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paintinggomez

Corpi onirici
nelle cripte della memoria
squarci di identità pregresse
sono ogni essere senziente
la meta è la morte
il presente crolla
ne avverto il peso
ma sono una fenice
tra le ceneri dell’umano
rinasco nel cerchio
oltre l’individuo
verso l’esistenza.

 

© testi: Ilaria Palomba
© foto in alto di Vito Palmisani: performance di Miguel Gomez e Ilaria Palomba, l’8 ottobre 2014, a Bari, presso Federico II Eventi – Women in art.

© foto in basso di Carmen Toscano: performance di Miguel Gomez e Ilaria Palomba, l’8 ottobre 2014, a Bari, presso Federico II Eventi – Women in art.

 

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Diventare un’opera d’arte è la prerogativa dell’uomo postumano, l’uomo ponte che si supera e sacrifica nell’oltre. Nella performamce-art sono annullati i confini tra pubblico e artista, tra artista e opera. L’immaginario fa irruzione nel reale e ne determina l’andamento. La potenza dionisiaca dei demoni si libera sotto forma di energia. Il messaggio si fa carne. I corpi strumenti. Dove l’opera è suprema l’artista scompare, come un burattinaio i cui pupazzi continuino a muoversi per volontà propria anche dietro i sipari.

Il corpo segnato, il corpo dipinto, il corpo trasfigurato, induce all’apertura verso il possibile. Un sentire diverso si fa largo nella carne. Investe i singoli corpi, come emanazioni del grande corpo che è il sociale. Là dove ogni futuro sembra spezzarsi o crollare, l’arte trionfa come una forma di nuova sacralità sotterranea. Con la pittura di Miguel Gomez io sarò un’opera d’arte ma sarò anche non io. La possibilità di non essere se stessi, uscire, mutare identità, provare l’estatica vertigine del superarsi, lenisce le ostilità individuali, quei vincoli identitari che inducono allo scontro con l’alterità. Identità e contraddizione, come unica forma di legame tra me e i molti. Quando irrompe sui corpi, la fruizione artistica, non è più appannaggio dei pochi, ma diventa potenza sociale dal basso, vettore di scambio, totem onirico. Un corpo divenuto opera d’arte è un corpo trasfigurato, aperto alle multiple identità dell’umano. Oltrepassando l’io, l’opera d’arte diventa un insieme, un sentire condiviso che dissolve le individualità, divenendo inconscio collettivo, potenziale mistico. Non possiamo più affidare il futuro all’economia, alla politica, alla burocrazia, ma, sommessamente, trovare squarci di bellezza che dal fondo ci conducano alla luce. Tutto passa per il corpo. Il corpo è un tempio, l’artista un sacerdote. Che il rito si compia!

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