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Tag Archives: esoterismo

ilafarfalle

La vasca da bagno era troppo piccola. Quando la trovò, era tutta rannicchiata nella ceramica. L’acqua esondava e lui si bagnò le scarpe. Le piaceva telefonargli prima di farlo. E restare ore a dirgli: adesso lo faccio.
Perché me lo stai dicendo?
Si sentiva un armadio o peggio un cassetto, una cosa in cui riporre lettere d’addio.
Addio, gli diceva ogni volta. E lui sfondava la porta. C’era sempre il terrore di arrivare troppo tardi. Ma era terrore? Se ne vergogna ma l’aveva sperato, sì, che si ammazzasse. Sperava di contare i guazzi di sangue sulle mattonelle a fiori del bagno senza doverle bendare i polsi. Senza doverla pregare di andare al pronto soccorso.
Sei matto? Una volta ci sono andata e mi ci hanno tenuta tre giorni in quel posto, sai, con le pareti bianche e la gente che si dondola ai bordi del letto e l’odore di brodino freddo e il personale che ti sequestra la limetta per le unghie e i lacci delle scarpe. E il miasma di pelle rancida e capelli non lavati. E l’aria condizionata che non fa aria e le pupille in midriasi e il sapore pastoso del bario impregnato di sostanze chimiche.
Perché ti devi ammazzare se poi non muori?
Stamattina un uomo mi ha chiesto il numero di telefono su via Pico della Mirandola, prima mi ha detto di essere stato a Barcellona e di aver speso ottocento euro tra cene e hotel sulla Rambla, grande passione con una strana ragazza che poi è svanita come un sogno. Ieri sono andata a una festa. La solita roba. Tutti vestiti bene.
Perché usi solo il nero?
Faccio fatica ad abbinare i colori.
E poi si andava nei prati di ginestre e margherite a Villa Pamphilj e si guardavano i lecci dal basso e lui le prendeva la mano e la domandava in sposa e lei gli rideva addosso.
Quindi se non ti sposo smetti di salvarmi?
Le regalava margherite, a lei sembrava un sacrilegio staccarle dall’erba. L’erba era bagnata, il vento caldo.
A volte mi sembra un purgatorio dal quale non si esce e non si entra, intendo non si entra in paradiso, diceva lei.
E poi si camminava per Monteverde vecchio, fermandosi al Vascello per controllare se ci fosse Antonio Rezza.
Si contavano i soldi per capire se ci si potesse permettere il teatro ma si optava sempre per l’osteria, quella con le botti fuori e le rose e i tavolini verdi in ferro battuto accanto alle rose. Prima di sedersi a bere vino, lei restava a guardare i fiorai pakistani e le donne ubriache, domandandosi mille volte perché quel genere di esseri umani si attirasse in tal modo. Che mai fosse accaduto a un fioraio pakistano di sposare una damina della Roma bene, o a una clochard di incontrare una rockstar e venire portata via su un’Harley Davidson. Le fantasmagorie che aveva del presente erano saturate dall’immaginario del sentito dire, che non era proprio uguale al luogo comune, era un mondo ovattato di cose che sembrano disegni e personaggi a una dimensione.
Quando stava con lui si sentiva libera di dire quello che il resto del mondo non le avrebbe perdonato.
La bellezza insozzerà il mondo. Gli esseri umani sono la più feroce delle belve. Gli spettacoli di beneficenza servono ai vanagloriosi per sentirsi artisti. La letteratura impegnata è un modo come un altro per finire in televisione.
Allora perché frequenti le feste sfarzose, resti a guardare le luci della città, la cupola di San Pietro e i fori del Colosseo, dall’alto delle terrazze, incantata in mezzo ai qualcuno di cui non sai nulla?
E lei non rispondeva.
Una stilettata vederla rincasare ogni sera con un uomo diverso. Disegnava le costellazioni di rughe che avevano lungo le guance. E poi stava a fissargli le palpebre immobili e calate come quelle delle statue.
Che lui l’amasse non faceva differenza. Si prende ciò di cui si ha bisogno, fintanto che gli altri sono disposti a donare. E non bisogna tornare indietro. Tornare ai monolocali scarni e agli studi lasciati a metà. Forse aveva imparato a rubare gli sguardi, a fare delle cicatrici armi, con l’intimità degli altri si faceva una corazza e ricopriva le cose di una sorta di insignificanza. Voleva vivere nei castelli, godere del buon vino e dei violini, guardare il tramonto ogni giorno da una torre diversa e sconfinare. Per questo la definivano matta. Pretendere che il mondo sia all’altezza del proprio immaginario, ecco cosa si dice follia.
Lui l’aveva chiamata Holly, come la protagonista di Colazione da Tiffany, e a ogni nuova conquista aspettava solo di sentirla franare e strillare e lanciare le rose dal balcone e piegarsi alla realtà di tutte le ragazze di provincia desiderose di appartenere al pianeta che brilla.
Quando si tagliava le vene riusciva sempre a comporre il suo numero prima e a raccontargli dell’ultimo porco bastardo e dell’ultimo quadro e dell’ultima foto d’arte e dell’ultima sbornia e dell’ultima maledetta sgualdrina più ricca e più giovane che gliel’aveva portato via.
E adesso ancora lui sfondava la porta. Le mattonelle a fiori erano chiazzate di rosso. Ma lei non era morta. Ansimava e rantolava e lo pregava di non portarla al pronto soccorso. E lui la cullava come si cullano le bambine. Le regalava il dipinto di una sirena con la coda di sangue. Le parlava di Socrate e Alcibiade mentre le bendava i polsi straziati dai tagli, dalle abrasioni. E le diceva: cosa vuoi tu Alcibiade? Vuoi che s’inginocchino a te? Ma lo sai, non puoi. Non puoi conquistare un popolo finché non diventerai una persona migliore.
E come si diventa migliori, maestro?
Quando non si cerca fuori quello che ci sta scritto dentro.
E le toccava il petto. E le scuciva il petto. Era così che si convinceva a vivere ancora un giorno, ma non per le parole di Socrate. Per un’altra festa, per un’altra passeggiata a villa Pamphilj, per un’altra osteria di Monteverde e per ricordarsi il colore fulgido dei tramonti di Roma, quando le nuvole artigliano il cielo e lo aspergono di rossi e di viola, ogni sera da una torre diversa.

© ilaria palomba

casavecchia

La porta è ancora rotta, appoggiata al muro. Entro. Hai gli occhi di una volpe. Li riconosco.
Non saresti dovuta venire, dici.
Vorrei dirti che il tuo entusiasmo mi lusinga. Non lo dico.
Tocco i libri impolverati. Strofino le mani. Ho un sorriso che non è vero.
Qualche volta mi sono sentita a casa quando non c’eri. Ho ritrovato l’energia della seduzione. Ma a te cosa importa, lo sai, non c’è bisogno che io parli.
Ti metti a sedere e mi dai le spalle. Sfioro la spalliera. Senti le dita dietro la nuca.
Hai un’aria, dici.
Forse dovresti dare una pulita qui, dico.
Lo sai, lo dico da molto tempo.
E cos’hai fatto in questi mesi?, dico.
Stai per rispondere. Ti freno.
Che importa, rido. Non saprei mai.
Tu invece sai.
Quello che mi hai detto, dici.
Mi metto in ginocchio di fronte a te. Non sto pregando. Le tue mani mi lambiscono le guance. Tornano indietro, come rattristate.
Hai l’odore del mare. Sempre te l’ho sentito addosso.
Hai il viso mangiato dal sole. Mi piace. Lo sai.
Ho sognato il mare. Entravo nell’acqua nuda e venivo ingoiata dalle onde. Il mare diventava cemento.
Ho sognato il serpente, fuggivo. Se non fossi fuggita sarei diventata il serpente.
Ho sognato di essere un uomo. Sentivo una nuova pelle nascermi addosso. Entravo nell’acqua nudo. Provavo l’ebrezza dell’erezione.
È una stronzata, dici. A nessuno verrebbe duro entrando in mare. Ora alzati.
Mi sollevo. Prendo a toccare i tuoi libri. I fratelli Karamazov. Lo sfoglio.
Davvero l’hai letto tre volte?
Ti alzi. Resti immobile.
Tre volte, dici.
E il tempo, dove lo trovi?
Com’era il tuo pene?, dici.
Come il tuo, dico.
Fortunata, dici.
Leggo tutti i sottotesti. E rido.
Vorresti strapparmi il libro dalle mani. Vorresti metterti a urlare, dirmi va via adesso, non ti perdono.
E di cosa?, ti domando.
Di cosa, ripeti.
Lascia perdere.
È tutto nella tua testa, dici. Tu prendi un pensiero e lo allunghi. Diventa la tua verità. La imponi agli altri. È molto violento.
Accendo il computer sul tavolo di marmo. Vorresti impedirmelo. C’è una tazzina con l’ultima goccia di caffè.
Sei mai entrato nel mio account?, dico.
Tu sei matta, dici.
Io l’ho fatto, dico.
Ridi.
Inserisco la password.
Vediamo, dici.
Il computer si accende. Non posso accedere a internet, non c’è campo.
Allora?, dici.
Ho un amico hacker, dico.
Ridi.
Credi in Dio?, dico.
Solo nel mio, dici.
Che rima orrenda, dico.
Vado alla playlist. Hai ancora la mia musica.
C’è tutta Berlino, dico.
Ridi.
Vieni dietro di me.
E lei ora dov’è?, dico.
Stai zitta, dici.
Parte Jestrupp di Paul Kalkbrenner. Mi metto a ballare, niente di esasperato, disegno un otto con il bacino, a occhi chiusi. Sento il tuo corpo aderire al mio, agganciarlo. È una mano che afferra tutto il mio essere. Attrazione metafisica, ti dissi una volta.
E, così, uniti, la vediamo arrivare.
Entra dalla porta guasta. È vestita di bianco, ha le trecce. La sentiamo scendere i gradini. Restiamo a occhi chiusi e la vediamo passare attraverso. Ha ancora gli elastici rosa che le misi prima di andare via. ha occhi grandissimi e feroci come i tuoi. Se io fossi davvero qui tu mi scuciresti le ombre. Non smetti di ballare e sento il fiato attraversarmi i muscoli. Le braccia fortissime intorno alle mie spalle. La sentiamo correre per la stanza e intonare una canzone senza senso.
Stai per sganciarti. So cosa vuoi.
Ti prendo le mani.
Ti prego, non aprire gli occhi.
La vediamo piroettare di fronte a noi. Allargare le gambe e finire in spaccata. La sentiamo ridere.
Ha la tua voce, dico.
Ha i tuoi occhi, dici.
La sentiamo arrivare da lontano. Piantarci uno sguardo furioso nella carne. Saper dire e dimenticare.
Tutto questo tempo, dici.
Hai solo paura, dico.
La bambina si avvicina a noi e può toccarci le magliette. Potrebbe, se volesse.
Parlami, dici. Dimmi quello che non posso vedere.
La bambina tace e non tocca.
E fino in fondo non tocco l’àncora e annego, dico.
Cosa sai?, dici.
La bambina ci guarda come si guardano le maschere.
Non c’è nulla. E anche se ci fosse, saremmo bravi a negarla, dico.
La bambina ci gira intorno e ha un’ombra nello sguardo. Addosso.
Perché non puoi tornare?, dici.
Io sono le cose che non sono, torno solo nei sogni, dico.
La bambina cammina a ritroso.
Ti sganci da me, ti trattengo. Ti metti a urlare.
Ti prego, dico, ti prego.
Ma tu hai gli occhi aperti. E io non vedo nulla.
Fermo la musica, mi allontano.
Siamo grandi adesso, dico.
Dove vai?, dici.
Dove non finiscono gli addii.
Fuori da casa tua c’è il mare. E vedo il mare. Sento il mare. Guardo la spuma e il vestito bianco. L’ultima volta. L’abisso.

© Ilaria Palomba