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Category Archives: Racconti di vita

iladark

Darò un ordine al caos corporeo sento smembrarsi il filo e ricomporsi in segmenti di carne ritrovarsi a fine luglio in una bologna fradicia dopo importanti incontri editoriali e promesse di gratificazione gli odori che ritornano come l’infanzia protratta a dismisura e l’attesa nelle ossa il tuo sorriso accennato e mai esibito che non tradisce l’urgenza di dissimulare i riverberi abbiamo camminato sull’acqua dentro la notte ancestrale di strade medioevali nella notte che non finisce c’erano i gatti alle finestre l’insonnia che non consola ma esalta il corpo tuo esile filiforme come i polsi dell’adolescenza abbiamo accennato al passato ma soltanto di traverso mentre luci artificiali inondavano un solo lato del viso ho rivisto le ombre nulla è cambiato mentre tutto di noi è nostalgia ma ci saranno nuovi punti di rottura intercapedini nei muri da cui filtra leggera l’acqua delle piogge estive il cielo si è spalancato nel tuono come invasioni di cenere le nubi sopra e sotto i torrenti illusioni metropolitane nel via vai da concerti vuoti con pubblico di sola facciata tutto è vuoto mentre a poco a poco si riempie l’addome del ricordo di noi nei cortili del liceo a condannare troppo ingenuamente le radici delle incombenze sociali ho bevuto dell’alcol vanificato da glucosio e saccarosio e immagini alla frutta dolciastra dal retrogusto amaro abbiamo danzato c’era l’ebbrezza delle notti d’estate e tuttavia non ho sentito alleggerirsi le membra come se potesse far male ripetere i gesti e le modalità di tempi che non sono più eppure ho avuto il mio straccio di favola come avviene nei miti e nei rimandi abbracciarti non è mai stato così tangibile mi sono lasciata andare alle avance della ragazza dagli occhi chiari ma adesso conosco il kairos e so di non poter più essere abbastanza sbronza da concedere al nuovo di rovinarmi avevi dita lunghe con quelle stesse mani riempivi cartine di strane misture non ancora psicoattive e non abbastanza maledette da potersi svelare poi la pioggia ci ha trascinate via il fotografo al tuo fianco mi parlava di un certo tipo di buddismo cui non sono mai riuscita a cedere nell’asfalto vedevo riflessi i corpi erano figure di marzapane e si sgretolavano in ogni goccia al mattino avevamo camminato a lungo in salita verso san luca il sudore si è appiccicato ai vestiti e il fiato in mille pezzi m’imponeva lunghe soste di riconciliazione con il corpo s’intende l’umidità nei nervi e quella sensazione di non avere più aria ma non volevo deluderti ti lasciavi trascinare dal guinzaglio mentre ivi più giovane e scaltra di noi arraffava gli ultimi pezzi di ossigeno prima del diluvio sono entrata in chiesa coprendomi le spalle ho rubato il silenzio delle statue e dei mosaici fotografato gli angoli di luce mentre riprendevo il flusso naturale del respiro la discesa è stata troppo veloce per soffermarmi a considerarne il peso c’era la sospensione del non detto e le parole spezzate nelle chat a ricomporre tasselli riconsiderando sui divani tra i gatti la tridimensionalità dei nostri compagni di giochi raccontarci fatti senza davvero parlare come se dovessimo indovinarci i pezzi mancanti come se dovessimo perdonarci le assenze ho raccolto più volte le gambe per sentirmi ancora un po’ bambina ti ho detto che avremmo potuto scrivere un romanzo epistolare a sei mani con tutto quel che non ci siamo dette in cinque anni io tu e sbighi così ora saltiamo sulle crepe del tempo per assicurarci di essere le stesse di allora soltanto con corpi più adulti e suture di consapevolezza agganciate alle vertebre forse possiamo ancora amarci ma senza più pretendere con la distanza che si dissolve nella linea di asfalto da cui partono i bus ho letto per quattro ore sull’interregionale per milano non mi sono guardata intorno solo ho inspirato l’odore della pioggia nelle vesti degli sconosciuti mentre victor hugo mi parlava della pericolosa fascinazione dell’onirico a milano ho incontrato mia madre e non sono tornata con i piedi per terra la strada per l’ospedale era lunga e ingorgata non potevo guardare gli occhi del tassista soltanto ricordo la voce sua al carbone mentre parlava della filosofia del non facile e non mondano dopo aver ascoltato brandelli di una telefonata piena di promesse ne ho visti tanti diceva sedersi su questi sedili e credimi non si arriva da nessuna parte con le scorciatoie la strada è lunga e impervia soltanto così puoi costruire qualcosa di solido tutto ciò che è frivolo ti esalta ma ti sfalda e si sfalda non appena tocca terra non regge l’impatto perciò non domandarti perché altri arrivino più in alto poniti piuttosto il problema della durata l’intensità non ha radici e non conduce ad alcun approdo io e mia madre siamo scese e abbiamo atteso ore su sedie di plastica in una parvenza d’ordine grigia e gelida il responso non è ancora arrivato ma nulla di grave si muove ora sotto la pelle e questo io sentivo nulla di grave nulla di definitivo come una stretta troppo leggera che non pesa nulla e non rassicura ho rivissuto centomila sguardi nel bagno dell’hotel li ho vomitati e poi ho riso.

© Ilaria Palomba
foto di Stefano Borsini

notte
Quando mi chiama, di rado riesco a rispondere. Forse non ho nulla da dirgli. O forse tutto. L’ultima volta ho accennato al fatto che vorrei scrivere un romanzo su di lui. È stato contento. Siamo identici. Per questo non possiamo coesistere. Nella stanza dalle mattonelle bianche a fiori blu cercavo di dirgli qualcosa. Anche se non ricordo esattamente cosa. Forse volevo chiedergli il motivo. Il motivo per cui non riuscissi a trovare una mia dimensione. Il motivo per cui continuassi a sentirmi fuori luogo ovunque e con chiunque. Il motivo per cui, a un certo punto della relazione, la gente cominciasse a odiarmi, calpestarmi e umiliarmi.
Ho sbagliato a usare droghe pesanti per otto anni. Vivendone almeno cinque in uno spazio senza spazio e in un tempo senza tempo. Gli dicevo: guarda, guarda come sono ridotti i miei vecchi amici, non saranno mai in grado di vivere nel mondo.
C’era l’odore delle melanzane al forno. Fuori dalla cucina arrivavano le voci del vicinato. Qualche grida in pugliese. Una donna al telefono. L’abbaio di un cane.
Non è come pensi. Non hai imparato ancora niente. Le persone vivono nel loro di mondo. Anche i tuoi amici tossici hanno un loro mondo, delle loro leggi. Tu dove vivi?
Mi sono alzata e ho preso del pane integrale. Mi sono guardata attorno e ho visto la prigione. Sartre diceva che l’inferno fossero gli altri. Ma non è vero. Non del tutto.
Il fatto è che, vedi, tu non soffri per qualcosa che gli altri possano comprendere. Io so cosa provi, è capitato anche a me.
Ho staccato dei pezzi di pane a casaccio. Ho cominciato a masticare. Avevano il sapore del legno.
Sento l’immobilità nelle cose. Tu non capisci. Persone rispettabili, persone stimate da tutti, mica criminali, persone a detta degli altri meravigliose, si avvicinano a me e diventano mostri. Io li rendo mostri. Ma non comprendo cosa faccia di così sbagliato.
Ah non lo comprendi?
No, non lo comprendo.
Valichi dei confini. Confini sacri che nessuno al mondo deve permettersi di superare.
Avrei voluto gridare che fosse colpa sua, tutta colpa sua, non avermi reso capace di conoscere i limiti.
Lui ha acceso una sigaretta. Ha versato del vino nel suo bicchiere. Mi ha domandato se ne volessi un po’. Ho avvicinato il bicchiere alla sua mano. E mi è sembrato balordo non riconoscere gli odori e i sapori. Avere il senso dell’indistinto nel palato.
Nel piatto avevo pezzi di mollica e melanzane smembrati. Strappavo, separavo, inzuppavo il pane. Poi lasciavo tutto sul fondo. Per il tavolo le molliche avevano formato un recinto. Aveva la consistenza di un panorama postnucleare. Le pareti erano schizzate di sugo. Mi sembrava il nostro sangue. C’era l’odore della carne alla brace. Lui stava mangiando carne. Io non ne mangiavo ma era lo stesso. Le pentole, tutte insieme sui fornelli, sul lavandino e sul tavolo, erano pezzi di acciaio sporchi. Tutto sembrava esploso.
Provavo a mandar giù quel pane al gusto ligneo ma non saliva e non scendeva. Bevevo del vino e aveva il sapore amaro di un vecchio sciroppo. Il legno s’incastrava nel palato e raschiava l’epiglottide. Il bicchiere mi sembrava pesare il doppio. Ogni cosa in quella stanza sembrava aumentare di peso. Divenire immensa. E schiacciarci.
Non so, è tutto vano, tutto inutile. Vorrei partire. Andare in Palestina, oppure in Africa. Lottare per qualcosa in cui credo. Mi sento impotente.
Ha sorseggiato lentamente e si è messo una mano sulle tempie.
Non capisco come, dopo tutte le esperienze che hai fatto, tu riesca ancora a essere così ingenua.
Forse sono stupida, ci sono rimasta sotto con qualche trip.
No, non credere sia così facile svignartela.
Che intendi?
Lui si è alzato dalla sedia blu e ha fatto sei passi. Ne ho sentito i rimbombi. Ha aperto i vetri del balcone e si è sporto parecchio. Per un attimo ho temuto volesse gettarsi di sotto. Ho affrontato la gravità da cui mi sentivo trattenere. L’ho seguito. Ho visto la punta arancione della sigaretta scintillare roteando nel buio. Mi è sembrato il corpo suo. Giù. Nel vuoto. Finalmente libero. Da me. Ho sollevato lo sguardo ed era ancora qui, a un passo da me. La fronte corrugata. Lo sguardo altrove. A volte vorrei picchiarlo. Vorrei stringergli i polsi e mettermi a gridare: perché non ti va bene niente di me? Perché?
Ho dovuto dominare i miei istinti. Quando è rientrato la tavola era piena di molliche di pane. Ogni pezzo di tavolo era sporco. Le molliche erano ossa e denti. Nelle pentole corpi. Pezzi di corpi. Una ecatombe organica. C’era l’odore di carne e melanzane e sughi indistinti. Cadaveri e sangue. Avevo mangiato solo i bordi. I resti del pranzo giacevano come cadaveri sulla nostra tavola.
Lo sai cosa mi dice la gente? Lo sai? Che sono viziata! Che posso permettermi di star male perché non devo scendere in strada e cercare di guadagnarmi da vivere!
Anche questa è una menzogna che racconti a te stessa. Se contiamo i lavori che hai fatto da quando avevi vent’anni vedrai che giungeremo a una visione del tutto diversa da quella da te proposta. E poi, non ho mai visto nessuno studiare come hai studiato tu, con quella serietà e impegno, quella…
Ossessione?
C’è stato il silenzio. Il silenzio è entrato nei muri. Il silenzio ha attraversato i mobili. Il silenzio ha trafitto gli oggetti. Il silenzio eravamo noi, siamo noi. In questo spazio senza spazio. In questo tempo svuotato.
Dopo qualche minuto mi ha detto di avere sonno e mi ha lasciata sola in quella cucina devastata. Non gli andava di ascoltare. Aveva trascorso l’intera giornata ad ascoltare gli altri. Ora non poteva farlo anche con me. Ho sentito il vuoto. Aprirmi il torace. Entrare con le boccate dell’ultima sigaretta prima del sonno. Ho provato invidia per i miei amici tossici che di quel vuoto si nutrono senza ferirsi. Ho provato invidia per le vite degli altri, così ben riuscite e lontane dall’insignificanza. Ho guardato il fumo entrare nei muri. Avevo il sapore della pioggia nella trachea. Non ho dormito. Non riesco a dormire. Non respiro la notte. I bronchi si stringono e mi cacciano via. Ho letto pagine bellissime di Deleuze. Deleuze, l’antifreudiano, Deleuze. L’antifallico, Deleuze. L’antiedipico, Deleuze. Mi sono addormentata con le prime luci dell’alba e non sono riuscita ad alzarmi prima di mezzogiorno. La casa era vuota e misteriosamente in ordine. Nessuna traccia della battaglia del giorno precedente. Avevo solo quindici minuti per prepararmi e arrivare in stazione e salire sul mio treno. Dal finestrino ho visto i campi di grano sgretolarsi e il cielo schiudersi in una crepa di marmo. Quando è arrivata la pioggia ho sorriso. Va tutto bene e andrà tutto bene sino a che alcuno scoprirà il nome della mia malattia.

 

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Vedevo questa piazza gremita. Passarci attraverso. Graffi sulle ginocchia. Mi calpestavano. I loro piedi sulla schiena. Zampe di dinosauro. Schiacciata al suolo guardavo il sole morire tra i denti loro. Poi sollevavo lo sguardo e non era vero nulla. Mia madre mi prendeva in braccio. Se la prendeva con lui perché avevo scritto al contrario. Lui mi osservava e non c’erano parole, solo la sensazione di una irreparabile colpa.
Tra i banchi mi tremava la voce. Il silenzio era un brivido verticale sulla nuca. Infilavo le dita nelle insenature del legno vecchio. Sentivo tutti quegli occhi appiccicarsi addosso come denti. Monocorde leggevo. Quando la campanella suonava m’infilavo sotto il banco. C’era l’odore delle gomme da masticare sputate. Avevano volti orrendi. Non volevo guardarli negli occhi. Fuori dalla finestra c’erano gli uliveti e alle undici si sentiva il rintocco di una campana. Mi stringevo nelle braccia lasciandomi cullare dal mio stesso corpo. Sentivo un’altra in me capace di proteggermi. Non volevo guardare nel corridoio. Il bambino cieco con le mani al muro. Non volevo sentire le grida. 
Una volta ho spiato dietro la porta.
 Sua figlia è un genio, disse la donna dai riccioli corvino e il rossetto scarlatto. Così tutto mi veniva concesso. Potevo scrivere al contrario, dipingere sui muri, tagliarmi i capelli dismetrici, rotolarmi nel terreno. Non era follia ma genio, genio, quella parola… per loro era rivelazione.
Mio padre mi osservava distante in giardino. Aveva l’odore delle albicocche.
 Tu non sei migliore degli altri, diceva, piantala di isolarti. Tu non sei un genio e non sei una principessa, tu sei come tutti, cerca di capirlo presto.
 Raccoglievo nelle mani grandi quantità di sassi e poi li lanciavo. Le gatte scappavano oltre gli uliveti. Avevo paura di ferirle. Non volevo essere un genio. Volevo essere cattiva. Volevo smettere di sentire tutto così tanto. Volevo essere un’altra.

 

 

© Ilaria Palomba

© foto di Marked Melody

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Ho attraversato una manifestazione in zona Largo Argentina. Un blocco. Io ero un punto fermo tra una linea retta e un blocco. Il mio desiderio era perdermi ma non ne ho avuto il coraggio. Apparat nelle orecchie da Octane ad Arcadia. Full album. Non ho avuto la faccia di perdermi nel corteo. Se l’avessi fatto sarebbe stato solo per lanciarmi negli scontri. Ho bisogno di violenza. È un momento di crisi dunque posso incolpare stato e polizia. Il punto è che sono ancora un punto e non già un rizoma. Punti e linee rette intersecano manifestazioni, vespe e orchidee, ma non le collegano. Sono un punto che viaggia in linea retta e questo mi disintegra. La bambina che sono stata mi ha sfanculata con un medio e un rovescio. La bambina che sono è una molecola impazzita. Non posso manifestare con loro perché non conosco i loro slogan, la loro musica mi fa cagare, non mi sintonizzo sui loro piani di realtà. Perciò quella manifestazione io l’ho attraversata senza tuttavia viverla. Da bambina avrei dato l’anima pur di picchiare uno sbirro. Era già pronto lo zaino per Genova ma mio padre non mi ha permesso di varcare la soglia dell’uscio. Per questo ho optato per una sana ed onesta tossicodipendenza dal dolore. Un no può cambiare il flusso degli eventi, in modo definitivo oserei dire. Non puoi andare al G8 di Genova, hai solo 14 anni. Non puoi diventare lesbica, hai solo 16 anni. Non puoi lavorare, hai solo 18 anni.

La verità è che sono stata una bambina obbediente, ho obbedito a ogni sua parola, a ogni loro parola e sono diventata la loro nullità.

Se avessi fatto quel che realmente avrei voluto ora non starei qui, seduta sui gradini di Piazza S. Maria in Trastevere a guardare giocolieri scarsi mentre una sgangherata urla, con una bottiglia in mano, che le hanno fregato il suo cappotto migliore, quello di pelliccia. Lei, unta e sdentata, con i capelli appiccicati sul viso e quell’odore di malattia venerea attaccato alla pelle, lei, è chiaramente la proprietaria della pelliccia che dichiara d’aver perso, non ci sono dubbi.

Bevo dell’acqua. La manifestazione è già sfiorita, ho attraversato Roma in cerca di COSA? Di diventare ecceità, nebbia, luce cruda.

Ora torno esangue sulla strada di casa, prendo il 30 express mentre ascolto ancora Octane, è una nenia. I palazzi settecenteschi si sgretolano come marzapane, l’autobus è pieno di frasi fatte contro il governo, la crisi, questa parola su tutte le bocche boccheggianti di anziani spiaccicati effetto sardina nel vetro del conducente. Esistono soltanto due possibilità, una è il liberismo, l’altra il liberismo meno meno. Ma si tratta pur sempre della stessa famiglia. Puzza di fogna, i loro aliti. Puzza di vuoto, le mie giornate.

Ho fatto ventiquattro colloqui cercando ventotto lavori diversi. Schiacciata nelle puzze della città che mi sono scelta come tomba ritorno, puntiforme verso la Colombo e poi a casa, al sicuro, lontano da un modo che seduce e divora, Kronos, i suoi figli bastardi.

Mentre salgo le scale e il portone fa un tonfo, il cellulare mi vibra in borsa. Dopo duemila tentativi di ricerca tattile tra moleskine, deodoranti, porta trucchi e sigarette, eccolo, lo afferro.

Ti ho sognata stanotte, mi sono masturbata.

Con questo messaggio bloccato nell’esofago giro tre volte la chiave nella toppa e ci sei tu, che sei tornato prima di me e c’è odore di sugo nell’aria, salsa fatta in casa e occhi che sorridono. Il mio maglione è impregnato di fumo di sigaretta.

Com’è andata?

Solita storia.

Ti avvicini, mi sfiori, c’è questa energia potenziale che si trasforma in occhio spalancato sui nostri corpi. Me ne sto distante da tutto e sono giovane e vecchia. Mi accarezzi le spalle, per te c’è ancora speranza. Le pareti viola sono un occhio che ci guarda e spoglia. Lo specchio di fronte al letto, le tue mani tra le mie cosce e le mie che ti acchiappano i polsi. E le tue che si liberano, s’infilano nel mio maglione. Quel telefono vibra, vibra sempre. Mentre lo specchio spia le nostre nudità, io mi volto a guardarlo, il telefono, è ancora lei. La tua testa tra le mie gambe, la tua lingua a cercare infiniti. La mia voglia che è una linea. Questa terra senza organi. Mi sento fremere, accarezzo i miei seni, sfiorando le areole, ti prendo per i capelli spingendoti dentro quasi volessi inglobarti nella mia vulva. E allo specchio siamo un tetraedro di pelle. C’è un odore forte di limone, umori sottili, sperma e lacrime. Ti spingi dentro come se volessi cancellarmi i ricordi. E ci riesci. Adesso fumo distante, ho le cosce bagnate e una mano tra le gambe.

Chi era al telefono?

Non era nessuno.

Non è vero.

Cosa cerchi, amore, la mia verginità? L’ho smarrita molto presto. La purezza l’ho sotterrata nel cemento dei crateri di macerie su cui ho danzato libera da forme e morali. Su cui ho danzato i miei duemilaedodici sospiri mentre tutto attorno crollava e continuavo a non vedere futuri ma omicidi, tingere di rosso i muri di queste arcane pareti. Ho danzato note technossessive mentre gli altri erano cumuli di zombie. Ho danzato il teatro metonimico della mia decadenza. E poi sono uscita dai casolari distopici e ho visto tutte le albe del mondo diventare dinamite. Ho visto kamikaze lanciarsi a picco sui miei sogni e profanare le mie illusioni in un unico botto di morte e overdose e pseudoamici invidiosi e disastri in fabbrica. Era l’apocalisse ma io continuavo, amore, a ballare mentre il futuro si sgretolava e i soldi finivano e tutto mi sfuggiva. Io danzavo su queste macerie e ridevo a crepapelle figurandomi allo specchio l’immagine del dio che mi stava strangolando.

Ora siamo qui, uniti ma distanti, quanti orgasmi servirebbero a cancellare il quotidiano.

Non puoi fuggire per sempre – mi dici – un giorno la realtà verrà a cercarti.

Lo so, ma non lo ammetto. Fumo, tossisco, smanetto sul computer, smanetto per riscrivere un romanzo che mi strazia. Ma a cosa serve? A cosa servirà?

C’è lei che mi tenta.

Vorrei abbracciarti, mi scrive.

E sbranarmi, rispondo.

Vieni qui, ti farò divertire.

Le sue parole sono il becco di un picchio. E mentre conto gli spiccioli per il biglietto ti osservo e mi guardi e qualcosa non va, lo sappiamo entrambi ma nessuno prova a muovere un solo muscolo. Devo riuscire a perderti per poterti ritrovare, il punto è che non so se reggerò la botta. Sto preparando un inferno di favole. Tu mi odierai e saremo altrove. Non ho voglia di ammettere, devo schivare, tutto e tutti, persino il tuo dannato tentativo di salvarmi. Da cosa, poi? Da me stessa? Non puoi salvarmi da me stessa. E ti odio, questo penso mentre ancora la tua mano è tra i miei seni e il tuo sguardo acchiappa il mio come a volerci leggere dentro l’anelito della menzogna che ci stiamo raccontando per resistere al mondo. Al mondo che ci divora.

 

 

© ilaria palomba

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I demoni, quelli interiori e quelli che stanno fuori mi assalgono anche in pieno giorno. Cammino e ne temo il risultato, guardando il cielo inciampo, come Talete, in pozzanghere di ovvietà. Ho paura dell’indeterminazione, Heisenberg, come se tutto fosse nulla. Intralcio figure shivaite sul percorso del vuoto mentre va nella mia testa un concerto di Trentemoller, ho paura delle lingue straniere, ho paura del contorno umano, ho paura di perdere il controllo e la partita al vero ping pong dell’abisso. Dove sei, mondo? ti sto cercando dall’eternità. Gli altri sono troppo grandi e i gradini sono troppo faticosi e io sono asmatica. Dicono che sia una malattia psicosomatica. Il mio soma si ribella alla psiche ecco tutto. Adoro danzare, perdermi, non pensare. Vado incontro ai mostri ogni giorno, miliardi di ricordi tra le labbra e poi lacrime che sanno di orgasmo. Non mi piace litigare a parole preferisco le risse. Stiamo qui seduti amore mio a scolarci la vita in un bicchiere di prosecco mentre tu ascolti i Radiohead e correggi grafiche vignette, stiamo qui a cercare la svolta nei pentagrammi di facebook, stiamo qui a lanciare reti alle quali non abbocca nessuno. Amo il tuo amore e amo il tuo nulla, così similmente diverso dal mio. Ho bisogno di evadere dentro panorami lisergici tra corpi in trance e illusioni di una felicità troppo anfetaminica per essere compresa. La velocità è l’illusione del potere.

Vattene. Lasciami sola, non voglio che tu mi rassicuri sulla mia presunta giovialità, ilarità, spregevole illusione che qualcosa funzioni. Tutti violentano qualcosa persino i barboni, homo homini virus. Proliferano, li senti? Posso dissolvermi in note elettrolitiche bioniche di chimiche stellari, posso darti il lato hardcore del mio essere tigre ma mi ritroverai un giorno sola a frugar tra i cassonetti del nulla. Estasi, questo solo cerco. È il prodotto della tua liquidità, mondo. È la carne che i tuoi figli mangeranno. Non posso più farmi carico del mondo, egli muore lentamente e io mi devasto, non reggo gli sguardi dei fottuti, mi entrano dentro e mi lasciano concedergli il diritto di annientarmi. Dammi un maledetto motivo per restare in vita.

Miserabile, disse il vecchio, tu non sai di cosa parli.

Non lo so, non ho mai conosciuto Afrodite o Eros ma ho giocato con i corpi la sera mentre Janis Joplin mi leccava le cosce e Jim Morrison mi azzannava con il suo inconscio. Abbiamo lottato, non si può dire che non l’abbiamo fatto. Erano gli anni 70 erano gli anni 80 erano gli anni 90. Abbiamo lottato contro il demone dell’eroina, puttana assassina. Siamo stati battuti dall’indifferenza.

Sto ascoltando Chopin e non voglio più ricordare la mia adolescenza, i tempi in cui la purezza era il sangue e ti scorreva libero e innocente biasimo verso ogni sistema. Ora non più, schiava, sei lì che aspiri il tempo in una gauloises, vorresti ribaltare la condizione umana. Ma non hai ancora dimostrato al mondo quanto sia vero il tuo dolore.

Guardami. Amore. Stiamo. Precipitando. Nel. Quotidiano. Ho. Paura. Che tu. Possa. Diventare. Il mio vuoto. Stammi vicino.

NON LASCIARMI

ESSERE NULLA

Illudiamoci che sotto il velo di Maya ancora ci sia qualcosa per cui valga la pena lottare.

VOGLIO ABBATTERE TUTTI I PARLAMENTI

I PATIBILI

LE PRIGIONI

I TRIBUNALI

Voglio una sana e feroce anarconazipunk NATURA MOSTRUOSA che detti legge su vincitori e vinti per poi prostrarmi ai piedi dei vinti e lasciarmi violentare amaramente dalla loro sconfitta.

CHI SEI TU?

È questa la grande domanda. Se fossi solo la corda di un’atroce canzone di Marilyn Manson sarei forse più libera? Sono imprigionata in questo corpo banale, di cui nessuno ha mai memoria e vedo il senso dall’altra parte della barricata ma ci divide un esiziale e torbido fiume e non posso attraversarlo. Non posso transitare, liberarmi di questo fardello, non ci sono morti che non ti condannino all’eterno ritorno dell’uguale. Non ci sono scopate che possano erigerti al rango di donna. Non ci sono tuniche che possano fare di te un’Eretica Sacerdotessa. Ho visto Giordano Bruno venire giù dalle fiamme mentre la città scoppiava nella bulimia dell’indifferenza.

Qualcosa dentro si sta spezzando e hai paura che anche lui ti tradisca, svanisca, ora come mai, dentro l’inautentico. Più che Sartre Heidegger, più che Bataille Deleuze, ma non ce la fai, tutto questo proliferare di corpi post umani ti dà il voltastomaco. Tu vuoi una sana e isterica scissione moderna in cui continuare a martirizzare il corpo per beatificare l’anima all’inferno dell’estasi. Tu vuoi trovare uno schiavo che sappia ammaestrarti e un padrone che sappia servirti. Tu vuoi il rebus degli opposti contraddizionali, tu vuoi dividere la carne dal frutto, il peccato dalla causa. Tu vuoi dirimere il tempo dallo spazio e gravitare nelle sonorità postnucleari dell’atroce.

Abbiamo danzato, non si può dire che non abbiamo danzato, ma non è servito a nulla, i corpi continuano a invecchiare , le macchine continuano a corrodersi, le anime continuano a evadere. Il rito funebre è ormai celebrato ora e sempre nei secoli dei secoli. Amore mio, vieni qui, su questo divano, con me, beviamo e dimentichiamo.

Io celebro la morte dell’uomo, requiem for the human. Non più danze ma stragi, non più baci ma orge, non più amore ma sangue. Siamo qui ora io e te, aspetto che tu mi divori o forse sarò io a farlo, amore mio, siamo una coppia troppo convenzionale, presto mi stancherò della tua benevolenza. Ti prego fammi male o lasciatene fare, altrimenti perdo le ragioni, qualsiasi ragione dell’esistenza mia, e nostra.

Sono un’adepta del niente, fedele consacrata al vuoto eterno dell’assenza. Grazie al mio corpo posso liberarmene.

Parte Angel dei Massiv Attac, in questi momenti catartici parte sempre Angel dei Massive Attac. Io sono innamorata della fame nei tuoi occhi.

Spogliati.

Io non voglio.

Spogliati, ti dico.

Le note crescono. Le endorfine si librano nei muscoli.

Voglio la tua carne, il tuo sangue. Voglio il tuo candore, bambina mia.

Spogliati.

Spogliami.

Spogliami ancora.

FINO A LASCIARMI

SENZA

CORPO.

 

© ilaria palomba (testo)

© luigi annibaldi (foto)

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Le notti in quella grande casa 245 di north circular road con lupo anya e alex a cercare spiriti nell’ululato del vento a rotolarci in gonfiabili materassi mentre sopra c’è musica tossica alle quattro del mattino svegliandoci di soprassalto per il gran rumore che anya non sopporta e alle quattro del mattino non sopportando si mette a scrivere mail per denunciare l’accaduto ai proprietari e aspettando che l’inquilina chieda spiegazione per dargliele con fuck off annesso e ammette mi sono trattenuta dal dirle di peggio le mattinate con alex che prepara il te svegliandoci con colazioni in camera a girare su bus tour sleeppando sui sedili per non aver dormito la notte per la musica e il vento a cercare i pub delle peregrinazioni di Joyce dopo averne visitato gli appartamenti a bere irish coffie a temple bar con natalizie decorazioni e musicisti folk in rigorose camicie a quadri a ridere di nottambuli limoni e anoressici fantasmi che fuori dallo specchio della lavanderia domandano who are you in precisissimi inglesismi da dopoguerra a rotolarci sul pavimento con irlandesi che offrono costosissimi eccitanti mentre si gioca con cani rebel e si ascolta david bowie parlando multilanguage e comprendendo meno di un terzo dei discorsi strafatti a bere cydro e poi vino e poi wiskey all’una di notte mentre il vento ha la voce di uno spettro a fantasticare dissotterramenti di cadaveri sotto lapidi di byrne incorniciando con fotografici flash i cristi in pietra lavica scolpiti agli angoli di oscuri giardini infernali a guardare film horror leggendo su wikipedia storie sulla north circular road parlando di inspiegabili suicidi e abbandonate stone’s ville una volta rigogliose e prospere ora ricoperte da rampicanti piante demoniache e sterpaglie da incubo a vagare per dublino tra trinity college e st stephen’s green elemosinando il sole di mezzogiorno lasciandoci incantare da gotiche cattedrali in pietra medievale st peter church e st patrick’s church dalle luminosissime vetrate che incendiano l’oscurità incendiano e incantano lo sguardo nell’assoluto bagliore a sbirciare scene di spaccio di uomini in bicicletta che corrono a confessarsi e incontrano pusher knacker in tuta adidas dentro chiese st dominic’s church e corrono fuori a diffondere il verbo dello sballo giriamo al freddo nel vento assassino tra prigioni kilmainham e glasnevin cemetery comprando vomitevoli caffè per banchettare con cornetti e tramezzini da supermercati teco ce ne stiamo nella penombra di uno scenario alla tim burton scattando irriverenti foto su lapidi carton mentre fuori l’odore di pioggia invischia l’aria che cambia ogni istante sole pioggia e tramonto una notte ce ne stiamo a bere vino nel quartiere ultramoderno bord gáis energy theatre tra luci sparate e liffey straripato fa un freddo che immobilizza i muscoli i piedi non li sentiamo più e ci passa davanti un riccetto in bici che ha l’aria di avere meno di diciotto anni chiedendo sigarette e regalando accendini con foglie di marijuana incise sopra si avvicina raccontando strafatto di esser finito sui giornali per aver provocato incidenti in bici e mostrando documenti falsi stampati in francia racconta di aver passato tre giorni in carcere per tentata strage ma di esserne uscito incensurato fottendo il sistema con documenti falsi stampati in francia durante la leva militare mi presenti il tuo spacciatore gli chiedo ma non comprende e anya gli parla e traduce dall’inglese permettendosi di correggere il tutto con qualche bestemmia in barese e così i nostri piedi assiderati domandano venia e ce ne scappiamo con il vento a trafiggere le ossa scappiamo verso lo spire con il fiato mozzato dal gelo e c’è un odore inspiegabile di freddo che s’insinua nelle fenditure delle ossa allo spire l’ultimo taxi ci porterà nella casa degli spettri io e anya resteremo sveglie la notte a rimembrare adolescenziali furori e a non riconoscerci mentre le vite degli altri – nel passato – ci scivolano sopra come oniriche ombre in una notte lunga un’esistenza.

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© Foto: Luigi Annibaldi

© Testo: Ilaria Palomba

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avevo voglia di bere e non potevo non potevo agire stanotte ieri lou reed moriva altrove incontravo donne dai capelli biondo-rossi e amici i pochi gli unici dove non conta davvero il grado di psicopatia raggiunto quel che conta è un aporetico stare assieme al di là delle dissolvenze interpersonali avevo trascorso l’intera giornata a vomitare non avevo assunto alcuna droga e mi chiedevo – mi chiedo – se non fosse peggio la lucidità l’assoluto esserci Heideggeriano la donna rossa dai capelli biondi – o viceversa – mi trascinava verso orizzonti di eterni ritorni mi sarebbe piaciuto sconvolgere gli animi ricordare trascorsi lisergici alcolizzarmi fino al termine della notte per dimenticare i nomi delle vie postindustriali e un tantino mussoliniane che mi accingevo a percorrere per dimenticare le rughe immaginifiche che vedevo comparire sul mio volto vissuto solo a metà mi sarebbe piaciuto darle l’immagine di me che aveva conosciuto un tempo i nostri uomini discutevano di oscene possibilità la donna rossa dai capelli biondi immaginava come capitalizzare l’evento eravamo fuori da ogni contesto riassorbiti dalle luci stroboscopiche dell’eur senza più domandarci il significato della parola lavoro (per me ormai invisibile arcano) mi hanno trascinata in un concerto dei pil – che per fortuna non sta per prodotto interno lordo – è stato incredibile lo stesso giorno conoscevo uno dei miei miti adolescenziali johnny rotten – ho imparato a muovermi sul palco per schivare le bottiglie che arrivavano dal pubblico – mentre l’altro mio mito adolescenziale spirava altrove scoprivo nuove verità nascoste nel corpo intravedevo perfette immagini femminee di transgender all’uscita dal fungo camminavamo tra odori di escrementi d’elefante fuori dal circo moira orfei per raggiungere l’atlantico posteggiando due chilometri più in là ascoltavo le sonorità postpunk dei pil librandomi in danze d’altri tempi mentre la voce di rotten ancora molto punk beveva e sputava assoluta giovinezza ancora come se non fosse trascorso un solo istante dal ’75

rivedevo frammenti della grande truffa del rock and roll e poi gente da ritual vista e rivista da anni ma mai conosciuta mai salutata mi avvolgevo sinotticamente nell’illusione prossemica scalfita da un vetro spesso generazioni non potevo accettare quella distanza e così mi perdevo danzando ogni cosa diveniva lontana e confusa lontana e confusa lontana e confusa ho nel corpo così tanti stupefacenti del passato da saperli liberare al momento opportuno danzavo posseduta per un attimo dimenticavo ogni dolore ero meraviglia assoluta per una volta riuscivo ad amarmi amavo i ricordi di chitarre suonate con anarchy in the uk e le labbra carnose della mia amica sbighi al liceo quel gruppo di borderline che non eravamo altro meraviglia delle meraviglie quando sapevo far tesoro della mia diversità G. la mia amica dai capelli rossi era sempre stata un passo avanti a me musicalmente esistenzialmente letterariamente mi aveva insegnato a dirimere l’apparenza dall’essenza e a riderci su ci sono stati baci sulle spiagge salentine nella notte e profetici bagni di mezzanotte completamente nude ci sono state saffiche allusioni ora è strano essere qui ognuna con il suo uomo mentre loro progettano di fuggire a new york e noi pensiamo di perderci in misticismi indiani in viaggi di sola andata verso l’atma più profondo e vorace era strano danzavo ed ero uguale a quella ragazzina che sono stata quando ci spiavamo distanti ognuna con la sua vita improbabile ora chi l’avrebbe mai detto lei in banca e io ancora nel battesimo dell’impossibilità senza lavori senza vincoli identitari la notte era finita così a frugarci nelle tasche per comprare l’ultima birra ad assumere farmaci non psicotropi per alleviare dolori di stomaco frutto dell’abuso di sé si era concluso il giorno e anche la notte volgeva al termine ma non riuscivo a dormire mi sentivo ancora avvolta in quella musica e nella mia danza senza freni libera volavo sopra le cose mi lasciavo pervadere dallo spirito dei tempi fissavo johnny rotten il mio mito adolescenziale e pensavo a lou reed altro mio mito adolescenziale e pensavo all’intera mia vita consacrata a tempi mai vissuti a spiare il passato come fosse presente a spiare dal buco della serratura gli anni migliori che non mi sono stati concessi lupo guardava documentari sui sex pistols io leggevo articoli sulla morte del grande lou reed e aspettavo fotografie di attrici e performer concettuali e guardavo quelle foto e guardavo alla mia danza e alla mia amica rossa dai capelli biondi e viceversa e mi rivedevo e ci rivedevo nell’assoluta potenza della giovinezza che già mi sento sfiorire.

© Ilaria Palomba

foto di Luigi Annibaldi

la musica ha accompagnato ogni istante mi sono librata in paraedoliche orge musicali avevo solo diciassette anni e ancora non conoscevo il sapore della consapevolezza mi sono ancorata al battito di una cassa dritta eravamo così belli noi in viaggio per milano davvero poco io ricordo quelle notti erano ancestrali avevo degli amici e forse anche una relazione di pseudoamore con uno dei miei amici che s’illudeva di salvarmi dalla mia autocrocifissione così partivamo su questo largo treno ubriacandoci di vino e hashish aspettando l’agognato oltre era tutto qui e ora tutto sinotticamente vivo scivolavo su ansiogeni chilom assumevo lorazepam tegretol valium e derivati oppiacei di vario genere m’illudevo di essere nel regno della libera scelta m’illudevo di essere parte di qualcosa non ricordo come arrivai a quella festa tutto quel che ricordo sono i volti degli astanti miei presunti amici immaginate un george harrison giovane immaginate uno spud trainspotting style meno sfatto e più figo immaginate una pink postpunk immaginate una pamela morrison vestita da eminem (quella ero io) la notte milanese del capodanno di nove anni fa in piena notte glaciale cercavamo indicazioni per il rave di capodanno alla ex pirelli optammo alla fine per un taxi avreste dovuto vedere l’espressione del conducente quando ci vide scendere in quel cumulo di macerie tra migliaia di teste rasate e dread e piercing e camper prima di allora probabilmente non aveva mai visto nulla del genere lui entrammo lentamente ogni passo rimbombava nell’aria le pareti di questa fabbrica erano immani sembravano loculi mortuari o piramidi rovesciate la notte s’infilava nella pelle la musica era rumore condensato stato adrenalinico puro endorfina liquida sparata dritta in vena non m’importava uscirne viva stavo entrando nella bocca dell’inferno sarei stata risucchiata dal rumore ora lo sapevo facevo parte della seconda generazione raver non quella anni novanta della gioia di vivere estatica spensieratezza musica vitaminica culi stratosferici muscoli laccati pantaloni lucidi abiti fluorescenti e capelli colorati da effimere bombolette spry no io mentre entravo nella bocca dell’inferno sonoro tra camper fumanti pusher a ogni angolo venditori di pizze funghi e paste io a ogni passo mi avvicinavo alla decadenza e mi piaceva fottutamente niente abiti fluorescenti solo creste dread e piercing qualche tintura scolorita il nero predominava su tutto larghe felpe numerate e larghi pantaloni sdruciti di una bellezza deforme le anime là dentro danzavano era l’ade mi sarebbe piaciuto rimanerci per sempre dimenticare l’hic et nunc i prometeici studi i volti familiari perdermi agognavo tra le fauci del sottomondo le casse erano muri incompresi di suono deforme le persone erano ombre confuse piatte come schede telefoniche a una sola dimensione abbiamo danzato l’intera notte in botta di anestetici per elefanti abbiamo attraversato scale mobili lucenti e dismetriche altalene sospese nel buio ricordo il mio amico di allora spaventato di fronte al mio non riconoscerlo ricordo un uomo scheletrico e sfatto al nostro fianco tra odore di cenere e plastica bruciata raccontarci di coma k e viaggi di sola andata era caronte ricordo le parole dello scheletrico uomo lasciala perdere quella roba diceva a volte avevo paura di non essere corpo e insieme ciò mi donava un brivido ero tutte le cose transeunte immanentemente viva e morta eternamente sospesa tra i due mondi mai dentro mai fuori sospesa in un limbo psichedelico ricordo spud raccontare di aver visto le porte della percezione dopo due trip e tre pasticche mescaliniche ricordo di aver ritrovato un mio amico d’infanzia all’alba nella neve e di non aver provato freddo alcuno ricordo george harrison reggere la testa a un uomo smadonnante in grida paraboliche contro l’esistenza di dio mentre ne vomitava l’essenza ricordo i loro volti e poi non li ricordo più avevo diciassette anni e credevo che sarebbe stato bello vivere l’eterno nella musica ancestrale era rumore vivo divino che copriva le grida del mio passato avrei vissuto danzando nuda in tutto quel rumore per annientare la paura di vivere avrei danzato nuda tra le rovine rasentando la maledizione dell’eterna giovinezza per prostrarmi ai piedi dell’idea beatificata di me stessa avrei scopato di folle libido con tutti loro senza tregua per innamorarmi estaticamente di me ancora e ancora e ancora ma così non fu quegli anni furono esasperanti per quanto io mi dividessi da tutto e giorno per giorno mi cresceva dentro il demone dell’assenza non fummo mai l’agognata famiglia di cui mi ero illusa io ne restavo fuori e man mano che gli anni passavano ero sempre più fuori e rimpiangevo quel giorno nel tentativo palingenetico di rivivere quel capodanno milanese nella neve di un rave party devastante e oggi sono qui a raccontarlo con grumi di rimpianto nelle papille gustative ho preso parte a innumerevoli raduni party rave tecnival ma ogni volta era peggio ogni volta mi sentivo in quel limbo mai completamente sulla terraferma mai completamente nell’inferno sempre a un passo da tutto e da tutti quando passo accanto a quella gente nessuno di loro più mi conosce e mi sento estranea una non iniziata e insieme vampirizzata da un mondo che ha fatto parte per dieci anni di me mi sono illusa che avrei creato demiurgici universi a occhi chiusi nella danza estatica di giorni e ore e tempi indistinti mi sono illusa di essere parte di una tribù mi sono illusa di essere come loro e tante e tante volte mi sono illusa di essere parte di qualcosa ma ora so che non è vero non è mai stato vero io nella mia danza ero sola e sola sono ancora la mia weltanschauung collide con quella di chiunque a volte mi sono chiesta cosa sarei stata se non avessi sprecato dieci anni della mia vita a illudermi di allucinata bellezza e atroce musica fuori dal tempo probabilmente sarei diventata una qualche forma umana alternamente condivisibile o forse no sarei stata come sono divisa ovunque un’ombra silenziosa scarnificata dai gesti forse è questa la mia essenza l’ottundimento non è facile starmi accanto e per me non è facile stare accanto agli altri ma le cicatrici che ho sulla pelle sono la mia forza la mia storia la mia unicità un ritratto sublime incastonato nel corpo e questo senso tragico con cui vivo ogni esperienza è per me in verità fonte di gioia estrema in ultima analisi coincide con la mia estasi.

© i. p.

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PARTE I

sono le 03:45 del 1 settembre 2013 il sonno tarda ad arrivare fuori per strada il vociare di genti a me ignote nel mio letto vivide rose piccoli frattali le paure mi assalgono demoni possedendo le mie ore come fossero di latta solida consistenza che beve il tempo corrode il corpo attimo dopo attimo vorrei vivere a cinque sensi ma la paura mi blocca è un piccolo mattone nel torace che man mano si fa sempre più grande sempre più grande sempre più grande pesa nel petto e frastaglia pezzi di me contro natura e ti guardo dormire amore mio e sento di non aver avuto mai nulla di così prezioso e mi sento morire all’idea che il nostro presente possa divenire abitudine e voglio fuggire e sento le voci che sono pezzi di me contro natura che sussurrano mi sento morire si chiudono i bronchi e comincio a tossire troppo stanca per alzarmi e troppo sveglia per dormire mi manchi amore mio mentre chiudi gli occhi e mugoli nel sonno ti guarderò respirare ascolterò il flusso ne carpirò l’odore lo catturerò nella mia pelle prima di uscire di casa in piena notte scalza cedendo al desiderio di abbandono quello che spinge per uscire quello che grida dentro tradimenti lunghi un’infanzia sento le pareti tremare mi manca la grecia amore gli attimi spensierati e antieconomici l’atarassia dell’istante le canzonette improbabili in alfabeti cirillici le rovine di civiltà che mi distano millenni medievali castelli a pelo d’onda sospesi su tramonti rosso sogno nell’aria di un irraggiungibile altrove e poi monemvasia le rocce a picco sul mare la scalata il mio affanno asmatico per salire sin là su e le tue mani così calde se vuoi possiamo fermarci no ti prego non voglio fermarmi contro natura salire fino al punto in cui le stelle sono sotto possiamo calpestarle senza pari gridare urla trecento questa è sparta mentre siamo a mistrass e sciami di francesi aleggiano parlottando aritmci mi sento precipitare qualcosa si agita nel petto cosa cerchi in grecia mi chiedevi tutto rispondevo e aspettavo la notte per inforcare le unghie nella tua carne spingerti più dentro guardarti godere rubarti l’odore con la guancia destra poggiata sul tuo petto ruvido da uomo che è amante e padre nemico e angelo sentire tutta la storia sul tuo petto mentre vieni dentro e io ti stringo fortissimo per non farti respirare black out avrei voluto tutte le notti rubare ogni stella del firmamento per te ma le guardo morire piccole fette di cuore poco per volta si sgretolano e non so cosa mi accada vorrei essere ancora lì ma non è questo è altro la vita che mi scorre via mentre sei su di me dentro e fuori non voglio ricominci la giostra il mio non vivere qui e ora diranno che sono stati tempi difficili ma la verità è che non c’ho nemmeno provato e questo mi strazia amore il saperci poi così diversi tu così pronto alla vita io così divisa di spada tagliata perfettamente doppia c’è qualcosa là fuori? comincio a dimenticarmene e sono stanca di vedermi allineare istanti contro natura io contro natura vorrei rimpicciolire fino all’utero.

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PARTE II

vi osservo io voi da un punto distante dello spaziotempo e la vostra funzionale esistenza mi rende fobica me ne sto in disparte in un quartiere residenziale di roma sai che è roma solo perché ci sono parchi e quel tipo di chiese moderne che vorrebbero scimmiottare il paleocristiano ascolto smells like teen spirit come avessi quindici anni ricordo il rosso dei capelli di sbighi mentre io e lei intente a fumare del tetraedrocannabinolo esalando hashish dalla finestra di casa sua usciva il fumo così onesto a detta sua e i miei occhi si perdevano sulle smagliature dei suoi seni che trovavo così sexy la vita vissuta sempre riesco a trovarla seducente e leggo e rileggo i brani più poeticoerotici di tropico del capricorno immagino come sarebbe stato scoparsi henry miller o cosa avrebbe pensato lui della mia fica come l’avrebbe descritta mi ritrovo con le mani giù forti nell’elastico degli slip laceri e poi grida fino all’orgasmo mi chiedo se ci sia mai stato un me un corpo fuori dal corpo leggo essere e tempo e poi stoner e rileggo zarathustra e poi usciamo con abiti greci io e sandali troppo alti con cui non riesco quasi a starti accanto ricomincio a cadere sulle pagine facebook la consapevolezza del margine l’origine dell’esclusione assumo antistaminici evitando accuratamente gli antipsicotici evitando accuratamente gli stati border che spesso mi sono stati diagnosticati mi nascondo nel tuo corpo come una bambina dietro la gonna della propria madre ascolto trentemoller una volta dopo l’altra fino all’implosione dei legami nucleici ascolto mia madre che parla con tua madre ti prendo la mano sotto al tavolo le mie dita disegnano cerchi concentrici nei tuoi palmi la stringi forte questa mia mano scappiamo ti dico scappiamo con i miei occhi scappiamo rientro nei ranghi negli impegni riprendo i contatti leggo notizie siriane in cui si prevedono guerre cui mi prevedo manifestare contro mi prevedo sconfitta leggo notizie su notizie mi preparo a implodere mi preparo a esplodere portami via scappiamo da cosa mi chiedi da tutto tutto questo possiamo fuggire da tutto miky? sono la tua mallory ti prego prendi il porto d’armi andiamo in giro a sparare a zero su tutti assumiamo soltanto psilocibe amminoacidi lisergici ti prego una strage non sopporto più la vita voglio fare fuoco su chiunque rapire ragazze innocenti e legarle al letto non riesco più a sopportare la vita che scorre l’ordinario contiene il germe dello straordinario partenogenesi del divino io e te siamo potenziali assassini questa vita io vorrei un piccolo camper e due calibro 38 fare fuoco su tutto mandare a monte la triade hegeliana che c’imprigiona abbiamo vissuto in ogni tribù postmoderna e ne siamo stati sputati fuori come frutti acerbi e ora siamo troppo marci per poter un giorno maturare non conosco vie d’uscita ho vissuto solo un’infanzia negata non conosco tutto il resto e non m’importa l’idea di essere incastrata in questo corpo sociale mi nausea quasi quanto l’idea di essere incastrata in questo corpo umano noi non abbiamo un corpo noi siamo un corpo diceva mio padre lo dice ancora ecco poi lui è quel quid sovrasostanziale sangue del mio sangue l’unico che può farmi sentire fiera di me fiera di me fiera di me e tu sei qui anche se non posso vederti vorrei scriverti lettere lunghe addii e continuare il viaggio anche senza di te ricordo l’altro giorno nel salento a san foca o giù di lì ci siamo inoltrati su spiagge notturne di stupidi indierock e trovavo l’umanità così ripugnante ma io non sono cattiva solo non concorde disturbo narcisistico di personalità a sfondo antisociale ami tuo padre? allora non sei antisociale eppure sto così male con gli altri il restante resto di niente non ci sono paesaggi qui dentro se non quelli del mio odio vedevo sulla spiaggia non c’era altro che il desiderio sospeso nell’aria immenso infinito desiderio e insieme anche orrore meccanicistico incredibile quanto tutto possa riassumersi nella negazione tutto è libido gioco l’erotismo risiede nella modalità della negazione nel non coito mi piacerebbe giocare ancora e mentre ti confessavo queste cose fissavi il mio mojto ancora non vuoto e rincorrevamo righe bianche e i tuoi occhi erano così tristi credevi di non bastarmi ma non era questo che intendevo così ti ho trascinato via da quel ruvido sito di deplorevoli indie fashion e ti ho trascinato su una pista ignorante come dite dalle tue parti nel lido accanto una festa electro beat con numero dieci invitati e noi al centro pista genti partenopee intorno mi muovevo spasmodica altamente consapevole della perfezione sferica dei miei fianchi come la bambola del testo dei no braino siamo scesi giù all’alba è il sole a rovinare le notti infausto stupratore di lune stregatte il giorno dopo abbiamo brindato con vino greco e amici tedeschi nel vespaio della veranda non ti posso offrire non ti posso dare una famiglia felice e una casa al mare ci siamo ritrovati a rincorrere la pioggia in città bianche sali scendi su gradini dopo torre guaceto scappavamo a ostuni e i miei piedi erano così zuppi di pozzanghera che avrei potuto tagliarmeli abbiamo assaggiato gelati al lampone rossi come i capelli rossi della mia adolescente amica del liceo al lampone erano i suoi baci di quel lampone purissimo e fulgido fuori dal confine ho avuto un tale singulto di bellezza mentre la città in festa illuminata e la banda suonava e deglutivo lampone tra sguardi silenti di verità aleteia venute fuori da apparentemente innocui giochi di amore e fuga abbiamo osservato poi la notte dall’auto e ancora trentemoller apparat kalkbrenner e knife che gran bella musica ascolti dice tom e poi siamo saliti e mi sono guardata dentro e ho visto la mia casa sgretolarsi con i canneti che cadevano e una tormenta di vento che mette le onde in subbuglio e la notte un’altra notte ci è passata alle spalle e ha dormito sulle prime luci violacee ho letto di velocità e lentezza milan kundera e politici ballerini ho rivisto i miei giorni il mio paese la mia condizione il mio non lavoro la mia diagnosi ho guardato con tom e mari e tra le tue braccia l’ultimo giorno di mare e sole nascosto da fameliche nuvole dagli occhi cerchiati vespe e serpenti piccole bisce nere nel letto ho sognato lunghi cobra sbranarmi ho tremato lasciandomi avvolgere dalle tue braccia penetrare come fosse la prima volta e ho pensato a henry miller mentre si masturbava e la sua amica che si sgrillettava un po’ anche lei e gli piomba in stanza e lo trova a darsi da fare su e giù con la mano e lui desidera solo che lei ci si sieda sopra e pensavo a lui e anais nin che ci davano dentro alla grande e ti ho scopato amore come se fossi stata tutte le donne della letteratura e ti ho bevuto fino all’ultima goccia mentre eri tutti gli uomini della storia e ho letto di superomismi nietzscheiani fai pace con la natura perché la natura è la tua grande madre assassina ed è questa la mia patologia io sono un’elettra potenziale scopa tuo padre uccidi tua madre la natura io la odio sto malissimo nella pelle si formano microfratture sono allergica a qualsiasi forma di vita le vespe mi fanno gridare forte e i serpenti mi fanno orrore solo l’orgasmo mi libera dal male amen credo che dio sia la somma di tutti gli orgasmi della terra ho una gran voglia di sotterrare la paura nella pelle tra le cosce lasciandomi sgrillettare immaginando orge enormi copulazioni sulle spiagge di dioniso perché non restiamo qui ti ho proposto mentre in una corsa contro il tempo accompagnavamo i nostri amici tedeschi alla stazione di lecce vuoi restare in salento eri perplesso poco convinto dell’idea no intendo in un non luogo davvero natural born killer sfanculiamo la società civile quella cosa che dà nomi alle cose sfanculiamo il logos viviamo qui nel tropico del delirio vieni con me baby solo musica da urlo viviamo in una macchina un paio di pistole e boom in giro per l’eternità stai scherzando certo sto scherzando però sarebbe una bomba ora sto ripensando agli istanti per me non cambia poi molto io sono soltanto una ragazzina viziata cresciuta con tutto e finita con niente e nessuno mi ha mai insegnato a campare il corpo ho dovuto insegnarmelo da sola un due tre stella ho vissuto dentro troppo dentro e ora il fuori mi sembra un enorme muro di gomma il fatto è che la realtà mi uccide poco per volta lentamente mi fa a fette sempre più sottili sto cercando di scappare ma non potrai ancora per molto dici ne sono consapevole eppure quando mi dicono di essere fuori dalla realtà mi chiedo cosa sia questa realtà cui tutti inneggiano io credo che ognuno ne abbia una generata non creata della stessa sostanza del padre a ciascuno la sua realtà e a ciascuno il suo fuori-dalla-realtà voglio plasmare la bellezza nel sussulto infinito ma so che dovrò far pace con la natura far pace con la simbolica matrigna da cui mi sento ferita.

© foto di Luigi Annibaldi
testo di Ilaria Palomba

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Vermi. Vermi? Vermi. Insetti. Bastardi. Carogne. E questa volta non sto parlando degli esseri umani. Sono stata invasa. Da diversi giorni sul mio copriletto rosso allo scoccare della mezzanotte camminano insetti immondi: una via di mezzo tra mosche, formiche e scarafaggi, hanno delle alette trasparenti e delle zampe che sembrano peli di scarafaggio. Io adoro Burroughs e Kafka ma non vorrei mai trovarmi in nessuna delle loro situazioni.

La prima volta che ne ho scorto un paio ho urlato. La seconda li ho schiacciati. La terza li ho sognati. La quarta li ho sentiti camminare sul mio corpo nudo e penetrare nei miei orifizi. La quinta volta ho telefonato al mio ragazzo urlando e lui mi ha consigliato di andare a comprare una trappola per formiche. Ci siamo dibattuti parecchio su come dire trappola per formiche: place pour les fourmies? Maison pour les fourmies? Maison suona molto: scusi vorrei una maison in stile coloniale. È per lei e la sua famiglia? No, per le mie formiche, che non sono formiche, sono mostri famelici usciti fuori dall’inferno.

La mia casa parigina è un portale per l’inferno.

Scusi mi dà una trappola per zombie? Scusi? Sì. Vorrei un’acchiapparitornanti. Cosa? Non ce l’ha? Vada a farsi fottere. Spero che le crescano piante rampicanti nel deretano e che brulichino di scarafaggi.

Tornata a casa piazzo la trappola per formiche. Loro non sono formiche. Perciò non muoiono. Telefono a mia madre in lacrime e lei dice di aspirare i mostri. Prendo l’aspirapolvere, la stacco dalla base e inizio a inglobare al suo interno tutti quei bastardi.

C’è qualcosa di peggio dell’umano: l’immondo.

Vado a bere un bicchiere d’acqua e a lavarmi i denti prima di dormire, torno sul letto e trovo due cazzo di vermi. Attacco l’aspirapolvere, li risucchio, li spiaccico nei fazzoletti, li ammazzo, li brucio con l’accendino. Vado ancora in bagno per infilarmi il pigiama, torno in stanza e ne trovo dieci, venti, trenta. Cadono dal soffitto, si arrampicano sulle lenzuola, camminano sul mio cazzo di cuscino. Sono brutti, sporchi, neri, con queste schifose alette che poi perdono e lasciano tra le mie lenzuola. Sono venuti direttamente dall’inferno. Dio, perché vuoi punirmi? Quanti uomini mi mandano le macumbe perché non gliel’ho data, Dio, perdonami, ti prego, so che sono stata un’infame bastarda, ma, ti prego, perdonami, io cerco solo di avere rispetto di me stessa, ora, in passato mi sono fatta fin troppo mangiare dagli uomini. Ma Dio risponde che è arrivato il momento per me di farmi mangiare dai vermi. Troppe volte hai paragonato gli esseri umani a dei vermi, dice, e adesso ti tocca farti divorare dai vermi, chissà se poi comprenderai la differenza tra le due specie.

Dio ha il mio volto e mi sorride nello specchio. Sta cercando di uccidermi. Da sempre.

Scappo in bagno con il telefono in mano e telefono a mia madre. Tremo. Sono immobile. Piango.

«Mamma fai qualcosa! Ti prego! Non posso muovermi! C’è l’invasione! Io ora esco e cerco un albergo!»

«’Che sei scema? È tardi. Non uscire per nessun motivo al mondo» fa lei «vai di là e scacciali, sono due moscerini».

Io andrei volentieri di là se solo non avessi questo dolore al petto che s’irradia nel braccio sinistro come elettricità. Dico parole sconnesse. Non riesco a parlare. L’inquilino della porta accanto sbatte i pugni contro il muro e grida di fare silenzio. Io piango. Continuo a ripetere la parola aiutatemi in modo ossessivo. Credo di averla ripetuta millequattrocentosei volte. Le ho contate. La telefonata schizofrenica con mia madre dura tre ore. Poi capisco, comprendo ogni cosa. Eureka. Le sbatto il telefono in faccia, la mando a fare in culo, prendo le chiavi ed esco. Passo accanto al letto e vedo un tappeto di cosi neri viscidi e sporchi che salgono, scendono, cadono dal soffitto, lasciano le loro alette di merda sul mio letto. Scappo.

Una volta in strada tiro un sospiro di sollievo. Ora sì che si ragiona. Fa freddo, ho la nausea e sono le tre di notte.

Raggiungo l’albergo più vicino, su Rue Vallette ma è chiuso. Telefono al mio ragazzo, lo sveglio. Lui domani mattina alle 8 ha lezione in una scuola media ma in questo momento non me ne frega niente.

«Perché cazzo di motivo non sei qui con me? cazzo!»

Gli grido cose al telefono e lui cerca di tranquillizzarmi. Entro in un hotel, in lacrime, chiedo se hanno una stanza, dicono di no. Entro in un secondo hotel: tutto pieno. Entro in un terzo, un quarto, un quinto, al sesto hotel tutto pieno dico di avvisare la polizia perché non so stasera che può succedermi. Scorgo nel viso arabo dell’albergatore una nota di sgomento che gli curva, come una piaga, il mento. Guardo meglio: è un verme.

L’albergatore mi dà un libricino dove ci sono tutti gli hotel di Parigi, mi dice di chiamare. Io tremo, esco, ringrazio, sentenzio in barese. Richiamo il mio ragazzo e butto il libretto per terra.

«Non c’è la polizia vicino casa tua?» fa lui.

Eureka bis. Vado dalla polizia. Loro hanno il dovere di aiutarmi.

«Fammi sapere, amore, non sto tranquillo se non mi dici come va a finire ‘sta storia».

Io voglio che lui sia qui adesso.

Arrivo davanti alla centrale di polizia. Vedo attraverso un vetro un uomo al computer. Busso. Niente. Busso due volte. Alla terza bussata si volta e mi dice, distratto, di fare il giro. Sto tre ore ingessata come una pietra e non so dove andare. Poi capisco e faccio il giro dell’isolato. C’è un custode, parlo con lui, gli spiego tutto. Mi sento un’imbecille: la gente va dalla polizia per denunciare furti, scomparse, violenze, omicidi. E io: no, sono stata derubata, confiscata, violentata e uccisa dagli scarafaggi. No, sa, è che io sono un’amante di Burroughs, è per questo, per me loro hanno un progetto panottico di sterminio della razza mestessa.

Lo sbirro impietosito mi fa entrare in centrale, mi dice di chiedere se hanno un posto per farmi dormire lì. Entro. C’è una tizia losca, nera con i capelli corti arancioni, un cadavere di donna, eroinomane, credo, si trascina per la stanza. Ha gli occhi a palla e una vita larga quanto un mio braccio. Sembra una che è stata violentata. Vado a spiegare tutto agli sbirri. Mi dicono di aspettare.

«Ha delle armi?» domanda uno.

Se avessi avuto delle armi, secondo te, sarei scappata via di casa per dei fottuti insetti di merda?

Sto zitta. Ingoio la rabbia che mi cresce dalle viscere.

«Madame? Vous avez une cigarette?» mi domanda il cadavere.

Le do la sigaretta. Mi chiede di accendergliela. Gliel’accendo. Gli sbirri sentono puzza di fumo e iniziano a urlare. Una sbirra esce fuori dal gabbiotto e dice al cadavere di non rompere i coglioni.

Il cadavere si stende sulla panca dicendo che deve dormire. Si stende con movimenti da eroinomane.

«Madame» mi fa ancora «vous mes pourrais aider?»

Vuole che le slacci un bottone del vestito, le dà fastidio.

«Sei sicura? Non è che poi ti cazziano?» le chiedo.

Fa cenno che è tutto tranquillo. Mi alzo dalla mia panca, metto le dita sulla chiusura lampo del cadavere, sento le ossa della sua schiena, quasi senza pelle, solo ossa. Allento la lampo. Il cadavere si spoglia. Resta con quelle due mammelle strette e aggrinzite di fuori. Sembra un dipinto di Schiele. Mi fa pena. Compassione. Non so nulla di lei ma vorrei poter fare qualcosa. In realtà forse lei non si accorge neanche di soffrire, la disperazione a volte non la senti, quando è troppa, diventa routine, neanche lo sai più di essere disperato. Il cadavere denudato viene sgridato, preso, ammanettato e chiuso da qualche parte. Ne carpisco le grida.

Un uomo mi dice che la stanza per me è pronta. Lo seguo lungo un corridoio. Mi mostra una cella. Grumi di polvere a terra un materasso di plastica gialla lercio buttato dentro un incavo quadrato nel muro che forse loro osano definire panca. Un cesso e una doccia senza porta. Chiudo la porta alle mie spalle. Mi infilo il giubbotto con tanto di cappuccio e mi stendo sul lercio del materasso. Dall’altra stanza provengono grida.

C’è una fessura nella parete verde da cui escono dei fili elettrici, vi scorgo qualcosa di viscido, non oso controllare cosa sia. Ho freddo. Tremo. Non dormo. Parlo al telefono con il mio ragazzo. Non piango. Parlo con lui fino alle sei di mattina. Poi mi addormento. Alle sette mi svegliano. Fuori da quella fessura c’è una creatura nera vermiforme che striscia verso di me. Mi alzo di scatto. Ho freddo, una faccia pallida con occhiaia tipo bucce di mela marcia, i capelli di una fuoriuscita da manicomio, lo sguardo di una serial killer. Esco. Ho freddo. Fisso la gente come se volessi ucciderla. Vado in un bar, ordino un cappuccino che fa schifo e per giunta ho beccato anche l’unico bar parigino che ha anche i croissant che fanno schifo.

Vado in agenzia, quella che gestisce la casa in cui risiedevo fino a ieri, quella che ho gentilmente lasciato ai vermi. Vado in agenzia e dico a quelle due anatroccole idiote che ho bisogno di un’altra sistemazione, che la cosa è diventata grave, che sono passata ieri ma nessuno ha voluto ascoltarmi, era tardi e dovevano chiudere. Dicono che loro non possono fare niente.

«Stanotte ho dormito dalla polizia, e se voi non risolvete il mio problema, loro potranno fare molto» dico.

Aspetto il capo dell’agenzia, nel frattempo riesco a trovare un albergo che ha una stanza libera.

Vado con il capo dell’agenzia a prendere le cose necessarie alla sopravvivenza di stanotte. Lui entra in casa e vede lo schifo di tappeto di vermi sul letto. Trattengo la nausea.

Lui dice che sono formiche. Vuole fare la disinfestazione per le formiche. Quelle non sono formiche, cazzo, non sono così brutte e grosse le formiche.

Torno in albergo. Mi faccio una doccia. Finalmente crollo su un letto pulito. Socchiudo gli occhi, sto per dormire quando sento qualcosa camminarmi lungo la gamba destra.

© Ilaria Palomba
Foto di Luigi Annibaldi