in bilico tra realismo e fantastico. In questo romanzo mette la sua voce al servizio di una storia profonda ed estrema, illuminandola con un punto di vista unico, che si rivela nelle continue piccole sorprese, nelle intuizioni, in uno sguardo che può essere soltanto il suo.”
Paolo Restuccia

 

Qui tutte le info, rassegna stampa, interviste, ect

tramonto dublino

Le nuvole inondano il cielo un cane abbaia in messico la luna è altissima a dublino il vespro bagna d’oro il liffey e a roma c’è il sole siamo qui a dirci cose che poi rinnegheremo tipo ti voglio bene uno zingaro fruga in un cassonetto sull’appia antica una ragazza dai capelli corti e con poco senso dell’orientamento racconta la storia di erode attico e annia regilla agli avventori tutte le coppie del mondo adesso per un istante si guardano di traverso uno sbreco nella parete fa cadere un frammento infinitesimale di calcestruzzo una donna rompe il tacco all’altezza della salita tra via ostiense e stazione omonima in treno un giovane aspirante regista dice a un altro nascosto dalla poltrona che deve intervistare tarantino e poi benigni e ha paura di benigni dice che lo bestemmierà in toscano due studentesse di filosofia si contendono lo scettro del disagio durante una lezione su deleuze e la deterritorializzazione io e te ora guardiamo nella stessa direzione il sole abbacinante illumina per un verso i volti di dieci giapponesi sull’appia antica in stazione tuscolana le macchinette non funzionano una ragazza prende una multa sul 30 express e fa un comizio politico su soldi pubblici spesi per privilegi privati e sputa in faccia al controllore all’altezza di piazza navona poi scappa un analista dice alla sua paziente di non agire non agire non agire non agire quattro ragazzi tornano dal salento pieni di buste d’erba un uomo perde il lavoro e si suicida sua figlia non lo sa ancora e nel frangente sta avendo l’orgasmo più forte dell’esistenza dopo negli anni sceglierà di non provarne più mai più una cinquantenne ancora bella scopre i tradimenti del marito e decide di andare in brasile solo andata una ragazza strappa due buste di biscotti in un supermercato della montagnola perché non sopporta che la realtà sia diversa dalla volontà un ragazzino delle medie comincia a scrivere un romanzo pensando di conquistare una donna matura che nel frattempo piange perché divisa tra amore e desiderio sicurezza e libertà giustizia e verità un clochard perde il cappello in una folata di vento a campo de fiori giordano bruno ci guarda l’immanenza sovrasta i corpi li intende e sottende l’universo si espande immenso e un gruppo di artisti pazzi o solo di pazzi comincia a graffiarlo l’universo per sentirsene parte e lui si spacca si moltiplica si infinitizza le anime della patagonia brillano altissime nel ventre delle stelle l’infinito si muove diacronico c’inghiotte tutti in un istante in un istante in un istante nascono muoiono un milione di bambini altri milioni vengono concepiti in un istante provo a dire addio e non vi riesco in un istante dieci uomini in volo spalancano paracadute in sequenze alternate in un istante un treno sorvola trenta auto inondate di sole lungo la costa di santa marinella e i tetti delle ville sembrano intarsi di una torta in un istante tre esseri umani scovano una teca con quaranta lettere scritte nel ’29 da due amanti disperati in un istante il mondo finisce e ricomincia respiro non respiro mi guardi non mi guardi in un istante assaltata una banca in un istante una testa vola via il sangue stilla in un istante viene approvata una legge per restringere la libertà di movimento in un istante un kamikaze si fa saltare in un istante ci si sposa in un altro si divorzia in un istante le onde del mare il flusso e reflusso in un istante il cielo si spalanca al lucore del crepuscolo in un istante sono qui a chiederti di portarmi via.

@ i. p.

iladublino

Perché scrivi?
Può sembrarti sciocco o infantile ma alle volte la realtà non mi basta. Non mi bastano i suoi schemi predefiniti, le relazioni, i luoghi.
Mi dici che non sono capace di guardare fuori. Che sono cieca.
I veri scrittori guardano i passanti fuori dalla finestra. La signora che cammina tenendo con una mano il passeggino e con l’altra il cellulare. A chi sta pensando? La donna che guarda il foglio bianco e sembra abbia visto la morte. Ci sono – dici – una banca e un laboratorio analisi. Secondo te perché piange?
Non piange, ti rispondo.
Ah, è vero, sei tu che piangi. Perché piangi?
Non piango, ti rispondo.
E ti guardo. Ti sento. Hai un odore di adolescenza. Sì, di adolescenza.
Io e te ci siamo trovati perché siamo rimasti adolescenti. Ognuno a suo modo. Ognuno nel suo mondo.
Sono cieca?
No, hai gli occhi chiusi.
E tu, puoi aprirli? Puoi aprirli, i miei occhi?
Mi metti le mani sulle palpebre, sulle guance, sulle labbra. Sono ruvide, le dita, calde.
Io devo sentire i corpi, capisci? Non riesco a vedere se non sento i corpi. Scrivo solo di ciò che mi evoca emozioni.
È una bella cosa, dici, e ti rabbui.
No, è una cosa terribile.
Le spalle, lo sterno. Le mani sui vestiti. Gli occhi, i tuoi, scuri, grandi, di lupo.
Quanto male?
Scrivi per me, ora. Scrivi per me.
Ed è come avessi detto spogliati. Ora. Per me. Ma non è questo che dici. Piuttosto mi guardi ancora e sussurri una parola che non comprendo ma nel mio mondo significa: non posso aprirli io i tuoi occhi, non più.

ilaparis2

Sentire troppo è un dato di fatto che mi contraddistingue da sempre. Da ragazzina sentivo i pensieri delle mie amiche sui banchi di scuola, sapevo aiutarle quando erano in difficoltà, sapevo quando non avevano studiato e davo loro suggerimenti durante i compiti in classe di Italiano, prima che me lo chiedessero.
Sulla strada sdrucciola degli ulivi e dei vigneti sentivo l’aria di lite nel gruppo e risolvevo le questioni quasi sentimentali della mia amica del cuore prima che mi parlasse. Quando era arrabbiata con me e cercava di nasconderlo le facevo sputare il rospo.
Sulle spiagge del Salento, a tredici anni, sentivo quel che i ragazzi volevano dal mio corpo, non lasciavo spazio al desiderio, mi donavo, come poche alla mia età, non sopportavo quelle voci e i pensieri loro a trivellare le meningi, avevano l’odore del mare, tutto quello jodio nelle narici, e le intrepide notti nelle case abbandonate, a levarmi le vesti perché, ne ero certa, per passare attraverso bisognava accontentare tutti prima che avessero la possibilità di dirmelo. Avevano l’odore delle foglie e il corpo mio acerbo era il suggello delle loro brame.
Sentivo, a quindici anni, quel silente vociare intorno, tra i muri crepati dipinti dai writers, sentivo i pensieri dei ragazzi dai pantaloni larghi: non sei dei nostri, non ci appartieni. E quelli delle donnette quasi adulte e truccatissime: maledetta, non rubarci la scena. E quelli degli amici tossici: sei solo una ragazzina inesperta. E così, prima che parlassero, davo a ciascuno di loro quel che cercava: non rubavo la scena, diventavo l’amica meno bella e meno brava, un po’ ingenua, quella che non tradisce. Vestivo in modo maschile, sciatto e indesiderabile, assumevo sostanze psicotrope, regalavo vino a tutti, per non sentire i loro pensieri urlare a voce altissima.
Gli unici che non sentivo erano quelli dei miei, loro non pensavano, loro dicevano tutto, snaturavano la parola, non mi lasciavano intendere, poiché tutto era sviscerato ed esplicitato e anzi gridato fortissimo, per me era muto. Così evitavo quelle parole violente, atroci e giudicanti, resistevo agli schiaffi, preferivo accontentare il mondo immaginifico per non ascoltare il suo grido silenzioso, piuttosto che quello reale di cui non comprendevo i significati.
All’università sapevo benissimo, fin dalla prima domanda, se il professore avesse intenzione di bocciarmi, in tal caso interrompevo l’esame di mia spontanea volontà e tornavo la settimana seguente.
Sul lavoro le voci peggiorarono: sentivo il disprezzo dei colleghi e le svalutazioni del capo ufficio, così mi licenziavo ancor prima di sentirmi riprendere, evadevo ogni conflitto, me ne stavo in disparte, dicevano fossi stramba, lo ero davvero, stramba come un supereroe con un superpotere che non aveva mai voluto.
L’amore arrivò tardi e mi sfuggì di mano. Lui era un uomo criptico. I suoi pensieri non si sentivano affatto, ma non come i miei genitori, le cui grida si sostituivano ai sussurri della mente, no, in lui non c’era traccia di quel sussurro. Aveva l’odore del tiglio e gli occhi selvaggi. Non si poteva dire fosse sciocco. Probabilmente aveva un altro modo di pensare, e fu questo silenzio apparente, questa indecifrabilità, ad attrarmi. Al primo appuntamento, in quel cinema, non sentivo i suoi desideri. E la notte a casa sua non sentivo chiedermi di spogliarmi. Per cui non sapevo come accontentarlo. Con il silenzio della mente però il corpo mio prese vita tra le sue braccia, come nascesse per la seconda volta. Il suono del fiato suo era leggero e potente insieme. L’odore della pelle sua era un richiamo violento e primordiale. Non ne decifravo i desideri e non potevo agire in nessun modo, era sempre lui a farlo, cieca, mi lasciavo guidare nell’abisso della carne, sentendomi per la prima volta. Era una frattura di equilibri; è in ogni cambiamento una piccola forma di morte. Nella stanza sua viola morivo, e morivano i miei poteri sotto la forza selvaggia delle sue braccia calde e animalesche. Ero prigioniera di questa nuova dimensione sensoriale, con i sapori forti tra le labbra e quell’odore di tiglio per tutta la stanza, la sua ombra sul mio corpo fino a ingoiarlo. Avevo difficoltà a separarmi da lui, fuori l’umanità si era tramutata in incognita e senza i miei poteri non ero più nulla. E lo accontentavo, senza che parlasse, non mi curavo di comprenderlo, per una volta non ero io a dover comprendere. La sua esistenza però continuava fluida e reale, lavoro, amici, svaghi, mentre la mia era spezzata e immaginifica, non potendo più carpire l’altrui coscienza mi limitavo a evitare qualunque alterità. E vivevo nell’immensità spalancata dei sensi, privata di qualsiasi forma di ragione. Non avevo più un lavoro, non avevo più amicizie, non avevo più contatti, tranne che con lui, come fossi un’estensione del corpo suo, esistevo soltanto quando era con me. Non poteva durare per sempre. Un giorno tornò a casa, una frenesia nei gesti, come avesse voglia di sbrigarsi e poi riuscire. Quello sguardo non in me cercava assoluti ma nelle forme evanescenti di mondi altri. Mi era precluso il suo slancio verso un qualcosa che non era me e per un istante non lo riconobbi. Tra le braccia sue non sentii alcun trasporto, né odore, né sapore, né contatto. Cominciai invece a sentire: sono qui ma vorrei essere altrove, con la nuova collega, quella criptica e sveglia, non sopporto la tua distrazione, non sopporto la tua ingenuità, non sopporto l’incapacità che hai di stare al mondo, il fatto che non hai un lavoro vero, non sai dire no a nulla e non sai farti desiderare. Sentivo tutto questo e così abbandonai la sua dimora e smisi di vederlo. Mi cercò e io continuavo a sentire lo sdegno senza voce nel suo corpo e nei suoi gesti, attraverso i messaggi dolci sentivo solo odio, attraverso il ricordo delle notti insieme sentivo stralci di coscienza che contrastavano gli atti, e quando venne a prendermi sotto casa e a sussurrarmi: piccola, ho bisogno di te, io sentii: vorrei che sparissi dalla faccia della terra.
Sentire troppo era un dato di fatto che da sempre mi affliggeva, a un certo punto però, e soltanto in quel preciso istante, ebbi come il dubbio che vi fosse uno scarto tra empatia e paranoia, e che quello scarto io l’avessi bucato. Non durò più d’un istante. Ammettere l’errore avrebbe significato mettere in questione l’intera mia memoria. Gli dissi: va via. Gli dissi: sparisci. Gli dissi: non farti più vedere. Gli dissi: ti detesto. Detesto la tua stupida vita imperniata di amici e un buon lavoro e genitori che ti amano. Gli dissi: detesto il tuo corpo forte e fiero di trascorsi non traumatici. Gli dissi: detesto il tuo odore di uomo di mondo che sa cosa significhi vivere. Gli dissi: detesto la tua voce che deforma la realtà.
Come chiodi, le parole, s’infilarono nella pelle, a poco a poco sentii il corpo suo smembrarsi tra le mie braccia, e il silenzio rivestire i muri, le porte, le finestre, come una benda, il silenzio, ricoprire ogni angolo, fino a deglutirlo.

© i.p.

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PARTE I

sono le 03:45 del 1 settembre 2013 il sonno tarda ad arrivare fuori per strada il vociare di genti a me ignote nel mio letto vivide rose piccoli frattali le paure mi assalgono demoni possedendo le mie ore come fossero di latta solida consistenza che beve il tempo corrode il corpo attimo dopo attimo vorrei vivere a cinque sensi ma la paura mi blocca è un piccolo mattone nel torace che man mano si fa sempre più grande sempre più grande sempre più grande pesa nel petto e frastaglia pezzi di me contro natura e ti guardo dormire amore mio e sento di non aver avuto mai nulla di così prezioso e mi sento morire all’idea che il nostro presente possa divenire abitudine e voglio fuggire e sento le voci che sono pezzi di me contro natura che sussurrano mi sento morire si chiudono i bronchi e comincio a tossire troppo stanca per alzarmi e troppo sveglia per dormire mi manchi amore mio mentre chiudi gli occhi e mugoli nel sonno ti guarderò respirare ascolterò il flusso ne carpirò l’odore lo catturerò nella mia pelle prima di uscire di casa in piena notte scalza cedendo al desiderio di abbandono quello che spinge per uscire quello che grida dentro tradimenti lunghi un’infanzia sento le pareti tremare mi manca la grecia amore gli attimi spensierati e antieconomici l’atarassia dell’istante le canzonette improbabili in alfabeti cirillici le rovine di civiltà che mi distano millenni medievali castelli a pelo d’onda sospesi su tramonti rosso sogno nell’aria di un irraggiungibile altrove e poi monemvasia le rocce a picco sul mare la scalata il mio affanno asmatico per salire sin là su e le tue mani così calde se vuoi possiamo fermarci no ti prego non voglio fermarmi contro natura salire fino al punto in cui le stelle sono sotto possiamo calpestarle senza pari gridare urla trecento questa è sparta mentre siamo a mistrass e sciami di francesi aleggiano parlottando aritmci mi sento precipitare qualcosa si agita nel petto cosa cerchi in grecia mi chiedevi tutto rispondevo e aspettavo la notte per inforcare le unghie nella tua carne spingerti più dentro guardarti godere rubarti l’odore con la guancia destra poggiata sul tuo petto ruvido da uomo che è amante e padre nemico e angelo sentire tutta la storia sul tuo petto mentre vieni dentro e io ti stringo fortissimo per non farti respirare black out avrei voluto tutte le notti rubare ogni stella del firmamento per te ma le guardo morire piccole fette di cuore poco per volta si sgretolano e non so cosa mi accada vorrei essere ancora lì ma non è questo è altro la vita che mi scorre via mentre sei su di me dentro e fuori non voglio ricominci la giostra il mio non vivere qui e ora diranno che sono stati tempi difficili ma la verità è che non c’ho nemmeno provato e questo mi strazia amore il saperci poi così diversi tu così pronto alla vita io così divisa di spada tagliata perfettamente doppia c’è qualcosa là fuori? comincio a dimenticarmene e sono stanca di vedermi allineare istanti contro natura io contro natura vorrei rimpicciolire fino all’utero.

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PARTE II

vi osservo io voi da un punto distante dello spaziotempo e la vostra funzionale esistenza mi rende fobica me ne sto in disparte in un quartiere residenziale di roma sai che è roma solo perché ci sono parchi e quel tipo di chiese moderne che vorrebbero scimmiottare il paleocristiano ascolto smells like teen spirit come avessi quindici anni ricordo il rosso dei capelli di sbighi mentre io e lei intente a fumare del tetraedrocannabinolo esalando hashish dalla finestra di casa sua usciva il fumo così onesto a detta sua e i miei occhi si perdevano sulle smagliature dei suoi seni che trovavo così sexy la vita vissuta sempre riesco a trovarla seducente e leggo e rileggo i brani più poeticoerotici di tropico del capricorno immagino come sarebbe stato scoparsi henry miller o cosa avrebbe pensato lui della mia fica come l’avrebbe descritta mi ritrovo con le mani giù forti nell’elastico degli slip laceri e poi grida fino all’orgasmo mi chiedo se ci sia mai stato un me un corpo fuori dal corpo leggo essere e tempo e poi stoner e rileggo zarathustra e poi usciamo con abiti greci io e sandali troppo alti con cui non riesco quasi a starti accanto ricomincio a cadere sulle pagine facebook la consapevolezza del margine l’origine dell’esclusione assumo antistaminici evitando accuratamente gli antipsicotici evitando accuratamente gli stati border che spesso mi sono stati diagnosticati mi nascondo nel tuo corpo come una bambina dietro la gonna della propria madre ascolto trentemoller una volta dopo l’altra fino all’implosione dei legami nucleici ascolto mia madre che parla con tua madre ti prendo la mano sotto al tavolo le mie dita disegnano cerchi concentrici nei tuoi palmi la stringi forte questa mia mano scappiamo ti dico scappiamo con i miei occhi scappiamo rientro nei ranghi negli impegni riprendo i contatti leggo notizie siriane in cui si prevedono guerre cui mi prevedo manifestare contro mi prevedo sconfitta leggo notizie su notizie mi preparo a implodere mi preparo a esplodere portami via scappiamo da cosa mi chiedi da tutto tutto questo possiamo fuggire da tutto miky? sono la tua mallory ti prego prendi il porto d’armi andiamo in giro a sparare a zero su tutti assumiamo soltanto psilocibe amminoacidi lisergici ti prego una strage non sopporto più la vita voglio fare fuoco su chiunque rapire ragazze innocenti e legarle al letto non riesco più a sopportare la vita che scorre l’ordinario contiene il germe dello straordinario partenogenesi del divino io e te siamo potenziali assassini questa vita io vorrei un piccolo camper e due calibro 38 fare fuoco su tutto mandare a monte la triade hegeliana che c’imprigiona abbiamo vissuto in ogni tribù postmoderna e ne siamo stati sputati fuori come frutti acerbi e ora siamo troppo marci per poter un giorno maturare non conosco vie d’uscita ho vissuto solo un’infanzia negata non conosco tutto il resto e non m’importa l’idea di essere incastrata in questo corpo sociale mi nausea quasi quanto l’idea di essere incastrata in questo corpo umano noi non abbiamo un corpo noi siamo un corpo diceva mio padre lo dice ancora ecco poi lui è quel quid sovrasostanziale sangue del mio sangue l’unico che può farmi sentire fiera di me fiera di me fiera di me e tu sei qui anche se non posso vederti vorrei scriverti lettere lunghe addii e continuare il viaggio anche senza di te ricordo l’altro giorno nel salento a san foca o giù di lì ci siamo inoltrati su spiagge notturne di stupidi indierock e trovavo l’umanità così ripugnante ma io non sono cattiva solo non concorde disturbo narcisistico di personalità a sfondo antisociale ami tuo padre? allora non sei antisociale eppure sto così male con gli altri il restante resto di niente non ci sono paesaggi qui dentro se non quelli del mio odio vedevo sulla spiaggia non c’era altro che il desiderio sospeso nell’aria immenso infinito desiderio e insieme anche orrore meccanicistico incredibile quanto tutto possa riassumersi nella negazione tutto è libido gioco l’erotismo risiede nella modalità della negazione nel non coito mi piacerebbe giocare ancora e mentre ti confessavo queste cose fissavi il mio mojto ancora non vuoto e rincorrevamo righe bianche e i tuoi occhi erano così tristi credevi di non bastarmi ma non era questo che intendevo così ti ho trascinato via da quel ruvido sito di deplorevoli indie fashion e ti ho trascinato su una pista ignorante come dite dalle tue parti nel lido accanto una festa electro beat con numero dieci invitati e noi al centro pista genti partenopee intorno mi muovevo spasmodica altamente consapevole della perfezione sferica dei miei fianchi come la bambola del testo dei no braino siamo scesi giù all’alba è il sole a rovinare le notti infausto stupratore di lune stregatte il giorno dopo abbiamo brindato con vino greco e amici tedeschi nel vespaio della veranda non ti posso offrire non ti posso dare una famiglia felice e una casa al mare ci siamo ritrovati a rincorrere la pioggia in città bianche sali scendi su gradini dopo torre guaceto scappavamo a ostuni e i miei piedi erano così zuppi di pozzanghera che avrei potuto tagliarmeli abbiamo assaggiato gelati al lampone rossi come i capelli rossi della mia adolescente amica del liceo al lampone erano i suoi baci di quel lampone purissimo e fulgido fuori dal confine ho avuto un tale singulto di bellezza mentre la città in festa illuminata e la banda suonava e deglutivo lampone tra sguardi silenti di verità aleteia venute fuori da apparentemente innocui giochi di amore e fuga abbiamo osservato poi la notte dall’auto e ancora trentemoller apparat kalkbrenner e knife che gran bella musica ascolti dice tom e poi siamo saliti e mi sono guardata dentro e ho visto la mia casa sgretolarsi con i canneti che cadevano e una tormenta di vento che mette le onde in subbuglio e la notte un’altra notte ci è passata alle spalle e ha dormito sulle prime luci violacee ho letto di velocità e lentezza milan kundera e politici ballerini ho rivisto i miei giorni il mio paese la mia condizione il mio non lavoro la mia diagnosi ho guardato con tom e mari e tra le tue braccia l’ultimo giorno di mare e sole nascosto da fameliche nuvole dagli occhi cerchiati vespe e serpenti piccole bisce nere nel letto ho sognato lunghi cobra sbranarmi ho tremato lasciandomi avvolgere dalle tue braccia penetrare come fosse la prima volta e ho pensato a henry miller mentre si masturbava e la sua amica che si sgrillettava un po’ anche lei e gli piomba in stanza e lo trova a darsi da fare su e giù con la mano e lui desidera solo che lei ci si sieda sopra e pensavo a lui e anais nin che ci davano dentro alla grande e ti ho scopato amore come se fossi stata tutte le donne della letteratura e ti ho bevuto fino all’ultima goccia mentre eri tutti gli uomini della storia e ho letto di superomismi nietzscheiani fai pace con la natura perché la natura è la tua grande madre assassina ed è questa la mia patologia io sono un’elettra potenziale scopa tuo padre uccidi tua madre la natura io la odio sto malissimo nella pelle si formano microfratture sono allergica a qualsiasi forma di vita le vespe mi fanno gridare forte e i serpenti mi fanno orrore solo l’orgasmo mi libera dal male amen credo che dio sia la somma di tutti gli orgasmi della terra ho una gran voglia di sotterrare la paura nella pelle tra le cosce lasciandomi sgrillettare immaginando orge enormi copulazioni sulle spiagge di dioniso perché non restiamo qui ti ho proposto mentre in una corsa contro il tempo accompagnavamo i nostri amici tedeschi alla stazione di lecce vuoi restare in salento eri perplesso poco convinto dell’idea no intendo in un non luogo davvero natural born killer sfanculiamo la società civile quella cosa che dà nomi alle cose sfanculiamo il logos viviamo qui nel tropico del delirio vieni con me baby solo musica da urlo viviamo in una macchina un paio di pistole e boom in giro per l’eternità stai scherzando certo sto scherzando però sarebbe una bomba ora sto ripensando agli istanti per me non cambia poi molto io sono soltanto una ragazzina viziata cresciuta con tutto e finita con niente e nessuno mi ha mai insegnato a campare il corpo ho dovuto insegnarmelo da sola un due tre stella ho vissuto dentro troppo dentro e ora il fuori mi sembra un enorme muro di gomma il fatto è che la realtà mi uccide poco per volta lentamente mi fa a fette sempre più sottili sto cercando di scappare ma non potrai ancora per molto dici ne sono consapevole eppure quando mi dicono di essere fuori dalla realtà mi chiedo cosa sia questa realtà cui tutti inneggiano io credo che ognuno ne abbia una generata non creata della stessa sostanza del padre a ciascuno la sua realtà e a ciascuno il suo fuori-dalla-realtà voglio plasmare la bellezza nel sussulto infinito ma so che dovrò far pace con la natura far pace con la simbolica matrigna da cui mi sento ferita.

© foto di Luigi Annibaldi
testo di Ilaria Palomba

(foto di Luigi Annibaldi)

– Vuoi un caffè? – fa lui.

– No – gli risponde.

Lo spazio che c’è tra loro è un quarto di divano. L’odore che c’è nell’aria è quello del caffè appena bevuto da lui. Pile di libri sul pavimento, il letto disfatto. Le mani di lui che ticchettano sul computer. Lei non ce la fa proprio a stare lì dentro. È come se l’avessero chiusa in una scatola buia. Non riesce a parlare. A guardarla dall’esterno non sembra una persona ansiosa. Ha gli occhi svegli, un corpo molto morbido, pieno di curve e le sue labbra sono accese e carnose, come cuscini. Ma le monta una rabbia, ogni volta che Anto si mette lì col computer e si dedica al suo sacrosanto lavoro. Le viene voglia di azzannarlo, di fargli male. Mentre lui si morde il labbro, cercando una soluzione al problema tecnico sul sito dell’azienda e nello stesso istante avverte il bisogno di starle accanto. Elena è la sua donna, la sua bambina, anche se ha trent’anni, per lui resta sempre una bambina. Pensa che quando avrà finito questo piccolo impiccio si metterà ad aggiustare tutto, lavare i piatti, rifare il letto, solo per farla felice. Magari questa volta accadrà qualcosa tra loro, come i vecchi tempi.

Elena si alza e cammina scalza per la stanza. Apre la finestra. Entra il frastuono del traffico di Roma come un rinoceronte imbestialito.

Ele vuole farsi notare. È uno di quei momenti catartici, come li chiama lei, che se non si accorge di lei adesso tanto vale andarsene. Anzi, sta pensando che adesso se ne va, lo farà solo per provocare in lui un’emozione. E non solo questo, sta pensando di uscire e fare l’autostop, quel che succede, succede.

Antonio muove le dita velocissimo, sente la pressione salire dalle ginocchia, quel cavolo di sito si sblocca ma va lentissimo. Si mette la mano nei capelli, accarezzando ogni increspatura come volesse strapparla.

Elena apre la porta d’ingresso. Una ventata di freddo invade l’abitazione.

Antonio alza gli occhi verso di lei. Le iridi alla luce sono di un verde intenso simile alle acque di certi fiumi ancora incontaminati.

Ele si blocca. Vorrebbe avere la forza di uscire fuori e gridare a tutto il mondo la sua rabbia, gridare che il suo uomo l’ha sostituita con un computer e magari ci scopa anche con quel computer viste le ore che passa con lui.

– Dove vai?

Questa domanda le fa sentire una scossa lungo la coscia destra.

– Ho voglia di uscire

– Scalza? – fa lui con una nota di sbalordimento nello sguardo.

Sì, ho voglia di uscire scalza, fare l’autostop, scoparmi un estraneo e mandarti affanculo per sempre, gli avrebbe detto molto volentieri ma si guarda i piedi ed è come se li sentisse per la prima volta. Avverte il freddo del pavimento sulla pianta e non ha più il coraggio di muoversi.

Antonio posa il computer per andarle incontro, deve aver ricominciato a farneticare le sue cose, quella spostata. Ha bisogno che le stia vicino, pensa.

Nel lasciare il computer sul divano, sul display tutto il lavoro che aveva appena fatto scompare.

– O, merda, cristo! – urla Antonio.

Elena chiude la porta alle sue spalle, trattiene una risata, quasi di soddisfazione.

Antonio alza gli occhi e la osserva irritato. Se un secondo fa voleva aiutarla adesso gli saltano i nervi, solo perché una s’è presa una liquidazione questo non la giustifica a cercare di far fallire anche lui. Ora lo sa, lui, cos’è che divide la sanità dalla malattia: è l’egoismo, lo stesso egoismo che hanno gli anziani quando diventano troppo vecchi e stanchi e prossimi alla morte per riuscire a cavarsela da soli e cominciano a pesare sugli altri, in un modo indecente. Solo che Elena non è una vecchia decrepita, ha appena trent’anni ed è ancora molto bella ma c’è qualcosa dentro di lei, qualcosa di mostruoso, qualcosa che giorno dopo giorno si mangia pezzi della sua mente.

– Vattene! – le fa.

Lei stringe i pugni accanto alle cosce.

– Coraggio! Cosa c’è? Stavi scendendo in strada senza scarpe? Volevi provocarmi? Brava, mi hai provocato. Vattene! – le ordina.

Solo che ora lei non ci riesce più. In quel momento le vengono in mente delle immagini come in un film. La sera in cui si sono conosciuti, tutte quelle fotografie, il sapore del vino tra le labbra, il momento in cui è entrata in bagno, e s’è trovata lui alle sue spalle. La leggera tachicardia che ha provato in quell’istante, gli occhi di lui che non le levavano niente e quelle mani calde, grandi, quelle mani in cui ogni linea era come un solco scolpito da un artista. E le sue dita che le toccavano le labbra. Il sapore sanguigno della sua lingua. Il calore della sua pelle mentre le stringeva le cosce. Quella voglia così forte, in quel bagno del palazzo adibito alla mostra.

Lui le va incontro e le prende il viso tra le mani. Lei trema tra le sue mani come se avvertisse la rabbia attraverso il freddo dei suoi palmi, delle sue dita. Come se ora quelle dita fossero le dita di qualcuno che non conosce. Le viene da piangere ma non lo fa. Era iniziato come un gioco: vediamo che fa se me ne vado, non avrebbe mai voluto andarsene davvero, non vuole farlo davvero.

Antonio ora vuole che quella donna sparisca. Non ha altri desideri. Perché ricorda il modo in cui era prima. Prima di quella cosa. Può capitare a tutti, sai? Gli aveva detto. Ed era questo che lo gettava nell’angoscia: se è accaduto a lei può accadere anche a me, pensa. Ricorda il modo in cui andava vestita, un po’ da uomo, in smoking, ma sempre impeccabile, ricorda le proposte brillanti che gli faceva, le idee che riusciva a mettere nel suo lavoro. Poi così, all’improvviso, era andata fuori di testa. Ricorda la prima volta in cui l’aveva vista tremare e sudare. Questa non è la mia Elena, aveva pensato.

Lui vuole che esca per sempre dalla sua casa e dalla sua vita, quella larva umana che è diventata, e che al suo posto torni l’Elena che l’ha fatto perdere. Che torni così con quella grinta, con quel pizzico di fantasia folle per cui si faceva l’amore ogni giorno in un posto diverso, per cui accadeva sempre qualcosa di diverso. Questa qui che ora ha di fronte si è portata via la bellezza e la purezza di quella donna lì. E così mentre le stringe le guance in mano e vorrebbe picchiarla, vorrebbe che sparisse, vorrebbe tagliarla a pezzi e darle fuoco, comprende che l’unica cosa da fare, l’unica cosa che davvero può fare ora è andarsene lui. E non aiutarla più, non farsi vedere mai più. Così le lascia la presa, le fa una carezza sulla nuca sente ancora la sua pelle di seta. Elena ha un groppone in gola che non riesce a mandare giù. Guarda Antonio e vede il nulla che lei è. Lui ritira la mano, osserva la porta, vede tutte le sfumature marroni dei cerchi nel legno. Quella porta, come un miraggio, a qualche centimetro eppure distante. Antonio attraverso la porta vede se stesso, s’immagina vecchio, scalzo, pieno di rughe. Un cazzotto si scaglia contro quella porta, contro quella barriera tra vita e paura. Elena lancia un grido, scappa in camera da letto. Antonio, il pugno contro la porta, avvicina il capo alla superficie in legno, deglutisce l’amaro che ha in gola. Un amaro leggero e penetrante, che si diffonde nell’aria come l’odore di minestra nei corridoi degli ospedali. Un amaro che continua a ingoiare ogni cosa, poco per volta, senza mai fermarsi.

 

 

© Ilaria Palomba