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Roma2008

 

Al mattino il cielo è buio. Esco con una specie di peso sul torace. Confabulazioni solipsistiche non lasciano spazio ad attraversamenti. Mi pare che nulla possa tangermi, nulla incroci il mio sguardo. E sono nel nulla.
Arrivo a Piazza del Popolo e la luce è mutata, più chiara, il cielo altissimo. Faccio un giro per la piazza in cerca di un bar per prendere una bottiglia d’acqua. La Basilica di Santa Maria del Popolo è nascosta da un’impalcatura, ma prima, al centro della piazza, verso la Basilica, noto una struttura, un carro, qualcosa che somiglia a una giostra, e intorno due bancarelle indiane, una vende stoffe, sari, l’altra è bianca e ci sono degli uomini con tuniche bianche e collane colorate. Uno di loro mi ferma per porgermi un opuscolo. Sopra c’è scritto Hare Krishna. Il tizio sembra avere un accento del sud e gli domando se sia pugliese. Non lo è. È di Roma. Gli dico di essere pugliese.
Ma vivo a Roma da un po’, a Montagnola.
Maddai, ho un bar a Montagnola (mi dice dove).
E’ proprio vicino a dove abito.
Fai delle pratiche?, chiede, meditazione o yoga?
No, però vado in Nepal quest’estate.
Bello. Ma credi in Dio?
Non ne sono certa. Credo nell’immensità del cosmo.
Vieni ai nostri incontri. Non è un caso che tu sia capitata qui.
Bello quando ero una bambina mistica e credevo in tutto. Era bello essere ingenui. Lasciarsi trascinare nelle cose. Ormai non credo più alle persone che mi dicono: non è un caso tu sia capitata qui, non è un caso il nostro incontro, c’è qualcosa tra noi, qualcosa o qualcuno ti ha chiamata. Perché? Perché me ne capitano troppi, di questi incontri. Una volta in treno per Bari incontrai un ex di mia cugina che era appena entrato in una specie di setta buddista che all’epoca anch’io frequentavo (cercò di dirmi non fosse un caso essersi incontrati lì, dopo anni, e parlare di Karma). No, non frequentavo. Semplicemente ripetevo certi mantra e cercavo in tal modo di far avverare i desideri. Qualcosa avveniva. Ad esempio pensavo intensamente a una persona e poi quella persona mi scriveva o mi telefonava. A dirla tutta sarebbe stato meglio non aver ricevuto quel genere di attenzioni da quella persona. Con questo gioco di risuoni siamo andati avanti per quattro anni. Quattro stupidi anni di agonia. Poi capitava lo sognassi e il giorno seguente mi chiamava, magari non ci eravamo sentiti per due mesi. Sincronicità dicesi. Una volta ho avuto un’esperienza di sincronicità pazzesca. Sono andata a trovare mia zia, moribonda, in ospedale. Sapevo stesse per morire e non volevo vederla in certe condizioni. Ci andai però, allora, perché mi sentii come chiamata. E ci vedemmo per l’ultima volta, il giorno dopo si spense.
Un’estate mi è capitato di sognare di ruzzolare giù da una montagna e il giorno seguente il giornale riportava la notizia di alcuni alpinisti caduti sotto una valanga. Un’altra volta mi è accaduto di andare a vedere un film e di averlo consigliato a una persona che mi rivelò di aver visto lo stesso film lo stesso giorno. Poi sognai di essere morsa da una vipera e il giorno seguente scoprii di essere stata morsa dall’invidia di una tizia che frequentava un laboratorio con me. Poi se ci fai caso noti tutti i segni. I segni vengono al pettine. Allora devi smetterla con questo risuono. L’esistenza stessa risuona. Non puoi permetterti di sentire così tanto, ne va della tua integrità psicofisica.
Chissà come si vive da Hare Krishna, magari stanno meglio di noi, magari credere in qualcosa aiuta a superare i momenti di abisso, di scivolamento. Bisogna essere disposti alla disciplina, e per quanto mi riguarda la vedo difficile. Forse la felicità è nella disciplina, nel seguire un precetto fino al raggiungimento della serenità.
Piazza del Popolo è bellissima, piena di trampolieri e con questo carro indiano che alle diciassette si aprirà e darà luogo a una festa Hare Krishna, nel pieno spirito di deterrirtorializzazione della città. Amo ogni forma di deterritorializzazione, di soglia. A volte credo che l’intera esistenza per me sia una soglia, uno stare tra due dimensioni non appartenendo del tutto a nessuna. È una soglia la non scelta, la non azione o l’azione non premeditata. Dicesi acting out. L’analista dice che bisogna andarci piano con l’esplosione dell’emotività, che a parte perdere persone importanti per aver sputato loro in faccia cattiverie di ogni genere, uno potrebbe anche fottersi la vita, tipo farsi un giro in spdc e venirne fuori con un corpo che non gli appartiene. Si può vivere bene nella soglia? Nell’indefinizione? Può darsi. Taluni non hanno scelta, non possono farne a meno. Come non scegliere la propria identità sessuale, lasciarsi attrarre dalle cose, dalle persone, dagli incontri fortuiti, dagli odori, non razionalizzare, non decodificare i segni, dare attenzione solo al significante senza fare segno, senza significazione.
Mi piace sorridere alla gente che incontro per caso, immaginare chi sono, che stanno facendo. I trampolieri per esempio, prima di essere qui dov’erano. Com’è la vita di un trampoliere? È anche quella una zona di soglia? O forse poi qualunque forma di vita diviene abitudine? Forse l’unica differenza fra me e gli altri è che io ho preteso di più dal tramonto. Colori più spettacolari quando il sole arriva all’orizzonte. Forse è questo il mio unico peccato. (Joe) Lars von Trier.
Ricordi d’adolescenza. Ci sentivamo potenti. Ci sentivamo eroi. Ci sentivamo fuorilegge. Ci sentivamo criminali. Eretici. Ribelli. Fragili. Crudeli. Bellissimi. E di base eravamo solo dei drogati. Anche il margine ha le sue regole. Mi hanno spinta fuori anche dai margini. Non riuscire ad abitare nessun reale e pretenderli tutti. Ho sognato un caleidoscopio, come quelli che si vedono sotto LSD. Non riuscivo a stare in nessuno specchio ma un po’ di me era in ciascuno.
Com’è bella Roma di sabato mattina. Piazza del Popolo è piena d’esistenza. E sto aspettando un’epifania. Un rapimento. Godot.
Attraverso gli archi, scendo nella metro e prendo il treno per Termini, da lì cambio per andare a San Paolo e sulla banchina in direzione Laurentina ci sono due suore vestite completamente di bianco, con gli abiti bianchi e i veli bianchi. Una è solo una suora. L’altra è bella come La primavera del Botticelli, ha gli occhi verdi e un riccio biondo scuro impertinente fuori dal cappuccio. La guardo come guarderei una tanghera. Mi sorride. Sorrido anch’io. Com’è bella Roma di sabato mattina.

© i.p.

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