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Tag Archives: relazioni

iladublino

Perché scrivi?
Può sembrarti sciocco o infantile ma alle volte la realtà non mi basta. Non mi bastano i suoi schemi predefiniti, le relazioni, i luoghi.
Mi dici che non sono capace di guardare fuori. Che sono cieca.
I veri scrittori guardano i passanti fuori dalla finestra. La signora che cammina tenendo con una mano il passeggino e con l’altra il cellulare. A chi sta pensando? La donna che guarda il foglio bianco e sembra abbia visto la morte. Ci sono – dici – una banca e un laboratorio analisi. Secondo te perché piange?
Non piange, ti rispondo.
Ah, è vero, sei tu che piangi. Perché piangi?
Non piango, ti rispondo.
E ti guardo. Ti sento. Hai un odore di adolescenza. Sì, di adolescenza.
Io e te ci siamo trovati perché siamo rimasti adolescenti. Ognuno a suo modo. Ognuno nel suo mondo.
Sono cieca?
No, hai gli occhi chiusi.
E tu, puoi aprirli? Puoi aprirli, i miei occhi?
Mi metti le mani sulle palpebre, sulle guance, sulle labbra. Sono ruvide, le dita, calde.
Io devo sentire i corpi, capisci? Non riesco a vedere se non sento i corpi. Scrivo solo di ciò che mi evoca emozioni.
È una bella cosa, dici, e ti rabbui.
No, è una cosa terribile.
Le spalle, lo sterno. Le mani sui vestiti. Gli occhi, i tuoi, scuri, grandi, di lupo.
Quanto male?
Scrivi per me, ora. Scrivi per me.
Ed è come avessi detto spogliati. Ora. Per me. Ma non è questo che dici. Piuttosto mi guardi ancora e sussurri una parola che non comprendo ma nel mio mondo significa: non posso aprirli io i tuoi occhi, non più.

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Ho attraversato una manifestazione in zona Largo Argentina. Un blocco. Io ero un punto fermo tra una linea retta e un blocco. Il mio desiderio era perdermi ma non ne ho avuto il coraggio. Apparat nelle orecchie da Octane ad Arcadia. Full album. Non ho avuto la faccia di perdermi nel corteo. Se l’avessi fatto sarebbe stato solo per lanciarmi negli scontri. Ho bisogno di violenza. È un momento di crisi dunque posso incolpare stato e polizia. Il punto è che sono ancora un punto e non già un rizoma. Punti e linee rette intersecano manifestazioni, vespe e orchidee, ma non le collegano. Sono un punto che viaggia in linea retta e questo mi disintegra. La bambina che sono stata mi ha sfanculata con un medio e un rovescio. La bambina che sono è una molecola impazzita. Non posso manifestare con loro perché non conosco i loro slogan, la loro musica mi fa cagare, non mi sintonizzo sui loro piani di realtà. Perciò quella manifestazione io l’ho attraversata senza tuttavia viverla. Da bambina avrei dato l’anima pur di picchiare uno sbirro. Era già pronto lo zaino per Genova ma mio padre non mi ha permesso di varcare la soglia dell’uscio. Per questo ho optato per una sana ed onesta tossicodipendenza dal dolore. Un no può cambiare il flusso degli eventi, in modo definitivo oserei dire. Non puoi andare al G8 di Genova, hai solo 14 anni. Non puoi diventare lesbica, hai solo 16 anni. Non puoi lavorare, hai solo 18 anni.

La verità è che sono stata una bambina obbediente, ho obbedito a ogni sua parola, a ogni loro parola e sono diventata la loro nullità.

Se avessi fatto quel che realmente avrei voluto ora non starei qui, seduta sui gradini di Piazza S. Maria in Trastevere a guardare giocolieri scarsi mentre una sgangherata urla, con una bottiglia in mano, che le hanno fregato il suo cappotto migliore, quello di pelliccia. Lei, unta e sdentata, con i capelli appiccicati sul viso e quell’odore di malattia venerea attaccato alla pelle, lei, è chiaramente la proprietaria della pelliccia che dichiara d’aver perso, non ci sono dubbi.

Bevo dell’acqua. La manifestazione è già sfiorita, ho attraversato Roma in cerca di COSA? Di diventare ecceità, nebbia, luce cruda.

Ora torno esangue sulla strada di casa, prendo il 30 express mentre ascolto ancora Octane, è una nenia. I palazzi settecenteschi si sgretolano come marzapane, l’autobus è pieno di frasi fatte contro il governo, la crisi, questa parola su tutte le bocche boccheggianti di anziani spiaccicati effetto sardina nel vetro del conducente. Esistono soltanto due possibilità, una è il liberismo, l’altra il liberismo meno meno. Ma si tratta pur sempre della stessa famiglia. Puzza di fogna, i loro aliti. Puzza di vuoto, le mie giornate.

Ho fatto ventiquattro colloqui cercando ventotto lavori diversi. Schiacciata nelle puzze della città che mi sono scelta come tomba ritorno, puntiforme verso la Colombo e poi a casa, al sicuro, lontano da un modo che seduce e divora, Kronos, i suoi figli bastardi.

Mentre salgo le scale e il portone fa un tonfo, il cellulare mi vibra in borsa. Dopo duemila tentativi di ricerca tattile tra moleskine, deodoranti, porta trucchi e sigarette, eccolo, lo afferro.

Ti ho sognata stanotte, mi sono masturbata.

Con questo messaggio bloccato nell’esofago giro tre volte la chiave nella toppa e ci sei tu, che sei tornato prima di me e c’è odore di sugo nell’aria, salsa fatta in casa e occhi che sorridono. Il mio maglione è impregnato di fumo di sigaretta.

Com’è andata?

Solita storia.

Ti avvicini, mi sfiori, c’è questa energia potenziale che si trasforma in occhio spalancato sui nostri corpi. Me ne sto distante da tutto e sono giovane e vecchia. Mi accarezzi le spalle, per te c’è ancora speranza. Le pareti viola sono un occhio che ci guarda e spoglia. Lo specchio di fronte al letto, le tue mani tra le mie cosce e le mie che ti acchiappano i polsi. E le tue che si liberano, s’infilano nel mio maglione. Quel telefono vibra, vibra sempre. Mentre lo specchio spia le nostre nudità, io mi volto a guardarlo, il telefono, è ancora lei. La tua testa tra le mie gambe, la tua lingua a cercare infiniti. La mia voglia che è una linea. Questa terra senza organi. Mi sento fremere, accarezzo i miei seni, sfiorando le areole, ti prendo per i capelli spingendoti dentro quasi volessi inglobarti nella mia vulva. E allo specchio siamo un tetraedro di pelle. C’è un odore forte di limone, umori sottili, sperma e lacrime. Ti spingi dentro come se volessi cancellarmi i ricordi. E ci riesci. Adesso fumo distante, ho le cosce bagnate e una mano tra le gambe.

Chi era al telefono?

Non era nessuno.

Non è vero.

Cosa cerchi, amore, la mia verginità? L’ho smarrita molto presto. La purezza l’ho sotterrata nel cemento dei crateri di macerie su cui ho danzato libera da forme e morali. Su cui ho danzato i miei duemilaedodici sospiri mentre tutto attorno crollava e continuavo a non vedere futuri ma omicidi, tingere di rosso i muri di queste arcane pareti. Ho danzato note technossessive mentre gli altri erano cumuli di zombie. Ho danzato il teatro metonimico della mia decadenza. E poi sono uscita dai casolari distopici e ho visto tutte le albe del mondo diventare dinamite. Ho visto kamikaze lanciarsi a picco sui miei sogni e profanare le mie illusioni in un unico botto di morte e overdose e pseudoamici invidiosi e disastri in fabbrica. Era l’apocalisse ma io continuavo, amore, a ballare mentre il futuro si sgretolava e i soldi finivano e tutto mi sfuggiva. Io danzavo su queste macerie e ridevo a crepapelle figurandomi allo specchio l’immagine del dio che mi stava strangolando.

Ora siamo qui, uniti ma distanti, quanti orgasmi servirebbero a cancellare il quotidiano.

Non puoi fuggire per sempre – mi dici – un giorno la realtà verrà a cercarti.

Lo so, ma non lo ammetto. Fumo, tossisco, smanetto sul computer, smanetto per riscrivere un romanzo che mi strazia. Ma a cosa serve? A cosa servirà?

C’è lei che mi tenta.

Vorrei abbracciarti, mi scrive.

E sbranarmi, rispondo.

Vieni qui, ti farò divertire.

Le sue parole sono il becco di un picchio. E mentre conto gli spiccioli per il biglietto ti osservo e mi guardi e qualcosa non va, lo sappiamo entrambi ma nessuno prova a muovere un solo muscolo. Devo riuscire a perderti per poterti ritrovare, il punto è che non so se reggerò la botta. Sto preparando un inferno di favole. Tu mi odierai e saremo altrove. Non ho voglia di ammettere, devo schivare, tutto e tutti, persino il tuo dannato tentativo di salvarmi. Da cosa, poi? Da me stessa? Non puoi salvarmi da me stessa. E ti odio, questo penso mentre ancora la tua mano è tra i miei seni e il tuo sguardo acchiappa il mio come a volerci leggere dentro l’anelito della menzogna che ci stiamo raccontando per resistere al mondo. Al mondo che ci divora.

 

 

© ilaria palomba

guardami1

Si incontrarono al bar nei pressi della chiesa dell’Immacolata, quello con i tavolini fuori e tramezzini vecchi di qualche settimana. Lei arrivò mezz’ora prima del previsto ma trafelata e convinta di essere in ritardo, soltanto quando si accorse che lui non ci fosse ancora, si decise a guardare l’orario sul cellulare. Un’espressione di sconforto le indurì i lineamenti quasi che quell’anticipo fosse più grave di un ritardo. Poi decise di camminare un po’ lungo via dei Volsci, non voleva farsi trovare lì in piedi ad aspettare. Un paio di ragazzi fecero apprezzamenti sul suo fondoschiena. Un uomo con un vecchio pastore tedesco al guinzaglio si voltò a guardarle le gambe ma lei non se ne accorse. Entrò in una libreria e finse di leggere la quarta di copertina di un paio di libri di cui in realtà non lesse nulla, non le riusciva di concentrarsi. Quando tornò indietro ad attendere era lui. Per un attimo non lo riconobbe eppure sussultò in sua presenza ma come fosse in presenza di un pericolo indefinito privo di volto e nome. Lui dovette toccarle una spalla per farle tornare la lucidità. Allargando le sopracciglia le rivolse uno sguardo insieme di tenerezza e rimprovero.

Non lo baciò. Si affrettò piuttosto a cercare una sedia libera e le si rovesciò la borsa sul pavimento. Divampò e le tremò il ginocchio destro. Lui subito l’aiutò a riprendere gli oggetti caduti tra cui un libro di Kierkegaard (Diario del seduttore), un rossetto e un’assorbente. Anche la cameriera s’intromise mentre l’intera clientela del locale si era voltata a guardarli. Questa volta se ne accorse. Quegli attimi le sembrarono durare troppo. Poi si misero a sedere e non alzarono mai gli occhi. Lui le fissò la scollatura e subito dopo distolse lo sguardo colpevolizzandosi. Lei osservava in direzione dell’interno del locale sperando d’incrociare lo sguardo della cameriera.

Quando parti? le domandò con falsa indifferenza.

Domani, disse accendendosi una sigaretta. Mai come in quel momento l’odore del fumo le era piaciuto tanto, trovava in quell’odore qualcosa di liberatorio e anche lui dietro quelle boccate di fumo diventava meno pericoloso.

Le sorrise, le labbra facevano fossette sulle guance che facilmente avrebbero trasformato quel sorriso in broncio.

Quando la cameriera arrivò erano entrambi troppo distratti da questa messa in scena per concentrarsi sulle ordinazioni. Fu lui a mandarla via.

Dobbiamo ancora scegliere.

Parigi ti piacerà tantissimo, continuò senza guardarla.

Odio Parigi.

Spense la sigaretta e ne accese un’altra. Solo dietro una nube riusciva a parlargli.

Gli passò rapidissima in mente l’immagine di lei al primo esame, quegli occhi grandissimi, il trucco sbavato, il modo in cui muoveva le labbra e la voce che usciva da quelle labbra, una voce cupa, senza tempo, di vecchia e di bambina insieme. Si ricordò di come per la prima volta in vita sua non fosse riuscito a concentrarsi. Di come avesse deciso repentinamente di promuoverla con un ventitré solo per non aver ascoltato nulla delle sue parole. Lei lo rifiutò.

A cosa pensi? Gli chiese.

A nulla, mentì.

La cameriera tornò un po’ seccata. Lui ordinò un caffè, lei un prosecco.

I sorrisi cominciavano a sgretolarsi. Le tornò in mente il giorno dopo il primo esame. Dalle otto di mattina l’aveva atteso fuori dalla sua stanza. Tachicardica, come sempre, ripeteva mentalmente il discorso che aveva preparato, con rara precisione, su Kierkegaard e Bataille, il legame tra santità e perdizione, tra peccaminosità e sacralità. Alle dieci l’aveva visto arrivare e aveva provato lo stesso brivido che provava ancora, lo stesso brivido che si prova dinanzi a un presagio. Le si era rivolto in modo brusco, trattandola da seccatura ma lei aveva insistito per entrare. L’aveva bloccato, aveva cominciato il suo monologo e lui ancora una volta non era riuscito a sentire le sue parole, era rimasto però incantato dai suoi occhi e dalle lacrime che sbocciavano mentre infervorata s’illudeva di dimostrare verità assolute sul sapere umano. L’aveva abbracciata. Quell’abbraccio l’aveva scucita, facendola sentire piccola, molto piccola, ne aveva ricavato insieme timore e gioia estrema, un’emozione incontrollabile.

In questo momento avrebbe voluto chiedergli di andarla a trovare qualche volta a Parigi ma proprio mentre azzardava un movimento del volto in sua direzione arrivò il prosecco e la distrasse. Lui offrì e lei bevve. Lui sorseggiò il suo caffè e guardò l’orologio e si sentì terribilmente fuori luogo e solo e anche un po’ sciocco in questa grande farsa che stavano mettendo in atto.

È proprio tardi, le disse, poi anche tu avrai da fare prima della partenza. La guardò negli occhi questa volta e li trovò cambiati, più scuri, più consapevoli. Un po’ gli dispiacque.

Lei scuoteva il capo, no, non ho da fare, non ho niente da fare fino a domattina, avrebbe voluto dirgli ma non ci riuscì.

Si alzò prima di lui e gli andò vicino, molto vicino, mentre lui riprendeva gli occhiali e il telefono, gli si avvicinò tantissimo e strinse tra le dita la fodera della sua giacca. Lentamente sollevò lo sguardo.

Avrebbe voluto che lui sentisse tutto quello che si costringeva a non dire. Se ciò fosse avvenuto o meno non l’avrebbe mai saputo. Si accese una sigaretta e si avviò senza voltarsi.

© Ilaria Palomba