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Tag Archives: diario di viaggio

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Le notti in quella grande casa 245 di north circular road con lupo anya e alex a cercare spiriti nell’ululato del vento a rotolarci in gonfiabili materassi mentre sopra c’è musica tossica alle quattro del mattino svegliandoci di soprassalto per il gran rumore che anya non sopporta e alle quattro del mattino non sopportando si mette a scrivere mail per denunciare l’accaduto ai proprietari e aspettando che l’inquilina chieda spiegazione per dargliele con fuck off annesso e ammette mi sono trattenuta dal dirle di peggio le mattinate con alex che prepara il te svegliandoci con colazioni in camera a girare su bus tour sleeppando sui sedili per non aver dormito la notte per la musica e il vento a cercare i pub delle peregrinazioni di Joyce dopo averne visitato gli appartamenti a bere irish coffie a temple bar con natalizie decorazioni e musicisti folk in rigorose camicie a quadri a ridere di nottambuli limoni e anoressici fantasmi che fuori dallo specchio della lavanderia domandano who are you in precisissimi inglesismi da dopoguerra a rotolarci sul pavimento con irlandesi che offrono costosissimi eccitanti mentre si gioca con cani rebel e si ascolta david bowie parlando multilanguage e comprendendo meno di un terzo dei discorsi strafatti a bere cydro e poi vino e poi wiskey all’una di notte mentre il vento ha la voce di uno spettro a fantasticare dissotterramenti di cadaveri sotto lapidi di byrne incorniciando con fotografici flash i cristi in pietra lavica scolpiti agli angoli di oscuri giardini infernali a guardare film horror leggendo su wikipedia storie sulla north circular road parlando di inspiegabili suicidi e abbandonate stone’s ville una volta rigogliose e prospere ora ricoperte da rampicanti piante demoniache e sterpaglie da incubo a vagare per dublino tra trinity college e st stephen’s green elemosinando il sole di mezzogiorno lasciandoci incantare da gotiche cattedrali in pietra medievale st peter church e st patrick’s church dalle luminosissime vetrate che incendiano l’oscurità incendiano e incantano lo sguardo nell’assoluto bagliore a sbirciare scene di spaccio di uomini in bicicletta che corrono a confessarsi e incontrano pusher knacker in tuta adidas dentro chiese st dominic’s church e corrono fuori a diffondere il verbo dello sballo giriamo al freddo nel vento assassino tra prigioni kilmainham e glasnevin cemetery comprando vomitevoli caffè per banchettare con cornetti e tramezzini da supermercati teco ce ne stiamo nella penombra di uno scenario alla tim burton scattando irriverenti foto su lapidi carton mentre fuori l’odore di pioggia invischia l’aria che cambia ogni istante sole pioggia e tramonto una notte ce ne stiamo a bere vino nel quartiere ultramoderno bord gáis energy theatre tra luci sparate e liffey straripato fa un freddo che immobilizza i muscoli i piedi non li sentiamo più e ci passa davanti un riccetto in bici che ha l’aria di avere meno di diciotto anni chiedendo sigarette e regalando accendini con foglie di marijuana incise sopra si avvicina raccontando strafatto di esser finito sui giornali per aver provocato incidenti in bici e mostrando documenti falsi stampati in francia racconta di aver passato tre giorni in carcere per tentata strage ma di esserne uscito incensurato fottendo il sistema con documenti falsi stampati in francia durante la leva militare mi presenti il tuo spacciatore gli chiedo ma non comprende e anya gli parla e traduce dall’inglese permettendosi di correggere il tutto con qualche bestemmia in barese e così i nostri piedi assiderati domandano venia e ce ne scappiamo con il vento a trafiggere le ossa scappiamo verso lo spire con il fiato mozzato dal gelo e c’è un odore inspiegabile di freddo che s’insinua nelle fenditure delle ossa allo spire l’ultimo taxi ci porterà nella casa degli spettri io e anya resteremo sveglie la notte a rimembrare adolescenziali furori e a non riconoscerci mentre le vite degli altri – nel passato – ci scivolano sopra come oniriche ombre in una notte lunga un’esistenza.

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© Foto: Luigi Annibaldi

© Testo: Ilaria Palomba

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(Foto di Luigi Annibaldi)

Sono appena tornata da Amsterdam, anche se tornata in questo caso è una parola grossa. Penso che per conoscere una città sia necessario andarci tre volte, così ho fatto con Berlino, così con Parigi, così con Amsterdam. La prima volta ero adolescente, non avevo più di 14 anni e fissavo le vetrine dei coffeeshop e gli alieni degli smartshop con lo sguardo di un gattino curioso. Guardavo le donne in vetrina e mi sembravano tante barbie di umane dimensioni e tuttavia sempre bambole meccaniche che ammiccando, sorridendo e sculettando, si lasciavano giocare da chiunque desiderasse. Annusavo quell’aroma che conoscevo bene perché qualcuno a scuola giù nel garage mi aveva invitato a prendere parte al gran vecchio rito del chilom e poi ero diventata anch’io parte di qualcosa ma qui ad Amsterdam non ero nessuno, a pochi metri c’erano i miei e non potevo fare altro che acchiappare odori e sguardi. Certo, una bella prova di fiducia da parte loro portarmi ad Amsterdam, se solo avessero saputo cosa sarebbe accaduto dopo, non credo l’avrebbero fatto. Ho visitato il Van Gogh Museum e ricordo che rimasi colpita dagli autoritratti. Anch’io disegnavo me stessa, mi rincuorava che uno dei più grandi artisti di tutti i tempi fosse ossessionato dalla propria immagine proprio come una ragazzina di 14 anni allo sbaraglio. Quando ti guardi allo specchio, quando parli di te, quando disegni te stesso, la gente ti dice che sei narciso, esibizionista, autoreferenziale. In realtà io mi stavo solo cercando. Allora ignoravo che avrei continuato per l’eternità.

Sono stata ad Amsterdam a 19 anni, con i più tossici della compagnia. Forse loro adesso non rammentano di essere stati miei amici, alcuni mi detestano, altri mi hanno fraintesa, altri non ricordano neppure il mio nome. Eppure aver condiviso un viaggio così tosto per me è stato importante. Eravamo reduci da Barcellona, dove qualcuno si era drogato, qualcun altro era rimasto sotto e qualcuno aveva abortito. Nonostante questo eravamo in gran forma. Ero la ragazza di un tipo fricchettone, ancora ignoravo che qualcuno avrebbe spezzato il nostro rapporto in modo irreversibile. Vivevo una beata innocenza e incoscienza. Mangiavo funghetti e pillole contraccettive postoperatorie. Vedevo pennelli da pittore sugli alberi e tavolozze-cielo-azzurre dipinte dal frusciare del vento. Vedevo il mio ragazzo crescere e rimpicciolirsi, uno gnomo dal sorriso malvagio, un angelico demonietto, un cristo satanico. Eravamo piccoli e sozzi. Nessuno di noi si è lavato più di tre volte in quindici giorni. L’amico punk del mio ragazzo c’ha messo un’ora e mezzo per ordinare un suco di frutta nel bar di Vondelpark. L’amico hippomane dell’amico punk del mio ragazzo fricchettone era convinto che due nigger ci stessero perseguitando per sgozzarci e fotterci gli zaini. Non so cos’avrebbero trovato in quegli zaini a parte la puzza di vestiti mai lavati schiacciati contro resti di panini al salame e cadaveri di carta. Il ricordo più bello di quella folle vacanza fu la tenda in cui alloggiavamo che volava sopra le nostre teste e noi strafatti che nel cercare di riacchiapparla fummo travolti dalla bufera effetto-cartone-animato. Andammo al Van Gogh Museum e il quadro che mi piacque di più fu la camera da letto, anche perché in quel momento io un letto non ce l’avevo. Ci furono degli scazzi, le nostre strade si divisero. Il punk e il fricchettone continuarono a viaggiare, quell’interrail per loro non è stato che una passeggiata. Hanno viaggiato per mesi in posti sconosciuti anche fuori dall’Europa, in camper, treno, autostop. Vanno e vengono dall’India, dal Marocco, forse qualcuno è arrivato in Australia. A me spettava un destino diverso. Ho mantenuto una perfetta doppia vita, mi sono laureata in Filosofia, mentre di notte scatenavo inferni. Poi sono fuggita a Roma.

Sono tornata ad Amsterdam per la terza volta per festeggiare il mio ventiseiesimo compleanno con Lupo, Dami e Pam. Eravamo nel quartiere a luci rosse. Le bambole barbie si sono trasformate in tristi grassone un po’ annoiate. I coffeeshop sono diventati luoghi in cui rintanarci con la bufera che imperversa nelle strade. Di Amsterdam ciò che mi mancherà di più è l’apple pie. Non so quanta ne avrò mangiata, quella torta è una meraviglia. Sarò ingrassata di almeno un chilo per colpa di quella maledetta apple pie. Il primo giorno entro in uno smart e scopro che i magic mushrooms non esistono quasi più, li hanno sostituiti con dei tartufi marci che dopo il secondo giorno già vanno in putrefazione. Ho fotografato le acque di Vondelpark come fossero quadri. Ho danzato pessima electro in improbabili piste di superlocali indie che si sono rivelate essere feste di diciotto anni per bravi ragazzi. Ho riso della gente che mi passava accanto. Ho pianto per la gente che mi passava attraverso. Ho guardato le scritte dietro gli occhi ma non sono riuscita a decodificarle. Ho guardato le luci sfumate della città, le biciclette. Ho guardato nel caleidoscopio del tempo e ho visto immagini che preferirei cancellare. Ho lasciato che Dami pettinasse i miei capelli e mi truccasse. Ho lasciato che Pam dirigesse i nostri passi in una Amsterdam grigia e piovosa. Ho lasciato che Lupo mi descrivesse il suo paese delle meraviglie. Abbiamo guardato le vetrine ogni notte. Ci siamo anche chiesti come avrebbe reagito una di quelle se ci fossimo presentati in quattro, e soprattutto un uomo e tre donne. Non l’abbiamo fatto purtroppo. Ho dormito sul battello mentre la guida disegnava con la voce, nomi di strade, palazzi e monumenti. Abbiamo vagato per il mercato dei fiori, fissando papaveri e tulipani, inspirandone il profumo. Il mio compleanno l’ho trascorso da Van Gogh. Ora ne sono certa: il mio quadro preferito è il tramonto con i corvi.

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(Foto di Ilaria Palomba)

© Ilaria Palomba