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Tag Archives: donne

ilaparis2

Sentire troppo è un dato di fatto che mi contraddistingue da sempre. Da ragazzina sentivo i pensieri delle mie amiche sui banchi di scuola, sapevo aiutarle quando erano in difficoltà, sapevo quando non avevano studiato e davo loro suggerimenti durante i compiti in classe di Italiano, prima che me lo chiedessero.
Sulla strada sdrucciola degli ulivi e dei vigneti sentivo l’aria di lite nel gruppo e risolvevo le questioni quasi sentimentali della mia amica del cuore prima che mi parlasse. Quando era arrabbiata con me e cercava di nasconderlo le facevo sputare il rospo.
Sulle spiagge del Salento, a tredici anni, sentivo quel che i ragazzi volevano dal mio corpo, non lasciavo spazio al desiderio, mi donavo, come poche alla mia età, non sopportavo quelle voci e i pensieri loro a trivellare le meningi, avevano l’odore del mare, tutto quello jodio nelle narici, e le intrepide notti nelle case abbandonate, a levarmi le vesti perché, ne ero certa, per passare attraverso bisognava accontentare tutti prima che avessero la possibilità di dirmelo. Avevano l’odore delle foglie e il corpo mio acerbo era il suggello delle loro brame.
Sentivo, a quindici anni, quel silente vociare intorno, tra i muri crepati dipinti dai writers, sentivo i pensieri dei ragazzi dai pantaloni larghi: non sei dei nostri, non ci appartieni. E quelli delle donnette quasi adulte e truccatissime: maledetta, non rubarci la scena. E quelli degli amici tossici: sei solo una ragazzina inesperta. E così, prima che parlassero, davo a ciascuno di loro quel che cercava: non rubavo la scena, diventavo l’amica meno bella e meno brava, un po’ ingenua, quella che non tradisce. Vestivo in modo maschile, sciatto e indesiderabile, assumevo sostanze psicotrope, regalavo vino a tutti, per non sentire i loro pensieri urlare a voce altissima.
Gli unici che non sentivo erano quelli dei miei, loro non pensavano, loro dicevano tutto, snaturavano la parola, non mi lasciavano intendere, poiché tutto era sviscerato ed esplicitato e anzi gridato fortissimo, per me era muto. Così evitavo quelle parole violente, atroci e giudicanti, resistevo agli schiaffi, preferivo accontentare il mondo immaginifico per non ascoltare il suo grido silenzioso, piuttosto che quello reale di cui non comprendevo i significati.
All’università sapevo benissimo, fin dalla prima domanda, se il professore avesse intenzione di bocciarmi, in tal caso interrompevo l’esame di mia spontanea volontà e tornavo la settimana seguente.
Sul lavoro le voci peggiorarono: sentivo il disprezzo dei colleghi e le svalutazioni del capo ufficio, così mi licenziavo ancor prima di sentirmi riprendere, evadevo ogni conflitto, me ne stavo in disparte, dicevano fossi stramba, lo ero davvero, stramba come un supereroe con un superpotere che non aveva mai voluto.
L’amore arrivò tardi e mi sfuggì di mano. Lui era un uomo criptico. I suoi pensieri non si sentivano affatto, ma non come i miei genitori, le cui grida si sostituivano ai sussurri della mente, no, in lui non c’era traccia di quel sussurro. Aveva l’odore del tiglio e gli occhi selvaggi. Non si poteva dire fosse sciocco. Probabilmente aveva un altro modo di pensare, e fu questo silenzio apparente, questa indecifrabilità, ad attrarmi. Al primo appuntamento, in quel cinema, non sentivo i suoi desideri. E la notte a casa sua non sentivo chiedermi di spogliarmi. Per cui non sapevo come accontentarlo. Con il silenzio della mente però il corpo mio prese vita tra le sue braccia, come nascesse per la seconda volta. Il suono del fiato suo era leggero e potente insieme. L’odore della pelle sua era un richiamo violento e primordiale. Non ne decifravo i desideri e non potevo agire in nessun modo, era sempre lui a farlo, cieca, mi lasciavo guidare nell’abisso della carne, sentendomi per la prima volta. Era una frattura di equilibri; è in ogni cambiamento una piccola forma di morte. Nella stanza sua viola morivo, e morivano i miei poteri sotto la forza selvaggia delle sue braccia calde e animalesche. Ero prigioniera di questa nuova dimensione sensoriale, con i sapori forti tra le labbra e quell’odore di tiglio per tutta la stanza, la sua ombra sul mio corpo fino a ingoiarlo. Avevo difficoltà a separarmi da lui, fuori l’umanità si era tramutata in incognita e senza i miei poteri non ero più nulla. E lo accontentavo, senza che parlasse, non mi curavo di comprenderlo, per una volta non ero io a dover comprendere. La sua esistenza però continuava fluida e reale, lavoro, amici, svaghi, mentre la mia era spezzata e immaginifica, non potendo più carpire l’altrui coscienza mi limitavo a evitare qualunque alterità. E vivevo nell’immensità spalancata dei sensi, privata di qualsiasi forma di ragione. Non avevo più un lavoro, non avevo più amicizie, non avevo più contatti, tranne che con lui, come fossi un’estensione del corpo suo, esistevo soltanto quando era con me. Non poteva durare per sempre. Un giorno tornò a casa, una frenesia nei gesti, come avesse voglia di sbrigarsi e poi riuscire. Quello sguardo non in me cercava assoluti ma nelle forme evanescenti di mondi altri. Mi era precluso il suo slancio verso un qualcosa che non era me e per un istante non lo riconobbi. Tra le braccia sue non sentii alcun trasporto, né odore, né sapore, né contatto. Cominciai invece a sentire: sono qui ma vorrei essere altrove, con la nuova collega, quella criptica e sveglia, non sopporto la tua distrazione, non sopporto la tua ingenuità, non sopporto l’incapacità che hai di stare al mondo, il fatto che non hai un lavoro vero, non sai dire no a nulla e non sai farti desiderare. Sentivo tutto questo e così abbandonai la sua dimora e smisi di vederlo. Mi cercò e io continuavo a sentire lo sdegno senza voce nel suo corpo e nei suoi gesti, attraverso i messaggi dolci sentivo solo odio, attraverso il ricordo delle notti insieme sentivo stralci di coscienza che contrastavano gli atti, e quando venne a prendermi sotto casa e a sussurrarmi: piccola, ho bisogno di te, io sentii: vorrei che sparissi dalla faccia della terra.
Sentire troppo era un dato di fatto che da sempre mi affliggeva, a un certo punto però, e soltanto in quel preciso istante, ebbi come il dubbio che vi fosse uno scarto tra empatia e paranoia, e che quello scarto io l’avessi bucato. Non durò più d’un istante. Ammettere l’errore avrebbe significato mettere in questione l’intera mia memoria. Gli dissi: va via. Gli dissi: sparisci. Gli dissi: non farti più vedere. Gli dissi: ti detesto. Detesto la tua stupida vita imperniata di amici e un buon lavoro e genitori che ti amano. Gli dissi: detesto il tuo corpo forte e fiero di trascorsi non traumatici. Gli dissi: detesto il tuo odore di uomo di mondo che sa cosa significhi vivere. Gli dissi: detesto la tua voce che deforma la realtà.
Come chiodi, le parole, s’infilarono nella pelle, a poco a poco sentii il corpo suo smembrarsi tra le mie braccia, e il silenzio rivestire i muri, le porte, le finestre, come una benda, il silenzio, ricoprire ogni angolo, fino a deglutirlo.

© i.p.

ilapanchina

Lei entrò in ateneo camminando con la foga di una volpe. Mi fissava. Allora avevo una sconsiderata paura di esistere. Per qualche incomprensibile motivo un piccolo editore aveva deciso di pubblicare un mio libro, scrivendo prefazioni su quanto la mia poetica fosse un flusso di coscienza disincantato sull’io e il mondo, forse non tutti erano consapevoli del fatto che io e il mondo non ci conoscessimo affatto e aprioristicamente ci odiassimo. Lei era un’hegeliana, parlava in modo filosoficamente forbito intervallando il tutto con costanti cioè raga minchia gaggi. Diceva di odiare Anya. Eppure quando la incontrava la salutava con patetiche effusioni. Ciò accadeva d’estate, sulle panchine del Marrakesh. Anya parlava di sparizioni in pieno stile Chi l’ha visto. L’altra parlava di Hegel. Fu allora che la soprannominammo L’Hegeliana. Non ci eravamo mai scambiate neppure una sillaba. Mai fino a quel pomeriggio d’autunno in ateneo. Incespicando tra filosofese, giovanilismo postsessantottino e parole in tedesco, cercava di comunicare. Sospendevo il vomitevole giudizio che avrei dato di lei. La ragazza mi poneva domande letterarie sul mio libro. Fissavo la luce fioca novembrina fuori dalle finestre dell’ateneo. Evadevo ogni risposta. All’epoca non avevo gran voglia di comunicare, studiavo disperatamente e altrettanto disperatamente dissolvevo il tutto nelle ombre sballate dei riti del sabatonotte. Aveva i miei stessi occhi allungati a mandorla, possenti e oscuri ma non il mio corpo. Forme poco aggraziate le conferivano un aspetto di mammifero bruno. Gli abiti larghi non erano sufficienti a nascondere quella pesantezza, la attribuivo alla sua negazione, in piena antitesi hegeliana. Lei indossava maschere di complicità mentre mi offriva una notte insieme. Dopo lezione uscimmo, camminammo verso la taverna di via Nicolai, attraversammo il giallore delle luci di quella zona che donavano al luogo un’atmosfera cimiteriale. Attraversammo le scale del lungo edificio metallico delle poste e ci mettemmo in piedi fuori dalla Taverna del Maltese mentre anziani clochard ascoltavano I Beach Boys da stereo verdi e sozzi, e indiani venditori di rose ci importunavano credendoci una coppia lesbo. Poi c’era una fila di ragazzi dagli abiti scuri e sdruciti, copricapo retrò e capelli colorati. M’incamminavo nel dominio dell’inautentico, tra tutte quelle teste, baciavo il George Harrison che credeva di possedermi, banalmente ascoltavo l’ingenuità in cuffia sotto forma di Muse, lasciandomi denigrare da falsi punkabbestia, miei vicini, figli di borghesi, sulle scale delle poste.
Che musica è pischella dimmerda!
La ragazza hegeliana mi difendeva ai loro occhi soltanto per dimostrarmi la sua superiorità onto-anagrafica. Un anello di metallo le scintillava all’angolo destro del naso, sarebbe potuta essere bella se solo avesse voluto. Quelle notti baresi, a bere coca e rum e vomitare sul rosso pavimento della taverna vecchia, lei si prendeva gioco delle mie nevrotiche rappresentazioni adolescenziali. Probabilmente ora direbbe lo stesso di me, non ricordo i nostri discorsi, è tutto come sommerso da una nebbia leggera che ricopre ogni cosa. Ricordo le traversate immaginifiche verso borghi dell’entroterra su lerci regionali con veleni ketaminici nascosti nel reggipetto e femminei discorsi sull’uso e usufrutto che uomini trentenni facevano dei nostri corpi. Le parlavo di M. Allora possedevo la nichilista convinzione di un dominio dal basso, raccontavo alla mia presunta amica di quanto piacevole fosse il dolore sadomasochistico alla Pauline Rege.
Un giorno lui ti ucciderà – diceva sempre – un giorno ti farà fuori.
Sembrava quasi dimostrarmi una qualche forma di bene ma allora ignoravo quanto labile fosse la demarcazione tra bene e male, tra essenza ed esistenza, tra essere e tempo. Allora ero il tempo. Ero l’incondizionato. Ero l’assolutamente altro. E per questa mia psicotica alterità non veniva poi difficile prendersi gioco di me. Sniffavamo la keta su copertine di dischi rovinati, piegando il capo sotto i sedili. Vagavamo nei paradisi sintetici per non esperire gli inferni metropolitani. Il treno si fermò e scendemmo. Un uomo grasso e sformato da zoloft e abuso d’alcol da discount e anfetamina, ci venne incontro. Quell’uomo si chiamava Pace, nel pieno dominio dell’ironia della sorte. C’incamminammo verso il primo bar dalle forti luci al neon e versammo vino rosso in calici, brindammo, stendemmo altre righe, sniffammo. Avveniva un inganno libidico nella favola postmoderna che stavamo a raccontarci. Avveniva la sospensione dei corpi perché questo è la ketamina: antimateria. E in quella felicità liquida l’anestesia atrofizzava ogni cosa. L’uomo grasso ci raccontò di aver torto la coda al proprio gatto e di averlo poi spellato lentamente con un coltello, ancora vivo, l’aveva scuoiato. Il micetto miagolava e lui scuoiava, il micetto piangeva e lui scuoiava, il micetto urlava e lui scuoiava. La pelle, raccontava, veniva via con tutto il pelo. La coda sembrava un lungo verme peloso e le membra si staccavano, il sangue colava sulle sue mani, s’incrostava nelle unghie. L’anestesia cresceva, si compivano atti terrificanti e li si copriva con risa scarne. Nel frattempo stavo aspettando M. ma non lo davo a vedere, la mia presunta amica se n’era accorta, lanciava spiacevoli sottintesi mentre i miei occhi balenavano fuori dalle luci al neon, verso il giallore dei viottoli antichi del borgo.
Si vede che aspetti lui – diceva – devi imparare a fingere – diceva – stendine un’altra – diceva – anestesia!
Ci alzammo nel pieno della liquidità psicofisica, camminammo tenendoci l’un l’altro per le braccia come vecchi ubriaconi. Volevo il cielo, era una ferita, uno squarcio verticale di mondo ingoiato. I corpi erano completamente insensibili al tatto così potevo ignorare di passeggiare accanto a una troia e a un assassino. Di fronte ci camminava un gruppetto di esseri vestiti di nero, mi sarebbe piaciuto guardarli in profondità. Fu allora che dovetti ri-acquisire la consapevolezza corporea. I muscoli si irrigidirono e la bocca dello stomaco mi sputò fuori il veleno in un getto di bile verde acido. Il cielo iniettato di stelle si gonfiava e sgonfiava con me al suo interno che cadevo e non toccavo mai fondo. Mi sembrava di avvertire l’urlo isterico di quelle risa. Quando sollevai gli occhi era troppo tardi, M. e i suoi amici ci erano passati oltre. La notte si consumò in un ex-statico cercarsi di occhi tra misture alcoliche e strisce di inappartenenza. La mia amica continuava a ripetermi le forme addominali della mia ingenuità. A un certo punto credetti mi amasse. Cercava di sfiorarmi le dita che non avevano più il dono del tatto.
Che t’importa di lui? – diceva.
All’alba abbandonammo lo squartatore di gatti e c’incamminammo nella foschia della stazione addormentandoci l’una sul corpo dell’altra e poi sul treno fino a casa. Erano notti inconcludenti e inappropriate, trivellate da inopportune telefonate di genitori smadonnanti in crisi di panico.
Quando uscimmo dal treno l’aurora squarciava i palazzi, la fontana di piazza Moro era un ricordo irreale di monadi e metafisici annullamenti. L’amica assonnata e dal forte alito di rum annunciava paniche crisi e antitetici timori del giorno a venire.
Resti a casa da me? – diceva – ho bisogno di affetto – diceva – non sopporto la domenica – diceva.
Mi lasciavo convincere dall’oscurità dei suoi occhi, così affrontavamo il giorno e la terra e i pesanti corpi privi di anestesia, corrosi dai più disparati veleni. Facevamo colazione in scalcagnati bar di San Pasquale con i panni appesi sopra le teste e gli schiamazzi in gergo dei ragazzi sui motorini. Bar traslucidi dalle sedie zebrate e baristi pelati con davvero pochi denti in bocca. Bar con biliardini, videopoker, cessi guasti e lunghi banconi a specchio, dove lei attaccava bottone con eleganti alcolizzati del mattino. Uscivamo nascondendoci dalla pesantezza del sole, ci aggrappavamo al cigolio delle reti di sovraffollati letti. Assumevamo ipnoinducenti, eppure non dormivamo. L’amica mi teneva una mano sul collo e schiudendo labbra e occhi mi implorava di baciarla. Levandosi le vesti esponeva nudo il suo corpo di forme adulte a me sconosciute. Non sono certa di esserne stata realmente attratta, anzi, in alcuni momenti l’odore alcolico del suo fiato e della sua pelle mi facevano ribrezzo. Nonostante tutto lo feci. Mi spinsi su di lei, dentro di lei. Toccai la fronte sua con la mia. Accarezzai le sue labbra e le spinsi la lingua nella cavità orale. Era un sapore ruvido, di unione più che di libido. Raccolsi i suoi morbidi seni tra le mani, allargando il più possibile le dita, sfiorai i grandi capezzoli che s’irrigidirono incontrando le mie mani e superai il sapore acido che mandava il suo corpo di tossica e alcolizzata. La feci mia così. Mi sentivo potente come un uomo e fragile come una bambina, accarezzavo il crespo dei suoi peli. Lei non si muoveva. Non ero certa le piacesse. Eppure la vedevo contorcersi. Gemeva. Ansimava. Io ero questo puro piacere da donare. Orgasmica libidine. Ero corpo e stomaco e odore senza ragione. Mi lasciavo irretire dagli altri corpi poiché solo come madonna del godimento potevo sentirmi. Infilavo le mie dita nel taglio tra le sue cosce. Le impregnavo. Ci mettevo anche le labbra e leccavo. Poi mi disse:
Fai con questo.
E mi passò il cellulare.
Mettilo dentro – mi disse.
Mi sembrò una cosa orrenda ma lo feci per adorarmi nell’altrui piacere e infilai questo oggetto metallico nella sua fica fino a sentirla contrarsi ed esplodere. Mi liberai e lei si addormentò. Era mezzogiorno trascorso, le tende alle finestre facevano bolle d’aria. I miei dovevano aver chiamato la polizia denunciando la mia sparizione.
Qualche sera più in là Anya mi raccontò di aver udito l’Hegeliana sproloquiare sulla presunta banalità del mio libro. Se pubblicano lei, allora io devo vincere il nobel per la letteratura, affermava di averle sentito dire dinanzi ad alcuni dei nostri cosiddetti amici, per giunta. Anya mi disse: non fidarti di lei e non perdonarla, lo rifarà. Anya mi disse: non fidarti di nessuno, ti tradiranno. Anya mi disse: devi sconfiggerli prima che lo facciano loro.
Allora mi resi conto di quanto poco valessero i corpi. Mi resi conto dell’esistenza della ferocia dei perdenti. In fondo quella sera avevo tradito più d’un principio. Avevo parlato con un assassino di gatti in botta di anestetici per elefanti. Avevo scopato con la mia futura nemica senza nemmeno pretendere di goderne. Avevo vomitato ai piedi dell’uomo che credevo di amare. Avevo sprecato un’altra notte nel dominio metafisico dell’inautentico e non avevo avuto ciò che desideravo.

© i.p.
foto di Luigi Annibaldi

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Is your secret safe tonight and are we out of sight

Will our world come tumbling down

Will they find our hiding place

Is this our last embrace

Or will the world stop caving in

Muse – The Resistance

The Resistance dei Muse nello stereo. Piedi nudi sul legno. Luce fioca, senza sole e senza lampade. I rami degli ulivi attraverso la finestra. Una maglietta rosa slabbrata e trasparente. Ti piace dimenarti a occhi chiusi. Senti la pelle dei fianchi stringersi e tirarsi. Le mani afferrare parti di pelle, modellarla, sembra farina. I capelli sconvolti. La fronte sudata. Le labbra semichiuse. Lo fai ogni santo giorno. Ti lasci scivolare a terra feroce graffiandoti le ginocchia. Ti capovolgi, piroetti, sfidi l’affanno. Percepisci il gusto della saliva che si secca nel palato. Ridi, sola, convinta che nessuno possa vederti. Sono gli unici momenti in cui ridi, quelli.

Da bambina a scuola di danza non ridevi mai. Camminavi in punta e non chiudevi mai gli occhi. Le gemelline ridevano di te. Sapevi di non dover staccare i piedi dal pavimento. Le unghie si spezzavano, i piedi cedevano. Avresti voluto smettere di tremare.

Ora ti sleghi i capelli e sbatti le mani alle pareti, ti liberi di tutta la morale che ti ha incatenato il corpo.

Ieri sera a cena eri così rigida. Ti sembrava di avere ancora l’insegnante a punzecchiarti i glutei con un bastone per farteli stringere, le risate delle ballerine, eco nelle pareti.

E invece eri solo in un pub con amiche. Ti sarebbe piaciuto prenderle la mano. Ma lei si era alzata troppo in fretta. Mentre il tuo corpo rabbrividiva eri distante da tutto e ti consumavi nel riverbero di te. Ti stavo guardando ma tu non potevi vedermi.

Accarezzi il pavimento, è il corpo di un amante e poi ci strisci sopra come un serpente. I capelli sparsi sono fili di seta. La testa che preme contro il parquet. Gli occhi chiusi. I piedi contro il muro. Quel vuoto ancestrale si fa largo nella pancia e nel petto, sale alle tempie. Quel vuoto da cui non vorresti uscire più.

Mi fai vedere la tua piroetta? Nello spogliatoio ti avevano incastrata. E ti sentivi costretta, eri il corpo di un cadavere in una bara. Ridevano, cagne affamate.

Dai, facci vedere la tua piroetta, diceva una delle gemelle. Secondo me non è in grado, cade, diceva l’altra. Le mani alle tempie, gli occhi che guardano attraverso i gomiti. E le loro mani su di te erano tentacoli. Gli occhi lucidi in preda a un attacco di pianto che non sbocciava mai. Ti avevano portato con forza in palestra. Con forza, ti avevano strappato la calzamaglia. Erano pezzi di pelle che venivano via.

Avanti, facci vedere come fai la piroetta!

Ora sei senza pelle e puoi ballare soltanto chiusa nella tua mansarda. Le tue gambe fendono il vuoto. Le dita accarezzano i seni, i fianchi ondeggiano spasmodici. E io sto qui a guardarti, sono sempre stata qui. Dietro di te, un’ombra.

Avanti, facci questa piroetta. Eri nuda, senza vestiti e senza epidermide. Ti si accapponava quella pelle che non avevi più. E provavi e riprovavi a girare ma non ti riusciva mai.

Ti volti, piroettando ora due, tre, quattro volte, con il piede nudo in una punta impeccabile. E mentre piroetti incontri i miei occhi dietro le grate, tra le foglie di ulivo. I miei occhi ti spogliano ancora, fino a lasciarti senza muscoli e poi s’infilano nelle ossa. Fanno tremare i pavimenti.

Con le lacrime che non volevano uscire. Nuda e spezzata avevi volteggiato su te stessa. Ti avevano presa a spinte fino a farti perdere l’equilibrio. Sei una sega! Una sega! Aveva detto una delle gemelle. Perdendo l’equilibrio, il polso storto sul pavimento. La botta aveva spezzato qualcosa in fondo. Le loro risa si erano trasformate in grida vedendoti lì, con il polso che penzolava fuori dai confini del braccio.

Provi a chiudere la serranda ma non puoi. E poi accosti il viso alla carta da parati. Ti asciughi il sudore con le mani. Io sono ancora qui a guardare dentro. Vorrei che la porta si spalancasse, vorrei stringerti forte fino a toglierti ogni respiro. Io sono il tuo caleidoscopio. E mi disseto di ogni tuo corpo. Allunghi una mano contro il vetro e io anche.

Sei in bagno. Un buco nelle grate mi lascia entrare nel tuo appartamento. Quando esci sono di fronte a te ma non puoi gridare, ti ho serrato le labbra con le mie. Ti chiedo dove tu sia adesso, mi rispondi nel silenzio.

Avevano riso anche quando eri tornata a scuola con il gesso. I loro occhi entravano nei muscoli e attraversavano i nervi. Fu l’ultima volta per te lì dentro.

Siamo distese sul tappeto. Le tue gambe a cavalcioni con le mie. Cerchi di sfuggirmi, ma non puoi. Sono la tua pelle. Quella che ti hanno strappato tutte quelle mani. Ora fuori è notte. Gli alberi non si vedono. Il vento ulula. Bussa per entrare. Ho tra le labbra il sapore del tuo sudore. Tra le mani stringo i tuoi seni. E ti chiedo di danzare. Ora, solo per me. Non lo fai. Ma io ti lego a me con un foulard nero e il tuo bacino aderisce al mio, il mare alla terra. Il foulard stringe i tuoi fianchi e gli occhi te li bendo con un altro foulard. Ora sei costretta a danzare tra le mie mani. Che saranno solo le mie. Muovi i fianchi lentamente facendoli ondeggiare sui miei. Strisciami dentro. Vorrei mangiarti. Trangugiare ogni tuo desiderio. Iniettarmi in vena il tuo odore. Starti dentro, senza uscire mai. E mentre stiamo qui a dondolare, ti accarezzo il torace con mani che sono bisturi. Bacio i tuoi capezzoli, sono bocche. E seziono il tuo ventre con le unghie. Mi metti una mano sulla fronte. Mi allontani. Non capisci come io abbia fatto a entrare. Quanto tempo sia trascorso dall’ultima volta.

C’ero anch’io, te lo ricordi? Eri corsa via fino alla fine della strada. Auto e insegne di negozi e poi campi di ulivi e grano si sgretolavano nella corsa forsennata che ti mangiava i respiri. Ti rincorrevo ma tu non mi vedevi, non ti voltavi mai.

E mentre la benda sui tuoi occhi offusca ogni cosa, nelle tue membra ha inizio l’abbandono, il nero assoluto. Io spingo la mia lingua tra le tue labbra, le mie dita sul monte di venere, liscio e rado. Le mie dita dentro di te fino a sentirti pulsare. I nostri corpi che si mangiano voraci e lasciano al mattino chiazze bianche sui tappeti. Poi vado via mentre dormi e sei ancora umida di me. Mi nascondo tra le foglie per guardarti. So che uscirai a cercarmi e mi nasconderò dietro i tuoi passi per illudermi che la notte sia eterna.

© i. p.