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Ieri notte tornavo da Monteverde con Luigi. Ubriachi. Dopo la vineria.
Lui accende il computer e legge dell’attentato Isis a Parigi, al teatro Bataclan. Su Sky 24 parlano di triplo attentato. Mostrano scene di uomini che fuggono in strada, trascinando via altri uomini feriti o morenti. Altri ancora penzoloni dalle finestre. La città a ferro e fuoco. Hanno colpito i luoghi dello svago, i simboli del divertimento, della piacevolezza. Un teatro, uno stadio e un ristorante. Oggi si parla di 128 morti e 200 feriti. Ma chi sono queste persone? Chi erano? A nessuno importa nulla. Si diffonde odio e terrore senza che che nessuno si chieda – si sia chiesto – si stia chiedeno – nulla circa l’identità di queste persone capitate per caso nelle sparatorie.
E poi che senso ha continuare ora a scrivere, a lavorare? Farsi i fatti propri… Ci siamo illusi che la guerra fosse affar loro. Ma di chi? Dell’Isis? Dell’America? Del Premio Nobel per la Pace con Droni? Una cosa distante: lì, in Siria, in Libia, e Dio solo sa dove altro.
Chi erano? Avevano un’identità? O devono solo finire nel calderone delle vittime?
Ricordo Parigi, quando ci abitavo. République era la zona dei locali. Non sono entrata mai in quei locali. Mi aggiravo sola per una città respingente. Non ho imparato bene il francese, non parlavo con nessuno eccetto che con alcuni italiani, con un paio di brasiliani e con un arabo. Marocchino per l’esattezza. Ricordo una sera, bevevamo birra e mangiavamo crepes su una panchina sotto gli occhi di Notre-Dame. Gli piacevo. Diceva che avrei dovuto fare sesso con lui.
Ma ho qualcuno – dicevo.
Sei europea – diceva – non sei europea?
Ecco la sua idea di donna occidentale. Ho cercato di evitarlo per il resto della mia permanenza lì. Quell’anno ero diventata quasi razzista e mi facevo ribrezzo per questo.
Parigi è una città divisa in etnie. Si respira aria di battaglia per strada. Tutti pronti ad attaccare e difendersi. Nessuna integrazione.
Nonappena sentissero in che modo barbaro e inesperto tentassi di parlare la lingua loro evitavano di rivolgermi la parola. Dopo una certa ora – le dieci di sera circa – non era troppo raccomandabile uscire. Abitavo nel Quartier Latino, pieno centro, ma dopo le dieci tirava aria strana. Gli arabi in gruppo erano un unico e oscuro organismo delle tenebre. I francesi non ti degnavano di uno sguardo – a eccezione del gruppo del CeaQ, in cui studiavo. Fuori dalla Sorbonne non avevo contatti con alcuno. Mi sentivo inquieta, isolata e folle. Mi perdevo in lunghe passeggiate lungo Boulevard Saint-Germain e Saint-Michel. E poi me ne andavo a Montmartre, dove dei gloriosi anni Venti, di artisti bohémien e misteriosi atelier, non è rimasta che una cattiva imitazione.
Houellebecq è stato profetico – anche se Sottomissione non è il migliore dei suoi libri – ha veduto chiaro, raccontando il clima di tensione che pervade quella città.
Ora chiuderanno le frontiere ovunque in Europa. Proseguirà questa inutile guerra che colpisce quasi solo i civili. Si bombardano e bombarderanno altri civili, scuole, ospedali, in Siria, in Libia e anche dove non sapremo mai. Qualcosa accadrà anche a Roma con questo Giubileo Straodinario – sembra fatto apposta. Una decadenza precipitosa. È proprio il crollo dell’Occidente. E l’abbiamo voluto noi. Perché la fratellanza si costruisce nel tempo con compassione ed empatia. E invece, degne colonie USA – l’Italia e l’Europa intera – siamo capaci solo di calcolare. Il numero delle vittime. Il Pil. L’andamento delle Borse. La guerra serve alla Borsa. Mercati finanziari. Capitali virtuali. Azioni sulle industrie d’armamenti alle stelle. A chi giova questo Isis? A chi fa davvero comodo esista? Chi guadagna dalle Stragi?
Non ho risposte. Solo dilanianti domande. Tra le più urgenti:
CHI ERANO QUELLE PERSONE CHE HANNO PERDUTO LA VITA? VOGLIO SAPERLO!
UNA PER UNA.
I NOMI. LA VERITA’. OGNI SINGOLA ESISTENZA.
CHI ERA? CHE FACEVA?
QUAL ERA IL SUO SOGNO?
Per ciascuno.
E ancora: è giusto scrivere? È giusto continuare a svolgere il proprio compito come nulla fosse? È giusto condividere post su Facebook? O soltanto occuparsi del proprio piccolo inutile quotidiano?
Questa impotenza sgretola e disgrega. Rende vana qualunque azione. Qualsiasi affermazione. Qualsiasi idea o pensiero. È giusto? È davvero ancora possibile continuare a esistere in quanto individui mentre attorno centinaia di persone – senza volto e senza nome – hanno perduto la vita?
E poi c’è un’altra martellante domanda, un ossessionante dubbio:
Perché indire un Giubileo Straordinario? Quante altre stragi serviranno? Quanto altro odio? Quante altre guerre?

© i. p.
Immagine di Luigi Annibaldi

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