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Ho attraversato una manifestazione in zona Largo Argentina. Un blocco. Io ero un punto fermo tra una linea retta e un blocco. Il mio desiderio era perdermi ma non ne ho avuto il coraggio. Apparat nelle orecchie da Octane ad Arcadia. Full album. Non ho avuto la faccia di perdermi nel corteo. Se l’avessi fatto sarebbe stato solo per lanciarmi negli scontri. Ho bisogno di violenza. È un momento di crisi dunque posso incolpare stato e polizia. Il punto è che sono ancora un punto e non già un rizoma. Punti e linee rette intersecano manifestazioni, vespe e orchidee, ma non le collegano. Sono un punto che viaggia in linea retta e questo mi disintegra. La bambina che sono stata mi ha sfanculata con un medio e un rovescio. La bambina che sono è una molecola impazzita. Non posso manifestare con loro perché non conosco i loro slogan, la loro musica mi fa cagare, non mi sintonizzo sui loro piani di realtà. Perciò quella manifestazione io l’ho attraversata senza tuttavia viverla. Da bambina avrei dato l’anima pur di picchiare uno sbirro. Era già pronto lo zaino per Genova ma mio padre non mi ha permesso di varcare la soglia dell’uscio. Per questo ho optato per una sana ed onesta tossicodipendenza dal dolore. Un no può cambiare il flusso degli eventi, in modo definitivo oserei dire. Non puoi andare al G8 di Genova, hai solo 14 anni. Non puoi diventare lesbica, hai solo 16 anni. Non puoi lavorare, hai solo 18 anni.

La verità è che sono stata una bambina obbediente, ho obbedito a ogni sua parola, a ogni loro parola e sono diventata la loro nullità.

Se avessi fatto quel che realmente avrei voluto ora non starei qui, seduta sui gradini di Piazza S. Maria in Trastevere a guardare giocolieri scarsi mentre una sgangherata urla, con una bottiglia in mano, che le hanno fregato il suo cappotto migliore, quello di pelliccia. Lei, unta e sdentata, con i capelli appiccicati sul viso e quell’odore di malattia venerea attaccato alla pelle, lei, è chiaramente la proprietaria della pelliccia che dichiara d’aver perso, non ci sono dubbi.

Bevo dell’acqua. La manifestazione è già sfiorita, ho attraversato Roma in cerca di COSA? Di diventare ecceità, nebbia, luce cruda.

Ora torno esangue sulla strada di casa, prendo il 30 express mentre ascolto ancora Octane, è una nenia. I palazzi settecenteschi si sgretolano come marzapane, l’autobus è pieno di frasi fatte contro il governo, la crisi, questa parola su tutte le bocche boccheggianti di anziani spiaccicati effetto sardina nel vetro del conducente. Esistono soltanto due possibilità, una è il liberismo, l’altra il liberismo meno meno. Ma si tratta pur sempre della stessa famiglia. Puzza di fogna, i loro aliti. Puzza di vuoto, le mie giornate.

Ho fatto ventiquattro colloqui cercando ventotto lavori diversi. Schiacciata nelle puzze della città che mi sono scelta come tomba ritorno, puntiforme verso la Colombo e poi a casa, al sicuro, lontano da un modo che seduce e divora, Kronos, i suoi figli bastardi.

Mentre salgo le scale e il portone fa un tonfo, il cellulare mi vibra in borsa. Dopo duemila tentativi di ricerca tattile tra moleskine, deodoranti, porta trucchi e sigarette, eccolo, lo afferro.

Ti ho sognata stanotte, mi sono masturbata.

Con questo messaggio bloccato nell’esofago giro tre volte la chiave nella toppa e ci sei tu, che sei tornato prima di me e c’è odore di sugo nell’aria, salsa fatta in casa e occhi che sorridono. Il mio maglione è impregnato di fumo di sigaretta.

Com’è andata?

Solita storia.

Ti avvicini, mi sfiori, c’è questa energia potenziale che si trasforma in occhio spalancato sui nostri corpi. Me ne sto distante da tutto e sono giovane e vecchia. Mi accarezzi le spalle, per te c’è ancora speranza. Le pareti viola sono un occhio che ci guarda e spoglia. Lo specchio di fronte al letto, le tue mani tra le mie cosce e le mie che ti acchiappano i polsi. E le tue che si liberano, s’infilano nel mio maglione. Quel telefono vibra, vibra sempre. Mentre lo specchio spia le nostre nudità, io mi volto a guardarlo, il telefono, è ancora lei. La tua testa tra le mie gambe, la tua lingua a cercare infiniti. La mia voglia che è una linea. Questa terra senza organi. Mi sento fremere, accarezzo i miei seni, sfiorando le areole, ti prendo per i capelli spingendoti dentro quasi volessi inglobarti nella mia vulva. E allo specchio siamo un tetraedro di pelle. C’è un odore forte di limone, umori sottili, sperma e lacrime. Ti spingi dentro come se volessi cancellarmi i ricordi. E ci riesci. Adesso fumo distante, ho le cosce bagnate e una mano tra le gambe.

Chi era al telefono?

Non era nessuno.

Non è vero.

Cosa cerchi, amore, la mia verginità? L’ho smarrita molto presto. La purezza l’ho sotterrata nel cemento dei crateri di macerie su cui ho danzato libera da forme e morali. Su cui ho danzato i miei duemilaedodici sospiri mentre tutto attorno crollava e continuavo a non vedere futuri ma omicidi, tingere di rosso i muri di queste arcane pareti. Ho danzato note technossessive mentre gli altri erano cumuli di zombie. Ho danzato il teatro metonimico della mia decadenza. E poi sono uscita dai casolari distopici e ho visto tutte le albe del mondo diventare dinamite. Ho visto kamikaze lanciarsi a picco sui miei sogni e profanare le mie illusioni in un unico botto di morte e overdose e pseudoamici invidiosi e disastri in fabbrica. Era l’apocalisse ma io continuavo, amore, a ballare mentre il futuro si sgretolava e i soldi finivano e tutto mi sfuggiva. Io danzavo su queste macerie e ridevo a crepapelle figurandomi allo specchio l’immagine del dio che mi stava strangolando.

Ora siamo qui, uniti ma distanti, quanti orgasmi servirebbero a cancellare il quotidiano.

Non puoi fuggire per sempre – mi dici – un giorno la realtà verrà a cercarti.

Lo so, ma non lo ammetto. Fumo, tossisco, smanetto sul computer, smanetto per riscrivere un romanzo che mi strazia. Ma a cosa serve? A cosa servirà?

C’è lei che mi tenta.

Vorrei abbracciarti, mi scrive.

E sbranarmi, rispondo.

Vieni qui, ti farò divertire.

Le sue parole sono il becco di un picchio. E mentre conto gli spiccioli per il biglietto ti osservo e mi guardi e qualcosa non va, lo sappiamo entrambi ma nessuno prova a muovere un solo muscolo. Devo riuscire a perderti per poterti ritrovare, il punto è che non so se reggerò la botta. Sto preparando un inferno di favole. Tu mi odierai e saremo altrove. Non ho voglia di ammettere, devo schivare, tutto e tutti, persino il tuo dannato tentativo di salvarmi. Da cosa, poi? Da me stessa? Non puoi salvarmi da me stessa. E ti odio, questo penso mentre ancora la tua mano è tra i miei seni e il tuo sguardo acchiappa il mio come a volerci leggere dentro l’anelito della menzogna che ci stiamo raccontando per resistere al mondo. Al mondo che ci divora.

 

 

© ilaria palomba

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