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© Ilaria Palomba (tutti i diritti riservati)

monemvasianotte

Siamo mancanze
che s’incontrano
specchiandosi nei vuoti.

 

Dieci volte ho abitato i sottosuoli
sfidando le mani degli adulti
misera consapevolezza del declino
vedo le cicatrici nei muri
attraverso ignote terre
per raggiungere i quasi vivi
vorrei che mi strappassi dagli occhi
l’orrore del tempo nostro
imbevuti nella menzogna
di un’epoca rivolta
prendi questo cielo che crolla
nelle fiamme e nel sangue
rendilo pelle e carne
corpo e vissuto
rendimi cielo
come solo tu sai.

 

Ci metterò del tempo a entrare nel mondo
ma forse non m’importa
forse non sono mai stata qui
e nessuno lo è davvero
come se contasse qualcosa sapersi vivi
amo i colori violenti del giorno che muore
le indistinte strade del mio quartiere nelle ore di buio
lo sfaldarsi delle cose nella musica
e l’odore lontano delle veglie e dei ricordi
che non bruciano più.

 

Dicono che la parola border significhi confine
io l’ho passato anni addietro – quel confine
è la certezza che non esistano i luoghi
e ogni cosa muti ogni istante
i volti si sciolgono – maschere di cera nel fuoco
le mani non afferrano – se non chimere
i palazzi franano e i corpi vacillano – nel vuoto
in fondo al viale c’è un giaciglio – senza testa
sui vetri stinge purpureo
l’abbandono.

 

Ti diventa ostile – chiunque
non nelle pareti ma negli stolidi sguardi d’intesa
nella pioggia del mattino stingono i palazzi
e sai che non ha nulla a che fare con te – ma con l’assenza
vorresti piegarli – quei palazzi
quei rimasugli di stoffa avanzata dai banchetti
vorresti strapparli – prima che parlino
afferri dita e bocche – prima che tacciano
per non essere qui.

 

Ho l’impressione di lottare contro le pietre
il futuro si spalanca negli occhi
ma le viscere sono fredde
l’unico spazio possibile è lontano
l’unico tempo possibile è mai
quando sono con loro non esiste nient’altro
la mente mia è labile
non regge gli sbalzi
schiva l’umana presenza
mi costringe a frasi fatte e sorrisi di circostanza
mentre dentro ancora molta terra miseramente brucia
e in ogni istante la pelle viene via.

 

La voce cieca della natura urla il suo dictat:
afferra, divora, distruggi! Dice e pretende
non si sottrae al prezzo
abbiamo pagato con i corpi
fino all’ultimo centesimo
di questa battaglia sterminata
non restano che foglie di ruggine
il movimento obliquo delle falene sull’acqua
la luce crepuscolare che muore sul fondo del lago
sul fondo dell’ago ti guardo scivolare
e scivolo anch’io
nella dissoluzione del presente
una silente protesta
contro la volontà di vivere.

 

Non ho ancora compreso esattamente in cosa credere
non in me
non nelle crepe della pelle avanzata
non nelle scatole oniriche di cartongesso
non nel vecchio baule di fotografie smerigliate
non nel culto assoluto del corpo
né tantomeno in quello dello spirito.
In una strada forse
una vecchia strada lacera di periferia
un giardino di gatti e albicocchi
in quel giardino credo
come se sotto la terra vi fosse un concerto di violini
e ancora posso sentirne gli acuti rintoccare a festa.

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