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I demoni, quelli interiori e quelli che stanno fuori mi assalgono anche in pieno giorno. Cammino e ne temo il risultato, guardando il cielo inciampo, come Talete, in pozzanghere di ovvietà. Ho paura dell’indeterminazione, Heisenberg, come se tutto fosse nulla. Intralcio figure shivaite sul percorso del vuoto mentre va nella mia testa un concerto di Trentemoller, ho paura delle lingue straniere, ho paura del contorno umano, ho paura di perdere il controllo e la partita al vero ping pong dell’abisso. Dove sei, mondo? ti sto cercando dall’eternità. Gli altri sono troppo grandi e i gradini sono troppo faticosi e io sono asmatica. Dicono che sia una malattia psicosomatica. Il mio soma si ribella alla psiche ecco tutto. Adoro danzare, perdermi, non pensare. Vado incontro ai mostri ogni giorno, miliardi di ricordi tra le labbra e poi lacrime che sanno di orgasmo. Non mi piace litigare a parole preferisco le risse. Stiamo qui seduti amore mio a scolarci la vita in un bicchiere di prosecco mentre tu ascolti i Radiohead e correggi grafiche vignette, stiamo qui a cercare la svolta nei pentagrammi di facebook, stiamo qui a lanciare reti alle quali non abbocca nessuno. Amo il tuo amore e amo il tuo nulla, così similmente diverso dal mio. Ho bisogno di evadere dentro panorami lisergici tra corpi in trance e illusioni di una felicità troppo anfetaminica per essere compresa. La velocità è l’illusione del potere.

Vattene. Lasciami sola, non voglio che tu mi rassicuri sulla mia presunta giovialità, ilarità, spregevole illusione che qualcosa funzioni. Tutti violentano qualcosa persino i barboni, homo homini virus. Proliferano, li senti? Posso dissolvermi in note elettrolitiche bioniche di chimiche stellari, posso darti il lato hardcore del mio essere tigre ma mi ritroverai un giorno sola a frugar tra i cassonetti del nulla. Estasi, questo solo cerco. È il prodotto della tua liquidità, mondo. È la carne che i tuoi figli mangeranno. Non posso più farmi carico del mondo, egli muore lentamente e io mi devasto, non reggo gli sguardi dei fottuti, mi entrano dentro e mi lasciano concedergli il diritto di annientarmi. Dammi un maledetto motivo per restare in vita.

Miserabile, disse il vecchio, tu non sai di cosa parli.

Non lo so, non ho mai conosciuto Afrodite o Eros ma ho giocato con i corpi la sera mentre Janis Joplin mi leccava le cosce e Jim Morrison mi azzannava con il suo inconscio. Abbiamo lottato, non si può dire che non l’abbiamo fatto. Erano gli anni 70 erano gli anni 80 erano gli anni 90. Abbiamo lottato contro il demone dell’eroina, puttana assassina. Siamo stati battuti dall’indifferenza.

Sto ascoltando Chopin e non voglio più ricordare la mia adolescenza, i tempi in cui la purezza era il sangue e ti scorreva libero e innocente biasimo verso ogni sistema. Ora non più, schiava, sei lì che aspiri il tempo in una gauloises, vorresti ribaltare la condizione umana. Ma non hai ancora dimostrato al mondo quanto sia vero il tuo dolore.

Guardami. Amore. Stiamo. Precipitando. Nel. Quotidiano. Ho. Paura. Che tu. Possa. Diventare. Il mio vuoto. Stammi vicino.

NON LASCIARMI

ESSERE NULLA

Illudiamoci che sotto il velo di Maya ancora ci sia qualcosa per cui valga la pena lottare.

VOGLIO ABBATTERE TUTTI I PARLAMENTI

I PATIBILI

LE PRIGIONI

I TRIBUNALI

Voglio una sana e feroce anarconazipunk NATURA MOSTRUOSA che detti legge su vincitori e vinti per poi prostrarmi ai piedi dei vinti e lasciarmi violentare amaramente dalla loro sconfitta.

CHI SEI TU?

È questa la grande domanda. Se fossi solo la corda di un’atroce canzone di Marilyn Manson sarei forse più libera? Sono imprigionata in questo corpo banale, di cui nessuno ha mai memoria e vedo il senso dall’altra parte della barricata ma ci divide un esiziale e torbido fiume e non posso attraversarlo. Non posso transitare, liberarmi di questo fardello, non ci sono morti che non ti condannino all’eterno ritorno dell’uguale. Non ci sono scopate che possano erigerti al rango di donna. Non ci sono tuniche che possano fare di te un’Eretica Sacerdotessa. Ho visto Giordano Bruno venire giù dalle fiamme mentre la città scoppiava nella bulimia dell’indifferenza.

Qualcosa dentro si sta spezzando e hai paura che anche lui ti tradisca, svanisca, ora come mai, dentro l’inautentico. Più che Sartre Heidegger, più che Bataille Deleuze, ma non ce la fai, tutto questo proliferare di corpi post umani ti dà il voltastomaco. Tu vuoi una sana e isterica scissione moderna in cui continuare a martirizzare il corpo per beatificare l’anima all’inferno dell’estasi. Tu vuoi trovare uno schiavo che sappia ammaestrarti e un padrone che sappia servirti. Tu vuoi il rebus degli opposti contraddizionali, tu vuoi dividere la carne dal frutto, il peccato dalla causa. Tu vuoi dirimere il tempo dallo spazio e gravitare nelle sonorità postnucleari dell’atroce.

Abbiamo danzato, non si può dire che non abbiamo danzato, ma non è servito a nulla, i corpi continuano a invecchiare , le macchine continuano a corrodersi, le anime continuano a evadere. Il rito funebre è ormai celebrato ora e sempre nei secoli dei secoli. Amore mio, vieni qui, su questo divano, con me, beviamo e dimentichiamo.

Io celebro la morte dell’uomo, requiem for the human. Non più danze ma stragi, non più baci ma orge, non più amore ma sangue. Siamo qui ora io e te, aspetto che tu mi divori o forse sarò io a farlo, amore mio, siamo una coppia troppo convenzionale, presto mi stancherò della tua benevolenza. Ti prego fammi male o lasciatene fare, altrimenti perdo le ragioni, qualsiasi ragione dell’esistenza mia, e nostra.

Sono un’adepta del niente, fedele consacrata al vuoto eterno dell’assenza. Grazie al mio corpo posso liberarmene.

Parte Angel dei Massiv Attac, in questi momenti catartici parte sempre Angel dei Massive Attac. Io sono innamorata della fame nei tuoi occhi.

Spogliati.

Io non voglio.

Spogliati, ti dico.

Le note crescono. Le endorfine si librano nei muscoli.

Voglio la tua carne, il tuo sangue. Voglio il tuo candore, bambina mia.

Spogliati.

Spogliami.

Spogliami ancora.

FINO A LASCIARMI

SENZA

CORPO.

 

© ilaria palomba (testo)

© luigi annibaldi (foto)

casavecchia

La porta è ancora rotta, appoggiata al muro. Entro. Hai gli occhi di una volpe. Li riconosco.
Non saresti dovuta venire, dici.
Vorrei dirti che il tuo entusiasmo mi lusinga. Non lo dico.
Tocco i libri impolverati. Strofino le mani. Ho un sorriso che non è vero.
Qualche volta mi sono sentita a casa quando non c’eri. Ho ritrovato l’energia della seduzione. Ma a te cosa importa, lo sai, non c’è bisogno che io parli.
Ti metti a sedere e mi dai le spalle. Sfioro la spalliera. Senti le dita dietro la nuca.
Hai un’aria, dici.
Forse dovresti dare una pulita qui, dico.
Lo sai, lo dico da molto tempo.
E cos’hai fatto in questi mesi?, dico.
Stai per rispondere. Ti freno.
Che importa, rido. Non saprei mai.
Tu invece sai.
Quello che mi hai detto, dici.
Mi metto in ginocchio di fronte a te. Non sto pregando. Le tue mani mi lambiscono le guance. Tornano indietro, come rattristate.
Hai l’odore del mare. Sempre te l’ho sentito addosso.
Hai il viso mangiato dal sole. Mi piace. Lo sai.
Ho sognato il mare. Entravo nell’acqua nuda e venivo ingoiata dalle onde. Il mare diventava cemento.
Ho sognato il serpente, fuggivo. Se non fossi fuggita sarei diventata il serpente.
Ho sognato di essere un uomo. Sentivo una nuova pelle nascermi addosso. Entravo nell’acqua nudo. Provavo l’ebrezza dell’erezione.
È una stronzata, dici. A nessuno verrebbe duro entrando in mare. Ora alzati.
Mi sollevo. Prendo a toccare i tuoi libri. I fratelli Karamazov. Lo sfoglio.
Davvero l’hai letto tre volte?
Ti alzi. Resti immobile.
Tre volte, dici.
E il tempo, dove lo trovi?
Com’era il tuo pene?, dici.
Come il tuo, dico.
Fortunata, dici.
Leggo tutti i sottotesti. E rido.
Vorresti strapparmi il libro dalle mani. Vorresti metterti a urlare, dirmi va via adesso, non ti perdono.
E di cosa?, ti domando.
Di cosa, ripeti.
Lascia perdere.
È tutto nella tua testa, dici. Tu prendi un pensiero e lo allunghi. Diventa la tua verità. La imponi agli altri. È molto violento.
Accendo il computer sul tavolo di marmo. Vorresti impedirmelo. C’è una tazzina con l’ultima goccia di caffè.
Sei mai entrato nel mio account?, dico.
Tu sei matta, dici.
Io l’ho fatto, dico.
Ridi.
Inserisco la password.
Vediamo, dici.
Il computer si accende. Non posso accedere a internet, non c’è campo.
Allora?, dici.
Ho un amico hacker, dico.
Ridi.
Credi in Dio?, dico.
Solo nel mio, dici.
Che rima orrenda, dico.
Vado alla playlist. Hai ancora la mia musica.
C’è tutta Berlino, dico.
Ridi.
Vieni dietro di me.
E lei ora dov’è?, dico.
Stai zitta, dici.
Parte Jestrupp di Paul Kalkbrenner. Mi metto a ballare, niente di esasperato, disegno un otto con il bacino, a occhi chiusi. Sento il tuo corpo aderire al mio, agganciarlo. È una mano che afferra tutto il mio essere. Attrazione metafisica, ti dissi una volta.
E, così, uniti, la vediamo arrivare.
Entra dalla porta guasta. È vestita di bianco, ha le trecce. La sentiamo scendere i gradini. Restiamo a occhi chiusi e la vediamo passare attraverso. Ha ancora gli elastici rosa che le misi prima di andare via. ha occhi grandissimi e feroci come i tuoi. Se io fossi davvero qui tu mi scuciresti le ombre. Non smetti di ballare e sento il fiato attraversarmi i muscoli. Le braccia fortissime intorno alle mie spalle. La sentiamo correre per la stanza e intonare una canzone senza senso.
Stai per sganciarti. So cosa vuoi.
Ti prendo le mani.
Ti prego, non aprire gli occhi.
La vediamo piroettare di fronte a noi. Allargare le gambe e finire in spaccata. La sentiamo ridere.
Ha la tua voce, dico.
Ha i tuoi occhi, dici.
La sentiamo arrivare da lontano. Piantarci uno sguardo furioso nella carne. Saper dire e dimenticare.
Tutto questo tempo, dici.
Hai solo paura, dico.
La bambina si avvicina a noi e può toccarci le magliette. Potrebbe, se volesse.
Parlami, dici. Dimmi quello che non posso vedere.
La bambina tace e non tocca.
E fino in fondo non tocco l’àncora e annego, dico.
Cosa sai?, dici.
La bambina ci guarda come si guardano le maschere.
Non c’è nulla. E anche se ci fosse, saremmo bravi a negarla, dico.
La bambina ci gira intorno e ha un’ombra nello sguardo. Addosso.
Perché non puoi tornare?, dici.
Io sono le cose che non sono, torno solo nei sogni, dico.
La bambina cammina a ritroso.
Ti sganci da me, ti trattengo. Ti metti a urlare.
Ti prego, dico, ti prego.
Ma tu hai gli occhi aperti. E io non vedo nulla.
Fermo la musica, mi allontano.
Siamo grandi adesso, dico.
Dove vai?, dici.
Dove non finiscono gli addii.
Fuori da casa tua c’è il mare. E vedo il mare. Sento il mare. Guardo la spuma e il vestito bianco. L’ultima volta. L’abisso.

© Ilaria Palomba