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Tag Archives: dannazione

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Sentire troppo è un dato di fatto che mi contraddistingue da sempre. Da ragazzina sentivo i pensieri delle mie amiche sui banchi di scuola, sapevo aiutarle quando erano in difficoltà, sapevo quando non avevano studiato e davo loro suggerimenti durante i compiti in classe di Italiano, prima che me lo chiedessero.
Sulla strada sdrucciola degli ulivi e dei vigneti sentivo l’aria di lite nel gruppo e risolvevo le questioni quasi sentimentali della mia amica del cuore prima che mi parlasse. Quando era arrabbiata con me e cercava di nasconderlo le facevo sputare il rospo.
Sulle spiagge del Salento, a tredici anni, sentivo quel che i ragazzi volevano dal mio corpo, non lasciavo spazio al desiderio, mi donavo, come poche alla mia età, non sopportavo quelle voci e i pensieri loro a trivellare le meningi, avevano l’odore del mare, tutto quello jodio nelle narici, e le intrepide notti nelle case abbandonate, a levarmi le vesti perché, ne ero certa, per passare attraverso bisognava accontentare tutti prima che avessero la possibilità di dirmelo. Avevano l’odore delle foglie e il corpo mio acerbo era il suggello delle loro brame.
Sentivo, a quindici anni, quel silente vociare intorno, tra i muri crepati dipinti dai writers, sentivo i pensieri dei ragazzi dai pantaloni larghi: non sei dei nostri, non ci appartieni. E quelli delle donnette quasi adulte e truccatissime: maledetta, non rubarci la scena. E quelli degli amici tossici: sei solo una ragazzina inesperta. E così, prima che parlassero, davo a ciascuno di loro quel che cercava: non rubavo la scena, diventavo l’amica meno bella e meno brava, un po’ ingenua, quella che non tradisce. Vestivo in modo maschile, sciatto e indesiderabile, assumevo sostanze psicotrope, regalavo vino a tutti, per non sentire i loro pensieri urlare a voce altissima.
Gli unici che non sentivo erano quelli dei miei, loro non pensavano, loro dicevano tutto, snaturavano la parola, non mi lasciavano intendere, poiché tutto era sviscerato ed esplicitato e anzi gridato fortissimo, per me era muto. Così evitavo quelle parole violente, atroci e giudicanti, resistevo agli schiaffi, preferivo accontentare il mondo immaginifico per non ascoltare il suo grido silenzioso, piuttosto che quello reale di cui non comprendevo i significati.
All’università sapevo benissimo, fin dalla prima domanda, se il professore avesse intenzione di bocciarmi, in tal caso interrompevo l’esame di mia spontanea volontà e tornavo la settimana seguente.
Sul lavoro le voci peggiorarono: sentivo il disprezzo dei colleghi e le svalutazioni del capo ufficio, così mi licenziavo ancor prima di sentirmi riprendere, evadevo ogni conflitto, me ne stavo in disparte, dicevano fossi stramba, lo ero davvero, stramba come un supereroe con un superpotere che non aveva mai voluto.
L’amore arrivò tardi e mi sfuggì di mano. Lui era un uomo criptico. I suoi pensieri non si sentivano affatto, ma non come i miei genitori, le cui grida si sostituivano ai sussurri della mente, no, in lui non c’era traccia di quel sussurro. Aveva l’odore del tiglio e gli occhi selvaggi. Non si poteva dire fosse sciocco. Probabilmente aveva un altro modo di pensare, e fu questo silenzio apparente, questa indecifrabilità, ad attrarmi. Al primo appuntamento, in quel cinema, non sentivo i suoi desideri. E la notte a casa sua non sentivo chiedermi di spogliarmi. Per cui non sapevo come accontentarlo. Con il silenzio della mente però il corpo mio prese vita tra le sue braccia, come nascesse per la seconda volta. Il suono del fiato suo era leggero e potente insieme. L’odore della pelle sua era un richiamo violento e primordiale. Non ne decifravo i desideri e non potevo agire in nessun modo, era sempre lui a farlo, cieca, mi lasciavo guidare nell’abisso della carne, sentendomi per la prima volta. Era una frattura di equilibri; è in ogni cambiamento una piccola forma di morte. Nella stanza sua viola morivo, e morivano i miei poteri sotto la forza selvaggia delle sue braccia calde e animalesche. Ero prigioniera di questa nuova dimensione sensoriale, con i sapori forti tra le labbra e quell’odore di tiglio per tutta la stanza, la sua ombra sul mio corpo fino a ingoiarlo. Avevo difficoltà a separarmi da lui, fuori l’umanità si era tramutata in incognita e senza i miei poteri non ero più nulla. E lo accontentavo, senza che parlasse, non mi curavo di comprenderlo, per una volta non ero io a dover comprendere. La sua esistenza però continuava fluida e reale, lavoro, amici, svaghi, mentre la mia era spezzata e immaginifica, non potendo più carpire l’altrui coscienza mi limitavo a evitare qualunque alterità. E vivevo nell’immensità spalancata dei sensi, privata di qualsiasi forma di ragione. Non avevo più un lavoro, non avevo più amicizie, non avevo più contatti, tranne che con lui, come fossi un’estensione del corpo suo, esistevo soltanto quando era con me. Non poteva durare per sempre. Un giorno tornò a casa, una frenesia nei gesti, come avesse voglia di sbrigarsi e poi riuscire. Quello sguardo non in me cercava assoluti ma nelle forme evanescenti di mondi altri. Mi era precluso il suo slancio verso un qualcosa che non era me e per un istante non lo riconobbi. Tra le braccia sue non sentii alcun trasporto, né odore, né sapore, né contatto. Cominciai invece a sentire: sono qui ma vorrei essere altrove, con la nuova collega, quella criptica e sveglia, non sopporto la tua distrazione, non sopporto la tua ingenuità, non sopporto l’incapacità che hai di stare al mondo, il fatto che non hai un lavoro vero, non sai dire no a nulla e non sai farti desiderare. Sentivo tutto questo e così abbandonai la sua dimora e smisi di vederlo. Mi cercò e io continuavo a sentire lo sdegno senza voce nel suo corpo e nei suoi gesti, attraverso i messaggi dolci sentivo solo odio, attraverso il ricordo delle notti insieme sentivo stralci di coscienza che contrastavano gli atti, e quando venne a prendermi sotto casa e a sussurrarmi: piccola, ho bisogno di te, io sentii: vorrei che sparissi dalla faccia della terra.
Sentire troppo era un dato di fatto che da sempre mi affliggeva, a un certo punto però, e soltanto in quel preciso istante, ebbi come il dubbio che vi fosse uno scarto tra empatia e paranoia, e che quello scarto io l’avessi bucato. Non durò più d’un istante. Ammettere l’errore avrebbe significato mettere in questione l’intera mia memoria. Gli dissi: va via. Gli dissi: sparisci. Gli dissi: non farti più vedere. Gli dissi: ti detesto. Detesto la tua stupida vita imperniata di amici e un buon lavoro e genitori che ti amano. Gli dissi: detesto il tuo corpo forte e fiero di trascorsi non traumatici. Gli dissi: detesto il tuo odore di uomo di mondo che sa cosa significhi vivere. Gli dissi: detesto la tua voce che deforma la realtà.
Come chiodi, le parole, s’infilarono nella pelle, a poco a poco sentii il corpo suo smembrarsi tra le mie braccia, e il silenzio rivestire i muri, le porte, le finestre, come una benda, il silenzio, ricoprire ogni angolo, fino a deglutirlo.

© i.p.

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(Foto di Luca Caravaggio)

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(Foto in copertina di Marco Fioramanti)

Violentati

Ilaria Palomba
8 crudi racconti
Simone è una donna matura un po’ sadica e perversa, a cui piace iniziare i ragazzini a un sesso torbido e totalizzante. Lucio è un ragazzo dal passato burrascoso che torna a casa dopo anni e deve fare i conti con l’oscena passione incestuosa per la sorella. La ragazza del falò è una sventurata minorenne a cui capita d’imbattersi in quattro teppisti che la violentano nel più selvaggio dei modi. Elettra è una cubista innamorata di sé al punto da lasciarsi dilaniare dalla sua stessa immagine. Iris è una liceale che ama schiavizzare i compagni di scuola in bagno ma un giorno incontra un uomo misterioso che la conduce verso infernali piaceri che collimano con la tortura. Stella è una diciannovenne bisessuale a caccia di avventure catturata dagli spudorati Marco, Carla e Giorgia, buttata in una mischia di desiderio e ossessione. La rivolta della schiava è il racconto sadomaso di una sottomissione sessuale, tra bondage, guanti neri e promiscuità, che si trasforma in spietata lotta. Amore e Psyke sono due giovani che si conoscono in una chat erotica, legati da un misterico destino di eros e negazione.Ecco dove acquistarlo: ErosCultura.

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(Quadro di Silvia Faieta: “La forma dell’amore”)

Si guardava allo specchio ed era così bella. Si scrutava chirurgica e con la lentezza di un serpente in torsione, si toccava gli angoli del viso, le gote lisce e calde, le labbra umide e socchiuse, poi scendeva giù, carezzandosi il collo, la carotide, le clavicole, i seni, piccoli ma pieni, sodi. Accarezzava il ventre morbido con la punta delle unghie lasciandosi piccoli graffi rossi che solo a guardarli si desiderava troppo. Arrivava fino all’inguine e le sue dita danzavano come farfalle in volo fino a raggiungere il pube rado, la vulva umida e lì giù il piacere la conduceva a inarcare la schiena e mordersi le labbra. Massaggiandosi il clitoride gemeva ma solo nell’attimo dell’orgasmo. Poi continuava la sua danza spandendo sulle gambe gocce del suo piacere, le strofinava, le gambe, come se stesse distribuendo sui muscoli una crema lenitiva. Poi cominciava il rito della vestizione, allo specchio, sempre religiosamente dinanzi a uno specchio. Le mutandine di pizzo, i collant trasparenti, la mini nera, gli stivaletti. Il reggiseno imbottito, la maglietta di pizzo, la collana azzurra, i capelli pettinati a dovere, testa in avanti, chiaroscuri, rifrangenze della luce del sole soffiata da una finestra semichiusa. Lacca al gelsomino. Testa in su, chioma mogano sulle spalle. Trucco nero, occhi a mandorla, matita tirata lunga all’egiziana, rossetto viola, cipria bianchissima, carnagione diafana. Giubbotto di pelle e via, lasciandosi alle spalle un disordine degno di una ciurma di pirati all’assalto: il letto celeste disfatto, i vestiti sparsi per la stanza, il parquet sporco e impolverato, il cassettone rosso con i cassetti aperti e vesti e sciarpe e collane poggiate lì sopra come un tappeto di foglie morte.

Fuori era diverso, le strade di periferia in cui abitava, ordinate come mai prima, i casermoni grigi, degni del paragone con l’architettura sovietica, ordinati e precisi, come sempre. Le aiuole dei giardinetti ben potate, l’umanità, assente. Solo una signora, le sembrava, in lontananza. Una sagoma di donna. La ragazza le si avvicinò con l’affanno. Scusi, potrei chiederle un’informazione? La donna si voltò di scatto e lei la vide. Aveva i suoi occhi, truccati all’egiziana con lo stesso colore di matita, la stessa sua pelle diafana incipriata a dovere, le stesse sue labbra scure, dipinte di viola. Il mento rotondo, gli zigomi alti, gli abiti neri, gli stivaletti con tacco. Non credeva ai suoi occhi. Emanava persino lo stesso suo odore di lacca, doveva averne una dello stesso marchio. Prego, dica pure. La cosa che le faceva più specie era la totale disinvoltura dell’altra, come se fosse normale aver incontrato una sosia, ma che sosia, una gemella siamese, e stare lì a parlarle senza provare alcun genere di stupore. Esitò, balbettò poi decise comunque di proseguire. L’altra la guardava a occhi sgranati come si fa con i mendicanti o con i folli. Sto cercando la gente, diceva lei, ansiosa, dov’è la gente? La sua sosia sembrò non comprendere il significato di questa parola e si sforzò di immaginare il prototipo di gente ma alla fine non fu capace di dare alcuna risposta. La ragazza allora turbata e preoccupata ripeté a voce più alta e con tono più deciso la stessa frase. Cerco la gente, l’umanità, le persone, dove sono finite le persone? Di fronte a tanta sicurezza l’altra sollevò le spalle incredula e scosse la testa come una a cui si è appena domandato di trovare un ofiuco nella neve. La ragazza allora le fece cenno col capo di lasciar perdere e proseguì il suo percorso nel deserto che ormai era diventato il suo quartiere. I passi battevano sull’asfalto come martellate e facevano eco nell’aria rimbombando sulle pareti vuote dei palazzi grigi. La ragazza si chiedeva da quanto tempo il suo quartiere fosse diventato così deserto. Da ieri? Dall’altro ieri? Da una settimana? Da un mese? Per quanto si sforzasse proprio non riusciva a ricordarlo. Si avvicinò alla vetrina di un negozio di vestiti che ricordava essere lì, all’angolo accanto al semaforo, nel palazzo di fronte al parco con il salice piangente. Qui ci sarà qualcuno, pensò, e così provò a entrare e vide una commessa che aveva i suoi stessi capelli. La ragazza ebbe un attimo di timore, una sottile scarica elettrica le attraversò i muscoli. Era solo un vago dubbio ma non appena la commessa alzò lo sguardo lei si accorse che avesse i suoi stessi occhi a mandorla e il suo stesso trucco nero all’egiziana e la sua stessa carnagione diafana, le gambe snelle, gli stivaletti con tacco. O mio dio! Uscì fuori dal negozio urlando. La commessa, stranita, la seguì con gli occhi osservandola correre e imprecare per un motivo a lei ignoto. La ragazza sudata e ansimante, raggiunse l’edicola di un giornale, la stessa scena si ripropose, poi un bar, un’infermeria, una piazza con un parco, piena di tante copie di sé. Provò a strappare dalle mani di queste sosia i giornali che leggevano sedute sulle panchine dei parchi. Di rubare loro le borse e vuotarle sui pavimenti. Provò anche a picchiare una di queste sosia identiche. Arrivò a buttarla a terra. La colpì con un pugno sul viso, lasciandole un cerchio scuro sotto l’occhio destro che sembrava il mento di un ranocchio. Poi la calciò con la suola metallica delle scarpe sulla pancia. Vide la pelle del fianco sinistro della sua sosia raggrinzirsi e sporcarsi di terreno e sangue. La gente che si era affollata lì, sconcertata, osservava lo spettacolo agghiacciante di questa tizia impazzita. A un tratto arrivarono le guardie. Le poliziotte ovviamente erano tante se stessa e l’arrestarono infilandola in una cella in compagnia di se stessa. Certo, l’idea di farci sesso, con se stessa, come poche ore prima aveva fatto con la propria immagine allo specchio, non le guizzava per l’encefalo neanche per sbaglio. L’unica cosa che le venne in mente fu di inginocchiarsi dinanzi alla sua compagna di cella e pregarla di strangolarla. Ti prego, uccidimi, implorava e piangeva. L’altra non capiva, esattamente come tutte le altre sosia non avevano compreso la sua balorda reazione poco prima al parco. Se non lo farai tu, lo farò io, la minacciò. Quindi, ancora una volta, uccidimi, strangolami, non posso più continuare a vivere in questa gabbia. Ma ti hanno dato solo sei mesi, disse l’altra, pensa a me che devo starci tre anni. Tu non capisci, gridò la ragazza, non è questa la gabbia di cui parlo. Voi non capite! Si gettò a terra in lacrime. Così l’altra, impietosita, provò a consolarla. Allora la ragazza si alzò in piedi e avvicinò le mani al collo della sua sosia. Se non vuoi farlo tu, lo farò io. La sosia si decise, dopo essersi difesa mise le mani al collo della ragazza e cominciò a stringere, a stringere forte, a stringere davvero forte. I segni lividi sul collo della ragazza la lasciarono priva di vita sul pavimento. La sua anima vagò per la prigione e venne poi risucchiata da una specie di crepa nell’aria e si trovò avvolta in una luce bianca bianchissima e intravide dei lineamenti giganteschi come disegnati tra le fenditure della luce. Era il suo volto. Il suo dio: se stessa. Le grida le si ruppero in gola a quella vista pietrificante. Si scagliò contro dio ma non poteva ucciderlo. Precipitò in basso tanto in basso da ritrovarsi nel suo letto.

Aprì un poco gli occhi, nel suo letto e per placare l’angoscia di quell’incubo cominciò a guardarsi allo specchio. Si guardava allo specchio ed era così bella. Si scrutava chirurgica e con la lentezza di un serpente in torsione, si toccava gli angoli del viso, le gote lisce e calde, le labbra umide e socchiuse, poi scendeva giù, carezzandosi il collo, la carotide, le clavicole, i seni, piccoli ma pieni, sodi. Accarezzava il ventre morbido con la punta delle unghie lasciandosi piccoli graffi rossi che solo a guardarli si desiderava troppo. Arrivava fino all’inguine e le sue dita danzavano come farfalle in volo fino a raggiungere il pube rado, la vulva umida e lì giù il piacere la conduceva a inarcare la schiena e mordersi le labbra. Massaggiandosi il clitoride gemeva ma solo nell’attimo dell’orgasmo. Poi continuava la sua danza spandendo sulle gambe gocce del suo piacere, le strofinava, le gambe, come se stesse distribuendo sui muscoli una crema lenitiva. Poi cominciava il rito della vestizione, allo specchio, sempre religiosamente dinanzi a uno specchio. Le mutandine di pizzo, i collant trasparenti, la mini nera, gli stivaletti. Il reggiseno imbottito, la maglietta di pizzo, la collana azzurra, i capelli pettinati a dovere, testa in avanti, chiaroscuri, rifrangenze della luce del sole soffiata da una finestra semichiusa. Lacca al gelsomino. Testa in su, chioma mogano sulle spalle. Trucco nero, occhi a mandorla, matita tirata lunga all’egiziana, rossetto viola, cipria bianchissima, carnagione diafana. Giubbotto di pelle e via, lasciandosi alle spalle un disordine degno di una ciurma di pirati all’assalto: il letto celeste disfatto, i vestiti sparsi per la stanza, il parquet sporco e impolverato, il cassettone rosso con i cassetti aperti e vesti e sciarpe e collane poggiate sopra come un tappeto di foglie morte. Fuori era diverso, le strade di periferia in cui abitava ordinate come mai prima, i casermoni grigi, degni del paragone con l’architettura sovietica, ordinati e precisi, come sempre. Le aiuole dei giardinetti ben potate, l’umanità, assente. Solo una signora, le sembrava, in lontananza. Una sagoma di donna. Un dubbio, un atroce dubbio.

© Ilaria Palomba