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Tag Archives: disagio

giallaeblu

Aveva frequentato straccioni, raver, borghesi rampanti e intellettuali (o anche tutto questo insieme), e aveva continuato a sentirsi un’outsider, sola, solissima, rispettivamente con ogni categoria. Le mancava sempre qualcosa per esserne parte. Forse quella forma cieca di fanatismo e adesione incondizionata di gruppo. Nonostante il relativismo (in forma assoluta), proprio non ci riusciva ad appiattire i gusti su quelli di un branco. Al personaggio continuava a preferire la persona (se solo avesse potuto vederla, la persona, oltre il riflesso). E, lo sapeva, l’avrebbero condannata per questo. Avrebbe rivissuto a vuoto l’esperienza del diniego fino ai bordi della follia. La solitudine l’aveva abitata. La solitudine era divenuta la più colloquiale tra le dame di compagnia. La solitudine la rendeva capace di usare e abusare dei corpi come fossero suoi. E lasciava a queste ombre, a questi nessuno, la libertà di indossarla e riporla, ovunque. Forse avrebbe trovato nell’immaginario una soluzione in cui sciogliersi.
Ma non oggi. Oggi lui le aveva detto: sei guarita. Puoi dire al mondo che una volta avevi un disturbo borderline.
Le aveva detto che era guarita e lei era sprofondata in un gorgo di autosvalutazione e tremenda melanconia. Se poi guarire significava non farsi violentare dagli sconosciuti, non spegnere sigarette sui genitali di esseri privi di dignità, non rischiare l’overdose ogni fine settimana, sì, evidentemente era guarita, ma da quando gliel’aveva detto si sentiva così vuota. Tolto il disturbo di personalità per par condicio sembrava dileguarsi anche la personalità. Come se le avesse portato via quel qualcosa di speciale che la rendeva unica. Ora era una mediocre chiunque. Capite bene che avrebbe preferito trasformarmi in scarafaggio che essere una chiunque chiunque.
Ma adesso potrai scrivere per tutti, capisci? Per gli altri. Non solo per necessità catartica.
Il disturbo borderline era una sorta di panacea universale.
Non hai spicciato le tue commissioni?
Ho il disturbo borderline.
La casa è un porcile?
Ho il disturbo borderline.
Non hai un lavoro?
Ho il disturbo borderline.
Te ne infischi del prossimo e della sua sensibilità?
Ho il disturbo borderline.
Non riesci ad amare?
Ho il disturbo borderline.
Sei un’adultera con profonda indecisione sessuale?
Ho il disturbo borderline.
Non hai ancora conquistato il mondo?
Ho il disturbo borderline.
E a quante falle doveva sopperire un disturbo di personalità? L’avrà avuta persino lui un granello di ansia da prestazione. Niente. Ora lui si era dileguato, l’aveva lasciata sola, faccia a faccia con la sua nullità. Tutto pesava macigni e non aveva più scuse per evitare le prove d’acciaio con cui si forgiano gli eroi, gli antieroi e i pusillanimi.
Se abbandoni il campo di battaglia non puoi dare più la colpa alla canna di fucile del disturbo di personalità. Vai in trincea. Ti tocca. È il tuo turno. E se fallirai nell’impresa non potrai più ricorrere alle vecchie e amate scappatoie da disertore.
Ora sei lì, circondata dal deserto. Tra le dita granelli di vite in prestito. Una tempesta muove i ricordi. Alla fine della traversata c’è un oceano chiamato Alterità.

 

© i.p.

foto di Luigi Annibaldi

ipa al mare

Io ero l’errore. La macchia nera nella stanza. L’inconoscibile altro, che il mondo doveva espellere. Provavo ad alzare la voce ma si bloccava. Si bloccava. Stavo seduta al banco e non riuscivo a parlare con nessuno. Il corpo era immobile. Assorbito nel verde dell’aula. Fissavo lettere e disegni sul quaderno. E le macchie di colore sui muri. Piccole sbarre. C’era l’odore pesante del fiato. Eravamo un grande cancro, tutti. Un enorme cancro sulla superficie della terra. Per ogni persona che respira un pezzo d’ossigeno in meno. Li guardavo giocare. Usare la voce per esistere. Io ero l’inesistente. Nell’esofago l’aria si bloccava. Era un peso. Ci sono cresciuta con questo peso nel torace. Vivevo un tempo sbagliato. Un tempo altro. Non riuscivo a rispondere ad alcuna domanda. Ma non ero muta. Quando poi mi decidevo a parlare, a essere altrove erano gli altri. Non mi ascoltavano. Non esistevo. Crescevo distante da loro. Li osservavo come attraverso un vetro. Loro potevano vederlo. Cercavano di romperlo. Fracassarlo. Sentivo le mani là sopra battere fortissimo. Credevano di vincermi. La verità era che mi temevano. Mi divertiva illuderli che avessero ragione. Che ci fosse in me qualcosa di mostruoso. Io non ero malvagia ma mi piaceva che lo pensassero. Dovevo confermare il loro grido di gregge. Dovevo fingermi parte di un gioco al massacro. Dovevo dipingere sul vetro maschere mostruose. Per sentirmi viva dovevo barare. Crescevo nell’illusione. Strappavo compiti. Vestivo di nero. Lanciavo sedie. Mostravo taglierini. Mi nutrivo della loro farneticazione.
Il ragazzo con gli occhiali si avvicinava per sbirciare quel che scrivevo sul quaderno. Gli lanciavo la sedia addosso. Piangeva. Disperava. Faceva grandi scenate davanti all’insegnante. Io ero segnalata. Seguita a vista. Controllata. Avevo gli occhi di tutti addosso eppure non mi ero mai sentita così invisibile. La ragazza dalle treccine bionde strappava fogli dal mio quaderno di disegni e segrete scritture. Rigiravo il taglierino tra le mani. Ripeteva insulti in flebili cantilene. Le sue compagne, anatre starnazzanti, le facevano eco. Rigiravo il taglierino tra le mani. Le sue compagne prendevano il quaderno e leggevano ad alta voce le mie parole. Rigiravo il taglierino tra le mani. Una voce dentro mi ordinava di agire. Rivolta, diceva l’altra Ilaria. Rispetto, diceva l’altra Ilaria. Vendetta, diceva l’altra Ilaria. Di scatto mi voltavo. Colpivo. La macchia rossa sulle dita della ragazzina bionda, il singulto delle sue lacrime, mi assalivano. Nelle orecchie la sua voce era una nenia orrenda. La sua pelle tagliata sembrava di gomma, mi chiudeva lo stomaco.
Avevo visto un’altra guardarmi dietro la porta della classe. Una ragazza magrissima dai capelli ondulati. La conoscevo di fama. Andava in quella che veniva denominata sezione Zeta, dove erano relegati i figli di nessuno. Avevo udito le parole dei suoi compagni. La chiamavano scimmia. Odorava di muffa, cenere rappresa, luoghi angusti. Veniva a scuola solo ogni tanto, qualche volta con gli occhi cerchiati di nero. Lei aveva visto. Aveva atteso il mio verdetto. Sospesa per sette giorni. Sette giorni con mia madre che imprecava e mio padre che dispensava nozioni filosofiche sulla libertà.
La mia libertà finisce dove inizia quella dell’altro, diceva mio padre.
Non c’erano abbracci tra noi, solo parole metalliche, al gusto di ruggine.
Che cosa ti ha preso? Eri così brava alle scuole elementari, faceva mia madre. Le maestre mi dicevano che eri un genio. Scrivevi temi bellissimi, eri l’unica che faceva sempre tutti i compiti. La migliore della classe, la migliore. E adesso, che ti succede? Mi dicono sempre che non ti comporti bene, strappi i compiti in classe, picchi i tuoi compagni, non parli con nessuno. Cos’hai?
Non potevo rispondere a quelle parole. Sentivo solo il gusto aceto del bario intrappolato nell’epiglottide. Intanto mi regalavano giocattoli. Intanto mi regalavano cibo. Intanto mi ingozzavo di inutilità. E ingrassavo. E sformavo. E nascondevo il corpo al mondo, a loro, a tutti.
Giorni dopo tornai a scuola. La litania riprese. Ma stetti in silenzio. In silenzio a prendere insulti e battutine e maledetti occhi e maledette bocche e maledette mani. Sul mio mondo di vetro.
La ragazza dai capelli ondulati provò a superare la barriera senza infrangerla. Mary, si chiamava. Una mattina d’autunno si avvicinò nel cortile. Mille foglie rosse frusciarono sull’asfalto. Il cielo di piombo sembrò aprirsi. Avevo il gusto del cemento nel palato. Scostavo appena la lingua e il vento s’incuneava tra i denti. Lei aveva larghi boccoli castani e labbra color ciliegia. Veniva a tenermi la mano lì fuori. Non riuscivo a credere alla potenza di quella stretta. Avevo il cuore nell’esofago. Mi sentivo divampare. Nel torace sentivo slabbrarsi qualcosa. Andare in mille pezzi. Buttare fuori quel peso potentissimo che non mi lasciava respirare. C’era l’odore delle foglie d’autunno. E non l’avevo mai sentito. La bambina dai capelli ondulati mi disse: scappiamo. Scappammo. Lontano da scuola vedevo le strade aprirsi alla campagna. Un verde sconfinato. Un cielo che inghiotte. Quel mattino nella casa abbandonata eravamo streghe e sirene. Scucivamo il buio. Lei aveva le mani sfregiate. Le linee dei palmi erano un campo minato. Schegge rosse e croste su quelle mani. Le chiesi: cos’hai? Mi disse che fossero vetri. Come i vetri che calpestavamo entrando in quel casolare abbandonato. Fuori gli ulivi raschiavano il sole.
Perché ti fai del male? Le chiesi.
Mi disse che il male non fosse nel corpo ma negli sguardi feroci degli altri. Che fosse una prova tagliarsi per resistere a tutti quegli occhi. Stavamo sedute tra i vetri nel buio e fuori il vento divorava gli alberi. Li strizzava come fazzoletti. Le foglie si staccavano e volavano dentro.
Facciamolo insieme. Sarà il nostro patto. Lontane da tutto e da tutti. Per sempre unite.
Era il suo insegnamento. Ferire il corpo per fortificare la psiche. Insieme nel vetro. Lasciarlo entrare, crescere, inondare. Spesse pareti di vetro. Oltre noi. Oltre tutti.
Lasciai che afferrasse il mio palmo e chiusi fortissimo gli occhi. Il vetro tagliava. La mano si apriva. Entrava il dolore. E lei mi stringeva.
Non è dolore vero questo, non è niente.
A casa dissi di esser scivolata su un sasso fuori da scuola. Nessuno si accorse di nulla. Mio padre mi disse di fare attenzione. Mia madre versò gocce di una mistura verde sulla mia mano. Il giorno seguente andai a scuola con la mano fasciata. Mio padre mi accompagnò sin dentro la classe. Mary non la vidi per niente. Continuavo a comportarmi da piccolo mostro. Non parlavo con gli altri. Rispondevo solo se interrogata. Mi voltavo a guardarli con gli occhi dell’odio.
Vidi Mary dopo sette giorni all’uscita da scuola. Aveva due macchie marroni sotto gli occhi, erano croste.
Cos’hai qui? le chiesi.
Nulla.
Ti accompagno, disse, dove abiti?
Non posso, c’è mio padre…
Lei guardò la Opel rossa fuori dal cancello. Vide il sole brillare sul parabrezza. Gli occhiali scuri di mio padre. Il suo sorriso.
Se vuoi puoi venire con noi.
In macchina lui mi diede un regalo. Lo scartai. Era una maglietta nuova, di quelle che piacciono alle ragazze. Mary guardava fuori dal finestrino. Aveva l’odore della muffa. Spiavo i suoi movimenti distratti. Il bordo della camicia a quadri consunto e marrone.

Dove abiti? Chiese lui.

Lasciatemi pure qui, disse Mary.

Lui insistette per accompagnarla a casa ma lei non volle. La lasciammo all’angolo tra via Kennedi e il parco.

Continuammo a vederci qualche volta. A scuola non veniva quasi mai ma le dissi dove abitavo. Entrava nel grande giardino. Mia madre la guardava con sospetto. Ci chiudevamo in camera per ore. Le insegnavo passi imparati a scuola di danza. Preparavamo spettacoli. Sognavamo palcoscenici. Ridevamo insieme. Lontane da tutti e da tutto. Guardavo il suo corpicino di piccola donna. E mi piaceva. Sentivo qualcosa in quel corpo chiamarmi. Era perfetta nella sua magrezza e nei suoi capelli lunghi.

Un pomeriggio mia madre entrò in camera mentre ci allenavamo con i body a piedi scalzi. Entrò e aprì la finestra che dava sul cortile. Guardò i nostri piedi consumati e sporchi. Giorni prima era sparito un braccialetto d’argento, che mi aveva regalato qualche zio.

Ma tu ti lavi, Mary? Cominciò mia madre.

Lei la guardava senza fiatare. Gli occhioni sgranati e quelle piccole macchie sulle gote che non avevo mai capito se fossero croste di percosse o sporco rappreso.

Rispondimi, la usi l’acqua? Indossi i vestiti di mia figlia, voglio sapere se sai come si usano acqua e sapone! Lo sai che i tuoi piedi puzzano di formaggio e muffa?

Lei non disse nulla. In silenzio si alzò e si sfilò il body che le avevo prestato. Rientrò nei suoi vestiti e andò via senza dire una parola. Io e mia madre restammo sole per qualche minuto.

Non mi piace quella ragazza, non mi piace affatto.

Mi trascinò sotto la doccia e mi strigliò graffiandomi la pelle con una pietra pomice. Erano artigli rapaci nella carne. Strillavo. Mi dimenavo. Imprecavo. La odiavo, mia madre. Ma vinceva sempre lei.

© i. p.
foto di Luigi Annibaldi

Immagine

Oggi, giornata contro la violenza sulle donne, propongo la mia recensione (di circa un anno fa) al libro “Fatti Male” di Ilaria Palomba. Protagonista è Stella, una ragazza che a un certo punto decide di smettere di sopportare…

Da quando ho deciso di fare della scrittura qualcosa in più di un passatempo senza regole né regolarità, ho perso la mia “serenità” di lettrice. Prima divoravo un paio di libri la settimana; mi ci immergevo dentro e mi lasciavo trascinare dalla storia, per poi decidere se il contesto e il modo in cui era espresso mi aggradavano oppure no. Adesso, invece, ho serie difficoltà nel lasciarmi andare, mi soffermo su cose che una volta neppure notavo: la scelta delle parole, il loro suono, il modo in cui son legate tra loro – pure le virgole! – l’autenticità e l’onestà con cui viene raccontata una vicenda… aspetti che mi fanno perdere di vista il piacere puro della lettura e m’innervosiscono parecchio, perché non riesco proprio a controllare l’impulso di comportarmi così. Per questo spesso prendo scuse con me stessa, mi dico che gli impegni quotidiani sono troppi e la sera deve essere per forza dedicata alle chiacchiere col fidanzato. Il risultato è che leggo sempre meno.
Di recente avevo deciso che avrei usato le vacanze natalizie per riprendermi quello status di lettrice che, in effetti, mi manca moltissimo. Ho scelto “Fatti male” per ricominciare. L’ho iniziato il 20 dicembre e finito il 24. Non era esattamente il mio genere – questo lo avevo capito già prima di comprarlo – ma sapevo che il modo di scrivere dell’autrice, di cui conoscevo già le poesie raccolte in “I buchi neri divorano le stelle”, mi piace. La scorrevolezza propria della penna di Ilaria Palomba e la velocità con cui, sebbene arrugginita, sono riuscita a terminare il romanzo, mi hanno dimostrato che avevo ragione: Ilaria è molto brava, ce l’ha fatta perfino a distrarmi dalle mie ansie e manie di “scrittrice psicopatica”!
La protagonista del libro mi trasmette diverse sensazioni. Mi fa rabbia per la sua incapacità di vivere come una ragazza “normale”, nonostante non sia per niente una sciocca, e per il modo in cui permette a un inetto qualunque di seviziarla e venderla come una cosa. Mi fa pena per la sua fragilità, per la situazione familiare che la costringe a cercare attenzione e amore nei posti meno opportuni. Mi fa tenerezza per il suo essere, oltre che estrema, una bambina bisognosa d’affetto. Mi fa ribrezzo quando mi trascina in luoghi che mi sono estranei e che, in vita mia, mi sono sempre rifiutata di frequentare. Mi ripugna quando mi obbliga a spiarla in situazioni che trovo aberranti e prive di senso. Mi fa ridere con l’ironia pungente e il senso di contraddizione un po’ buffa che trasmette col suo pensiero quasi mai espresso a voce alta.
Stella si dà con facilità. Ma gli scambi di coppia, le esperienze con le donne pur non essendo lesbica, l’inesistenza di pudore… cos’altro sono se non l’angoscia, il dolore interno, il bisogno di essere una figlia amata, una compagna amata e perfino un’amica amata? Queste ombre spaventevoli la fanno nascondere dietro l’oblio ingannatore della droga, dietro una sessualità che – almeno per me – di piacevole non ha nulla. C’è chi si rifugia nel cibo o nell’assenza di questo, chi si ferisce braccia e gambe, chi smette di studiare o lo fa davvero troppo, chi si rimbecillisce di sostanze stupefacenti e chi si butta via perché crede di poter essere salvato dal primo farabutto che gli si para davanti. Tanti modi per punirsi. Anche io mi sono messa in castigo da sola innumerevoli volte. Non l’ho fatto come Stella, ma l’ho fatto.
Stella, per una stramba casualità, alla fine del romanzo si libera di quel mostro di Marco… ma sarà riuscita ad allontanare da sé il vero male, se stessa? Io sono positiva per inclinazione e quindi credo di sì. Me la vedo sempre bionda e bistrata di nero, con un vestito aderente su quel corpo perfetto che le invidio un po’, la laurea in filosofia appesa in camera e una consapevolezza di sé tutta nuova. Non m’importa se abbia o meno accanto un uomo, io la visualizzo avvolta dal suo di amore. Nel mio immaginario, Stella deve aver di sicuro imparato ad amarsi e smesso di farsi male.

© Anna Valeria Cipolla D’Abruzzo