Salta la navigazione

Tag Archives: crudeltà

ila muretto otranto
Talvolta desidero liberarmene, del desiderio intendo. Abbiamo danzato. C’era una donna. La osservavo muoversi spasmodica, la schiena sudata, i capelli corti e ricci, la spallina calata giù. Si contorceva, vecchie riminiscenze estatiche. Poi cresci, passi dai rave ai concerti sofisticati, qualcuno ti accusa di borghesismi d’ultima generazione. Hai attraversato il silenzio. Loro non capiscono cosa sia. Un picchio feroce batteva il becco sul ballatoio. C’era il sole. tutto quel sole liquido. Ti è parso di berlo, il sole. All’orizzonte dieci esaminatori. Non interferire. Ti hanno detto che non ce l’avresti fatta. Io sono destino, pensavi, destino insormontabile. C’era un parabolico egotismo a fenderti i muscoli. Poi sei entrata. Buon giorno. Buona sera. La stanza era diversa da come te l’aspettavi. Hai appeso la giacca all’appendiabiti. Hai temuto l’errore. L’inessenziale, fuori dalla logica del senso, un sapore solforico sotto il palato. Non riesci a rispondere. Però ti piaceva l’idea di poter dare per la prima volta, aprirti. Hai avuto un sussulto, una scossa elettrica. Sogni maniaco depressivi, brutti ricordi, i suoi occhi addosso. Talvolta ti manca persino l’inganno. Non ti passerà mai. Non ne sei uscita. Avevi un’arancia meccanica nel torace. Non è paura, è un vetro. Senso di inadeguatezza. C’è la pelle oltre la volontà, la pelle ti separa. La gente ordinaria ti dà il voltastomaco, patetici arrivisti, bestie da circo. Ti piace il qualcosa d’altro. Gente che ha sentito troppo e si è bruciata. Ci sono andata vicino. Ho bussato, il pittore ha aperto. Era un personaggio pasoliniano. Ovunque era pieno di storia. Vivevo l’incanto, la buddità. Ero entrata nella radura. Poi sono tornata nel mondo degli adulti ma non del tutto. Un cubo di vetro, un’incubatrice atemporale. Ero i non cresciuti, lo sono ancora. Quel che ci manca è la cattiveria necessaria per attraversare i muri. Le altre sono belve, sguardi ammalianti, seduzione. Per me solo il dolore è seduzione. Nella sofferenza del singolo mi sento piena e indeterminata, fuori dall’ego. E la mattina sulle spiagge d’agosto in Salento inseguivo le onde nei giochi di luce. Ero vetro. Trascendenza immanente. La schiuma cercavo. L’ombra mia inseguivo. E non l’afferravo. Ero l’enigma e la soluzione. Guardavo quel sole accecantissimo e divenivo cieca. Sento di amare chiunque e alle volte di odiarlo. Non conosco i mezzitoni, gli opportunismi, i compromessi. Sono stata sciocca in passato a concedere tanto. Il corpo è tutto quel che abbiamo, bisognerebbe nasconderlo, custodirlo. È che all’improvviso mi prende un desiderio maldestro sopra le cose. Farli miei. Distruggerli. Gatto a nove code. Cera bollente. Infilare le unghie fino in fondo. Strappare la carne. Renderli oggetti. E poi leccarsi le ferite.
C’è una donna in fondo al corridoio. Lei è magra, spettrale. Infila lunghi aghi nelle braccia e nel petto. È lei il desiderio. Sta alla punta. Posso guardarla solo attraverso il vetro. Mentre con le dita disegno porte e maniglie. E le spalanco. Poi avevo bisogno di sparire, tirarmi fuori, dalla vita intendo. Entrare nel cubo, osservare il mondo da lì. Senza stacco. Senza dimensioni. Quel vetro io l’avevo sostituito alla pelle. Per poter uscire dovevo incontrare altri esseri senza pelle. Stavo bene soltanto con loro e il resto desideravo darlo alle fiamme.
Le persone che hanno molto sofferto spesso sono invidiose e piene di rancore, si chiedono per quale motivo certe cose siano capitate proprio a loro e come mai gli altri riescano a vivere più serenamente e a raggiungere risultati superiori ai loro apportando sforzi di gran lunga inferiori. Invece le persone che hanno troppo sofferto non hanno più di questi problemi, non provano più nulla.

 

© ilaria palomba

foto di luigi annibaldi

Image

Vedevo questa piazza gremita. Passarci attraverso. Graffi sulle ginocchia. Mi calpestavano. I loro piedi sulla schiena. Zampe di dinosauro. Schiacciata al suolo guardavo il sole morire tra i denti loro. Poi sollevavo lo sguardo e non era vero nulla. Mia madre mi prendeva in braccio. Se la prendeva con lui perché avevo scritto al contrario. Lui mi osservava e non c’erano parole, solo la sensazione di una irreparabile colpa.
Tra i banchi mi tremava la voce. Il silenzio era un brivido verticale sulla nuca. Infilavo le dita nelle insenature del legno vecchio. Sentivo tutti quegli occhi appiccicarsi addosso come denti. Monocorde leggevo. Quando la campanella suonava m’infilavo sotto il banco. C’era l’odore delle gomme da masticare sputate. Avevano volti orrendi. Non volevo guardarli negli occhi. Fuori dalla finestra c’erano gli uliveti e alle undici si sentiva il rintocco di una campana. Mi stringevo nelle braccia lasciandomi cullare dal mio stesso corpo. Sentivo un’altra in me capace di proteggermi. Non volevo guardare nel corridoio. Il bambino cieco con le mani al muro. Non volevo sentire le grida. 
Una volta ho spiato dietro la porta.
 Sua figlia è un genio, disse la donna dai riccioli corvino e il rossetto scarlatto. Così tutto mi veniva concesso. Potevo scrivere al contrario, dipingere sui muri, tagliarmi i capelli dismetrici, rotolarmi nel terreno. Non era follia ma genio, genio, quella parola… per loro era rivelazione.
Mio padre mi osservava distante in giardino. Aveva l’odore delle albicocche.
 Tu non sei migliore degli altri, diceva, piantala di isolarti. Tu non sei un genio e non sei una principessa, tu sei come tutti, cerca di capirlo presto.
 Raccoglievo nelle mani grandi quantità di sassi e poi li lanciavo. Le gatte scappavano oltre gli uliveti. Avevo paura di ferirle. Non volevo essere un genio. Volevo essere cattiva. Volevo smettere di sentire tutto così tanto. Volevo essere un’altra.

 

 

© Ilaria Palomba

© foto di Marked Melody