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Tag Archives: incubo

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Sono tornata in quella spiaggia, a Metaponto. Là dove ero solita andare in vacanza con le mie amiche. Una lunga lingua di sabbia bianco-grigia fa da schermo a un impeto di schiuma bianca che si scaraventa sulla costa. Se guardo in lontananza vedo l’orizzonte e mi illudo ancora di poterlo toccare. I miei piedi nudi accarezzano la sabbia gelida e deserta di questo fine-ottobre scansando pezzi di vecchie siringhe, bottiglie di plastica, legno e vetri. Sono arrivata qui con la mia Rover traballante. Traballante perché non so ancora guidare come si deve, ho la patente da appena un mese e ho ventisei anni. Ho attraversato il lungo viale di pineta e il campeggio, fissando la desolazione di quel che una volta era il nostro regno, attraverso le grate di una rete metallica che sembra una prigione. Sto aspettando mia cugina Giusy e la mia amica Marica. Qui, come dieci anni fa, come se nulla fosse cambiato.

Cammino sulla sabbia e fisso le orme che fanno i miei piedi. Mi volto di scatto e vedo un’ombra in lontananza. La prima ad arrivare è Giusy. Indossa scarpe da ginnastica e jeans stretti che sanno di pulito, di nuovo. Una giacchetta grigia nasconde la camicetta bianca aperta sul seno. Il viso ben truccato da un fondotinta di una tonalità leggermente più scura del colore della sua pelle, spalmato in modo da nascondere le lentiggini. Il fard sulle guance. Le palpebre velate da un ombretto indaco sottile, le labbra lucide un po’ carnose. Gli occhi verdi che cambiano colore a seconda della luce. Si avvicina e indugiamo un attimo prima di salutarci. Io so tutto di lei, lei di me nulla. Ci baciamo sulle guance.

Non sei cambiata per niente, fa lei.

Lo so, rispondo toccandomi le punte dei capelli secchi e stopposi per l’eccesso di tinte, ancora rosso sangue come quell’estate.

Marica verrà?

Sì, verrà.

La vedi spesso?

Mai, io sono a Barletta, lei a Milano.

So che lavora in banca.

Quante cose sai.

Ci mettiamo a sedere sopra un sasso e fissiamo le onde e l’orizzonte e il cielo coperto dalle nuvole.

E tu ora cosa fai?

Sopravvivo.

Una mano si posa sulla mia spalla. È Marica. Bionda, come sempre ma con un taglio diverso. Più corto. Mi alzo in piedi per salutarla. Lei sfiora i miei capelli, con un’espressione di sorpresa ammirazione. Solo ora mi rendo conto che i capelli mi arrivano alle ginocchia, devo avere un aspetto sciatto in confronto a loro. Indosso un completino nero, corsetto e leggins lucidi. Un giubbottino di pelle sgualcito, i miei soliti anfibi dalla doppia zeppa.

Camminiamo sulla sabbia e mi sembra la prima volta. Quando arrivammo piene di speranze. Volevamo perderci, amare, provare ogni cosa. Alloggiavamo nel campeggio e ogni sera restavamo sulla spiaggia a bere birra o vino, fumando spinelli e suonando bong. Era una sera di fine giugno, non particolarmente calda, quella in cui ti conobbi. Non c’era quasi nessuno e tu eri lì, sei sempre stato lì. A fissarci. Avevi un’aria vissuta e mi ricordavi terribilmente un certo mio compagno di classe delle scuole elementari, con lo sguardo da criminale, gli occhi verde acqua e le lentiggini sul naso. Ti avvicinasti senza remore e io sentivo di sprofondare nella sabbia. Anche se non ti conoscevo era assurdo, vedevo riflessa nei tuoi occhi l’intera nostra storia, come un film fatto di infinitesimali fotogrammi.

Avete una sigaretta?

Marica ti diede la sigaretta e subito ci provasti con lei.

Volete venire a una festa?

Giusy ci guardò con gli occhi di un coniglio appena nato.

Se volete andate voi, io torno in campeggio.

Dicci un po’, che tipo di festa è? Tu, tre amici arrapati e una tenda? Ti prese in giro Marica.

No, è una festa, continuasti biascicando appena le parole. Dall’altra parte della spiaggia.

Indicasti un punto lontano e invisibile agli occhi.

Aspettavo solo che mi guardassi.

Poi, voglio dire, se a una di voi capitasse la fortuna di scoparmi…

Marica e Giusy risero. Marica mimò con le labbra la parola: è pazzo. Giusy disse che di lì a un minuto avrebbe abbandonato la spiaggia e sarebbe andata a coricarsi in tenda.

E tu a chi vorresti capitasse questa fortuna? Ti domandai.

Le mie amiche mi fissarono impietrite.

Non lo vedi che questo è un povero pazzo, mi disse Giusy alle orecchie. Marica si soffocava le risa nelle mani. Io non smisi mai di fissare quegli occhi così chiari. Il suo sguardo si conficcò nel mio. Una spina di ghiaccio mi attraversò la schiena. Stavamo già facendo l’amore e non ce ne eravamo accorti.

Mi piacciono le rosse, dicesti reggendo il mio sguardo.

Non sono davvero rossa.

Odori di voglia.

Sorrisi.

Le mie amiche si tennero per mano.

Andiamo, vieni con me.

Sei scema? Disse Giusy.

Marica ritrovò la serietà e cominciò a fissarmi con gli occhi della mia insegnate di matematica del liceo mentre sbagliavo un’equazione alla lavagna.

E dove andiamo? Ti chiesi senza smettere di fissarti.

Dall’altra parte della spiaggia.

Andasti avanti e io mi misi a seguirti. Le mie amiche mi afferrarono per le braccia, cominciarono a sussurrarmi che fino a quel momento si era scherzato ma adesso, no, adesso mi stavo mettendo nei guai.

La vita è mia, decido io.

Le liquidai così.

La notte era profonda oltre l’orizzonte e credevo che avrei vissuto tutto quella notte, che sarei arrivata altrove. E invece ero diretta in nessun luogo. Non si vedeva quasi niente e mentre camminavo al seguito di un perfetto sconosciuto mi accorsi che stavo camminando al seguito di un perfetto sconosciuto.

Ehy!

Mi voltai ma la notte era folta, non si vedeva che un cielo stellato, non si sentiva che il frastuono delle onde che s’infrangono sugli scogli e del vento che ne dirige il corso.

Ehy, seguitai a chiamare.

Ti voltasti e non eri più bello come prima, nell’oscurità riuscivo a scorgerti le rughe sul volto, agli angoli della bocca e sulla fronte. Ti avvicinasti a me e inspirai il tuo odore di alghe e salsedine. Quel corpo che prima mi era sembrato così esile ora avvolgeva e sovrastava il mio. Indossavi abiti trasandati, da mare e avevi una specie di peluria incolta sul viso che non poteva definirsi barba. Non avevi meno di quarant’anni ma li portavi in modo naif, come se fossero ancora una volta venti.

Ci guardammo a lungo e non mi baciasti. Il vento sferzava la pelle e la rendeva puntiforme. La tua mano era insolitamente calda. Sollevò il mio copricostume e s’inoltrò nella mutandina rossa del mio costume sgualcito. Strinsi le gambe.

Mi piace questo calore, sussurrasti, stringile ancora.

Le strinsi ancora e ancora fino a farti male. Ma il tuo dito medio era sottile e insistente come una goccia che scava negli scogli. Così mentre mi dicevi di stringere sentivo che entravi dentro, sempre più dentro e il tuo dito si sporcava di me ed era caldo. Lo portavi alle labbra, le tue, poi le mie. Lo facevi scivolare tra le nostre bocche e sulle nostre lingue mentre ci succhiavamo la voglia dalla bocca.

Tu non mi piaci, dissi.

E allora perché mi hai seguito?

Per conoscere il tuo segreto.

Sorridesti. Ti accarezzai i capelli e tu facesti lo stesso con i miei. I tuoi occhi erano fiammanti. Le labbra socchiuse. La lampo abbassata. Sentivo il tuo sesso spingere sulla mia pelle e la tua mano sfregare. Non ti toccai.

Perché non lo prendi in bocca?

Anche questa volta afferrai i tuoi occhi e fui più cattiva di quanto potessi aspettarti da una sedicenne.

Voglio vederti mentre lo fai. Voglio sentirti mentre ti perdi.

Non abbassai lo sguardo neanche una volta, potevo solo immaginarlo e sentirlo gonfio e caldo sulla superficie delle mie cosce. Sentirlo pulsare. Ascoltare la tua voce spezzarsi nel piacere. Annusare l’odore pesante delle prime gocce di sperma che colavano fuori. Sentirmi inondare gambe e piedi. Sentirmi sporcare da tutto ciò che non conoscevo.

Mi prendesti per mano, la destra, la stessa con cui ti eri toccato. Era appiccicosa e umida. Puzzava ancora del tuo seme. La voglia era cresciuta a dismisura insieme alla notte. I miei piedi scalzi inciamparono in un sasso, poi in un altro. La sabbia era costellata di sassi. In lontananza c’era un faro.

È quella la festa in cui vuoi portarmi?

Non rispondesti ma continuasti a trascinarmi finché i miei piedi non ne furono esausti, scheggiati, sfregiati da minuscoli vetri, tagliati da pietre e scogli e lavati dal freddo delle onde. L’aurora rischiarava e gelava i nostri corpi quando arrivammo al faro. La pelle mi si accapponava, il tuo sguardo era duro e silenzioso, occhi che non vogliono dire nulla.

Ho freddo.

Non me ne importa.

Mi dici dove siamo?

Sali.

Il faro blu notte, rovinato dagli anni e abbellito da scritte e murales, sembrava un vecchio giocattolo pericolante. Un antro dello stesso blu delle pareti e poi una scala a chiocciola. Dietro di me la strada di casa, davanti a me la scoperta del nuovo. Non che mi eccitasse più di tanto. Non c’era nulla di così inebriante a scoprirsi. Nulla che non avessi potuto conoscere anche da sola, nel mio paese di provenienza, con la mia gente. Ma quello che mi si chiedeva era di salire lì sopra e scoprire cosa vi fosse o di tornare indietro e dimenticare tutto. Mi voltai a guardarti. Non eri di grande aiuto. Te ne stavi a braccia conserte in attesa di una mia decisione. Continuavi a non piacermi ma qualcosa di più torbido e oscuro suscitavi nel mio corpo. Un totale scompenso dei sensi, un’alterazione dell’umana percezione. Un moto di tensione sublime e orrida mi sgusciava nelle viscere, lo stesso che mi aveva portato a stringere le gambe attorno al tuo dito medio e a guardarti masturbarti fino all’orgasmo.

Mi poggiavo alle pareti fredde e piene di ruggine mentre risalivo la scala a chiocciola come se stessi risalendo il fondo della mia coscienza. Stanca e senza fiato, con i piedi doloranti, scheggiati da scogli e vetri, salivo gli innumerevoli gradini e ogni volta credevo che sarebbero stati gli ultimi. Il tuo passo silenzioso mi seguiva. Alla fine della scala caddi su me stessa. Battei le mani contro il pavimento. Avvertii tre gocce di sudore rigarmi la fronte e poi sollevai lo sguardo. C’era un materassino da mare e un sacco a pelo aperto. Uno stereo. Una bottiglia d’acqua. Una busta bianca con i resti di qualcosa. Pensai a Giusy e Marica che tra poche ore si sarebbero svegliate e mi avrebbero cercata.

Voglio tornare in campeggio, dissi. Non mi piace questo posto e poi sono stanca.

Sorridesti ma ora non era esattamente un sorriso, era un ghigno sadico che ti inspessiva le rughe sul volto, lasciandoti indossare altri vent’anni.

Prima riposati, sarai stanca, non è così vicino il tuo campeggio.

Frequenza cardiaca accelerata, brividi, fame di respiri.

Mi guardai intorno. Mi sembrava, in questo luogo, di esserci già stata. L’odore di ruggine e sale sulle pareti. Il materassino con quella coperta. Tutto questo blu. Sollevai lo sguardo e ancora ti guardai.

Penso di non sentirmi bene, ti dissi.

Riposati, rispondesti, sarà tutto più chiaro.

Non so nemmeno il tuo nome, dissi in ansia. Da quanto tempo sono qui?

Mi guardai intorno meglio, infilai gli occhi dentro gli oggetti, quasi a volerli svuotare con lo sguardo. La ruggine alle pareti sembrava sangue incrostato. Sollevai le coperte del letto e trovai tre grossi coltelli da cucina, sei spine di pesce. Con il cappuccio della felpa ti copristi la testa. Sentivo l’eco delle nostre risate la prima sera, quando trovammo questo posto. Vedevo i nostri corpi avvinghiati uno sull’altro.

Devo tornare.

Non tornare.

Devo.

No, non tornare, resta qui con me.

Ma come faccio?

Sarà un sogno, te lo prometto. Vivremo qui, avremo tutto.

Sento l’odore della carne putrescente.

Dimmi la verità, quanto tempo è passato?

Taci.

Sento puzza di cadavere nella nostra stanza e vedo occhi ovunque. Gli occhi di quei ragazzi una notte d’estate. Gli occhi dei giornali che denunciavano la mia scomparsa. Gli occhi gonfi di lacrime delle mie amiche. Gli occhi di tutte le notti che ci siamo fatti di illusioni, come narcotici per nasconderci dal mondo.

Vedo i nostri corpi uno sull’altro. Il tuo sesso nel mio e il tuo seme nel mio corpo. Ero a cavalcioni su di te, sulla tua pancia. La mia fica aveva ingoiato il tuo seme come un’avida bocca.

Devo pisciare.

Falla qui.

Ma che dici?

Voglio che mi pisci addosso.

Le tue dita a stimolarmi i sensi. Le tue dita nella mia fica e poi bagnate sul clitoride.

Voglio che mi pisci addosso.

Le tue dita muoversi lì come due piccole lingue umide dei miei stessi umori. Sentivo il calore farsi largo tra le cosce e il piacere sgusciare insieme al getto caldo e sottile di urina che bagnava la tua pancia, i tuoi peli e i materassini sui quali dormivamo, del mio fluido caldo e dorato.

Vedo i nostri occhi fissare le stelle in una notte d’inverno. Le nostre sagome avvinghiate e avvolte da coperte di lana. Il nostro odore sempre più simile al mare, da un lato e al puzzo di urina che si era impossessato di noi, dall’altro. Di quel puzzo ne erano piene le pareti, i vestiti, la nostra pelle.

Quanti anni ho? Sedici? Ventisei? Non so più nulla. Vidi la nostra storia riflessa nei tuoi occhi. La vedo ancora, adesso che sono qui con te di nuovo e non ricordo chiaramente cosa sia accaduto. Dev’esserci stato l’amore. Deve. Non avrei rinunciato a dieci anni della mia vita, sparendo dal mondo senza lasciare tracce, senza un valido motivo. Sì, doveva essere amore. Un amore sporco e maledetto che ci teneva fragili e distanti dal mondo. Fuori della realtà ogni cosa acquista consistenza. Le pareti, i muri, ogni cosa è impregnata di noi, del nostro odore. Una notte vennero a scovarci. Temevamo che fosse la polizia. Era ancora estate, l’ennesima estate. Un gruppo di persone indicava verso il nostro mondo, il nostro rifugio. Chi erano queste persone? La curiosità ebbe la meglio e andai loro incontro. C’era l’odore del fuoco di inizio estate. Di gioia, briosità. Mi persi con questi ragazzi. Credevano di aver trovato il tesoro. Come un tesoro mi lasciai maneggiare. Non vi era alcuna violenza. Leggiadra affondai birra e vino e droghe pazze nella mia bocca. Affondai la mia bocca in quella di ciascuno di loro. Non venisti a cercarmi. Forse avresti potuto salvarmi ma non lo facesti. Me ne domando ancora il motivo. Queste persone per me non avevano volto né nome. Erano la promessa di una vita senza sbarre. Erano la promessa di un ritorno alla realtà. Fu per questo che li lasciai entrare. Uno per volta, mi presero. Non guardai mai i loro volti ma mi lasciai afferrare, anzi, fui io a provocarli. Ho giocato con la loro pelle fino a vederli contorcersi di voglia. Volevo fuggire dall’incantesimo. Ho lasciato che spalancassero le mie cosce e che m’iniettassero del loro seme. Uno per volta li ho sedotti, amati, divorati. E mi è piaciuto. Mi è piaciuto avere l’immagine di te che mi aspettavi lì sul faro sbattendo la testa contro il muro mentre i miei seni morbidi erano accarezzati da mani e lingue di sconosciuti senza volto né nome. Mi piaceva l’idea di ferirti. Tu avevi ferito me per tanto tempo e non ne eri neppure consapevole. Quella notte si estinse in un’orgia di luce blu elettrica all’orizzonte e uno di loro mi chiese di accompagnarli in campeggio. Si parlava di viaggi e promesse di trascorrere l’estate insieme all’insegna della gioia, della libertà, del desiderio, della scoperta. Ma non appena intravidi il sentiero che riportava nel mondo dal quale mancavo da ben nove anni, ebbi un sussulto. Il mio stomaco si contrasse e i miei organi sembrarono spazzati via da un’ondata di freddo. Quel sentiero, gli uomini, la vita. Ancora non ero pronta. Avevo violentato me stessa col corpo degli altri per costringermi a vivere ma questa vita che mi scorreva addosso non potevo afferrarla. Non vedevo che vuoto e mi odiavo e ti odiavo perché sapevo esserti simile come nulla al mondo. L’unico, saresti stato l’unico ad avermi. Ti eri preso la mia esistenza, i miei anni, la mia giovinezza e ora non potevo più tornare come prima. Potevo sedurre milioni di uomini, fare orge con un’intera legione ma il muro tra me e il mondo reale non potevo distruggerlo. Quel muro aveva il tuo volto e il tuo nome. Li abbandonai. Guardandoli allontanarsi nella foschia dell’alba, fissavo le loro orme travolgere granelli e sparire. Fissavo le mie di orme e contavo i passi che mi separavano dal faro. Non molti in realtà. Quando tornai, tu non volesti guardarmi. Trascorremmo un intero mese come perfetti estranei finché non mi accorsi di una cosa.

Non ho il ciclo da un mese.

Per un attimo mi guardasti come la prima volta. Sperasti di poter essere tu il padre. Trascorsero i giorni, le settimane, i mesi. Mi tenevo le gambe con le mani e guardavo il mio ventre crescere. I tuoi occhi crudeli si posavano su di me come all’inizio e le tue mani sapevano accarezzarmi come la prima volta. M’illusi che quello fosse nostro figlio. M’illusi fino al giorno in cui mi dicesti di scegliere.

O me o lui.

Ma che dici? È tuo.

Non è mio, lo so.

Per una notte di baldorie?

Ne sono certo.

Mi chiedo ancora come tu abbia potuto mettermi di fronte a una scelta del genere. Ricordo le parole di mia cugina la prima notte: è pazzo. Forse eri pazzo, forse lo sei ancora, quel che ignoravo era che la follia avrebbe travolto anche me. Ottundendo i miei sensi. Non esiste raziocinio là dove la realtà è sacrificata all’immaginazione. L’immaginazione è immensa e immonda come una divinità dal duplice volto.

Quella busta bianca piena di resti di qualcosa. Cibo? Quella busta comincia a darmi il voltastomaco.

Cosa c’è là dentro?

Lo sai.

No, non è vero!

Sento nelle ossa il dolore della colpa. Vedo i giorni cadere come granelli di sabbia al vento.

E poi ricordo la notte in cui ebbi le doglie. Quella busta. E il mio male. Il mio errore. Il nostro errore.

Che cosa abbiamo fatto?

Ti domando rabbrividendo.

Cerchi di abbracciarmi ma ti spingo via.

Che cosa abbiamo fatto? Che cosa abbiamo fatto?

Non puoi tornare indietro.

Voglio, devo!

Non puoi cancellare gli eventi come se non fossero mai esistiti.

Sì che posso.

No, non puoi.

Cammino adesso su questa spiaggia insieme a mia cugina, Giusy, giornalista, sposata con due figli e a Marica, banchiera dal felice fidanzamento. Cammino per questa sabbia l’ultima volta prima di sparire definitivamente tra le onde. Io e i miei capelli rossi di bambina che non voleva crescere. Di madre assassina. Allucinata. Demone dall’ignobile fattezza. Cammino a piedi scalzi fino al mare. Mi volto e non c’è più nulla e nessuno: né Giusy, né Marica. Forse non vi è mai stato nulla e nessuno. Tu sei qui, vicino a me, tra le onde. Nostro figlio è disseminato nel mare. E questo mare ci appartiene o forse siamo noi ad appartenergli. Non c’è più nulla là fuori che valga la pena scoprire. E forse non vi è mai stato nulla.

© Ilaria Palomba

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(Quadro di Silvia Faieta: “La forma dell’amore”)

Si guardava allo specchio ed era così bella. Si scrutava chirurgica e con la lentezza di un serpente in torsione, si toccava gli angoli del viso, le gote lisce e calde, le labbra umide e socchiuse, poi scendeva giù, carezzandosi il collo, la carotide, le clavicole, i seni, piccoli ma pieni, sodi. Accarezzava il ventre morbido con la punta delle unghie lasciandosi piccoli graffi rossi che solo a guardarli si desiderava troppo. Arrivava fino all’inguine e le sue dita danzavano come farfalle in volo fino a raggiungere il pube rado, la vulva umida e lì giù il piacere la conduceva a inarcare la schiena e mordersi le labbra. Massaggiandosi il clitoride gemeva ma solo nell’attimo dell’orgasmo. Poi continuava la sua danza spandendo sulle gambe gocce del suo piacere, le strofinava, le gambe, come se stesse distribuendo sui muscoli una crema lenitiva. Poi cominciava il rito della vestizione, allo specchio, sempre religiosamente dinanzi a uno specchio. Le mutandine di pizzo, i collant trasparenti, la mini nera, gli stivaletti. Il reggiseno imbottito, la maglietta di pizzo, la collana azzurra, i capelli pettinati a dovere, testa in avanti, chiaroscuri, rifrangenze della luce del sole soffiata da una finestra semichiusa. Lacca al gelsomino. Testa in su, chioma mogano sulle spalle. Trucco nero, occhi a mandorla, matita tirata lunga all’egiziana, rossetto viola, cipria bianchissima, carnagione diafana. Giubbotto di pelle e via, lasciandosi alle spalle un disordine degno di una ciurma di pirati all’assalto: il letto celeste disfatto, i vestiti sparsi per la stanza, il parquet sporco e impolverato, il cassettone rosso con i cassetti aperti e vesti e sciarpe e collane poggiate lì sopra come un tappeto di foglie morte.

Fuori era diverso, le strade di periferia in cui abitava, ordinate come mai prima, i casermoni grigi, degni del paragone con l’architettura sovietica, ordinati e precisi, come sempre. Le aiuole dei giardinetti ben potate, l’umanità, assente. Solo una signora, le sembrava, in lontananza. Una sagoma di donna. La ragazza le si avvicinò con l’affanno. Scusi, potrei chiederle un’informazione? La donna si voltò di scatto e lei la vide. Aveva i suoi occhi, truccati all’egiziana con lo stesso colore di matita, la stessa sua pelle diafana incipriata a dovere, le stesse sue labbra scure, dipinte di viola. Il mento rotondo, gli zigomi alti, gli abiti neri, gli stivaletti con tacco. Non credeva ai suoi occhi. Emanava persino lo stesso suo odore di lacca, doveva averne una dello stesso marchio. Prego, dica pure. La cosa che le faceva più specie era la totale disinvoltura dell’altra, come se fosse normale aver incontrato una sosia, ma che sosia, una gemella siamese, e stare lì a parlarle senza provare alcun genere di stupore. Esitò, balbettò poi decise comunque di proseguire. L’altra la guardava a occhi sgranati come si fa con i mendicanti o con i folli. Sto cercando la gente, diceva lei, ansiosa, dov’è la gente? La sua sosia sembrò non comprendere il significato di questa parola e si sforzò di immaginare il prototipo di gente ma alla fine non fu capace di dare alcuna risposta. La ragazza allora turbata e preoccupata ripeté a voce più alta e con tono più deciso la stessa frase. Cerco la gente, l’umanità, le persone, dove sono finite le persone? Di fronte a tanta sicurezza l’altra sollevò le spalle incredula e scosse la testa come una a cui si è appena domandato di trovare un ofiuco nella neve. La ragazza allora le fece cenno col capo di lasciar perdere e proseguì il suo percorso nel deserto che ormai era diventato il suo quartiere. I passi battevano sull’asfalto come martellate e facevano eco nell’aria rimbombando sulle pareti vuote dei palazzi grigi. La ragazza si chiedeva da quanto tempo il suo quartiere fosse diventato così deserto. Da ieri? Dall’altro ieri? Da una settimana? Da un mese? Per quanto si sforzasse proprio non riusciva a ricordarlo. Si avvicinò alla vetrina di un negozio di vestiti che ricordava essere lì, all’angolo accanto al semaforo, nel palazzo di fronte al parco con il salice piangente. Qui ci sarà qualcuno, pensò, e così provò a entrare e vide una commessa che aveva i suoi stessi capelli. La ragazza ebbe un attimo di timore, una sottile scarica elettrica le attraversò i muscoli. Era solo un vago dubbio ma non appena la commessa alzò lo sguardo lei si accorse che avesse i suoi stessi occhi a mandorla e il suo stesso trucco nero all’egiziana e la sua stessa carnagione diafana, le gambe snelle, gli stivaletti con tacco. O mio dio! Uscì fuori dal negozio urlando. La commessa, stranita, la seguì con gli occhi osservandola correre e imprecare per un motivo a lei ignoto. La ragazza sudata e ansimante, raggiunse l’edicola di un giornale, la stessa scena si ripropose, poi un bar, un’infermeria, una piazza con un parco, piena di tante copie di sé. Provò a strappare dalle mani di queste sosia i giornali che leggevano sedute sulle panchine dei parchi. Di rubare loro le borse e vuotarle sui pavimenti. Provò anche a picchiare una di queste sosia identiche. Arrivò a buttarla a terra. La colpì con un pugno sul viso, lasciandole un cerchio scuro sotto l’occhio destro che sembrava il mento di un ranocchio. Poi la calciò con la suola metallica delle scarpe sulla pancia. Vide la pelle del fianco sinistro della sua sosia raggrinzirsi e sporcarsi di terreno e sangue. La gente che si era affollata lì, sconcertata, osservava lo spettacolo agghiacciante di questa tizia impazzita. A un tratto arrivarono le guardie. Le poliziotte ovviamente erano tante se stessa e l’arrestarono infilandola in una cella in compagnia di se stessa. Certo, l’idea di farci sesso, con se stessa, come poche ore prima aveva fatto con la propria immagine allo specchio, non le guizzava per l’encefalo neanche per sbaglio. L’unica cosa che le venne in mente fu di inginocchiarsi dinanzi alla sua compagna di cella e pregarla di strangolarla. Ti prego, uccidimi, implorava e piangeva. L’altra non capiva, esattamente come tutte le altre sosia non avevano compreso la sua balorda reazione poco prima al parco. Se non lo farai tu, lo farò io, la minacciò. Quindi, ancora una volta, uccidimi, strangolami, non posso più continuare a vivere in questa gabbia. Ma ti hanno dato solo sei mesi, disse l’altra, pensa a me che devo starci tre anni. Tu non capisci, gridò la ragazza, non è questa la gabbia di cui parlo. Voi non capite! Si gettò a terra in lacrime. Così l’altra, impietosita, provò a consolarla. Allora la ragazza si alzò in piedi e avvicinò le mani al collo della sua sosia. Se non vuoi farlo tu, lo farò io. La sosia si decise, dopo essersi difesa mise le mani al collo della ragazza e cominciò a stringere, a stringere forte, a stringere davvero forte. I segni lividi sul collo della ragazza la lasciarono priva di vita sul pavimento. La sua anima vagò per la prigione e venne poi risucchiata da una specie di crepa nell’aria e si trovò avvolta in una luce bianca bianchissima e intravide dei lineamenti giganteschi come disegnati tra le fenditure della luce. Era il suo volto. Il suo dio: se stessa. Le grida le si ruppero in gola a quella vista pietrificante. Si scagliò contro dio ma non poteva ucciderlo. Precipitò in basso tanto in basso da ritrovarsi nel suo letto.

Aprì un poco gli occhi, nel suo letto e per placare l’angoscia di quell’incubo cominciò a guardarsi allo specchio. Si guardava allo specchio ed era così bella. Si scrutava chirurgica e con la lentezza di un serpente in torsione, si toccava gli angoli del viso, le gote lisce e calde, le labbra umide e socchiuse, poi scendeva giù, carezzandosi il collo, la carotide, le clavicole, i seni, piccoli ma pieni, sodi. Accarezzava il ventre morbido con la punta delle unghie lasciandosi piccoli graffi rossi che solo a guardarli si desiderava troppo. Arrivava fino all’inguine e le sue dita danzavano come farfalle in volo fino a raggiungere il pube rado, la vulva umida e lì giù il piacere la conduceva a inarcare la schiena e mordersi le labbra. Massaggiandosi il clitoride gemeva ma solo nell’attimo dell’orgasmo. Poi continuava la sua danza spandendo sulle gambe gocce del suo piacere, le strofinava, le gambe, come se stesse distribuendo sui muscoli una crema lenitiva. Poi cominciava il rito della vestizione, allo specchio, sempre religiosamente dinanzi a uno specchio. Le mutandine di pizzo, i collant trasparenti, la mini nera, gli stivaletti. Il reggiseno imbottito, la maglietta di pizzo, la collana azzurra, i capelli pettinati a dovere, testa in avanti, chiaroscuri, rifrangenze della luce del sole soffiata da una finestra semichiusa. Lacca al gelsomino. Testa in su, chioma mogano sulle spalle. Trucco nero, occhi a mandorla, matita tirata lunga all’egiziana, rossetto viola, cipria bianchissima, carnagione diafana. Giubbotto di pelle e via, lasciandosi alle spalle un disordine degno di una ciurma di pirati all’assalto: il letto celeste disfatto, i vestiti sparsi per la stanza, il parquet sporco e impolverato, il cassettone rosso con i cassetti aperti e vesti e sciarpe e collane poggiate sopra come un tappeto di foglie morte. Fuori era diverso, le strade di periferia in cui abitava ordinate come mai prima, i casermoni grigi, degni del paragone con l’architettura sovietica, ordinati e precisi, come sempre. Le aiuole dei giardinetti ben potate, l’umanità, assente. Solo una signora, le sembrava, in lontananza. Una sagoma di donna. Un dubbio, un atroce dubbio.

© Ilaria Palomba