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portasegreta

Quello di Paolo Battista è un urlo ginsbergiano. In “Porta Segreta” (Edizioni Progetto Cultura), c’è un paesaggio allucinatorio di una Roma postmoderna. Una poetica che alla beat generation rimanda soprattutto per stile e struttura, volta a far coincidere poesia, prosa, scrittura automatica e poema. Non in versi ma in un gioco visivo di spazi, respiri e flusso di parole, le poesie di Battista, possono essere lette ciascuna in almeno tre modi. Un uso anarchico della punteggiatura e delle maiuscole ne accentuano l’entità postmoderna.

Porta Segreta” è il luogo che emerge da questo ritratto neorealista e assolutamente beat che miscela con fervore i luoghi della realtà «un carnaio di corpi smunti pronti a invadere i sobborghi: roma… saracinesche abbassate, l’eco di uno stupido programma generalista, urina che scorre», con quelli di un’interiorità malata, ossessionata, tossica, in cui l’amore figura come vittima sacrificale «lungo la stazione: porte scorrevoli, croci ombre poveri diavoli, tossici piegati stremati ai bordi della strada, amore sgraziato stremato o spiaccicato sul marciapiede come un morto ammazzato».

C’è la lotta contro un reale troppo minaccioso per non essere schivato bramando «la molle sonnolenza di oliosi papaveri selvatici». Riprende poi tematiche di stampo stirneriano come l’atavica lotta tra l’individuo e una società non più in grado di comprenderlo e rifiuta i compromessi: «ci deve pur essere una via d’uscita ma non parlatemi di compromessi!»

Una prosa maledetta in cui è costante il richiamo al Rimbaud di “Una stagione in inferno”, si scontra poi con l’ineluttabile degrado del contemporaneo occidentale «bamboline anestetizzate. improbabili fatine. e non ci accorgiamo di essere prigionieri della modernità!», con costanti rimandi ai sobborghi, le periferie, i luoghi tossici e osceni che diventano altro nel delirio allucinatorio da cannabionoidi e oppiacei. «Grandi nuvole con le mammelle di una mucca e tori dalle corna di ceralacca si confondono alla nebbia polverosa che impregna la cima di sette alberi in sequenza. Il cielo si sforma… così cado nel rosso cremisi di allucinazioni da hashish». Della poetica beat recupera l’automatismo di una scrittura priva di freni ma ne rifiuta la mistica. Non ci sono sconti, né mistificazioni, nei luoghi del degrado, ma solo corpi corrosi dall’abuso di sé, negazione di un presente dove la lotta non è più possibile. Quella di Paolo Battista è la testimonianza di un’epoca priva di ideologiche illusioni. Un mondo che è di per sé orrorifico e melanconico «vedo animarsi la città di agonizzanti barboni, impiegatucci da strapazzo, immigrati di cartone, e l’alba inghiottita ormai dal grigiume illogico della metropoli è un calendario privo di stagioni».

Nel complesso il libro è uno sguardo diverso su un sociale che cade a pezzi. La prosa ritmata e musicale colpisce e trascina, nonostante la sua complessità.

Paolo Battista da un paio d’anni dirige la Rivista Indipendente “Pastiche”. Fa parte del gruppo artistico-letterario I Cardiopatici. Ha pubblicato già due libri di Poesie “Canti urbani” e “Inferno di Contorno”. Ha scritto un romanzo sperimentale, con un impianto diaristico sulla tossicodipendenza a Roma (ancora inedito), in cui c’è una forte ricerca linguistica, ottima caratterizzazione dei personaggi, ai dialoghi in un romanesco pasoliniano si alternano flussi di coscienza del protagonista non dissimili da alcune liriche presenti in Porta Segreta.

Spesso si teme l’indomabile potenza della verità, non si riconosce la novità di un certo modo di scrivere che sempre più sta prendendo piede tra le nuove generazioni, si chiudono gli occhi o si finge di chiuderli dinanzi a quelle che potrebbero essere le nuove avanguardie. C’è da chiedersi per quale motivo. Credo abbia a che fare con il rischio che la società letteraria italiana non vuole assumersi. Il rischio di dare spazio a nuove voci, in un momento in cui, se si escludono i bestseller e la letteratura patinata, nessuno sembra più interessato alla lettura. Il rischio di vedere un certo tipo di realtà estreme e senza speranza, che tuttavia esistono e continueranno a esistere anche se i benpensanti chiudono gli occhi. Il rischio che il nuovo prenda piede e soppianti l’edulcorato, e certamente meno coraggioso, panorama letterario cui siamo fin troppo abituati.

 

© Ilaria Palomba

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