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sigaretta

Una volta conobbi un satanico o sedicente tale. In realtà non era propriamente satanico. Apparteneva a una setta sul genere dell’occultismo. Ci siamo conosciuti su uno stupido blog adolescenziale. Non ci siamo mai visti di persona. Ero maledettamente attratta da lui. Non ho mai constatato quale fosse il suo vero nome. Non so se le storie che raccontava fossero realmente accadute. All’inizio l’avevo scambiato per un’altra persona.
Nella stanza del computer, illuminata solo dalla fioca luce della lampada verde sulla scrivania in ferro battuto, mentre scrivevo le mie acritiche fandonie su quel vecchio blog, mi capitò di leggere un post di una decadenza e di un lirismo quasi osceni. Trattava di una donna e scriveva con parole apocalittiche e oracolari la trucida fine che avrebbe voluto riserbarle. Ti farò piangere lacrime di sangue, concludeva.
In effetti in quel periodo c’era davvero qualcuno in grado di farmi piangere lacrime di sangue (vedi Fatti male). Così, nel pieno dominio dell’ingenuità che sfiora l’idiozia, gli scrissi che non comprendevo il motivo per cui desiderasse così spasmodicamente la distruzione di una creatura che lo amasse. Disse che avrebbe distrutto chiunque avesse tentato di comprenderlo. E io rivedevo lui. Le nostre notti estreme. Il desiderio assoluto. L’estasi. Il mio parlare. Il mio cercare un contatto fisico anche dopo sedute di inconsapevole sadomasochismo estremo. Il suo silenzio. La sua distanza. La sua indifferenza. Come se fuori dal corpo non vi fosse nulla in me che valesse la pena scoprire.
Gli scrissi: sei tu, ammettilo. Mi confidò che gli sarebbe piaciuto farmelo credere. Ci si diverte sempre con le anime belle. Disse che se fosse stato realmente così crudele avrebbe giocato con questo mio dubbio. Osare l’impossibile. Grande la confusione. Come in un testo di Lindo Ferretti. Volle convincermi di non essere colui che credevo. In effetti era plausibile, aveva sin troppa proprietà di linguaggio. Affermava che la fotografia del mio avatar mostrasse una donna che cercava di sorridere con le labbra mentre i suoi occhi piangevano. Mi alzai per prendere dell’acqua. Vidi, nel corridoio, la sagoma del mio cane morto anni addietro.
Dopo qualche giorno ci risentimmo. Leggevo i suoi apocalittici sfoghi. Lo trovavo talentuoso e geniale. Molto più di me che da sempre avevo desiderato diventare scrittrice e invece riuscivo solo a propinare all’umanità il mio intrinseco stato dispercettivo. Trovavo nella sua poetica quella bellezza che collima con la mostruosità. Descriveva orge, riti propiziatori, sacrifici animali, stupri, ma lo faceva con un lirismo potentissimo. Aveva un linguaggio ottocentesco. E sentivo tra quelle righe un fil-rouge che dall’orrore si tramutava in disperazione.
Ogni giorno tornavo da lui. Qualcosa in quell’essere risultava spezzato. Da quei brandelli ero attratta. Più che dall’intero. Diceva di aver commesso atroci atti contro l’umano. Diceva di essersi macchiato di irreparabili colpe. Parlava di fisica quantistica e matematica riemanniana, di antimateria, omeostasi ed entropia.
La parola entropia venne introdotta per la prima volta da Rudolf Clausius nel suo Abhandlungen über die mechanische Wärmetheorie(Trattato sulla teoria meccanica del calore), pubblicato nel 1864. In tedesco Entropie deriva dal greco ἐν en, “dentro”, e da τροπή tropé, “cambiamento”, “punto di svolta”, “rivolgimento” (sul modello di Energie, “energia”): per Clausius indicava dove va a finire l’energia fornita ad un sistema. Propriamente Clausius intendeva riferirsi al legame tra movimento interno (al corpo o sistema) ed energia interna o calore, legame che esplicitava la grande intuizione del secolo dei Lumi, che in qualche modo il calore dovesse riferirsi al movimento meccanico di particelle interne al corpo. Egli infatti la definì come il rapporto tra la somma dei piccoli incrementi (infinitesimi) di calore, divisa per la temperatura assoluta durante il cambiamento di stato.
Una volta mi raccontò la sua iniziazione. Aveva 12 anni quando una ragazza di dieci anni più grande lo condusse nel covo. Non me ne fornì una descrizione precisa ma volli figurarmelo come una cantina. Disse di aver amato quella donna così intensamente da aver prosciugato l’intera sfera emozionale.
Quella notte, mi raccontò, fu vittima di una serie di abusi. Continuò ad amarla. Abusò a sua volta di altre persone, ragazze piccole, torturandole e violentandole in gruppo, animali, bambini, migranti privi di documenti, tutto ciò che non aveva il potere di ribellarsi si tramutava in sacrificio. Partecipò a un rito in cui venivano bruciati i genitali di un adolescente. Continuava ad amare quella donna senza tuttavia averla mai sfiorata. Un giorno trovarono il suo corpo che penzolava appeso a una corda. Da quel momento lui non avrebbe più amato, né provato alcun genere di piacere sessuale. Seppure perseverava nel prendere parte a certi rituali, non ne traeva ormai alcun piacere.
Mi raccontò di sentire la voce sua ogni notte, come fossero legati da un piano di nebbia che collega il regno dei vivi a quello dei morti. Quella voce gli ordinava di proseguire il lavoro da lei cominciato, e iniziare nuove vittime alla setta.
Le sceglieva bene le sue vittime. Andava nei locali dark e si nutriva dell’altrui decadenza. Donne abbandonate, tossiche, narcisiste fuori controllo, borderline. Cominciava come un gioco di seduzione e si tramutava in horror. Diceva di voler smettere ma di non poter disobbedire a quella voce. Gli feci intendere che mi sarei volontariamente offerta come vittima. Fu una provocazione. Provocare nell’altro il sentimento di compassione era la mia chiave segreta per addomesticare i mostri. Soltanto che adesso non saprei dire se quei mostri fossero davvero fuori di me. Mi disse che avrebbe dato la vita affinché una creatura innocente come me non finisse per perdersi nelle vie della corruzione. Mi disse di mollare quel porco bastardo che mi faceva tanto soffrire, di mettermi a scrivere seriamente. Leggeva i miei post sul blog, sosteneva che io avessi una qualche forma di talento. Gli dissi di non averne alcuno e di voler porre fine alla mia esistenza per questo. Gli raccontai quello che era accaduto a me a 12 anni. Talvolta ci sentimmo per telefono. Aveva una voce puerile. Parlavamo a lungo dei nostri drammi e dell’impossibilità di uscirne.
Tempo dopo presi un treno. Lo raggiunsi nella sua città. Ci vollero dodici ore di viaggio. Non l’avevo mai visto in volto e non conoscevo il suo vero nome. In quella città fredda e sconosciuta, ricoperta di neve e gente dagli occhi nordici, cercai un internet point. Mi collegai e lo cercai. Gli dissi il luogo e lo aspettai 3 ore. Non aveva neppure risposto. Dopo la terza ora di attesa, tra ubriachi in fase di approccio e islamici indotti, dalla mia gonna corta, a fare le più squallide tra le avance, mi scrisse un messaggio in cui diceva di essere fuori città per diversi giorni.
Trascorsi la notte in una stazione che aveva l’odore della campagna. Un uomo grasso si tirò giù la lampo e mi mostrò i genitali. Una vecchia barbona gli lanciò addosso una bottiglia di birra. Emanava un olezzo di malattia venerea. Il cemento laido di cenere e polvere e avanzi di cibo e lattine, accoglieva il suo letto di cartone. Le diedi tutto quel che avevo nel portafogli e attesi l’aurora intirizzita al fianco del suo ipertrofico russare.
L’indomani presi il primo treno per il mio maledetto sud. Non risentii più l’uomo misterioso. E ancora non me ne spiego la ragione. Eravamo identici nelle nostre sofferenze e violenze subite e inferte. Immaginai molte cose su di lui. Molte ciniche crudeltà: che fosse storpio, che fosse menomato, che fosse disabile, che fosse vecchio, che fosse impotente, che fosse un ragazzino, che avesse l’AIDS, che fosse orribile e non so cos’altro. Però non sono mai riuscita a dimenticarlo.
Nei processi naturali l’entropia dell’universo dello stato finale è sempre maggiore di quella dello stato iniziale. I buchi neri divorano le stelle. Il concetto di mancanza s’incunea nell’umano come unica aderenza a una realtà fisica in decomposizione. Solo ciò che manca ha dignità d’essere, ciò che era e non è, ciò che sfugge, che sfrange, che si dissipa, in tutta la pienezza che per convenienza chiamiamo vuoto.

© ilaria palomba
foto di luigi annibaldi

2 Comments

  1. molto bello, estremamente intrigante

  2. Grazie infinite Michele.


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