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ipa al mare

Io ero l’errore. La macchia nera nella stanza. L’inconoscibile altro, che il mondo doveva espellere. Provavo ad alzare la voce ma si bloccava. Si bloccava. Stavo seduta al banco e non riuscivo a parlare con nessuno. Il corpo era immobile. Assorbito nel verde dell’aula. Fissavo lettere e disegni sul quaderno. E le macchie di colore sui muri. Piccole sbarre. C’era l’odore pesante del fiato. Eravamo un grande cancro, tutti. Un enorme cancro sulla superficie della terra. Per ogni persona che respira un pezzo d’ossigeno in meno. Li guardavo giocare. Usare la voce per esistere. Io ero l’inesistente. Nell’esofago l’aria si bloccava. Era un peso. Ci sono cresciuta con questo peso nel torace. Vivevo un tempo sbagliato. Un tempo altro. Non riuscivo a rispondere ad alcuna domanda. Ma non ero muta. Quando poi mi decidevo a parlare, a essere altrove erano gli altri. Non mi ascoltavano. Non esistevo. Crescevo distante da loro. Li osservavo come attraverso un vetro. Loro potevano vederlo. Cercavano di romperlo. Fracassarlo. Sentivo le mani là sopra battere fortissimo. Credevano di vincermi. La verità era che mi temevano. Mi divertiva illuderli che avessero ragione. Che ci fosse in me qualcosa di mostruoso. Io non ero malvagia ma mi piaceva che lo pensassero. Dovevo confermare il loro grido di gregge. Dovevo fingermi parte di un gioco al massacro. Dovevo dipingere sul vetro maschere mostruose. Per sentirmi viva dovevo barare. Crescevo nell’illusione. Strappavo compiti. Vestivo di nero. Lanciavo sedie. Mostravo taglierini. Mi nutrivo della loro farneticazione.
Il ragazzo con gli occhiali si avvicinava per sbirciare quel che scrivevo sul quaderno. Gli lanciavo la sedia addosso. Piangeva. Disperava. Faceva grandi scenate davanti all’insegnante. Io ero segnalata. Seguita a vista. Controllata. Avevo gli occhi di tutti addosso eppure non mi ero mai sentita così invisibile. La ragazza dalle treccine bionde strappava fogli dal mio quaderno di disegni e segrete scritture. Rigiravo il taglierino tra le mani. Ripeteva insulti in flebili cantilene. Le sue compagne, anatre starnazzanti, le facevano eco. Rigiravo il taglierino tra le mani. Le sue compagne prendevano il quaderno e leggevano ad alta voce le mie parole. Rigiravo il taglierino tra le mani. Una voce dentro mi ordinava di agire. Rivolta, diceva l’altra Ilaria. Rispetto, diceva l’altra Ilaria. Vendetta, diceva l’altra Ilaria. Di scatto mi voltavo. Colpivo. La macchia rossa sulle dita della ragazzina bionda, il singulto delle sue lacrime, mi assalivano. Nelle orecchie la sua voce era una nenia orrenda. La sua pelle tagliata sembrava di gomma, mi chiudeva lo stomaco.
Avevo visto un’altra guardarmi dietro la porta della classe. Una ragazza magrissima dai capelli ondulati. La conoscevo di fama. Andava in quella che veniva denominata sezione Zeta, dove erano relegati i figli di nessuno. Avevo udito le parole dei suoi compagni. La chiamavano scimmia. Odorava di muffa, cenere rappresa, luoghi angusti. Veniva a scuola solo ogni tanto, qualche volta con gli occhi cerchiati di nero. Lei aveva visto. Aveva atteso il mio verdetto. Sospesa per sette giorni. Sette giorni con mia madre che imprecava e mio padre che dispensava nozioni filosofiche sulla libertà.
La mia libertà finisce dove inizia quella dell’altro, diceva mio padre.
Non c’erano abbracci tra noi, solo parole metalliche, al gusto di ruggine.
Che cosa ti ha preso? Eri così brava alle scuole elementari, faceva mia madre. Le maestre mi dicevano che eri un genio. Scrivevi temi bellissimi, eri l’unica che faceva sempre tutti i compiti. La migliore della classe, la migliore. E adesso, che ti succede? Mi dicono sempre che non ti comporti bene, strappi i compiti in classe, picchi i tuoi compagni, non parli con nessuno. Cos’hai?
Non potevo rispondere a quelle parole. Sentivo solo il gusto aceto del bario intrappolato nell’epiglottide. Intanto mi regalavano giocattoli. Intanto mi regalavano cibo. Intanto mi ingozzavo di inutilità. E ingrassavo. E sformavo. E nascondevo il corpo al mondo, a loro, a tutti.
Giorni dopo tornai a scuola. La litania riprese. Ma stetti in silenzio. In silenzio a prendere insulti e battutine e maledetti occhi e maledette bocche e maledette mani. Sul mio mondo di vetro.
La ragazza dai capelli ondulati provò a superare la barriera senza infrangerla. Mary, si chiamava. Una mattina d’autunno si avvicinò nel cortile. Mille foglie rosse frusciarono sull’asfalto. Il cielo di piombo sembrò aprirsi. Avevo il gusto del cemento nel palato. Scostavo appena la lingua e il vento s’incuneava tra i denti. Lei aveva larghi boccoli castani e labbra color ciliegia. Veniva a tenermi la mano lì fuori. Non riuscivo a credere alla potenza di quella stretta. Avevo il cuore nell’esofago. Mi sentivo divampare. Nel torace sentivo slabbrarsi qualcosa. Andare in mille pezzi. Buttare fuori quel peso potentissimo che non mi lasciava respirare. C’era l’odore delle foglie d’autunno. E non l’avevo mai sentito. La bambina dai capelli ondulati mi disse: scappiamo. Scappammo. Lontano da scuola vedevo le strade aprirsi alla campagna. Un verde sconfinato. Un cielo che inghiotte. Quel mattino nella casa abbandonata eravamo streghe e sirene. Scucivamo il buio. Lei aveva le mani sfregiate. Le linee dei palmi erano un campo minato. Schegge rosse e croste su quelle mani. Le chiesi: cos’hai? Mi disse che fossero vetri. Come i vetri che calpestavamo entrando in quel casolare abbandonato. Fuori gli ulivi raschiavano il sole.
Perché ti fai del male? Le chiesi.
Mi disse che il male non fosse nel corpo ma negli sguardi feroci degli altri. Che fosse una prova tagliarsi per resistere a tutti quegli occhi. Stavamo sedute tra i vetri nel buio e fuori il vento divorava gli alberi. Li strizzava come fazzoletti. Le foglie si staccavano e volavano dentro.
Facciamolo insieme. Sarà il nostro patto. Lontane da tutto e da tutti. Per sempre unite.
Era il suo insegnamento. Ferire il corpo per fortificare la psiche. Insieme nel vetro. Lasciarlo entrare, crescere, inondare. Spesse pareti di vetro. Oltre noi. Oltre tutti.
Lasciai che afferrasse il mio palmo e chiusi fortissimo gli occhi. Il vetro tagliava. La mano si apriva. Entrava il dolore. E lei mi stringeva.
Non è dolore vero questo, non è niente.
A casa dissi di esser scivolata su un sasso fuori da scuola. Nessuno si accorse di nulla. Mio padre mi disse di fare attenzione. Mia madre versò gocce di una mistura verde sulla mia mano. Il giorno seguente andai a scuola con la mano fasciata. Mio padre mi accompagnò sin dentro la classe. Mary non la vidi per niente. Continuavo a comportarmi da piccolo mostro. Non parlavo con gli altri. Rispondevo solo se interrogata. Mi voltavo a guardarli con gli occhi dell’odio.
Vidi Mary dopo sette giorni all’uscita da scuola. Aveva due macchie marroni sotto gli occhi, erano croste.
Cos’hai qui? le chiesi.
Nulla.
Ti accompagno, disse, dove abiti?
Non posso, c’è mio padre…
Lei guardò la Opel rossa fuori dal cancello. Vide il sole brillare sul parabrezza. Gli occhiali scuri di mio padre. Il suo sorriso.
Se vuoi puoi venire con noi.
In macchina lui mi diede un regalo. Lo scartai. Era una maglietta nuova, di quelle che piacciono alle ragazze. Mary guardava fuori dal finestrino. Aveva l’odore della muffa. Spiavo i suoi movimenti distratti. Il bordo della camicia a quadri consunto e marrone.

Dove abiti? Chiese lui.

Lasciatemi pure qui, disse Mary.

Lui insistette per accompagnarla a casa ma lei non volle. La lasciammo all’angolo tra via Kennedi e il parco.

Continuammo a vederci qualche volta. A scuola non veniva quasi mai ma le dissi dove abitavo. Entrava nel grande giardino. Mia madre la guardava con sospetto. Ci chiudevamo in camera per ore. Le insegnavo passi imparati a scuola di danza. Preparavamo spettacoli. Sognavamo palcoscenici. Ridevamo insieme. Lontane da tutti e da tutto. Guardavo il suo corpicino di piccola donna. E mi piaceva. Sentivo qualcosa in quel corpo chiamarmi. Era perfetta nella sua magrezza e nei suoi capelli lunghi.

Un pomeriggio mia madre entrò in camera mentre ci allenavamo con i body a piedi scalzi. Entrò e aprì la finestra che dava sul cortile. Guardò i nostri piedi consumati e sporchi. Giorni prima era sparito un braccialetto d’argento, che mi aveva regalato qualche zio.

Ma tu ti lavi, Mary? Cominciò mia madre.

Lei la guardava senza fiatare. Gli occhioni sgranati e quelle piccole macchie sulle gote che non avevo mai capito se fossero croste di percosse o sporco rappreso.

Rispondimi, la usi l’acqua? Indossi i vestiti di mia figlia, voglio sapere se sai come si usano acqua e sapone! Lo sai che i tuoi piedi puzzano di formaggio e muffa?

Lei non disse nulla. In silenzio si alzò e si sfilò il body che le avevo prestato. Rientrò nei suoi vestiti e andò via senza dire una parola. Io e mia madre restammo sole per qualche minuto.

Non mi piace quella ragazza, non mi piace affatto.

Mi trascinò sotto la doccia e mi strigliò graffiandomi la pelle con una pietra pomice. Erano artigli rapaci nella carne. Strillavo. Mi dimenavo. Imprecavo. La odiavo, mia madre. Ma vinceva sempre lei.

© i. p.
foto di Luigi Annibaldi

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