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sorriso2

A volte penso che la poesia possa uccidere non è altro che mettersi a nudo tagliarsi la pelle lasciarsi penetrare dalle cose dalle parole degli altri dalle proprie e io sono troppo adulta per vivere ancora con i sensi spalancati e troppo fanciulla per non sentire la necessità della vertigine a volte penso di non essere in grado di mentire e di dar poi la colpa all’alcool alle sostanze che stringono la pelle come un abito antico a volte mi guardo camminare ebbra per le strade nelle piazze con tutti eppure sola ed è sempre così vicina l’alterità eppure sola forse c’è stato un attimo in cui l’esistenza è divenuta epifania lanciarsi a capofitto nella pelle nell’incoscienza e poi tornare alla non vita non che sia davvero diverso non che sia una forma di morte è qualcosa che sta in mezzo tra la vita e la morte the wall dei pink floyd rende l’idea dico come fai a mentire con la poesia? come fai a fare fiction se aneli alla poesia? come fai a non morire dentro le pareti fitte del muro che è la pelle la tua pelle alle volte me ne sono liberata – del muro? della pelle? di entrambi? – e il mondo il dolore del mondo la bestialità dell’umano mi ha presa a schiaffi piangere per aver visto l’inferno negli occhi di un ragazzino con la felpa rossa nel campo profughi sulla tiburtina sentirsi in colpa mentre tutti scansano il clochard e il suo miasma d’immondizia sul bus credere di morire mentre i passi della puttana minorenne fuggono sulla colombo asciugandosi le lacrime per ricominciare un attimo dopo a sorridere mostrando le cosce e non ha senso quindi le pareti s’innalzano feroci e non sono io il riflesso di quei corpi dannati che si aggirano nei labirinti della disperazione non sono io quella cui viene sempre detto di non disturbare chiudere la porta e non tornare mai più l’ha fatto mio padre una volta poi se n’è pentito ma io avevo le parole sulla pelle nella carne dentro tutte le pareti muri di cemento armato a separarmi dal mondo non crucciatevi per l’insensibile sapore delle cose non vedo non sento non sono più e ora mi alzo sì mi rialzerò immacolata e feroce là dove i ricordi sfrangiano nella bruma dei boschi spalanco tutte le porte e danzo sola sultan of swing come una bambina al centro di una pista da ballo di un paese nordico in un octoberfest non abbiatevene a male se non m’importa più nulla del mondo io sono stanca di tutto questo dolore e voglio danzare sulle rovine vivere d’istanti nella linea che separa il cielo dal suolo.

i.p.

4 - performance fonderia 900 7

Prima di iniziare con le cose serie preferivi lasciarti abitare dai dubbi lasciarli fluire nel piano d’immanenza alla fine avresti potuto diventare altro te lo dissi una notte quando ce ne stavamo sole senza uomini era bello lasciarsi scivolare in quella specie di solipsismo solipsistico dove io ero lo specchio tu eri lo specchio dello specchio ci vivevamo insieme in questa specie di simbiosi poi non era simbiosi era un guardarsi attraverso attraverso attraverso attraverso finestre arse tra gli astri e il cielo nell’abisso nella fune avevo sognato te bambina quando avevi paura degli occhi degli altri avevo sognato te che non sapevi districarti da tutte le parole che venivano a martellare martellare avevo sognato te nel dipinto di Munch eravamo noi l’Urlo di Munch l’Urlo di Ginsberg settantasette volte ripetute nel riflesso dovevamo imparare a danzare danzare danzare sulle superfici la profondità era solo una superficie l’abisso era il cielo il corpo era l’anima ogni cosa avveniva capovolta sapevo mentre ti guardavo sapevo che avresti fatto molta strada mentre io sarei rimasta a guardarti all’ombra di un tiglio in una campagna che era simile alla tua casa d’infanzia lo sapevo che avresti saputo sfruttare le condizioni favorevoli piegare il caso incarnare il caos lo sapevo mentre io non riuscivo a parlare e più mi trovavo a un passo dalla vittoria più indietreggiavo e sapevo che saresti stata capace di tenere tutti in una mano i fili delle vite degli altri mentre io precipitavo da tutti i grattacieli mentre io cadevo nell’indistinzione romantica di un grido tu avresti retto i fili della ragnatela che unite ci teneva per i piedi per la testa a nervi tesi tesissimi oltre l’orizzonte degli eventi io ti guardavo fiorire mentre sfiorivo ti sentivo crescere in potenza lanciarti sopra tutti gli specchi frantumarli e con loro l’immagine svaniva racchiusa nell’afflato del vento d’inverno io sapevo tu eri l’estate io l’inverno ci guardavamo distanti crescendo in due differenti angoli del tempo e tu pubblicavi libri aprivi tutte le porte vivevi nella leggerezza effimera dell’istante mentre io pesantissima precipitavo non parlavo mi lasciavo usare cadere cadere cadere non sapevo chiedere dovevo solo dare di me ogni molecola un dono che nessuno vuole e tu li tenevi tutti per le palle tutti per le palle tu entravi in sedici stanze con un nitore chiarissimo degli animi facevi mambassa dei corpi macerie con uno sguardo potevi prenderti tutto e io in uno sguardo tutto avevo donato di me non restava respiro contavo i giorni che mi separavano dal giudizio di dio mentre tu calpestavi ogni sentiero e lo mandavi in rovina alla fine eri il paradiso io l’inferno di fuoco inscalfibile per quanto sapessi giocare con le macerie del tempo giocare stava tutto lì il segreto potevi divorare brandelli di vita senza crucciarti della morte degli altri potevi infischiartene del frastuono del tempo senza caracollare tra le intercapedini della rivolta potevi mascherarti mille volte perché io potessi mille volte riconoscerti ma non potevi guardarmi negli occhi io che non possedevo maschere io che mi lasciavo deglutire dagli sguardi del dolore io che donavo ogni istante di me al dio di chiunque io che sapevo scivolare in basso dove tu nemmeno sognavi di esistere ero io il rovescio la rovina ero io non ci si frappone tra se stessi e il tempo non si può spezzare l’infinito quando reclama a gran voce e più d’ogni altra cosa amavi la bellezza ma ti riflettevi in me con un impeto d’orrore maschere di cera sciolte nella notte tutto un profluvio di tenebra uccidermi non fu una buona idea quando la nemesi scompare si slabbrano i contorni e adesso che non sai più dove sia il cielo dove l’abisso io ti sento in tutte le pareti sarò più forte della vita più forte della morte sarò l’infinito che non vuoi più sentire uno specchio senza riflesso è l’immagine del tempo senza spazio io sono questo tempo senza spazio in cui non puoi riconoscerti non puoi giocare che con le rovine di me nel fondo degli occhi invisibili decostruzioni d’istanti domani ti sveglierai in una nuova carne e non ci sarà nessun negativo nessuna nemesi dovrai diventare tridimensionale quanto può annientarti il saperti sola?

© i. p.
foto di Marco Fioramanti

dublino pioggia

 

 

Sto andando in una direzione che non significa nulla o forse tutto mettendo a rischio ogni cosa a volte sento la vita scorrermi ancora in vena e la inseguo la vita nel frattempo frantumo le cose belle lui dice che devo preservare le cose belle i progetti penso quelli imminenti che non bisogna affatto mollare perchè è come una specie di missione ma vorrei solo essere libera da cosa? dal lavoro? dall’amore? da me stessa? quando sono a Dublino è come un sogno lucido allontano le cose le parole il sentire si diluisce fluido e posso scattare foto ai tramonti da qualunque ponte bianco e camminare leggera come un pezzo di nuvola e guardare a fondo le iridi verdi delle ragazze gaeliche e guardare a fondo i passanti e immaginarne storie costruire trame su tessuti d’immagini mangiare schifezze a più non posso su furgoncini hippie pensare all’Urlo di Ginsberg pensare a Joyce e sentirmelo alle spalle essere Molly Bloom con i tormenti e i segreti di donna un po’ maudit comprare scarpe a caso magari anche più piccole della mia taglia parlare con Luana della fine del mondo e del terrorismo islamico del nichilismo del comunismo del nazismo della nostra sorte di biechi e feroci esseri umani camminare sulle scogliere irlandesi tra freddo e sole mentre il mare sciaborda metri e metri più in basso attraversare ponti pericolanti in stile Isola del Tesoro litigare con lui e piangere mortalmente a Temple Bar sentirmi morire decidere e tornare indietro decidere e infrangere decidere per il bene di tutti e poi non reggere il dolore e frantumarmi e poi guardare la signora con Lessie al guinzaglio vicino St Peater Church andare a trovare Alessandro nell’albergo di lusso aspettare sulle altalene bere cocktail con dentro la mia personalità (e il suo disturbo) danzare psy trance nelle luci accecanti della notte fingere che non debba finire mai finire mai finire mai questo gioco di specchi e desideri che uno sull’altro s’infrangono questa vita in bilico dove ancora non so che fine farò domani questi 28 anni che sembrano 18 queste parole gettate come sassi di cui non voglio vedere i cerchi nel lago questi rami e tetti gotici e guglie e senso di non appartenenza e scegliere di non scegliere la vita e pensare che tanto se voglio me ne tiro fuori e pensare che tanto ci sarà pur qualcuno alla fine del tunnel e poi sentirmi abbandonata da tutti quando invece sono io a fuggire lo so sono io sono io l’errore io la folle io l’instabile io l’edonista che sta bene solo se c’è da divertirsi e ogni impegno si trasforma in limitazione ogni relazione in gabbia d’acciaio ogni passo falso in caduta libera nel vuoto ho sognato di saltarci giù da quella scogliera ma poi a pelo d’acqua non sprofondavo volavo volavo alta nel cielo senza nubi ed ero nell’azzurro più profondo ero un gabbiano o un corvo ero assolutamente libera di spalancare le ali sopra la materia io nella metafisica dell’istante superavo il vuoto e la paura di caderci.

@ i.p.

31 - AAVV - Streghe postmoderne

AlterEgo Edizioni presenta “Streghe Postmoderne” a Roma

Verrà presentata a Roma, sabato 12 marzo 2016 alle 19.30, l’antologia illustrata “Streghe Postmoderne”, AlterEgo Edizioni, in concomitanza con l’uscita in libreria del volume.

La location dell’evento sarà il Baràbook, in via dei Piceni 23, nel quartiere di San Lorenzo, un locale intimo, dall’aspetto rétro, dove saranno presenti l’Editore, le scrittrici coinvolte nel progetto (Olivia Balzar, Flavia Ganzenua, Lié Larousse, Giorgia Mastropasqua e Ilaria Palomba) e alcune delle artiste. Sarà l’occasione per lasciarvi sedurre e trascinare nel mondo oscuro ed onirico di questa raccolta, ispirata all’aspetto inquietante del femminile, sorseggiando dell’ottimo vino.

STREGHE POSTMODERNE

Streghe Postmoderne è una raccolta di racconti e disegni, volta a ripensare la femminilità attraverso l’archetipo del mistico, misterico, magico e surreale. Fiabe postmoderne, a tratti surrealiste, a tratti horror, che ben poco hanno a che fare con la visione della donna come creatura fragile e passiva. Qui si liberano i demoni, invidia, gelosia, preveggenza, presagio, potenza femminea come natura selvaggia, talvolta benefica talaltra distruttrice. Con un lavoro costante sulla parola, sull’utilizzo consapevole della lingua, del ritmo e del tratto, la scrittura e il disegno s’incontrano nel campo del fantastico e del magico.
L’idea di una breve antologia al femminile si propone di conferire valore a una potenza plurale di voci e visioni, per questo coinvolge, accanto ai racconti, alcune tra le più originali artiste dello scenario underground nazionale e internazionale: Natascia Raffio (per il racconto di Giorgia Mastropasqua), Madame Decadent (per il racconto di Lié Larousse), Helbones (Per il racconto di Olivia Balzar), Alix Rodriguez (per il racconto di Ilaria Palomba), Tamara Cascioli (per il racconto di Flavia Ganzenua).

L’Associazione Le Tre Ghinee/Nemesiache e Eleonora Pimentel
in collaborazione con l’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici
invitano alla presentazione del libro:
Homo Homini Virus di Ilaria Palomba

hhv

 

“Una storia di passioni ossessive, cinici tradimenti, taglienti affondi ed elettiva complicità. Angelo spreca il suo talento nello spietato mondo del giornalismo. Iris cerca redenzione e sacralità nella fraintesa dimensione della body art entrambi ansiosi e tormentati da un disperato bisogno di riconoscimento. Un empatico psichiatra ripercorre la loro complice, inarrestabile caduta nel delirante abisso in cui da vittime si eleggono a carnefici. L’autenticità non risiede nella gloria, ma nel rischio che si è disposti a correre per la propria verità.”
(Recensione di Lyly Dark su TempiDispari)

Istituto Italiano per gli Studi Filosofici –
Via Monte di Dio 14 -80132 – Napoli 29 febbraio 2016 – ore 16.30

Intervengono con l’autrice : Esther Basile, Rita Felerico, Maria Concetta Piacente
Coordina: Mimma Sardella
Lettura: Teresa Mangiacapra
Videoriprese: Rosy Rubulotta

info: mangiacaprateresa@gmail.com

giallaeblu

Aveva frequentato straccioni, raver, borghesi rampanti e intellettuali (o anche tutto questo insieme), e aveva continuato a sentirsi un’outsider, sola, solissima, rispettivamente con ogni categoria. Le mancava sempre qualcosa per esserne parte. Forse quella forma cieca di fanatismo e adesione incondizionata di gruppo. Nonostante il relativismo (in forma assoluta), proprio non ci riusciva ad appiattire i gusti su quelli di un branco. Al personaggio continuava a preferire la persona (se solo avesse potuto vederla, la persona, oltre il riflesso). E, lo sapeva, l’avrebbero condannata per questo. Avrebbe rivissuto a vuoto l’esperienza del diniego fino ai bordi della follia. La solitudine l’aveva abitata. La solitudine era divenuta la più colloquiale tra le dame di compagnia. La solitudine la rendeva capace di usare e abusare dei corpi come fossero suoi. E lasciava a queste ombre, a questi nessuno, la libertà di indossarla e riporla, ovunque. Forse avrebbe trovato nell’immaginario una soluzione in cui sciogliersi.
Ma non oggi. Oggi lui le aveva detto: sei guarita. Puoi dire al mondo che una volta avevi un disturbo borderline.
Le aveva detto che era guarita e lei era sprofondata in un gorgo di autosvalutazione e tremenda melanconia. Se poi guarire significava non farsi violentare dagli sconosciuti, non spegnere sigarette sui genitali di esseri privi di dignità, non rischiare l’overdose ogni fine settimana, sì, evidentemente era guarita, ma da quando gliel’aveva detto si sentiva così vuota. Tolto il disturbo di personalità per par condicio sembrava dileguarsi anche la personalità. Come se le avesse portato via quel qualcosa di speciale che la rendeva unica. Ora era una mediocre chiunque. Capite bene che avrebbe preferito trasformarmi in scarafaggio che essere una chiunque chiunque.
Ma adesso potrai scrivere per tutti, capisci? Per gli altri. Non solo per necessità catartica.
Il disturbo borderline era una sorta di panacea universale.
Non hai spicciato le tue commissioni?
Ho il disturbo borderline.
La casa è un porcile?
Ho il disturbo borderline.
Non hai un lavoro?
Ho il disturbo borderline.
Te ne infischi del prossimo e della sua sensibilità?
Ho il disturbo borderline.
Non riesci ad amare?
Ho il disturbo borderline.
Sei un’adultera con profonda indecisione sessuale?
Ho il disturbo borderline.
Non hai ancora conquistato il mondo?
Ho il disturbo borderline.
E a quante falle doveva sopperire un disturbo di personalità? L’avrà avuta persino lui un granello di ansia da prestazione. Niente. Ora lui si era dileguato, l’aveva lasciata sola, faccia a faccia con la sua nullità. Tutto pesava macigni e non aveva più scuse per evitare le prove d’acciaio con cui si forgiano gli eroi, gli antieroi e i pusillanimi.
Se abbandoni il campo di battaglia non puoi dare più la colpa alla canna di fucile del disturbo di personalità. Vai in trincea. Ti tocca. È il tuo turno. E se fallirai nell’impresa non potrai più ricorrere alle vecchie e amate scappatoie da disertore.
Ora sei lì, circondata dal deserto. Tra le dita granelli di vite in prestito. Una tempesta muove i ricordi. Alla fine della traversata c’è un oceano chiamato Alterità.

 

© i.p.

foto di Luigi Annibaldi

ila e gli specchi

Siamo nel 2016, sei felice?

No.
Perché?
Nulla cambia.
E allora che senso hanno le tue parole di conforto?
Cerco di essere gentile con l’alterità. Imparo ad amare il prossimo.
O forse vuoi essere amata tu?
Può darsi.
Mi dici cos’è che non va?
Nulla. Va tutto bene. Ho un tetto. Mangio tre volte al giorno. Qualche affetto. Qualche ebrezza maudit quando ne ho voglia.
Eppure?
Non sono felice.
Non ti senti in colpa?
La colpa è una questione cristiana, non sono cristiana.
Sei atea?
Neppure.
Allora in cosa credi?
Nell’immensità del cosmo. Nella nullità dell’uomo.
Ed è di questo che soffri?
No. O forse sì…
Tu hai un problema, ti fa ribrezzo l’umanità eppure è da lì che provengono le conferme che cerchi.
Non cerco conferme.
Non è vero.
Dici che cambierebbe qualcosa se avessi una qualche forma di riconoscimento?
Tutto.
No, non credo.
Non credi?
Non credo.
Io credo di sì. Tutto cambia se il mondo ci riconosce per ciò che facciamo, ciò in cui crediamo, ciò per cui trascorriamo notti insonni e rinunciamo alla spensieratezza in funzione di un miglioramento possibile.
Nulla cambia. Hesse dice che la gloria non conti nulla. Che sia cosa da poco cercare i riconoscimenti in questa vita. Si anela all’eternità. Solo chi anela all’eternità ha dignità d’essere. Solo chi anela all’eternità può pienamente essere.
Cos’è l’eternità?
Non sentire più il peso del tempo.
Mi pare tu lo avverta sin troppo…
Quel che mi fa soffrire è vivere di apparenze. Quel che mi fa soffrire è illudermi davvero che sia questo io, questo ego che adesso io appaio, a desiderare, sperare, deludere, deludersi. Quel che mi fa soffrire è la percezione del tempo. Se il tempo fosse sospeso io sarei l’eternità.
Dovresti divenire indifferente alle sconfitte e ancora non lo sei.
Non esistono sconfitte né vittorie, non esistono gradini. I piani sono interpenetrabili e interdipendenti. Ogni cosa si sovrappone all’altra. Non c’è un sopra e un sotto. L’illusione cartesiana dell’estensione è un preconcetto monodimensionale.
Vorresti farmi credere che ti sarebbe indifferente vivere ai bordi di una strada o in una casa riscaldata? Essere un corpo sano, giovane, vigoroso o essere pingue, malata, abbruttita dai segni di un tempo ferale? Scrivere per nessuno o scrivere pubblicando libri?
No, non mi è indifferente, è fondamentale. E qui mi riconosco debole, se non addirittura sconfitta.

© i. p.

 

perfonymphosis

Le Alpi immerse nella bruma spessa con le nuvole alte e rosse nel nitore dell’alba e io che non dormo, mi dissolvo nel paesaggio quasi californiano di una Torino sconosciuta e mi sento più vicina che mai ai luoghi descritti da Pavese. Forse nella necessità è insito il timore, si guarda fuori per fuggire i nemici invisibili – o i loro fantasmi. Oggi a Vercelli il mattino è penombra e sono sveglia nonostante tutto. Aspetto Olivia sul letto della sua infanzia. Ho ancora i piedi sporchi di pavimento e coreutica. Ultima performance. Dalla finestra schiusa entra l’odore dell’inverno e il colore rosso delle tegole iridate da un sole quasi bianco.
Torniamo a Roma tra breve. Porteremo il ricordo del viaggio e di tutti i volti incontrati e di tutti i bicchieri bevuti e dei suoni forti di batteria, chitarra, voci metalliche urlanti. Di tutta questa vita che adesso si sgretola nella memoria ebbra del mattino.
Dire che l’incontro non sia, non del tutto, e avevo mille voci addosso. La voce stanca del telegiornale con gli attentati in primo piano e il fantasma di Salah, e scarpe sparse lungo le strade di Parigi, passi invisibili di spettrale resistenza. La voce del freddo, nella notte, dei miei bronchi malandati. La voce dell’impellenza: università e lavoro, progetti appena iniziati, voler far stare in piedi tutto e vacillare. La voce degli altri scrittori, più scaltri, più svegli, più colti di me. Le voci inarrivabili degli obiettivi posti e mai raggiunti. Avevo l’antidoto, era il vino, il chiaro fumo alcolico e il desiderio dell’eccesso. Ho visto un ragazzo tra i murales, un tale oscuro. Gli piaccio credo, piaccio spesso a chi risulta ostico alla vita. Era venuto per sfidarmi, lo sentivo nel suo sguardo, nel modo circospetto del suo piglio sfrontato, dalle movenze oblique delle traiettorie dei piedi. Non ho ceduto un istante, non ho smesso di reggergli lo sguardo. Mi sono separata dal suolo o vi sono piombata in basso, bevendo, e avevo in mente una persona cara del passato, l’odiata favola dickensiana e catto-capitalistica degli ultimi che saranno i primi, come fosse un privilegio la disgrazia, e ho in mente la mia gente, la mia famiglia: primi che divengono ultimi, questo mi commuove, non lo sforzo vitale ma l’egemonia del negativo. Le scarpe alte e gotiche di zia, cui dico: scrivi un film – nella casa dagli spifferi di freddo e fumo – provaci. E risponde: avevo tutto e me lo sono giocato. Qui danzano i demoni. Troppo facile amare la forza virile del basso che mira all’emancipazione. Il proletario che diventa borghese, il sussulto ultimo del risentimento di classe. Io amo i perduti invece, gli abbandonati da dio e da se stessi, i decadenti. Non per una forma gotica di straripamento, quanto per l’immensità della sconfitta. Me l’hanno detto mille volte: la ragazza dalla promessa senza fine. È una tara famigliare il promettere e non mantenere, un patrimonio di sangue. Sono lì in cerchio, con pochi esseri sconosciuti a discutere della mia impopolare visione delle cose. Quando mi si dice: è difficile, sorrido. No, è impossibile, rispondo. Di quell’impossibilità mi faccio scudo e ci sprofondo. Mi è piaciuto parlare con quei due e non evitare mai lo sguardo risentito del ragazzo che voleva sfidarmi e poi magari gli ho fatto pena o spavento. Non capisco gli uomini cui piaccia umiliare le donne che non possono avere. La volpe e l’uva, vecchia stronzata.
Olivia mi segue nelle traiettorie al vino bianco e ho ancora come un senso di nausea ma lei è pronta ad affrontare ogni parola come una sacra scrittura e la guardo nel baluginare di capelli biondi e viso curato, occhi vispi, freschi di trucco e scarpe nere e abiti neri, nordiche mantelline. La osservo parlare di me come fossi un classico, per poi spostarci altrove. Quel risveglio tra le alpi in piena crisi d’asma, quella fame di respiri, il ricordo delle parole feroci del dottore: andrà sempre peggio. La sigaretta accesa, con le tue mani, con le tue mani sei thanatoeroica, l’eroina dell’autoannientamento, una fragilità disturbante. Una sigaretta in più può ucciderti.
Ora mi guardo venire fuori dalla stanza al mattino, verso stazioni e treni. Olivia parla con un’amica di vecchia data mentre mangiamo pessime piadine al gusto d’aglio, nel bar davanti ai binari. Di diari segreti parliamo, perchè avere un diario? che senso ha? Per parlare con se stessi essendo altro, dice l’amica dai capelli lunghissimi.
Stanotte avevo quel timore delle ultime volte, prima del palco, quel timore da non sono vera, non sono mai stata una vera performer, perciò la mia ultima performance suona un po’ come una farsa. In macchina di Edo, dopo la Mondadori, attraversiamo una Vercelli notturna e all’improvviso le ali bianche d’angelo di una delle statue lungo la facciata di una chiesa ci saltano agli occhi. C’è l’odore dell’inverno, della neve quasi, ai finestrini.
Il locale rock dove avremmo fatto la performance, i gruppi, occhi truccati, borchie e birre e prosecco e sigarette di tabacco sfuso. Un tale che non c’entra niente, sguardo antisociale, irrompe e comincia a mangiarci nel piatto e poi fa scusa, scusa e dico: ecco il pazzo del giorno, e fa: possiamo parlare io e te da soli? Tenta di baciarmi e lo allontano. Guarda i libri, fa: tu saresti la scrittrice? Ne prende uno, come a volerne strappare pagine. Gli uomini fanno così con me quando non ho intenzione di andarvi a letto. E tu saresti una scrittrice? Non m’importa che sia insano o criminale o figlio di criminali – come alcuni ora dicono – io quel libro glielo strappo di mano e dico: lo vedi? Lo vedi perché la gente ti allontana? Tu pretendi rispetto ma non ne dai ed è per questo che ti ridono dietro, perchè non capisci? Non è insultando che avrai la nostra attenzione, e lo dico un po’ anche a me stessa quando impazzisco di gelosia per chi sia più amato e considerato migliore, non è insultandoli che riceverai attenzioni. Questo brutto vizio, tutto italico, di aggredire per non essere aggrediti. Mi dicono: lascia stare, è andato, è scemo, è un criminale, è rimasto sotto. E io insisto invece, perchè tutti hanno gli stessi diritti, nel mio mondo ideale, a tutti si deve almeno una spiegazione. Quindi lo affronto e poi gli dico: bada bene, le donne si rispettano, non ci si getta addosso in quel modo. Se tu mi rispetti io ti rispetto, e questo vale in ogni cosa. Gli offro da bere e vado via. Per meglio digerire il rifiuto decide io sia la donna di Edo e ci lascia in pace.
La performance comincia che quasi non me ne accorgo, mi lascio trasportare dalla voce, la sua voce, la voce di Olivia, la voce di Apparat. E sono alito di fumo nero nella notte, trasparenze immense, carne contorta, occhi altrove. Possedute entrambe, deliriamo, in quest’abbaglio.
Al mattino mi sveglio con quella luce calda che inonda le tegole rosse.
In treno una specie di magone m’induce a restarmene in bilico, tra il diniego e l’anelito a una perfezione che non sarò mai.

© i.p.

Foto di Stefano Borsini: “Nymphosis part I- performance su Homo homini virus” per Nero gallery al Brancaleone di Roma.
Azione performativa, (libera improvvisazione scenica) sulle suggestioni di Homo homini virus ma senza testo, né canovaccio di e con Antonio Bilo Canella, Miguel Gomez, Daniele Casolino, Ilaria Palomba

parisis

Ieri notte tornavo da Monteverde con Luigi. Ubriachi. Dopo la vineria.
Lui accende il computer e legge dell’attentato Isis a Parigi, al teatro Bataclan. Su Sky 24 parlano di triplo attentato. Mostrano scene di uomini che fuggono in strada, trascinando via altri uomini feriti o morenti. Altri ancora penzoloni dalle finestre. La città a ferro e fuoco. Hanno colpito i luoghi dello svago, i simboli del divertimento, della piacevolezza. Un teatro, uno stadio e un ristorante. Oggi si parla di 128 morti e 200 feriti. Ma chi sono queste persone? Chi erano? A nessuno importa nulla. Si diffonde odio e terrore senza che che nessuno si chieda – si sia chiesto – si stia chiedeno – nulla circa l’identità di queste persone capitate per caso nelle sparatorie.
E poi che senso ha continuare ora a scrivere, a lavorare? Farsi i fatti propri… Ci siamo illusi che la guerra fosse affar loro. Ma di chi? Dell’Isis? Dell’America? Del Premio Nobel per la Pace con Droni? Una cosa distante: lì, in Siria, in Libia, e Dio solo sa dove altro.
Chi erano? Avevano un’identità? O devono solo finire nel calderone delle vittime?
Ricordo Parigi, quando ci abitavo. République era la zona dei locali. Non sono entrata mai in quei locali. Mi aggiravo sola per una città respingente. Non ho imparato bene il francese, non parlavo con nessuno eccetto che con alcuni italiani, con un paio di brasiliani e con un arabo. Marocchino per l’esattezza. Ricordo una sera, bevevamo birra e mangiavamo crepes su una panchina sotto gli occhi di Notre-Dame. Gli piacevo. Diceva che avrei dovuto fare sesso con lui.
Ma ho qualcuno – dicevo.
Sei europea – diceva – non sei europea?
Ecco la sua idea di donna occidentale. Ho cercato di evitarlo per il resto della mia permanenza lì. Quell’anno ero diventata quasi razzista e mi facevo ribrezzo per questo.
Parigi è una città divisa in etnie. Si respira aria di battaglia per strada. Tutti pronti ad attaccare e difendersi. Nessuna integrazione.
Nonappena sentissero in che modo barbaro e inesperto tentassi di parlare la lingua loro evitavano di rivolgermi la parola. Dopo una certa ora – le dieci di sera circa – non era troppo raccomandabile uscire. Abitavo nel Quartier Latino, pieno centro, ma dopo le dieci tirava aria strana. Gli arabi in gruppo erano un unico e oscuro organismo delle tenebre. I francesi non ti degnavano di uno sguardo – a eccezione del gruppo del CeaQ, in cui studiavo. Fuori dalla Sorbonne non avevo contatti con alcuno. Mi sentivo inquieta, isolata e folle. Mi perdevo in lunghe passeggiate lungo Boulevard Saint-Germain e Saint-Michel. E poi me ne andavo a Montmartre, dove dei gloriosi anni Venti, di artisti bohémien e misteriosi atelier, non è rimasta che una cattiva imitazione.
Houellebecq è stato profetico – anche se Sottomissione non è il migliore dei suoi libri – ha veduto chiaro, raccontando il clima di tensione che pervade quella città.
Ora chiuderanno le frontiere ovunque in Europa. Proseguirà questa inutile guerra che colpisce quasi solo i civili. Si bombardano e bombarderanno altri civili, scuole, ospedali, in Siria, in Libia e anche dove non sapremo mai. Qualcosa accadrà anche a Roma con questo Giubileo Straodinario – sembra fatto apposta. Una decadenza precipitosa. È proprio il crollo dell’Occidente. E l’abbiamo voluto noi. Perché la fratellanza si costruisce nel tempo con compassione ed empatia. E invece, degne colonie USA – l’Italia e l’Europa intera – siamo capaci solo di calcolare. Il numero delle vittime. Il Pil. L’andamento delle Borse. La guerra serve alla Borsa. Mercati finanziari. Capitali virtuali. Azioni sulle industrie d’armamenti alle stelle. A chi giova questo Isis? A chi fa davvero comodo esista? Chi guadagna dalle Stragi?
Non ho risposte. Solo dilanianti domande. Tra le più urgenti:
CHI ERANO QUELLE PERSONE CHE HANNO PERDUTO LA VITA? VOGLIO SAPERLO!
UNA PER UNA.
I NOMI. LA VERITA’. OGNI SINGOLA ESISTENZA.
CHI ERA? CHE FACEVA?
QUAL ERA IL SUO SOGNO?
Per ciascuno.
E ancora: è giusto scrivere? È giusto continuare a svolgere il proprio compito come nulla fosse? È giusto condividere post su Facebook? O soltanto occuparsi del proprio piccolo inutile quotidiano?
Questa impotenza sgretola e disgrega. Rende vana qualunque azione. Qualsiasi affermazione. Qualsiasi idea o pensiero. È giusto? È davvero ancora possibile continuare a esistere in quanto individui mentre attorno centinaia di persone – senza volto e senza nome – hanno perduto la vita?
E poi c’è un’altra martellante domanda, un ossessionante dubbio:
Perché indire un Giubileo Straordinario? Quante altre stragi serviranno? Quanto altro odio? Quante altre guerre?

© i. p.
Immagine di Luigi Annibaldi

ilaRosso

Ho smesso di fare performance perché di me vorrei parlasse solo la scrittura il dolore di un’autoconfessione mi sto perdendo ma non nella maniera in cui amereste vedermi perduta non esiste passato l’ho ingoiato il passato io sono solo projectus non abito il corpo e il tempo mi piacerebbe perdermi come tutti per amore o droga o corruzione o miseria l’ho fatto sì a 19 anni e poi l’ho fatto ancora io mi perdo nella separatezza è altro non sto nei ranghi della disgregazione sento ogni cosa pesare amplificazioni paraedoliche ho solo voglia di divorar libri è grave? può darsi non sento più il peso e ne sento uno abnorme all’altezza dello stomaco ho un disturbo di personalità lo so ma lui dice che io sia solo una persona fragile o forse competizione col padre qualcosa di simile alle volte è solo il vuoto così forte da strapparmi le ciglia questo vuoto questo vuoto senza tempo un rimpiangersi l’istante vorrei vi fosse un luogo tra l’io e il tu un’esistenza vivida e invece i contorni si sfrangiano e perdo la vera battaglia all’incisione sul fuoco una battaglia sterile di marionette variopinte abitare le increspature del tempo dirsi interessati a qualcosa quindi sei depressa ho detto al mio amore che prima di andare in un’isola deserta voglio esser certa di avere un bel corpo e che sotto possano proliferare i vermi ma devo mostrarmi impeccabile al nulla prima che tutto crolli e lo sento il crollo lo schianto così imminente sarà per la fragilità dei legami con gli oggetti o per la rivolta violenta della terra madre e io voglio sentire gli altri corpi in ogni modo lasciarmene trascinare abitare le strade come potevo a sedici anni ho 15 giorni di tempo per mutare il corso del declino sarò altrove e ti guarderò correre dietro il mio treno ci lasceremo inghiottire dalle prerogative se penso di uccidermi è per una questione di convergenze non resisto all’insignificanza e quando mi si dice che il tempo è finito la terra svuotata la guerra ci ha invasi allora sento l’esistenza e mi ci perdo come un numero inutile una cambiale in bianco vorrei credere ai tumulti di piazza inneggiare a Malatesta e invece non so far più nulla e resto nei libri lì dentro e fuori dal presente accanto ai volti di carta che sanno meglio di me quanto sia vana l’attesa e la gloria quanto sia tutta un’illusione la luce del sole e l’atmosfera voglio sentirti piangere per un istante come in un brano dei Marlene Kuntz alle volte mi figuro il passato in una clessidra le cui polveri sono stupefacenti da overdose credo di essermi sparata in vena ogni ricordo e non resti più il colore dei volti l’odore dei corpi sulla pelle di nulla si può parlare di null’altro che di quest’assenza è simile al desiderio alla morte e a Dio.

© i. p.
foto di Luigi Annibaldi