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guardami1

Si incontrarono al bar nei pressi della chiesa dell’Immacolata, quello con i tavolini fuori e tramezzini vecchi di qualche settimana. Lei arrivò mezz’ora prima del previsto ma trafelata e convinta di essere in ritardo, soltanto quando si accorse che lui non ci fosse ancora, si decise a guardare l’orario sul cellulare. Un’espressione di sconforto le indurì i lineamenti quasi che quell’anticipo fosse più grave di un ritardo. Poi decise di camminare un po’ lungo via dei Volsci, non voleva farsi trovare lì in piedi ad aspettare. Un paio di ragazzi fecero apprezzamenti sul suo fondoschiena. Un uomo con un vecchio pastore tedesco al guinzaglio si voltò a guardarle le gambe ma lei non se ne accorse. Entrò in una libreria e finse di leggere la quarta di copertina di un paio di libri di cui in realtà non lesse nulla, non le riusciva di concentrarsi. Quando tornò indietro ad attendere era lui. Per un attimo non lo riconobbe eppure sussultò in sua presenza ma come fosse in presenza di un pericolo indefinito privo di volto e nome. Lui dovette toccarle una spalla per farle tornare la lucidità. Allargando le sopracciglia le rivolse uno sguardo insieme di tenerezza e rimprovero.

Non lo baciò. Si affrettò piuttosto a cercare una sedia libera e le si rovesciò la borsa sul pavimento. Divampò e le tremò il ginocchio destro. Lui subito l’aiutò a riprendere gli oggetti caduti tra cui un libro di Kierkegaard (Diario del seduttore), un rossetto e un’assorbente. Anche la cameriera s’intromise mentre l’intera clientela del locale si era voltata a guardarli. Questa volta se ne accorse. Quegli attimi le sembrarono durare troppo. Poi si misero a sedere e non alzarono mai gli occhi. Lui le fissò la scollatura e subito dopo distolse lo sguardo colpevolizzandosi. Lei osservava in direzione dell’interno del locale sperando d’incrociare lo sguardo della cameriera.

Quando parti? le domandò con falsa indifferenza.

Domani, disse accendendosi una sigaretta. Mai come in quel momento l’odore del fumo le era piaciuto tanto, trovava in quell’odore qualcosa di liberatorio e anche lui dietro quelle boccate di fumo diventava meno pericoloso.

Le sorrise, le labbra facevano fossette sulle guance che facilmente avrebbero trasformato quel sorriso in broncio.

Quando la cameriera arrivò erano entrambi troppo distratti da questa messa in scena per concentrarsi sulle ordinazioni. Fu lui a mandarla via.

Dobbiamo ancora scegliere.

Parigi ti piacerà tantissimo, continuò senza guardarla.

Odio Parigi.

Spense la sigaretta e ne accese un’altra. Solo dietro una nube riusciva a parlargli.

Gli passò rapidissima in mente l’immagine di lei al primo esame, quegli occhi grandissimi, il trucco sbavato, il modo in cui muoveva le labbra e la voce che usciva da quelle labbra, una voce cupa, senza tempo, di vecchia e di bambina insieme. Si ricordò di come per la prima volta in vita sua non fosse riuscito a concentrarsi. Di come avesse deciso repentinamente di promuoverla con un ventitré solo per non aver ascoltato nulla delle sue parole. Lei lo rifiutò.

A cosa pensi? Gli chiese.

A nulla, mentì.

La cameriera tornò un po’ seccata. Lui ordinò un caffè, lei un prosecco.

I sorrisi cominciavano a sgretolarsi. Le tornò in mente il giorno dopo il primo esame. Dalle otto di mattina l’aveva atteso fuori dalla sua stanza. Tachicardica, come sempre, ripeteva mentalmente il discorso che aveva preparato, con rara precisione, su Kierkegaard e Bataille, il legame tra santità e perdizione, tra peccaminosità e sacralità. Alle dieci l’aveva visto arrivare e aveva provato lo stesso brivido che provava ancora, lo stesso brivido che si prova dinanzi a un presagio. Le si era rivolto in modo brusco, trattandola da seccatura ma lei aveva insistito per entrare. L’aveva bloccato, aveva cominciato il suo monologo e lui ancora una volta non era riuscito a sentire le sue parole, era rimasto però incantato dai suoi occhi e dalle lacrime che sbocciavano mentre infervorata s’illudeva di dimostrare verità assolute sul sapere umano. L’aveva abbracciata. Quell’abbraccio l’aveva scucita, facendola sentire piccola, molto piccola, ne aveva ricavato insieme timore e gioia estrema, un’emozione incontrollabile.

In questo momento avrebbe voluto chiedergli di andarla a trovare qualche volta a Parigi ma proprio mentre azzardava un movimento del volto in sua direzione arrivò il prosecco e la distrasse. Lui offrì e lei bevve. Lui sorseggiò il suo caffè e guardò l’orologio e si sentì terribilmente fuori luogo e solo e anche un po’ sciocco in questa grande farsa che stavano mettendo in atto.

È proprio tardi, le disse, poi anche tu avrai da fare prima della partenza. La guardò negli occhi questa volta e li trovò cambiati, più scuri, più consapevoli. Un po’ gli dispiacque.

Lei scuoteva il capo, no, non ho da fare, non ho niente da fare fino a domattina, avrebbe voluto dirgli ma non ci riuscì.

Si alzò prima di lui e gli andò vicino, molto vicino, mentre lui riprendeva gli occhiali e il telefono, gli si avvicinò tantissimo e strinse tra le dita la fodera della sua giacca. Lentamente sollevò lo sguardo.

Avrebbe voluto che lui sentisse tutto quello che si costringeva a non dire. Se ciò fosse avvenuto o meno non l’avrebbe mai saputo. Si accese una sigaretta e si avviò senza voltarsi.

© Ilaria Palomba

One Comment

  1. Questa delicatezza tocca l’ anima.
    Permettimi di sognare come una donna qualunque, questa timidezza mi è familiare.


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