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Tag Archives: vita

Con Ilaria Palomba, Pastiche Rivista, Paolo Battista, Luigi Annibaldi, Daniele Casolino, Chiara Fornesi.

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Ascolto i rumori della strada invadono e mi lascio invadere senza tuttavia lasciarmi scalfire fuori ci sono gli zingari un uomo che vende rose e un altro che rovista nel cassonetto poggio le mani sul vetro lascio i segni delle mie dita arriva una voce di donna il rombo di un’auto in lontananza poi c’è il vento e disegno serpenti con le mani su quel vetro poi le porto a me stringo la carotide fino a farmi mancare l’aria non c’è nulla che somigli a un attacco di panico l’ansia è fisica quello che io provo ha a che fare con il pensiero anche se il corpo dovrebbe essere tutt’uno col pensiero io li vivo dissociati di fondo anche il corpo mio non sta bene la mia testa è piena di rimbombi ma sono le cose che penso a sbattermi in faccia un baratro è l’eterno ritorno dell’identico penso che da questo non si possa guarire non si può guarire da se stessi io posso soltanto tapparmi le orecchie sbatto contro un caleidoscopio dai mille volti e sono sempre io e posso fingere di non vedere dicevo non sono sicura che questa realtà sia vera lui diceva prima di te se l’è chiesto anche Cartesio dicevo non è solo una questione teorica diceva studia leggi impara non prendere droghe col tuo carattere le droghe slatentizzano ma quel che non diceva era cosa queste droghe dovessero slatentizzare tutto ciò che può divenire in atto già esiste in potenza io volevo vedere fino a che punto si può arrivare lanciandosi nel vuoto lo facevo e cadevo ogni volta non toccavo mai fondo ma cadevo e cadevo e cadevo e tutto si ripeteva in un incubo di demenza ascolto la voce di mio padre nel passato dice non esagerare i sintomi ma io NON LI HO MAI ESAGERATI erano veri io ho soffocato quelle ossessioni perché loro mi obbligavano a smettere ho sotterrato il vuoto in un’illusione di pienezza ho sotterrato l’assenza in significati impropri io dicevo di essere chiusa in un labirinto senza via d’uscita e tutti lì a dirmi non esagerare tu stai benissimo vuoi vedere cos’è la pazzia? vuoi vederla? questo è la pazzia mi mostrava gente del centro di igiene mentale gente per lo più sformata ma non vedevo in loro quella pazzia che lui diceva io non li distinguevo dalla gente normale io non comprendevo loro esattamente come non comprendevo i normali per me l’altro era sempre la stessa assurdità mi sentivo chiusa in un labirinto di voci che non significano nulla mi sentivo falsa e sulla finzione basavo il mio stare al mondo fingi di stare bene fingi di essere felice fingi di comprendere le parole fingi di essere intelligente fingi di essere bella fingi di provare emozioni fingi di essere viva.

Io volevo andare incontro al mio baratro cercavo di capire dove si potesse arrivare cercavo soltanto la mia verità e invece poi mi veniva quel dubbio di non stare nel mondo di non stare parlando con nessuno la domenica mattina dopo le feste mi chiudevo nel letto era una scatola una prigione non si poteva dormire usavo il computer e giocavo con le false identità del mostro che per anni mi ha ingannata – non era un vero mostro era solo la mia nemesi o una parte di me – giocavo mentre fumavo sigarette a seni scoperti masturbandomi per finta davanti a una webcam m’illudevo di dominare dal basso con il corpo il mio corpo al centro e fuori lui a spiarmi spiarmi spiarmi credeva di fottermi e io fottevo lui o ci fottevamo entrambi insieme era quasi divertente quel fottersi l’un l’altro ci saremmo uccisi era romantico uccidersi per un gioco erotico dovevo indossare le maschere della banalità per non subire trattamenti sanitari obbligatori questa banalità ora è diventata parte di me ma non voglio viverla in prima persona non voglio appartenerle inficia il mio lavoro mi impone la stessa identica angoscia che mi imponeva la follia così mi sento sospesa tra l’abisso e il pavimento su cui poggio i piedi che non è un vero baratro ma solo un inutile parquet così mi sento inautentica così mi sento falsa così mi sento inadatta a vivere perché parlo di altro per distrarmi da quel baratro ma quel baratro è la mia verità e si rivolta dentro all’infinito impedendomi di guardare fuori.

La mia prima insegnante di yoga diceva non stai morendo non sei sotto le bombe mangi tre volte al giorno hai genitori in vita e ti vogliono bene nessuno ti ha amputato un arto che cos’è questo inferno che descrivi? non esiste.

Nessuno poteva guardare dentro e io ne avevo orrore.

Lui non può guardare dentro quel baratro per quanto possa amarmi lui lì dentro non può entrare nessuno può solo io posso guardarci e poi caderci caderci caderci perché non ti è mai consentito di guardare senza precipitare quando sono troppo dentro non vedo più il fuori ci sarebbe un modo per stare bene ma anche stare bene mi fa male mi fa sentire vuota e priva di identità mi fa sentire simile a tutti mi fa sentire di non poter parlare che di fatti ma i fatti sono ininfluenti i fatti sono Maya la creta che c’è dentro è Atma le azioni non contano le violenze subite gli schiaffi le parole non hanno significato quel che conta è quell’Atma quell’Atma che c’è dentro eppure anche fuori ma nessuno lo vede non lo vedi se non vuoi morire e se lo vedi vivi morto altro che nirvana è un nirvana rovesciato quel che io vivo mi sta mangiando pezzo dopo pezzo quanto ancora riuscirò a fingere?

Non posso dirlo a nessuno perché tutti scapperebbero tutti scappano dal dolore solo io sembro volermici ficcare dentro apposta è un gioco pericoloso lo faccio troppo spesso per non restarne mutilata.

Noi non eravamo che carne segregata in polvere temevo di scoprire di dover rinunciare alle mie notti era una mano che mi afferrava le tempie e spingeva giù il corpo fino a rovesciarlo c’era anya con me mi consigliava di ridere c’era anya con me in quelle notti scavalcavamo i significati c’era l’odore chimico di pelle sudata non avrei voluto ascoltare non avrei voluto sentirmi dire che non potevo farlo anya non mi avrebbe lasciata non potevo confessarle di aver visto di aver sentito la prima volta che accedi a quella cosa non puoi darle nome né significato alcuno non riesci a percepire altro c’era un uomo alle mie spalle mi sarebbe piaciuto afferrarlo ma ogni volta io mi voltavo e non c’era nessuno eppure sentivo il suo fiato mi voltavo era un mostro di carta dalle forme scheletriche io non sapevo riconoscerne i contorni avrei potuto ridere per le stesse ossessioni per cui piangevo era questa evanescenza a smembrarmi la certezza che non esistessero i luoghi l’impossibilità di guardarli quando c’era anya lei era la mia certezza poi tutto cambiava i volti assumevano sembianze sconosciute i luoghi divenivano altro quelle campagne erano dettagli di specchi frantumati cercavo la mano sentirmi afferrata cercavo nei libri di herman hesse il significato dei miei vissuti raccontavo a mio padre i miei timori suggestione diceva come nelle sedute spiritiche se vedi il fantasma è solo per suggestione e se lo vedono tutti? suggestione collettiva qui invece nessuno si suggestionava io vedevo morire le menti non riuscivo a distinguere i corpi le persone diventavano sagome confuse ombre erano morti ma erano ancora in vita facevano tutti lo stesso odore di muffa mi chiedevo se a un osservatore esterno anch’io apparissi allo stesso modo mi guardavo allo specchio a casa e mi trovavo bellissima e tutta la notte ci avevo dato giù con alcol e altro buttandomi in mischie di corpi tutte le notti a sentirmi tra le cosce pezzi di carne sconosciuti eppure avevo l’impressione che fosse sempre la stessa persona il primo uomo l’ultimo uomo quella donna l’unica donna mia sorella mia gemella monozigota separata alla nascita tornavo a casa e man mano tutto sfioriva non sapevo riconoscere i sapori tra le labbra avevo solo questo vuoto questo senso di eterna sete incolmabile mi chiudevo nei libri di filosofia rimanete fratelli fedeli al corpo e alla terra poiché è l’unica cosa di cui si possa dispensar certezza ascoltavo the end imparando a memoria i movimenti delle sue labbra il primo uomo l’ultimo uomo nello specchio c’era un volto e poi nulla ero circondata da presenze e a volte le pareti ridevano con la voce di mia madre pensavo che brutto scherzo mi stanno tirando andavo in bagno e mi guardavo mi guardavo diventavo orrenda i miei occhi si gonfiavano come rane e la pelle stingeva fino a colare via non m’importava di pesarmi perché io credevo solo a quel che vedevo e quel che vedevo era un mostro di grasso e rughe che a diciott’anni non sarebbe stato logico avere e sentivo sul corpo mio l’odore di quei corpi e per quanto mi lavassi e mi lavassi quell’odore mi entrava dentro era diventato un altro pezzo di pelle e sottopelle scavava ogni volta avevo paura di guardarmi allo specchio mi stringevo la carne tra le mani e stringevo e stringevo fino a lasciare segni rossi e viola su quei fianchi che avrei tantissimo tagliato mi sarei fatta mangiare a morsi da una belva e così trovavo numeri sconosciuti nella rubrica e chiamavo fingendo un’intimità di cui non mi credevo capace a mala pena ricordavo il nome di quelle persone eppure parlavo loro come fossero miei lo erano dicevo che fai? dicevo io mi annoio dicevo mi racconti un sogno? dicevo come t’immagini di scoparmi? dicevo non mi avrai mai dicevo e dicevo poi mi truccavo a dovere e scivolavo via di casa allora ero di nuovo bellissima avevo nel corpo una misterica sensualità mi fingevo innocente m’immaginavo vestita di nero in un paesaggio irlandese tutto di ghiaccio mi sentivo forte e invincibile scavalcavo le strade raggiungevo le cantine gli scarni monolocali incontravo l’uomo della telefonata e mi sembrava di non riuscire neppure a vederlo mantenevo tra le dita sigarette ciccavo sui pavimenti mi sedevo sui divani troppo stretti ero io qui e io dall’altra parte finché i corpi non mi mangiavano e mentre accadeva non riuscivo a sentirmi io chiedevo loro il dolore perché non sentivo nulla gridavo colpiscimi e c’erano mani a dilaniare la carne ero viva e morta credevo nel nirvana orgastico credevo di sparire tra le mani di chiunque un pezzo di me rideva l’altro gridava e allora dicevo alza la musica alza il volume voglio il volume altissimo voglio sentirti addosso colpiscimi musica e polvere chimica e mani e capelli e morsi e cosa realmente accadesse in quelle notti io non lo ricordo a volte entravo in una stanza incontravo un uomo e poi mi ritrovavo tra due tre quattro corpi a volte sparivo con un’amica e all’improvviso lei mi stava toccando tra le cosce ma era tutto così confuso un lungo sogno e i volti cambiavano c’erano almeno dieci persone in una e viceversa corri adesso corri alla fine dei giochi riuscivo solo a correre e mi sentivo orrenda con il trucco ormai sciolto e nessun mistero da custodire altrove mi sentivo altrove sempre e c’era quell’uomo a inseguirmi dietro di me i suoi passi rimbombavano attraversavo le strade dei borghi e nelle campagne sentivo l’ululato dei lupi erano solo cani tachicardica avvertivo punture di spillo nel torace c’era un negozio di dischi e una basilica c’era quella serranda mezza chiusa e la gente di paese che mi guardava e tutte le strade che mi guardavano e sentivo rompersi dentro il torace andare in mille pezzi quel ghiaccio che credevo di aver custodito salivo sui treni tremavo e non era solo panico il panico non dura così tanto tremavo come se mi rendessi conto di qualcosa di terribile non ero mai sicura di essere veramente lì dov’ero fissavo i campi di grano oltre i binari erano dipinti di van gogh m’infilavo le cuffie ascoltavo chemical brothers fissavo il dissolversi del grano nella musica ascoltavo i bassi lasciavo che coprissero le urla nello stomaco lasciavo che il mondo mi convincesse della sua pregnanza e poi sparivo ed era l’unico istante di gioia la sensazione di sparire nella musica era vera reale la sensazione che il corpo mio non ci fosse e tutto il resto intorno fosse bianco era il nulla e così stavo bene nel nulla poi il treno si fermava arrivavo a bari erano le otto del mattino i riflessi del sole addosso mi facevano sentire sporca e c’era quell’odore quel maledetto odore che non sapevo più a chi appartenesse e la pelle mia ancora faceva pieghe livide come se sotto ci fosse un’altra persona la stazione di bari di giorno era piena di tassisti e ubriaconi che mi avvicinavano e all’improvviso le loro voci mi facevano paura quando la musica finisce spegni la luce corri corri corri attraversa il sottopassaggio non parlare con nessuno non guardarli in faccia corri corri corri fino a casa mi mancava il respiro avevo rantoli ai polmoni corri corri corri fino alla fine salivo fissando la mia immagine nell’ascensore sentivo le crepe nella pelle una volta mio padre mi disse tu vivi all’inverso sei sempre nel prima e nel dopo e non sei mai qui non sei mai qui allora mi sembrò orribile mi accarezzò i capelli e pensai come faccio a parlarti se tu mi credi un’altra ma non dissi nulla eravamo su una panchina ma non so dove e lui proprio questo mi stava a ricordare che il presente è fatto di storie di persone di parole e di dettagli e io mi sforzavo in ogni modo di registrare questo presente queste storie questi dettagli questa realtà ma era come se qualcosa di più forte catturasse la mia attenzione c’era il sole ma tutto era coperto da uno strato di nebbia diceva che t’importa della morte quando lei c’è tu non ci sei non potevo credere a queste stronzate non potevo credere alla fine mi sembrava di vederla quella morte un caleidoscopio dove tutto ricomincia sempre identico e così dicevo io non riesco a vivere il presente non riesco ad ascoltare nessuno a registrare dettagli non me ne importa niente del luogo in cui siamo dei volti che incontro non me ne frega proprio niente io vedo sempre quel caleidoscopio io sento di esserci finita dentro e il naufragar m’è dolce in questo mar.

© i. p.

 

la musica ha accompagnato ogni istante mi sono librata in paraedoliche orge musicali avevo solo diciassette anni e ancora non conoscevo il sapore della consapevolezza mi sono ancorata al battito di una cassa dritta eravamo così belli noi in viaggio per milano davvero poco io ricordo quelle notti erano ancestrali avevo degli amici e forse anche una relazione di pseudoamore con uno dei miei amici che s’illudeva di salvarmi dalla mia autocrocifissione così partivamo su questo largo treno ubriacandoci di vino e hashish aspettando l’agognato oltre era tutto qui e ora tutto sinotticamente vivo scivolavo su ansiogeni chilom assumevo lorazepam tegretol valium e derivati oppiacei di vario genere m’illudevo di essere nel regno della libera scelta m’illudevo di essere parte di qualcosa non ricordo come arrivai a quella festa tutto quel che ricordo sono i volti degli astanti miei presunti amici immaginate un george harrison giovane immaginate uno spud trainspotting style meno sfatto e più figo immaginate una pink postpunk immaginate una pamela morrison vestita da eminem (quella ero io) la notte milanese del capodanno di nove anni fa in piena notte glaciale cercavamo indicazioni per il rave di capodanno alla ex pirelli optammo alla fine per un taxi avreste dovuto vedere l’espressione del conducente quando ci vide scendere in quel cumulo di macerie tra migliaia di teste rasate e dread e piercing e camper prima di allora probabilmente non aveva mai visto nulla del genere lui entrammo lentamente ogni passo rimbombava nell’aria le pareti di questa fabbrica erano immani sembravano loculi mortuari o piramidi rovesciate la notte s’infilava nella pelle la musica era rumore condensato stato adrenalinico puro endorfina liquida sparata dritta in vena non m’importava uscirne viva stavo entrando nella bocca dell’inferno sarei stata risucchiata dal rumore ora lo sapevo facevo parte della seconda generazione raver non quella anni novanta della gioia di vivere estatica spensieratezza musica vitaminica culi stratosferici muscoli laccati pantaloni lucidi abiti fluorescenti e capelli colorati da effimere bombolette spry no io mentre entravo nella bocca dell’inferno sonoro tra camper fumanti pusher a ogni angolo venditori di pizze funghi e paste io a ogni passo mi avvicinavo alla decadenza e mi piaceva fottutamente niente abiti fluorescenti solo creste dread e piercing qualche tintura scolorita il nero predominava su tutto larghe felpe numerate e larghi pantaloni sdruciti di una bellezza deforme le anime là dentro danzavano era l’ade mi sarebbe piaciuto rimanerci per sempre dimenticare l’hic et nunc i prometeici studi i volti familiari perdermi agognavo tra le fauci del sottomondo le casse erano muri incompresi di suono deforme le persone erano ombre confuse piatte come schede telefoniche a una sola dimensione abbiamo danzato l’intera notte in botta di anestetici per elefanti abbiamo attraversato scale mobili lucenti e dismetriche altalene sospese nel buio ricordo il mio amico di allora spaventato di fronte al mio non riconoscerlo ricordo un uomo scheletrico e sfatto al nostro fianco tra odore di cenere e plastica bruciata raccontarci di coma k e viaggi di sola andata era caronte ricordo le parole dello scheletrico uomo lasciala perdere quella roba diceva a volte avevo paura di non essere corpo e insieme ciò mi donava un brivido ero tutte le cose transeunte immanentemente viva e morta eternamente sospesa tra i due mondi mai dentro mai fuori sospesa in un limbo psichedelico ricordo spud raccontare di aver visto le porte della percezione dopo due trip e tre pasticche mescaliniche ricordo di aver ritrovato un mio amico d’infanzia all’alba nella neve e di non aver provato freddo alcuno ricordo george harrison reggere la testa a un uomo smadonnante in grida paraboliche contro l’esistenza di dio mentre ne vomitava l’essenza ricordo i loro volti e poi non li ricordo più avevo diciassette anni e credevo che sarebbe stato bello vivere l’eterno nella musica ancestrale era rumore vivo divino che copriva le grida del mio passato avrei vissuto danzando nuda in tutto quel rumore per annientare la paura di vivere avrei danzato nuda tra le rovine rasentando la maledizione dell’eterna giovinezza per prostrarmi ai piedi dell’idea beatificata di me stessa avrei scopato di folle libido con tutti loro senza tregua per innamorarmi estaticamente di me ancora e ancora e ancora ma così non fu quegli anni furono esasperanti per quanto io mi dividessi da tutto e giorno per giorno mi cresceva dentro il demone dell’assenza non fummo mai l’agognata famiglia di cui mi ero illusa io ne restavo fuori e man mano che gli anni passavano ero sempre più fuori e rimpiangevo quel giorno nel tentativo palingenetico di rivivere quel capodanno milanese nella neve di un rave party devastante e oggi sono qui a raccontarlo con grumi di rimpianto nelle papille gustative ho preso parte a innumerevoli raduni party rave tecnival ma ogni volta era peggio ogni volta mi sentivo in quel limbo mai completamente sulla terraferma mai completamente nell’inferno sempre a un passo da tutto e da tutti quando passo accanto a quella gente nessuno di loro più mi conosce e mi sento estranea una non iniziata e insieme vampirizzata da un mondo che ha fatto parte per dieci anni di me mi sono illusa che avrei creato demiurgici universi a occhi chiusi nella danza estatica di giorni e ore e tempi indistinti mi sono illusa di essere parte di una tribù mi sono illusa di essere come loro e tante e tante volte mi sono illusa di essere parte di qualcosa ma ora so che non è vero non è mai stato vero io nella mia danza ero sola e sola sono ancora la mia weltanschauung collide con quella di chiunque a volte mi sono chiesta cosa sarei stata se non avessi sprecato dieci anni della mia vita a illudermi di allucinata bellezza e atroce musica fuori dal tempo probabilmente sarei diventata una qualche forma umana alternamente condivisibile o forse no sarei stata come sono divisa ovunque un’ombra silenziosa scarnificata dai gesti forse è questa la mia essenza l’ottundimento non è facile starmi accanto e per me non è facile stare accanto agli altri ma le cicatrici che ho sulla pelle sono la mia forza la mia storia la mia unicità un ritratto sublime incastonato nel corpo e questo senso tragico con cui vivo ogni esperienza è per me in verità fonte di gioia estrema in ultima analisi coincide con la mia estasi.

© i. p.