Salta la navigazione

Tag Archives: dolore

Arbusdone_1394358c

Il tempo si spacca sui corpi, il mio e il tuo, un ritratto d’adolescenza e la morte così vicina, così lontana. Ci piaceva sentirci parte di un tutto organico e io ti spingevo i piedi contro la parete, volevo fossi la mia verità, piccola, da stringerti tutta tra le mani, una vita minuta. Avrei voluto. Vieni qui, non scappare. Ti piacevano quei pomeriggi, l’una nel corpo dell’altra, specchiarci, con la scusa di danzare, quante invenzioni per sottrarci. C’era una luna grande, occhio bianco sulla terra. Mia madre ti diceva di andar via. È tardi, ma i tuoi genitori non dicono nulla? E poi chiudevo a chiave e tu a chiave dentro di me. Premevo sullo sterno, così in basso. Avevi l’odore delle foglie e ce ne stavamo immobili in improbabili posizioni yoga, le mani e le labbra, sempre a un passo dal farlo accadere. Ti costringevo a resistere al dolore e scivolavo su di te, scivolavo, leggera, lasciandoti sentire il suono del fiato, a occhi chiusi. Quella stanza, il cielo in una stanza, ogni giorno, il parquet e la grande finestra in vetro e legno, un triangolo isoscele, lo specchio era una spada. Due corpi. Il mio cedeva, era per via delle pillole, debordava. Il tuo era così piccolo, una libellula, libellula sul lago, io t’immaginavo, in quelle notti di occhio di luna, t’immaginavo planare sulle acque, libellula o falena. Eri piccola e negli occhi nascondevi l’odore di una colpa. Resta con me, non andar via. E a notte fonda nello stesso letto, le mani serrate e le labbra mie sul collo, restavi ferma. Sapevo che avresti finto di dormire. Restavi immobile, ti serravo le labbra, in silenzio, tutto avveniva come in un rito pagano sacro e osceno.

Al mattino non volevi parlarmi, sentivamo bussare. Quante volte vi ho detto di non chiudervi a chiave? E poi sarebbe uscita, era ovvio. Non facevi alcun cenno per spiegarmi, soltanto il tuo odore di strada e campagna scivolava via con te. A scuola non ci andavi, nessuno ad accompagnarti. E io dovevo invece, qualcuno mi aspettava sul ciglio al mattino. Il corpo diviso, non sapevo muovere le labbra, non sapevo più dirmi e quanto mi sentivo minuta in un corpo gigante. Ma tornavano quei pomeriggi e le notti con quella luna. Prima un occhio. Poi mezzo. Soltanto le ciglia. Aspettavo l’imbrunire, la guerra dei rossi e dei viola, fino al buio iniettato di stelle. Quel buio abitato dagli specchi. Guardati allo specchio. E c’eri tu. Guardati. Guardati ancora. Al posto del volto mio, il tuo. Ogni volta, due volte, identico, così stavamo bene, nello stesso corpo, senza morire mai.

Arrivò la sera senza luna. Quella sera ti aspettavo, le smorfie allo specchio, i passi di danza, mi guardavo mille volte piroettare e tu nella stanza del parquet senza mobili non arrivavi mai. Lungo le scale il rumore delle scarpe da ginnastica, troppi passi, non eri sola. Mia madre ti aveva lasciata passare e dunque ti vidi e non mi trovai. Le mani tue in quelle di un altro essere, aveva modi forzatamente garbati, parlava un italiano perfetto e portava gli occhiali. Voglio presentarti A. Come non vi fossi mai stata. Lì poi la sua mano aveva la presa di un paguro. Mi ritrassi, strisciai lungo la parete vischiosa, ruvida, le unghie, lì sopra, il rumore di una forchetta. Io e te siamo una cosa sola. Non oggi, dicevi, non più, sono grande adesso. E sentivo dall’altra stanza come un sospiro. Infilavo le unghie, le facevo scivolare, mi graffiavo. Ero una parete, nient’altro che un muro. Eri l’unica e ora nessuno. Passi marziali risalivano le scale. Tu e A. vi voltaste in sincrono. Mia madre aveva in mano un grande orologio, lo affisse nella stanza, il rintocco delle lancette scandiva i secondi.

Non potevo dormire, quel rumore, quel rintocco, scandiva il mio tempo. Così, la notte, mi alzavo e la stanza con il parquet, al buio, senza luna, non era una stanza. Era un varco, un portale e dentro gli specchi non vedevo alcun volto. Li spaccavo, gli specchi. Mi ferivo con i vetri e dentro quel varco avevo mille volti e mille anni. In ogni frammento di vetro ero un’altra. In uno dei tanti avevo il corpo tuo. Senza fiato. Senza ombra. Senza tempo. Saremmo state insieme, ora, per sempre.

… sul Mag O…

© i. p.

ila muretto otranto
Talvolta desidero liberarmene, del desiderio intendo. Abbiamo danzato. C’era una donna. La osservavo muoversi spasmodica, la schiena sudata, i capelli corti e ricci, la spallina calata giù. Si contorceva, vecchie riminiscenze estatiche. Poi cresci, passi dai rave ai concerti sofisticati, qualcuno ti accusa di borghesismi d’ultima generazione. Hai attraversato il silenzio. Loro non capiscono cosa sia. Un picchio feroce batteva il becco sul ballatoio. C’era il sole. tutto quel sole liquido. Ti è parso di berlo, il sole. All’orizzonte dieci esaminatori. Non interferire. Ti hanno detto che non ce l’avresti fatta. Io sono destino, pensavi, destino insormontabile. C’era un parabolico egotismo a fenderti i muscoli. Poi sei entrata. Buon giorno. Buona sera. La stanza era diversa da come te l’aspettavi. Hai appeso la giacca all’appendiabiti. Hai temuto l’errore. L’inessenziale, fuori dalla logica del senso, un sapore solforico sotto il palato. Non riesci a rispondere. Però ti piaceva l’idea di poter dare per la prima volta, aprirti. Hai avuto un sussulto, una scossa elettrica. Sogni maniaco depressivi, brutti ricordi, i suoi occhi addosso. Talvolta ti manca persino l’inganno. Non ti passerà mai. Non ne sei uscita. Avevi un’arancia meccanica nel torace. Non è paura, è un vetro. Senso di inadeguatezza. C’è la pelle oltre la volontà, la pelle ti separa. La gente ordinaria ti dà il voltastomaco, patetici arrivisti, bestie da circo. Ti piace il qualcosa d’altro. Gente che ha sentito troppo e si è bruciata. Ci sono andata vicino. Ho bussato, il pittore ha aperto. Era un personaggio pasoliniano. Ovunque era pieno di storia. Vivevo l’incanto, la buddità. Ero entrata nella radura. Poi sono tornata nel mondo degli adulti ma non del tutto. Un cubo di vetro, un’incubatrice atemporale. Ero i non cresciuti, lo sono ancora. Quel che ci manca è la cattiveria necessaria per attraversare i muri. Le altre sono belve, sguardi ammalianti, seduzione. Per me solo il dolore è seduzione. Nella sofferenza del singolo mi sento piena e indeterminata, fuori dall’ego. E la mattina sulle spiagge d’agosto in Salento inseguivo le onde nei giochi di luce. Ero vetro. Trascendenza immanente. La schiuma cercavo. L’ombra mia inseguivo. E non l’afferravo. Ero l’enigma e la soluzione. Guardavo quel sole accecantissimo e divenivo cieca. Sento di amare chiunque e alle volte di odiarlo. Non conosco i mezzitoni, gli opportunismi, i compromessi. Sono stata sciocca in passato a concedere tanto. Il corpo è tutto quel che abbiamo, bisognerebbe nasconderlo, custodirlo. È che all’improvviso mi prende un desiderio maldestro sopra le cose. Farli miei. Distruggerli. Gatto a nove code. Cera bollente. Infilare le unghie fino in fondo. Strappare la carne. Renderli oggetti. E poi leccarsi le ferite.
C’è una donna in fondo al corridoio. Lei è magra, spettrale. Infila lunghi aghi nelle braccia e nel petto. È lei il desiderio. Sta alla punta. Posso guardarla solo attraverso il vetro. Mentre con le dita disegno porte e maniglie. E le spalanco. Poi avevo bisogno di sparire, tirarmi fuori, dalla vita intendo. Entrare nel cubo, osservare il mondo da lì. Senza stacco. Senza dimensioni. Quel vetro io l’avevo sostituito alla pelle. Per poter uscire dovevo incontrare altri esseri senza pelle. Stavo bene soltanto con loro e il resto desideravo darlo alle fiamme.
Le persone che hanno molto sofferto spesso sono invidiose e piene di rancore, si chiedono per quale motivo certe cose siano capitate proprio a loro e come mai gli altri riescano a vivere più serenamente e a raggiungere risultati superiori ai loro apportando sforzi di gran lunga inferiori. Invece le persone che hanno troppo sofferto non hanno più di questi problemi, non provano più nulla.

 

© ilaria palomba

foto di luigi annibaldi

Image

Il cane nero mi è addosso ma è un’ombra. Proteggo il grillo.
Il grillo ha la voce delle foglie. Il giardino di limoni e lecci nasconde altre cose che non posso vedere. Sento frinire i cespugli.
Il grillo sussurra con la stessa voce dei cespugli.
Sono senza scudi, dice. Senza neanche un cappello, dice.
Non sono certa di potergli parlare e se gli parlo non sono certa possa sentirmi.
La luce cava della luna è un fiato che frantuma le foglie. Il silenzio si macchia di voci.
Se ascoltassi saresti più vicina alla fonte, dice il grillo.
Non ho uno scudo, non ho un cappello, dico.
Rientriamo, il grillo mi sta sulla nuca e temo possa pizzicarmi con le scarne zampe. Il formicolio sulla nuca è un atto che non posso controllare, non posso tormentarlo e non posso neppure ignorarlo. Sta lì e io aspetto che muti.
Nelle stanze l’ombra del cane nero è un colosso, si allarga, si slabbra, fa sua la parete, fora la parete e vi si imprime dentro. Il grillo trema.
Lo sento muoversi dal collo alla scapola come se un esercito di formiche brulicasse sulla pelle.
L’ombra è una bocca, deglutisce la stanza. Il cane nero diventa reale e mi sta di fronte con le fauci spalancate. Il bario stilla e bagna il pavimento, una statua di colla.
Nugoli di ferraglia pregni di luccicore biancastro. La bava sporca le cose, le riempie, le dilata, è l’altra faccia dell’ombra.
Il cane non ringhia. Il grillo sussurra: siamo morti.
Trema, non smette di tremare. Lo raccolgo tra le mani. So che il cane non vuole sbranarmi ma non posso dire lo stesso per il grillo. Il cane l’ha puntato, so che lo brama, so che lo addenterà.
Racchiudo tra le mani il grillo. Entro in una stanza con una culla vuota. Tra le sbarre un uncinetto rosa e un sonaglio.
Ripongo il grillo nella culla. Non smette di tremare.
Non lasciarmi, dice.
Non può venire qui, non può attraversare le sbarre, dico.
Ho paura, dice.
Il cane nell’altra stanza non c’è. Resta la sua bava sulle cose, come una coltre, ricopre pentole e piatti e ferraglie e computer e libri, chincaglierie accatastate sul pavimento. Mi stendo sul letto e le lenzuola sono pregne della stessa bava che è la stessa ombra. La stessa viscosità della colla.
All’angolo una sedia di legno con i miei vestiti asserragliati sulla spalliera.
Il mio corpo nudo è pregno di bava. Al mio fianco nel letto un uomo, viene dal passato. Ha la barba e i capelli lunghi. Viene da un altro luogo, non dovrebbe conoscere questa casa.
Dov’è lui?, dice.
È uscito presto, dico.
E tu non ti domandi?, dice.
Preferisco ignorare, dico.
L’uomo affonda i denti in un lembo di carne tra il collo e la spalla. L’ombra del cane si spalanca su di noi. Chiudo gli occhi e mi lascio prendere. Stringo le mani alle sbarre. Sono nella culla e l’uomo mi è dentro. Penso solo al grillo. Al suo piccolo corpo frantumato dai nostri. Riapro gli occhi. L’uomo mi dorme accanto. Non siamo nella culla, non ci entreremmo. L’ombra del cane è svanita.
Mi alzo per cercare il grillo. Una pozza d’acqua sotto la sedia e l’umidità nei miei vestiti. Li tocco e sono colmi di acqua che non è acqua, è colla e non è colla, è bava e non è bava, è urina. Ha l’afrore dell’urina. I vestiti s’incollano alle dita e sono lembi di carne, umori, cuore, polmoni, fegato, intestino. Sono colmi di piscio e sangue. Grondano sangue e piscio e fanno il puzzo delle carcasse.
Corro nell’altra stanza. La culla. La culla. La culla è senza sbarre. Il grillo è sparito.
Vado in giardino. La luna è offuscata da una coltre di nubi nere, il cielo si fa scarlatto. La luna ha il volto di un teschio e poi stinge, cola via. La sento sulla pelle, è bava. Il grillo non c’è. Il frinire delle foglie è un frantumo di voci.
Dietro di me il cane nero. Guaisce e si accuccia come un cucciolo, strofina la testa contro la mia gamba. Lo accarezzo. Si calma.
Le nubi spazzano via il rossore del cielo e sul corpo della luna le zampe scarne del grillo sono faglie e frammenti.
Il cane mi lappa le dita. E ci avviciniamo alla notte, fuori dal giardino. Ci avviciniamo. Ci avviciniamo. Nel fondo del cielo un chiarore che deflagra.

© i. p.

Oggi desidero farvi conoscere quattro potesse contemporanee i cui testi mi hanno lasciato a bocca aperta. Ho scelto una poesia per ciascuna di loro, se vorrete approfondire cliccate sui loro nomi e potrete accedere ai loro blog.

Ringrazio Mariella Soldo, Giusy Del Salvatore, Olivia Balzar e Lié Larousse.

Syntagma, 2011

Mi sento felice nel non riconoscere

i volti degli uomini che mi passano

accanto.

In questa terra sempre illuminata dal sole,

gli sguardi cercano ovunque un ritorno,

qualcosa che io non posso dare,

perché immersa nei bagliori nascosti

di un’errante solitudine

Mariella Soldo

Tratta da Fantasie Solitarie (Associazione Culturale LucaniArt)

Strano è diverso

Qualcuno ti ha tagliato una ciocca di capelli,

ha portato via un frammento della tua anima

Qualcuno ti ha spezzato le matite

geloso della tua prematura arte

Qualcuno ti ha calpestato il pranzo e

i crampi ti hanno quasi divorata

Qualcuno ha letto il tuo diario

confessando le tue paure

Qualcuno ti ha lasciata sola

dicendoti che sei strana.

Hai pianto.

Ebbene, piccola mia,

essere strani vuol dire avere qualcosa da comunicare,

vuol dire non essere vuoti,

non doversi preoccupare di maltrattare qualcuno ogni giorno

perché mille pensieri creativi affollano la tua testa

Vuol dire essere diversi,

artisti,

distinguersi per qualcosa,

una qualità, una dote che un giorno ti porteranno in alto

e una volta lassù,

i tuoi occhi saranno troppo piccoli per guardare così in basso,

dove regna la feccia insoddisfatta della propria vita.

Giusy Del Salvatore

Tratta da Chiamale come vuoi, siamo solo poeti incompresi (Aletti editore) di Giusy Del Salvatore

Poetessa

Legatemi mani e piedi

Ma non legherete la mia anima.

Non legherete il mio cuore

Con le vostre false lusinghe.

Sono una poetessa del terzo millennio,

voce dispersa

nel buio

nel vuoto

nella nebbia

di chi pensa che vada tutto bene.

Guardami mentre attendo

Che tutto crolli addosso a voi.

Olivia Balzar

Tratta da Strana come gli angeli (Albatros) di Olivia Balzar

L’Artista Madame Décadent

Lei senza muoversi la fissa,

la squadra.

Relegata

ad un angolo buio in fondo alla sala privo di passi di gente distratta,

intrasferibile

illumina ogni cosa allargandosi a dismisura.

L’ altra apparentemente assente

assiste inerme all’incanto coprendosi di poco gli occhi

con la mano sulla fronte.

In un istante la tela,

stanca del suo essere incastonata nel nulla,

si impone sull’artista.

L’artista sconcertata ed infastidita ne è attratta,

secchezza alla gola le blocca il deglutire,

l’istante dopo è in apnea,

intorno a lei angoscia,

silenzio,

vuoto.

Loro due ora, sono sole.

Il bianco implacabile è fisso su di lei.

Silenziosamente muta.

Dalle sue unghie spuntano fili di setola sottili,

ambedue le mani prima calde e mobili

si irrigidiscono legnose immobilizzando i polsi senza più battito,

volto collo e torace impallidiscono senza calore

ingrigendosi in un’unica astratta forma.

Membra d’occhio,

una di nero si ingrandisce senza tregua,

l’ altra d’ avorio con una croce al suo interno lentamente sparisce.

Una difronte l’ altra.

Una impassibile, l’ altra in trasformazione.

Poi lo struscio dei passi torna a risuonare stridulo nella sala

conformandosi in un mucchietto di esseri

fermi a fissare con le teste di sbieco il quadrante loro davanti,

apparso così,

dal nulla,

con l’ indice al centro del naso,

il pollice sotto il mento,

e un braccio semi arcuato a sorreggere il tutto,

intenti a cercarne il verso.

L’ artista è persa,

di lei non c’è più traccia,

forse ha lasciato qualche acrilica goccia di sé sotto il passo di chi è ancora fermo lì,

con la testa china,

e si sta cercando.

Io ti ho solo vista,

un momento

poi ti ho guardata in movimento.

Tua è l’ espressione come in trance

è un lembo di stoffa sottile

che brillante scivola

come saliva trasparente

quando incontra la lingua,

il labbro,

la bocca tutta,

che ti insegue inamovibile impregnando la mano,

la setola,

la ruvida tela,

e sfocia in uno sfogo di colore

impossibile da immaginare prima..

Ora ammiro la tua creatura riflessa,

ed è meraviglia.

Lié Larousse

Tratta da Viaggio di una bambina astronauta di Lié Larousse