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Il tempo si spacca sui corpi, il mio e il tuo, un ritratto d’adolescenza e la morte così vicina, così lontana. Ci piaceva sentirci parte di un tutto organico e io ti spingevo i piedi contro la parete, volevo fossi la mia verità, piccola, da stringerti tutta tra le mani, una vita minuta. Avrei voluto. Vieni qui, non scappare. Ti piacevano quei pomeriggi, l’una nel corpo dell’altra, specchiarci, con la scusa di danzare, quante invenzioni per sottrarci. C’era una luna grande, occhio bianco sulla terra. Mia madre ti diceva di andar via. È tardi, ma i tuoi genitori non dicono nulla? E poi chiudevo a chiave e tu a chiave dentro di me. Premevo sullo sterno, così in basso. Avevi l’odore delle foglie e ce ne stavamo immobili in improbabili posizioni yoga, le mani e le labbra, sempre a un passo dal farlo accadere. Ti costringevo a resistere al dolore e scivolavo su di te, scivolavo, leggera, lasciandoti sentire il suono del fiato, a occhi chiusi. Quella stanza, il cielo in una stanza, ogni giorno, il parquet e la grande finestra in vetro e legno, un triangolo isoscele, lo specchio era una spada. Due corpi. Il mio cedeva, era per via delle pillole, debordava. Il tuo era così piccolo, una libellula, libellula sul lago, io t’immaginavo, in quelle notti di occhio di luna, t’immaginavo planare sulle acque, libellula o falena. Eri piccola e negli occhi nascondevi l’odore di una colpa. Resta con me, non andar via. E a notte fonda nello stesso letto, le mani serrate e le labbra mie sul collo, restavi ferma. Sapevo che avresti finto di dormire. Restavi immobile, ti serravo le labbra, in silenzio, tutto avveniva come in un rito pagano sacro e osceno.

Al mattino non volevi parlarmi, sentivamo bussare. Quante volte vi ho detto di non chiudervi a chiave? E poi sarebbe uscita, era ovvio. Non facevi alcun cenno per spiegarmi, soltanto il tuo odore di strada e campagna scivolava via con te. A scuola non ci andavi, nessuno ad accompagnarti. E io dovevo invece, qualcuno mi aspettava sul ciglio al mattino. Il corpo diviso, non sapevo muovere le labbra, non sapevo più dirmi e quanto mi sentivo minuta in un corpo gigante. Ma tornavano quei pomeriggi e le notti con quella luna. Prima un occhio. Poi mezzo. Soltanto le ciglia. Aspettavo l’imbrunire, la guerra dei rossi e dei viola, fino al buio iniettato di stelle. Quel buio abitato dagli specchi. Guardati allo specchio. E c’eri tu. Guardati. Guardati ancora. Al posto del volto mio, il tuo. Ogni volta, due volte, identico, così stavamo bene, nello stesso corpo, senza morire mai.

Arrivò la sera senza luna. Quella sera ti aspettavo, le smorfie allo specchio, i passi di danza, mi guardavo mille volte piroettare e tu nella stanza del parquet senza mobili non arrivavi mai. Lungo le scale il rumore delle scarpe da ginnastica, troppi passi, non eri sola. Mia madre ti aveva lasciata passare e dunque ti vidi e non mi trovai. Le mani tue in quelle di un altro essere, aveva modi forzatamente garbati, parlava un italiano perfetto e portava gli occhiali. Voglio presentarti A. Come non vi fossi mai stata. Lì poi la sua mano aveva la presa di un paguro. Mi ritrassi, strisciai lungo la parete vischiosa, ruvida, le unghie, lì sopra, il rumore di una forchetta. Io e te siamo una cosa sola. Non oggi, dicevi, non più, sono grande adesso. E sentivo dall’altra stanza come un sospiro. Infilavo le unghie, le facevo scivolare, mi graffiavo. Ero una parete, nient’altro che un muro. Eri l’unica e ora nessuno. Passi marziali risalivano le scale. Tu e A. vi voltaste in sincrono. Mia madre aveva in mano un grande orologio, lo affisse nella stanza, il rintocco delle lancette scandiva i secondi.

Non potevo dormire, quel rumore, quel rintocco, scandiva il mio tempo. Così, la notte, mi alzavo e la stanza con il parquet, al buio, senza luna, non era una stanza. Era un varco, un portale e dentro gli specchi non vedevo alcun volto. Li spaccavo, gli specchi. Mi ferivo con i vetri e dentro quel varco avevo mille volti e mille anni. In ogni frammento di vetro ero un’altra. In uno dei tanti avevo il corpo tuo. Senza fiato. Senza ombra. Senza tempo. Saremmo state insieme, ora, per sempre.

… sul Mag O…

© i. p.

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