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ilafarfalle

Lui entra in camera. E’ una camera d’albergo. Scarna. Lei è ancora avvolta tra le lenzuola. Dorme? Lui guarda le forme del suo corpo attraverso le lenzuola. Ne inspira l’odore. Quell’odore di respiro e sudore gli piace.
Controlla l’orologio. Non c’è più tempo. Così si guarda allo specchio s’aggiusta il colletto della camicia, prende tre banconote da cento e le lascia sul comodino accanto al viso della ragazza. Esce tentando di non fare rumore. La porta sbatte. Lei apre gli occhi. In realtà è già sveglia da un pezzo.
Si rannicchia su se stessa. In questa posizione sembra una creatura dalle ali invisibili. Le sue labbra sorridono. Ma i suoi occhi piangono. Odia i propri occhi. Sa che è l’unica parte di sé che non può mentire.
Si alza. Lasciando cadere le coperte sul pavimento. Ha i capelli in disordine e il corpo intirizzito. La sua magrezza spettrale fa a pugni con la sensualità dei suoi movimenti.
S’infila nella vasca e immagina di svanire sott’acqua. Resta col fiato sospeso finché non sente pulsare le tempie. Poi riemerge. Sputa l’acqua. Tossisce. Si porta le mani sui capelli. Esce.
Guarda la propria immagine riflessa nello specchio. Silenzio. Silenzio. Labbra. Si morde le labbra come se dall’altra parte dello specchio vi fosse qualcuno da sedurre. Poi guarda i soldi sul suo comodino. 300 euro. Pensa che forse ne è valsa la pena.
Bussano alla porta. La ragazza infila il suo corpo minuto in un grande asciugamano bianco. Apre la porta.
Una donna alta e mora le dice che deve parlarle.
Lei non ha mai visto questa donna. E non capisce cosa voglia da lei. Che siano andati alla polizia a denunciare la sua scomparsa?
La donna ha un cappotto rosso che non le suona nuovo e un odore familiare. Ma proprio non ricorda di averla mai vista.
Le dice di entrare. Deve asciugarsi i capelli. Magari può iniziare a parlarle mentre si riveste. La donna rifiuta. Dice che l’aspetterà nella hall.
La ragazza richiude la porta. Sente il freddo correrle lungo la spina dorsale. Formula pensieri confusi. Si affollano nella sua mente le immagini di tutti coloro che potrebbero volere qualcosa da lei. Trema.
Abbassa il capo e fa scivolare la folta chioma in giù. Il fon corre per i capelli scottandole di tanto in tanto la nuca. La ragazza vorrebbe che i capelli non si asciugassero mai. Li guarda attentamente uno per uno. Scorge sfumature di rosso che non aveva mai notato prima. Esamina la consistenza di ogni capello. Sente il proprio battito cardiaco.
Non vuole tornare a casa, cazzo. Qualsiasi cosa ma non a casa. Preferisce andare in prigione. Preferisce passare il resto della sua vita a fare la puttana. Preferisce finire in una banda di criminali. Ma, per l’amor del cielo, non a casa.
Bussano ancora alla porta. Lei cerca con lo sguardo una via di fuga. Ma sa che non c’è. I capelli sono quasi asciutti. Va indietro con la testa e la chioma ramata le cade voluminosa sulle spalle.
Un attimo – dice, guardando verso la porta.
S’infila slip, reggiseno, un jeans e una camicetta bianca. S’avvicina lentamente alla porta.
Afferra la maniglia stringendo forte le dita. Sente il freddo dell’ottone correrle lungo gli arti. Brividi. Brividi. Silenzio.
Apre. La donna di prima le dice che devono andarsene. Ora. Che finché non passeranno la frontiera non saranno mai al sicuro.
Chi sei?
So che non puoi ricordare. Ci siamo conosciute quando eri molto piccola.
La ragazza fissa ancora il cappotto. Si sforza di ricordare dove l’abbia visto prima. Scorge qualcosa nei movimenti della donna. Nel modo in cui si tocca i capelli, nella gravità del suo sguardo, nel fremito delle sue mani, qualcosa che tradisce la sicurezza ostentata con le parole.

Deve fidarsi? Non deve? Cos’avrebbe da perdere? La segue. Rumore di tacchi giù per le scale. La ragazza si dirige verso la reception col portafogli tra le mani. Ma l’altra le dice che ha già fatto.

Il cielo è bianco. Il sole c’è ma non si vede. Un taxi le attende accanto a un platano. Le donne entrano. La ragazza vorrebbe sapere. Ma non ha il coraggio di domandare nulla. Qualcosa le dice che deve fidarsi. Qualcosa come l’odore di quel cappotto.
La donna fuma una sigaretta sottile. Ha un rossetto ciliegia. Labbra morbide e delicate. Dice all’autista di lasciarle a Ventimiglia.
Cosa hai fatto?
La donna tace. Getta la sigaretta dal finestrino e ne accende subito un’altra. Domanda alla ragazza se ha i documenti con sé. La ragazza annuisce. La donna si volta. È tesa. Finge indifferenza. Chiede all’autista se vi sia una strada secondaria. L’autista la guarda dallo specchietto retrovisore. La donna respira lentamente.
La ragazza s’accorge che dietro di loro vi è una Maserati grigia. La donna poggia una mano su quella della ragazza. L’altra sussulta. Abbassa lo sguardo. Osserva lo smalto rosso sulle unghie della donna.
Perché ci stanno seguendo?
Silenzio.
La ragazza sta sudando. A dispetto della propria volontà minuscole goccioline le cadono sulla fronte, sulle guance. Sente il calore dell’auto salirle alle tempie. La donna la guarda. Fissa a lungo i suoi occhi. Le asciuga la fronte. Le dice che va tutto bene.
Nel frattempo la Maserati le ha quasi raggiunte. La donna dà un colpo sulla spalla dell’autista. Gli dice di accelerare.
Chi è quello?
Dovresti dirmelo tu
L’auto corre. La strada si sgretola. Le due donne si tengono per mano. La Maserati cambia strada. L’hanno seminata. La donna tira un sospiro di sollievo.
Una volta – dice – una maga mi ha predetto il futuro
Non ci credo a queste stronzate
Può essere che siano stronzate. Ma non volevo che tu facessi quelle cose.
Ma che te ne frega? Chi sei? Cosa vuoi da me?
Devi ascoltarmi
No!
Perché?
Io non torno a casa!
Non voglio riportarti a casa
Allora che cazzo vuoi?
Portarti via dall’Italia
Per andare dove?
Andiamo al confine, parlerò con degli amici. Ti farò avere un lavoro
Mi spieghi perché?
La donna tace. Guarda dietro di sé. Non vede nessun’auto di sua conoscenza.
Al bordo della strada un autogrill. L’autista accosta. Dice alle donne che gli serve il bagno. Sguardi. Sguardi. Mani. La ragazza percepisce il calore dei palmi della donna. Si sforza ancora di ricordare dove abbia già visto quel cappotto. O sentito quell’odore. Le viene in mente Gennaio 1994. Fuori da scuola. La donna che aspettava silenziosa. Se la ricorda giovane e bella, dagli occhi tristi. Gli stessi occhi che non conoscono menzogne.
Poi i pranzi a casa dei vicini. Quando a casa era meglio non tornare. Come diceva la portinaia.
Da quanto tempo ce l’hai? – dice la ragazza toccando il bordo di quel cappotto
Molto tempo
Dove l’hai preso?
Era di mia madre. Ma è ancora molto bello, non è vero?
L’altra fa di sì con la testa. Subito comprende che ci siano di mezzo i suoi genitori. Non sa se per vie traverse o meno. Ad ogni modo sente un fremito nella pancia alla sola idea che quei vissuti la seguiranno sempre. Ovunque.
Rumore di nocche contro il finestrino. Le due donne si voltano. Un uomo sulla quarantina ben vestito chiede loro di scendere dall’auto.
La donna si volta verso la ragazza. Lo conosci? No. E tu? Neanche io. Restiamo qui, allora.
L’uomo continua a squadrarle. Bussa insistentemente. La donna abbassa il finestrino. Cosa vuole da noi?
L’uomo guarda la ragazza:
Tuo padre – dice – è in pensiero.
La ragazza sussulta. Non può essere. Non possono averla seguita sin lì. Non è legale tutto questo. Non possono farlo. Guarda l’uomo, poi la donna. L’uomo, la donna. L’uomo, la donna. Sono d’accordo? L’hanno incastrata? Che diavolo vuole da lei quella donna? Chi è?
La donna scende dall’auto. La ragazza la vede allontanarsi con l’uomo. Le pieghe del cappotto mosse dal vento. Resta attonita a fissare quelle gambe magre che s’allontanano.
Quando torna l’autista la ragazza gli dice di partire. Le risponde che non può e le porge una bottiglietta d’acqua. La ragazza gli dà del coglione ed esce sbattendo lo sportello.
Si stringe nella giacca. Il freddo le entra nelle ossa. Alcuni raggi di sole filtrano dai cespugli. Adesso non sa più dove andare. È di nuovo nel panico. Come la prima volta. La prima volta, sei settimane fa. La prima volta in cui varcò la soglia di casa. Ricorda ancora come avvenne. Suo padre, la sua compagna, quegli occhi senza amore. Chiusa a chiave in camera. Il cibo passato sotto la porta. Per cosa, poi? Aveva calato una fune di vestiti dalla finestra della sua stanza. Era sgusciata via.
La donna e l’uomo in lontananza. La ragazza entra in bagno. Si chiude a chiave lì dentro. Puzza di feci là dentro e sente l’urto del vomito. Ma può resistere. Sa che può farcela. Si guarda i palmi delle mani. Contando una per una tutte le linee. Immagina vite sottese dietro quelle linee. Ricorda una donna che le lesse la mano quando era bambina. Non ricorda i suoi occhi né il suo viso ma quel cappotto. Doveva essere la madre della donna senza nome. Tutte quelle cose dovevano avere una qualche attinenza.
Il tanfo si fa micidiale. Sempre di più. Lei sfrega le unghie contro la porta del bagno. Si ode quel rumore che dà i brividi. Bussano alla porta. La ragazza sente un nodo alla gola. Ingoia saliva. Bussano ancora forte. Forte. Forte.
Di tutte le immagini sceglie la meno appropriata: è la polizia. Se non esco sfonderanno la porta. L’aria fetida si somma alla pesantezza dei suoi respiri. Vorrebbe piangere. Vorrebbe lasciarsi cadere in un vortice di lacrime. Vorrebbe lasciarsi avvolgere da quella marea. Una cosa che faceva sempre da piccola. Quando la chiudevano in quella stanza. Panico.
Basta. Pensava. È tutto finito. Intanto continuano a bussare. L’aria stagna. L’angoscia cresce. La ragazza sa che presto non potrà più resistere in quello stato. Presto cederà e aprirà quella maledetta porta. Presto lascerà che sia il fato a decidere della sua sorte. Se solo avesse un coltello, un taglierino, un pugnale, un’arma. Che idea sciocca. Pensa. A cosa servirebbe un’arma contro la polizia. E poi perché avrebbe dovuto essere ricercata dalla polizia? Lei non aveva fatto niente. Niente a parte… tre per il momento. Non una in più. E non aveva neanche sentito addosso lo schifo che immaginava. Era stato meno terribile di quanto credesse. E si era sentita libera. Ma ora no. Gli eventi precipitano sempre più veloce verso il baratro. Quando arriva lo schianto?
Bussano. Bussano forte. La ragazza apre. Si guarda attorno. Non c’è nessuno. Chi ha bussato? Cos’era, uno scherzo? Una trappola?
Quando esce dal bagno la donna dal cappotto rosso l’attende. Lei stringe i denti. Abbassa le palpebre.
Dov’è quell’uomo? – le domanda
L’ho mandato via. Adesso vieni con me
Perché?
Andiamo via, adesso. Prima che ci trovi qualcun altro.

© ilaria palomba

3 Comments

  1. molto bello, davvero 🙂


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