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Accompagnavo Eli a cogliere i pinoli, guardavamo le bocche del sole tra le fronde, aghi nelle pupille. Eli aveva occhi grigi bistrati di nero, labbra sanguigne, efelidi sul principio del naso e sulle gote, fossette agli angoli della bocca. Portava minigonne da urlo, Tshirt scollatissime e catenelle di metallo dalla nuca alla gola. Sollevava lo sguardo, nei tratti del volto un altro volto, maschera di belva.
Eli aveva visto. Sul ballatoio. Il padre fuggire. La madre schiantarsi di schiena contro la parete ruvida e bianca. Strappare i fiori dal roseto. Ferirsi con le spine. Tutti i petali frantumarsi nella luce. Aveva mani lunghe e screpolate, la mamma di Eli. Ci piaceva guardare le unghie rosse sbrecciate di bianco innaffiare i vasi di rose e orchidee.
Non era l’assenza del padre quanto quell’immagine. L’immagine dei petali frantumati nel sole. Lo stesso frantumo spaccava la pelle.
Coglieva i pinoli dal bordo dei tronchi, Eli. Li teneva con le mani a giumella e si macchiava, i palmi, le dita. Ne coglievo in gran quantità e mi rimproverava quando ne lasciavo cadere. Si chinava a raccoglierli. La maglietta gialla veniva su. Lembi di addome scoperti. Una rastrellata di sangue rappreso.
Cos’hai qui?
Non toccare.
Scherniva con occhi velati. E cercavo di tenerle la mano. La scaraventava altrove.
Chi ti ha fatto questo?
Sta lontana da me.
Un’unghia feroce sulla pelle. Avambraccio ferito. Aveva le unghie di sua madre, Eli, e non me n’ero accorta.
Camminando la gonna le lasciava scoperta una costellazione di lividi tra le cosce. I tacchi degli anfibi scricchiolavano strofinandosi l’un l’altro.
Perché ti fai del male?
Si accostò. Mi guardò con occhi di avvoltoio prima di dilaniare la sua carne. Una mano sul petto, quasi a volermi strappare le vesti.
Ti sei mai chiesta, Gemma, perché veniamo qui ogni giorno a prendere i pinoli? Ogni giorno alla stessa ora.
Silenzio.
E ti sei mai chiesta perché tu sia vestita da bambina e io da donna?
Silenzio.
E Ti sei mai chiesta che cosa significhi non avere un padre?
Silenzio. Uno sguardo. L’abisso.
Tu ce l’hai, un padre. È lontano ma ce l’hai.
Perché continui a frequentarmi?
Silenzio.
Indietreggiai. E vidi anch’io, per la prima volta, quei petali. Petali di rosa frantumati dalla luce feroce del sole d’agosto.
Eli fece altri tre passi. Si voltò a sorridermi in un ghigno maldestro. Svanì dietro i cespugli prima del mare.
Seguivo le orme. E dentro c’erano i giorni insieme, bambine, nella sabbia. Gli inverni dietro le finestre di casa sua, quando la stufa era rotta. Il freddo e gli abbracci. La madre che entrava. E avevamo paura dei suoi occhi. Senza luce. Ci portava il te’ all’arancia, ne sentivamo l’aroma da lontano. Entrava e tentava di sorridere, aveva dolce la voce, sussurrando, diceva bambine state bene. E lei stava male, le guardavamo gli occhi. Doveva essersi persa. In un giardino innevato. Alla finestra le lampare ghiacciate dal gelo. E nella stanza solo il fiato di Eli sul mio, in quell’invenzione di bacio.
Sedici gradini a piedi scalzi per spiarla. Restava impietrita, raggelata, nel vestito bianco, nello sguardo ai muri. E quando il padre tornava si consumava tra loro il rito della banalità, mille parole mute. E lei altrove, ma dove? Dov’erano quegli occhi che il sogno trasse in inganno? Dove le movenze antiche dall’incarnato pallido? Dove l’anima gentile e guerriera di un tempo? Qualche ciuffo bianco nella lunga chioma. E lo sguardo degli spettri.
Seguivo le orme e nelle orme c’era il riflesso del sole in frantumi. Quei petali. Sulla roccia. I pinoli. Petali di rose e pinoli a tracciare un sentiero fino a Eli. Dondolava sull’orlo del precipizio, graffiandosi l’addome. Lasciava dondolare una gamba nel vuoto. Cinquanta metri sul livello del mare. Le cose lì giù erano insetti. Puntini. E lei, spalancava le braccia e chiudeva gli occhi. Aveva nel corpo il corpo della madre.
Non puoi! – gridai forte – Non adesso. Non puoi. Non farlo.
La voce da grido si fece caverna.
Eli si voltò. Aveva negli occhi la furia degli avvoltoi, e l’innocenza dei cerbiatti.
Si voltò e si mise a sedere sull’orlo del precipizio. In bilico. Sussultai.
Ho tracciato un sentiero, di modo che possa vedere tutto. Di modo che possa raggiungermi proprio qui. Ho tracciato un sentiero. E non posso far altro che seguirlo, io stessa, fino in fondo, fino al vuoto.
La vita va avanti, Eli, va avanti. Le persone ci passano accanto e ci portano via pezzi di noi, ma la vita va avanti.
Sì, incontreremo altri, che ci porteranno via altri pezzi. Mio padre si è portato via la sua anima. A cosa serve un corpo senz’anima? Non esiste null’altro che sconfitta. Bisognerebbe arrendersi al nulla. Anche le persone convinte di essere nel bene, di essere nel giusto, o addirittura di essere felici, vivono solo una stupenda illusione. Tutto crolla. A volte le cose crollano perché le fondamenta sono labili. Si frana irrimediabilmente. Essere in cielo o nel baratro, in fin dei conti, non fa alcuna differenza. Forse sarebbe meglio non costruire nulla. Errare nella notte respirando aria buona, quando tira. E per il resto cercando di non farsi avvelenare dalla polvere. Siamo polvere. Tutto è polvere. Niente esiste sul serio. In fondo cosa cambia. Se guardi a fondo una cosa, questa smette di esistere in quanto cosa. Se ti concentri su una faccia, a poco a poco perde la dignità di faccia e diventa un tripudio di pelle e pori e nei e piccoli sfoghi e quant’altro. Di base vediamo negli altri ciò che sta dentro di noi. E neanche poi così a fondo. Anche in noi non c’è null’altro che illusione. Se analizzi un comportamento o una pulsione fino al limite diventa assolutamente inconsistente. Se arrivi a meditare profondamente sul tuo stesso desiderare o temere, gli oggetti stessi di desiderio e paura svaniscono e forse anche il desiderio e la paura. In un modo o nell’altro arrivi alla Grande Indifferenza. Indifferenza alla vita. Indifferenza alla morte. Indifferenza a sé stessi. Agli altri. Alle tragedie del mondo. All’uomo che muore. Al dolore di una madre. Questa indifferenza, Gemma, è uno scudo ma anche una malattia. Questa indifferenza rende inconsistente il varco tra bene e male, vita e morte.
Mi avvicinai, le scrutai le mani nere di pinoli. Con le dita raccolsi le sue. Mi guardò e non era più avvoltoio né cerbiatto ma uccello.
Chiusi gli occhi.
Salto con te.
E lei fece un passo indietro.
Non puoi, devo prima insegnarti a volare.

 

© Ilaria Palomba

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La fragilità dei narcisi è consapevolezza inconsapevole caduta silenziosa coscienza incosciente desiderare fino alla morte l’amore senza darlo e fa paura tutto questo sentire e non sentire mai nel buio profondo una caverna di spettri incontrare qualcuno che non ti sia specchio sarebbe un massacro c’è sempre stato un massacro in ogni storia come camminare all’alba sulla battigia e guardarsi riflessi nelle onde ombre di bruma e sguardi stravolti dal gelo ci siamo specchiati così a fondo da esserci lasciati divorare dal mare è musica melanconica sinfonia di tenebra armonia cancellata prossimità del vuoto salto infinito non aver paura di morire ma solo di non esistere come la morte fosse il suggello l’espiazione ultima della colpa d’essere incapaci di amare altro che un riflesso e non saper vivere senza tutto eternamente torna follia nietzscheiana al punto di partenza camminavamo spettrali sul limitare del mare paure primordiali si specchiavano nel buio ingoiato dalla luce eravamo così belli sotto quella luce mezza luna mezza aurora epifanie d’esistenza crepuscolare sapienza dei piedi sabbia umida e fredda rabbrividire nella bora e abbracciarsi prima dell’ultimo salto tornare a casa e sentirsi il cuore in gola illudersi di aver amato per un’ora dimenticarsi il sapore e il vissuto i corpi avvinghiati all’ombra del fuoco restarsene a cantare stornelli non sense e rinnegare ogni cosa per riviverla con il primo chiunquealtro che si fosse presentato alla fine si può invidiare tutto l’amore del mondo tutta la gloria la determinazione quando basta un telefono che squilla a vuoto per non alzarsi dal letto si può invidiare a morte chi ha finito l’università messo su famiglia o è partito per viaggi umanitari avendo qualcosa da raccontare qualcosa che non sia specchio infranto tu invece senza vetro e senza pelle ancora mi parli della vita per starmi accanto devi scendere nel pozzo e danzare in mezzo ai morti ma io non so mica quanta forza hai dentro ho bisogno di essere vinta battuta in battaglia scagliata oltre le fondamenta del muro invisibile prima della battaglia guarda nel fondo della luna ci saranno gli occhi miei scacciami se sei in tempo trafiggimi o salvami una volta per tutte da questo abisso di specchi sbrecciati una sola volta una sola morte affinché non sia vana l’attesa e la luce che a quest’ora s’irradia sulla battigia il colore del cielo rovente e azzurrato senza luogo senza senso come fosse eterno il suono della risacca che inganna le ore come fosse di carne il sapore del mattino che il mare dissipa al vento.

© i. p.

luce

Sai di cosa ho paura ti dissi manipolazione intendo mentale quando il potere sovrasta il desiderio paura di essere debole e farmi risucchiare tu non sei debole sei forte dicesti siamo forti avremmo potuto cervello poltiglia io ce l’ho dissi e tu ti davi lo smalto alle unghie dei piedi perché dico perché vedo la gente arrivare tutti prima o poi raggiungono l’obiettivo chi in arte chi in letteratura chi apre un’attività questa cosa delle start up ma che significa start up e io manco so se riesco ad alzarmi dal letto al mattino poi smettesti e iniziasti con il rimmel avevi lunghe ciglia e floridi seni coperti da una sottoveste in pizzo occhi azzurri oceano sopracciglia disegnate di nero capelli chiari e io stavo a raccontarti i drammi mentre conoscevi i sacrifici e gli affanni l’aver scalato vette invisibili e sopravvivere all’assurdo ho paura Anya ho paura di fallire ho già fallito sempre si fallisce anche quando si vince chi vince perde la libertà è schiavitù 2984 non voglio vedere ho cercato gli altri e ho trovato il vuoto forse ho confuso il desiderio con l’amore la competizione con l’amicizia la mondanità con la fratellanza lo diceva anche bauman siamo liquidi e le parole nel fluido si sciolgono cosa resterà di quest’epoca di zombie cosa resterà della mediocrità dei narcisi ti alzasti la sottoveste sotto i piedi piccoli di geisha e l’incarnato diafano pelle d’angelo forme di demonio ti ho guardato i seni la biancheria in pvc lo sfolgorio negli occhi il culo da statua e camminando lasciavi cadere vestiti gocce di birra e freddo forse ti scambiai per il fuoco ti chiesi di nascondermi adesso scavalchiamo il senso siamo due eroine abbiamo superato il tempo gli amici zombie dell’ultima festa quelli cui bastava una pera di furia per sentirsi all’altezza io ero fuori fuori da tutti gli argini che succhiano grida fuori da ogni stato definito norma fuori dalle convenzioni del sociale e dell’antisociale tu eri decisamente antisociale o quel tanto che basta per cavarsela con i mostri te lo ricordi l’innominato e io ricordavo eccome le notti oscure l’idillio e l’inganno quando diceva sta zitta e io in silenzio acconsentivo a lasciargli l’arbitrio del corpo ma ora è diverso ora non più cosa volevano da me nulla dicevi eri fragile e loro avevano fame i volti nel fuoco gli occhi nella bruma le mani sui seni se voglio ti scopi i miei amici se voglio entri lì dentro e ci stai tre giorni se voglio chiudi la bocca se voglio apri la fica e se vogliono fotterti fino a farti sanguinare sanguina puttana quello sei nient’altro ora poi mi guardo le unghie lunghe nere e guardo le tue rosse i fianchi ondeggiare la musica elettrica le vicinanze estreme le scalate sociali i soldi su per il culo i romanzi venduti e quelli obliati le ragioni dei deboli la rivalsa del fango andiamo via Anya portami oltre l’ultimo trip dopo tutto quello che abbiamo visto ce ne possiamo anche andare le luci stroboscopiche l’istante in cui eravamo dee per una notte sopra un cubo di rubik infinitamente girato con i tasselli confusi l’artificiere e la bomba l’istante dell’aria i cervelli fritti le mani sui seni i calci negli stinchi ti rendi conto amore siamo sopravvissute al massacro cosa t’importa del resto sei già un miracolo sono piena di tagli dissi e tu li medicasti dovevamo recidere le vene del tempo scarnificare lo spazio fino a trasmigrarne l’illusione dovevamo assurgere al diniego o all’atarassia senza padri senza madri senza colpe che non fossero l’essere gettate in un caleidoscopio di corpi la pioggia rivestiva il futuro di un passato illusorio sei quel che inventi di esser stato per cui ora cancella le mani le corde le paturnie i polsi dimentica gli occhi e i denti e il puzzo di putrido dimentica le ossessioni del mattino a parlare con le foglie dimentica le tende che si gonfiano di fluido viola stinto la pancia del demone l’occhio di dio le carezze del satiro il matrimonio indicibile della luce con le tenebre dimentica ogni cosa e danza danza danza sulle macerie del tempo testimoni ultime tu ed io sulle sponde del nulla la perfezione dell’ora senza radici senza pareti solo rizomi a pori aperti nello spazio non puoi paragonarti al mondo perché sei una sopravvissuta lo siamo entrambe vittima e carnefice bene e male essenza ed esistenza entrambe sulla linea di confine rincorrendo i gatti nella bruma di un varco spalancate al ricordo eppure già altrove.

© i. p.
foto di Stefano Borsini

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La percezione obliqua del senso quando tutto muove e non senti gli argini arrancare tenersi a galla ti dicono guardati con tutti questi successi ti permetti ancora sprofondo nel gorgo oscuro è che mi vivo dissimile forse il tempo mi ha tradita da bambina il tempo il corpo l’immagine allo specchio e tutti i giorni chiusa in casa a lasciarli passare sul carcame del futuro se non vinco ogni giorno il risultato è non esisto vai a vedere che tutto il silenzio era rumore o viceversa vai a vedere che gli eccessi celavano solo una mania da prima della classe vinco quindi sono cosa succede se perdo ti chiedesti e ti perdesti lasciarsi dominare dal vuoto assurgere al diniego restarsene inchiodati alle brame degli altri non potevi sottrarti non volevi sentire le voci questo dono era un ricatto e quando ti dicevano troia hai tradito avresti voluto urlare e voi voi no tutti mi tradite con gli sguardi altrove le luci spente le voci rotte mentre rantolo e soffoco e giro gli occhi e sento l’occhio di dio trasmutarsi in zolfo cenere d’inferno tutti mi lasciate morire tanto che in fondo al pozzo la morte è divenuta la più fedele amica e danziamo danziamo sulle superfici mi sento viva al limite mentre mi guarda con occhi di corvo e respiro respiro riprendo fiato e respiro mentre i lacci mi segano i polsi potrei amare solo chi mi promettesse una fine del mondo non esiste null’altro che il dono dell’assenza questo desiderio atroce di tornare cenere un indietro senza tempo una volta siamo stati spazio no non guardare non fare paragoni da dove viene questa foga mamma guardami papà ascoltami e loro a litigare io ero polvere resistere al limite mamma ho preso nove perché non dieci dicevano ma noi ti amiamo ti amiamo tantissimo anche mentre svieni e ti assenti e non parli e t’imbottisci di anfetamine tutto l’amore in uno schiaffo un calcio in faccia dicevano sei bella allora perché mi sentivo un mostro sei bella se ti togli le mutande dicevano i ragazzi mettiti lì toccati i seni apri le gambe e chiudi gli occhi brava così sei bella avanti la prossima questa è meglio tu sei una mummia non hai seno hai i fianchi larghi avevi paura ma non osavi se è questo il pedaggio per essere vivi ero vita e morte l’obsolescenza del limite sai che non è vero tu sei tenerezza e passione non quell’idiota che piscia in pubblico per attirare i mostri a cosa è servito non voglio paragoni non faccio paragoni non m’importa davvero non cerco sguardi e sussurri una volta cercavo ora non più sono scesa così in basso che non vedo più il cielo ma si sta bene qui nel sottosuolo legata a un altare sotto una croce il corpo di cristo amen così in basso da essere in alto così in basso da essere dio.

© i. p.
foto Stefano Borsini

vortice

E poi non è vero, dicesti. Non sei.
Eravamo rintanati nella pietra. I fiori morivano sotto la neve.
Il freddo ghiacciava il cervello, il cuore.
Siamo così lontani adesso, amore mio.
Ci fingeremo rivali. E resteremo a guardarci sciogliere.
Avevi l’odore della cenere. Il fiato appesantito dalla bufera.
Esiste uno spazio dove il dolore e il piacere si annientano.
Esiste una voce che urla al vento sussurrando tempesta.
È un non pieno. Tutto buio. Il vuoto è colmo di sussurri.
Era solo il vento, dicesti, solo il vento.
Forse volevamo testare la resistenza al dolore.
Schiantarci al suolo per calibrare la gravità. Generare falene di fumo.
Ululare alla luna e guardarla negli occhi.
Che cosa c’era dopo l’orizzonte?
L’immensità pallida del divenire pietra.
Assaltare l’atmosfera. Lasciarsi afferrare dalla Storia.
Giungere all’al di là del suono. Nel crocevia di sguardi che inghiottono.
Tu eri come me, sapevamo mentire.
Oggi ci aggiriamo stanchi nella bufera. Cerchiamo riparo nel cemento.
Accendiamo fuochi e ci gettiamo l’acqua. Affinché non sia mai sazia la notte.
Noi siamo la notte, la fulgida luminescenza delle supernove.
Noi siamo il fulmine che spaccò la terra. Il fuoco che la divorò.
Noi siamo segnati da questa profezia e ne percorriamo il limite.
Forse ci fu uno sguardo lungo secoli. Forse a seppellirci fu la memoria della tempesta.
Quando esco in strada vedo morire le rose. Verso una meta universale il creato rabbuia.
La luce è concepita dall’occhio di un demone. Mi spoglio e danzo nel fuoco.
Tu puoi sbriciolarmi, se lo ritieni. Puoi sacrificarmi alla madre.
Le ho chiesto di darmi fauci e artigli.
Stai scherzando? La madre non concede e non perdona.
Ci ha incastonato qui, in questo deserto innevato.
Dove i granelli sono uomini dell’oltre. E non possiamo vincerli.
Battersi a lance tese contro infiniti sé stessi dispersi nella cenere.
Lasciarsi vincere e ricominciare.
Stai cercando un rifugio?
Sono la casa. Sono l’altrove.
E tu, guarderai inerme la fine di tutti gli incendi.
Alla miseria del cielo ride la terra arsa viva e masticata dall’uomo.
Siamo resti di civiltà franate. E guardiamo il sole, ora, sgretolarsi nella roccia.
Per cinquemila anni rincorriamo la fine.

© i.p.

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anche loro lo sanno tutti lo sanno per questo nessuno ha fiducia ma poi che t’importa che t’importa davvero dei giudizi degli altri ferire qualcuno o non farlo in fondo la follia è una crepa nel muro portante di solito è matta tutta la famiglia ma poi c’è il prescelto il predestinato colui che viene immolato sull’altare della psichiatria mentre gli altri continuano a ripetergli tu sei pazzo volevi uccidermi sei pazzo sai che c’è bambolina io sto con i criminali perché ragiona se arrivi a uccidere quanto male possono averti fatto se arrivi ad ammazzare a infilare un coltello nella gola di chi ti rende la vita un inferno cara mia non sei forte non sei una dura sei una vittima poi ci sono le voci le ricordi le voci la voce della coscienza seccante come un trapano stai sbagliando loro ti amano sei tu il mostro la voce della paranoia nessuno ti vuole bene vogliono la tua anima la tua anima vogliono e poi ti schiacciano prenderti tutto e schiacciarti la voce della rabbia uccidili di’ cattiverie non amare mai usa chi ti ama sfrutta chi ti assiste dilania chi prova a volerti bene uccidili uccidili tutti misera umanità non meritano di vivere e la voce della pietà vedi quell’uomo che piange sulle sponde del fiume egli è come te accoglilo lecca le ferite del mondo e riassorbirai le tue come agire chi ascoltare ti amano ti odiano nessuno si accorge di te sfruttali uccidili perdonali accoglili divorali divorati cosa stiamo facendo in questo grigio altrove che chiamate mondo di cosa ci stiamo nutrendo stai tremando dove sono le mani che t’hanno accolto dove gli occhi dove il perdono una coltellata nel fianco ti ammazzo no non aspettare lo farò da sola posso riuscirci da sola che bisogno ho di aspettare la tua grazia cosa c’era dopo l’universo neppure Joyce conosceva la risposta stiamo precipitando troverò mai un appiglio qualcuno che dica ti prendo sei salva sei mia e dopo possa crollare la terra resteremo sospesi sull’acqua saremo il luccicare della spuma nelle onde forse cerchi la morte perché aspiri al mutamento divenire natura divenire spuma divenire acqua onda sconfinata di quest’abisso e fluire con esso nell’ultraspazio senza spazio e senza tempo senza organi e senza malattia dove gli specchi hanno memoria di te.

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Il problema è non passare il confine da lì non c’è ritorno e lo sai combatti combatti non essere l’autoavverarsi della profezia tutte le donne della famiglia non è vero non tutte credi sia bello non è forza questa violenza è fragilità senza limiti forse non sarai mai una stella ma non trasformarti in buco nero puoi ancora farcela a rialzarti cammina veloce e non guardarti indietro dimentica i sentimenti non servono a nulla dimentica dimentica assapora il vissuto oltrepassa il selciato nasconditi nel grano e diventa spiga forse aneli alla morte perché ti manca l’occhio di dio prova a essere più umana non sciorinare parole improbabili solo per quel retrogusto retro’ ieri mi hai detto che avresti ucciso ti guardavo districare i capelli scarmigliati all’ombra di un faggio e correvi correvi librandoti in volo libellula senz’ali t’ho afferrato le mani cunicoli vuoti di tenebra chi ti ho chiesto chi vuoi uccidere uccidere il tempo l’armonia stolida di questo altrove mi hai guardata ferina assassina abitare l’assurdo sussurravi l’assurdo ci possiede come camminare sul cornicione a occhi bendati e dimmi doppelganger perché non dovremmo morire è me che vuoi uccidere ci provi da sempre solo la parte fragile la bambina ferita dietro le grate oppure chiunque un lato rideva l’altro piangeva hai scelto di non scegliere la vita cosa c’è dopo cosa c’è oltre il cavalcavia cancellato il salto nel vuoto una piscina di sguardi covoni e spighe dalle unghie corvine perché non morire dimmelo a cosa vale crescere sposarsi metter su famiglia tirar su figli ingrati e mariti fedifraghi a cosa invecchiare ammalarsi rimuginare sulle sconfitte rammendare le perdite è assurdo volerla questa vita tutta uguale in ogni direzione allora prenditi un corpo questo ti chiedo un corpo che non sia il mio aprilo dilanialo guardaci dentro quando guardi nell’abisso… troppi abissi hanno guardato in me e in fondo mi piace essere l’altra l’amante la cattiva della storia la tentazione maligna finché non te ne convinci finché resta un gioco prima del crollo prima del vuoto ecco vedi l’assurdo il mito di sisifo come sopravvivere all’idea del suicidio (omicidio) come conferire valore all’umano e non scorgervi la putrescenza dei virus della terra come non dare in pasto a madre natura questa carne gracile che siamo e abitiamo le ragioni sono scritte nell’ultima pagina e nessuno può conoscere la fine se non legge il libro per intero ascolto la voce della polvere del vento la memoria della terra del fuoco e del corpo divenire carnefice mi hanno detto che continui ad assassinare te stessa negli altri e non c’è via d’uscita che non sia lasciarsi vincere arrendersi alla vita.

Se la vita fosse il tuo ideale di vita saresti capace di gestire la distanza il confronto e la gelosia invece hai sempre come il sentore di mandare tutto all’aria sei una terrorista emotiva sempre a un passo da lanciare la bomba non che tu riesca a salvarti finisci sempre travolta nell’esplosione se la vita fosse il tuo ideale di vita faresti quel che devi nei tempi in cui hai deciso non entreresti nel panico ogni volta prima di un compito un lavoro un incontro o confronto e non ti verrebbe questo blocco e troveresti il tempo sapresti dividerlo la smetteresti di perdere treni e rinfacciartelo se la vita fosse il tuo ideale di vita ti butteresti anima e corpo nel romanzo invece che perdere tempo a pensare a ciò che non puoi sapere se la vita fosse il tuo ideale di vita saresti capace di leggere cento pagine al giorno senza distrarti e invece ecco che ti arrotoli in pensieri concavi una catena di ideazioni mentre leggi che tornano a lui a te all’altra e all’altro un quadro perfetto di smembramento emotivo non lasci andare il passato perché non hai fiducia nel futuro c’è chi fa lo stesso te lo chiedi da troppo tempo per avere risposta il risultato è un’incommensurabile perdita di sonno e sangue diffuso in più corpi non saper star sola e crollare procrastinare deludere infrangere sentirti tradita mentre non hai mai fatto altro che tradire qualcuno ti disse non è mica facile stare con te e tu hai avuto paura di essere solo una terra di passaggio in cui ciascuno semina fiori che nessuno raccoglie e se volessi uscirne non potresti comunque abbassare la guardia saresti nel limite tra l’ora e l’altrove questa paura questa paura cava di abbandono e morte come riallacciarti al perdono deve esserci una strada per la porta dell’empatia ora ti sembra che solo la vendetta soltanto la fuga possa mitigare l’infamia ma quale infamia non c’è null’altro che stratificazione tolto uno strato di terra tutto si fa oscuro la notte l’anima il fuoco e lo chiamano amore non sarebbe meglio nominarlo discesa ade inferno forse si vive anche morendo forse possiamo superare la bruma mentre discendiamo nelle viscere del sentire forse sarai più forte di me devi esserlo più forte del grido del silenzio di questa sentenza chiamata abbandono.

Ringrazio di cuore la redazione di Frasi Celebri per avermi contatta, felice di questa nuova bella collaborazione! Ecco il link in cui potrete seguirmi:

http://www.frasicelebri.it/utente/215480/frasi/

 

Una volta l’estate
La distopia di un mondo nel quale l’estate rovente continua ad avanzare implacabile è entrata nei miei pensieri.
Non mi lascerà più. Questo libro è un mondo di porte che si dischiudono sulle brillanti oscurità che ci sforziamo di nascondere agli occhi del mondo. Ma Maya non vive di maschere. Maya, la protagonista, cerca l’amore e l’accettazione delle sue contraddizioni.
Lei vuole rimettere insieme i pezzi e ritornare integra attraverso la socialità di un matrimonio con Edoardo Carducci, addirittura sposato due volte, con rito civile e religioso. Per un po’ la sicurezza del matrimonio sembra farle trovare un posto nel mondo.
La realtà però è molto complessa e di fatto il matrimonio, e la successiva gravidanza, fanno esplodere il precario equilibrio di un’anima la cui sensibilità è troppo grande per essere compressa in un ruolo.
I due si cercano e si sfuggono in un tempo sospeso che ripropone sempre la luce accecante di un torrido paese del sud, di una casa a Roma con lenzuola disfatte e sudate o di una loro precedente vacanza in Grecia.
Il tempo del romanzo è un tempo talmente denso e immobile da rendere tangibile quello che tante volte pensiamo accada in mondi paralleli. Non c’è altro che un eterno, terribile presente, in cui tutto è destinato a replicarsi. I mondi pregni di colore delle tele di Maya, in particolare “la donna con il braccialetto”, esplodono dalle pagine di carta e ci macchiano l’anima.
Sfumature di blu oltremare, rossi sanguigni e voraci, profondità che ci ricordano che la realtà che viviamo è davvero solo un velo.
L’incontro con Anya, la postina inquieta e seducente, e l’allontanamento di Edoardo in una missione di pace fanno evolvere gli incubi frammisti ai ricordi traumatici di un’infanzia vissuta sotto il segno della perdita del padre e dell’inaffettività della madre.
Maya a un certo punto perde tutto, pure il suo nome, tanto che i medici finiscono con il chiamarla signora Carducci, cristallizzata nel ruolo di giovane moglie e madre, e questo sarà la miccia che farà esplodere le contraddizioni di chi le vive accanto e non vuole lasciarla libera.
Chi vuole bene a Maya? Sicuramente i lettori. Quelli che amano le storie di persone con problemi, quelle che sembrano sconfitte e invece sono solo alla ricerca di qualcosa di autentico oltre la corporeità.
Le voci di Maya ed Edoardo sono inframmezzate da quelle di Anya, della madre di Maya, del ginecologo, dallo psichiatra che ci portano, ognuna nel loro mondo. E questa coralità che non si sovrappone ma rimane incalzante e lirica è propria dei bravi scrittori, quali sono gli autori.
Il romanzo sfugge a qualunque genere entrando in una sola categoria: quello delle cose lette che non dimentichi e che ti seguono come ombre attaccate all’anima.
Bellissimo.

Titolo bellissimo per un romanzo sorprendente.
Gli autori, Ilaria Palomba e Luigi Annibaldi, sono riusciti a comporre un quadro caleidoscopico di una relazione trovando due frecce ai rispettivi archi che poi sono un solo arco, comune:
1) potenza della voce;
2) bellezza della lingua letteraria.
Aggiungerei un terzo pregio: la felicità dello stile che proviene dritta da una felicità di racconto.
Riguardo alla voce, anzi -è bene precisarlo- al coro di voci che come in una tragedia greca cantano questa storia, la varietà è mirabile e non ne inficia l’intensità. Quanto alla lingua, è densa pregnante pulsante – e precisa, tagliente come un taglierino affilatissimo.
Perché questo romanzo, per ciò che racconta e per la formulazione del racconto, taglia davvero il ghiaccio più che come il coltello kafkiano: come un bisturi che va a segno e non genera inutile sanguinamento, come una resezione ripetuta e millimetrica, come un laser che mentre taglia cauterizza.
La lingua mi ha colpita molto anche perché in questo romanzo si fa una battaglia strenua in difesa del congiuntivo, sia presente che imperfetto – con predilezione per questo secondo, con un tale amore del rischio che a volte i volteggi le capriole le piroette i salti mortali invocano una rete sotto per porre riparo all’avventatezza e allo scapicollo mai ingenui ma sempre molto avvertiti dei due taumaturghi unificati in un solo, prodigioso racconto.
La pagina si gremisce di voci, come un proscenio, e questo permette di sondare superfici e profondità, ambiguità e sdoppiamenti, ironia e senso del tragico, e permette anche di muoversi disinvoltamente sullo schermo del tempo e di collegare punti sparati via nello spazio e pronti a riaggregarsi attraverso un fitto eppure lieve gioco di corrispondenze di baudelairiana memoria.

ipaigiunavolta

Ilaria Palomba e Luigi Annibaldi, gli autori.

Maya è una rabdomante della conoscenza, la sua rapsodica visione del mondo è impetuosa e cromatica, la sua percezione è impressionistica e poco impressionabile, non richiede ordine e costruzione ma tende ad ascoltare la natura, a partecipare del suo spirito – Anya che la seduce e la deride col cinismo di chi sopprime i sentimenti e approfitta del sentire le toglie tutto: tutto può essere tolto a chiunque, anche a chi non ne ha cognizione e perde ogni cosa, ne è defraudato, senza che questo attenui il dolore, anzi esaltandolo semmai.
Edoardo non è meno risparmiato dalla realtà che gli sbatte in faccia di continuo nei teatri di guerra dove deve di continuo raccattare parti di corpi sparpagliati attorno da bombe mine colpi di mitraglia, e non è meno dolente o dolorante, però è sagace o crede d’esserlo, ha un rapporto ordinato con gli oggetti mentre è scompaginato a dispetto persino di sé stesso dalle persone. Costituisce un duo comico irresistibile con l’aiutante in campo Salicetti che riesce a farlo vomitare più di quanto non gli venga naturale per esempio elencandogli le risorse del cuoco di campo Rinaldi.
Attorno a loro un vero coro greco: tutti medici e sapienti (direbbe Edoardo Bennato) salvo la povera madre di Maya – al cuore (nerissimo) di questa vicenda composita (alla lettera) sorge un luogo, una casa abbandonata, dove giace una figura lynchana che potremmo prenderci il lusso di battezzare Laura Palmer, e molto sullo sfondo si sfoca la figura del padre di Maya e con lui il rapporto padre-figlia, l’intrico triangolare padre-madre con figlia, l’amore e la gelosia, la competizione femminile, e il nascosto-rimosso (Caché, come nell’omonimo film di Machael Haneke, premio per la regia Cannes 2005) che forse è il fondo che sobolle alla base dell’intera storia – Lacan regna, forse: ma la lettura psico- è quella buona? Di sicuro diventa possibile, incombe pende pencola, a dispetto della fede positiva nella sapienza clinica dei due luminari convocati sulla scena, uno psichiatra e un ginecologo.
Come capite bene, questo è un vero romanzo romantico: non perché sia sentimentale ma perché riconosce al sentire una potenza conoscitiva strabiliante, dà corda all’intuizione, si puntella su intuito e sentire, assicura trionfo all’immaginazione – cioè alla irresistibile e immediata traduzione in immagini della lettura del mondo, una sorta di ‘restituzione per immagini’ del conosciuto, cioè dell’esperienza, da parte dell’artista.
Samuel Taylor Coleridge, l’autore della Ballata del Vecchio Marinaio (che ha poi ispirato molta musica rock, da A Salty Dog dei Procol Harum fino a quasi un intero album di Sting, The Soul Cages), ha specificato che la fantasia è di tutti gli esseri umani ma l’immaginazione è solo dei poeti – non perché i poeti siano super uomini o sciamani o vati ma perché sono afflitti da un più acuto anzi acuminato sentire, come i pittori. E questo più acuminato sentire impone loro dei compiti, l’irrinunciabilità ad esprimere ciò che più profondamente e lucidamente vedono nella caligine del tormento: in questo romanzo, in cui domina una percezione spettrografica, si staglia a un certo punto L’Urlo di Edvard Munch, la ferita che ha aperto in lui il solco di quella creazione. Del resto l’acme della felicità di racconto e di stile e di linguaggio arriva a pagina 140: – Arturo era mio padre, mio figlio era mio padre. Stiamo dalle parti di William Wordsworth, The Child is Father to the Man: il bambino è padre all’uomo, perché il figlio viene prima del padre in quanto il bambino precede l’uomo. Magnifico!

imagesyhelambThe Lamb, Willaim Blake

Il bambino del resto come l’agnello che belando fa gioire tutte le valli era già l’eroe innocente e puro di William Blake, il più rock dei poeti romantici, padre dei Doors, e ispiratore del Jimi Hendricks di Little Wing – per esempio, e William Blake era poeta e pittore anzi incisore, era scorticato interprete del suo tempo. Come Maya, dopotutto. E come Edoardo, sotto sotto.
Soprattutto William Blake era un artista. Questo romanzo è anche un ragionamento sulla posizione dell’artista nella società e nel mondo, sulla possibilità non tanto che sia compreso ma che sia lasciato in pace, che sia lasciato creare e donare al mondo la sua visione sacra.
Ecco, in questo romanzo ricorrono, nominati apertamente, senza timore, i termini ‘visione’ o ‘visionario’ e ‘gotico’: alla faccia, questo è parlar franco! La visionarietà e gli abissi o gli slanci che immaginiamo quando pronunciamo l’aggettivo ‘gotico’ qui sono materia diretta di racconto, mentre manca la musica, anzi essa è un disturbo con tutta la caciara del mondo e rimanda semmai a una paesanità che è familiare a chi ha vissuto in provincia prima di traslosare a Roma.
E perché manca la musica? Perché si torna alle radici della cultura occidentale, a quel ‘tempesta e impeto’ da cui la musica si è generata. Pensateci.

DANIELA MATRONOLA, SABATO 2 LUGLIO 2016