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violentati_ila

Ultimamente penso spesso alla morte nonostante le cose sembra non stiano andando particolarmente male, salute esclusa. Dedico molto tempo alla lettura, sicuramente leggo almeno il doppio, in termini temporali, di quanto io scriva. Talvolta vengo invitata a presentare libri di racconti in alcuni festival, come ad esempio questo week end, a Zibello. Devo dire che non è esattamente il genere di festival che mi esalta, dato che si trattava per lo più di letteratura erotica, ma mi sono divertita. Poi ho rivisto un’amica con cui tenevo a chiarire strane e ambigue storie rimaste in sospeso. Domenica ho vagato per Parma con un trolley, tra corso, trattorie e Gallerie d’arte viste solo dall’esterno a causa della mancanza di pecunia (che ultimamente sembra non essere un problema solo mio). Poi ha cominciato a piovere. Ho comprato un ombrello usa e getta da un tizio credo senegalese. Ho lasciato la mia amica e il suo ragazzo e ho fatto una corsa pazzesca sotto l’acqua che cadeva a fiotti, verso la stazione. Mi sono rintanata sotto il tetto dell’ingresso principale. Ho guardato furtiva la gente. Taluni mi sembrava di conoscerli, anche se così non era. Il gruppetto di raver o punkabbestia di seconda generazione, lui pirsato su tutto il viso, lei con i capelli di duplice colore e gli occhi mezzi chiusi, altro lui con maglietta da giocatore di baseball sbracciata mentre tutti gli altri cercavano di coprirsi dalla bufera. Chissà perché in un’umanità vasta e piena di gente noto sempre e solo quelli che mi ricordano la mia adolescenza.

Ho atteso un’ora il treno e poi ho atteso più di tre ore che il treno partisse. Una jappa niente male faceva strillare il suo iPhone mentre era intenta in un game il cui suono ricordava pacman. Una bionda jeans di marca strappato apposta e capelli laccati, non faceva che fissarla. Io ho distolto pochissimo lo sguardo dal libro, nella fattispecie Ultima fermata a Brooklyn, regalatomi da Paolo durante una strana serata in giro a sbevvacchiare pessimo vino per chiostri di San Lorenzo. A tratti mi addormentavo. Non m’importava quasi nulla della mia sorte ma l’ansia tachicardica torceva il petto e un vago senso di vuoto e angoscia pervadeva gli istanti dilatati nell’indifferenza. Di tanto in tanto alternavo la lettura con telefonate a Lupo e risposte furtive a mio padre che nel mentre seguitava a farmi bilioni di raccomandazioni telefoniche su pullman e altre possibilità di viaggio. Di tanto in tanto ancora inframezzavo la lettura di Hubert Jr. Selby con un racconto dalle venature feticiste e fantascientifiche di Ermione e Cappi. Di ora in ora, sollevavo lo sguardo verso la pioggia che sferzava il finestrino e aspettavo che dio stesso mi dicesse cosa diavolo stessimo aspettando tutti fermi su quel fottuto treno che non partiva. Da postazioni altre, situate alle mie spalle, provenivano voci che blateravano roba su fulmini che hanno distrutto la stazione di Modena e pullman la cui capienza impedirebbe a tre quarti della gente su questo treno di raggiungere la propria destinazione. In tutto questo la mia assoluta indifferenza di fronte alla mia sorte era a dir poco patologica.

Ricordavo fram di realtà della serata precedente. Discorsi su dominazioni e sottomissioni. Dichiaravo silente al mio ego che l’erotismo non avesse nulla a che fare con la letteratura erotica. Sopprimevo facili giudizi sull’umanità nel suo insieme. Agognavo elettronici bit a scandire il mio non tempo. Assumevo xanax per spezzare il mio senso di non appartenenza. Ascoltavo proposte indecenti profilarsi con assoluta semplicità di fronte al rossore delle mie guance. Maledicevo Lupo per non avermi accompagnata. Dichiaravo agli slave di stare molto attenti alla parola amore, in quel caso vagamente unidirezionale. Non vi aspettate che una persona vi ami se può fare di voi ciò che vuole. Ritornavo in graziosi bed and breakfast incontrando uomini fradici di bananino offerenti bicchieri della mezzanotte con abbordo annesso e mio tentativo di dirottare il rimorchio verso l’acquisto di uno dei miei libri. Ascoltavo fragili doppi sensi rompersi sulla cresta del bicchiere. Ascoltavo l’urlo dei miei bronchi asmatici buttarmi via da quel giardino. Camminavo verso le lenzuola e vedevo sagome di uomini fradici attraversare la mia stanza per giungere in bagno. Nascondevo il capo dentro le lenzuola. Sognavo incubi di mura altissime e omicidi casuali. Sognavo di libri abbandonati dalle cui pagine emergevano mostruosità zombieformi. Sognavo incubi di malattie infettive incurabili. Mi svegliavo alle otto di mattina sputandomi addosso i polmoni. Mi lasciavo accompagnare nella Piazza di Zibello col teatro e il porco di porcellana cui la mia amica ha cleptomanicamente rubato la coroncina.

Poi i ricordi si spezzavano nel solito e stridulo senso di non appartenenza. Ricordavo frasi psicanalitiche: la depressione non è data dalla tristezza ma dal cessare degli istinti vitali: fame, sete, sonno, desiderio. Rispecchiavo la mia apatia in autodiagnosi da DSMV. Sgranavo gli occhi per ingravidarmi del mondo circostante per cessare di introspezionarmi fino a distruggermi per cessare la frammentazione degli specchi d’io narciso. Temevo ogni cosa eppure ogni cosa mi scivolava addosso insensibile. Priva di qualsivoglia empatia. Priva di qualsivoglia emozione. Dopo quattro ore il treno è partito. Un napoletano mi ha chiesto di dove fossi, poi è sceso a Reggio Emilia. Sarei dovuta scendere a Bologna per cambiare treno e prendere la coincidenza con Italo ma si dà il caso che dopo quattro ore di attesa e un mal di testa manco mi stesse gridando Sid Vicious nei timpani da tempo immemore, io non avessi alcuna voglia di aspettare altre tre ore nella stazione di Bologna per prendere poi il mio treno Italo low-cost, che manco ti puoi cambiare il biglietto. Così eccomi senza biglietto su l’intercity 3620, partito con quattro ore di ritardo, verso Roma Termini. Ecco il controllore che vedendomi intenta nella lettura ha quasi timore a disturbarmi e guarda il biglietto del regionale Parma-Bologna mezzo nascosto da un paio di libri e una bottiglietta d’acqua. L’ho già visto il biglietto, vero? Un attimo di suspense e poi naturalmente sì, certo, e continuo a leggere. E poi fino a Roma leggo. E mi sento meno apatica, più partecipativa, come se la realtà potesse sfiorarmi solo attraverso i libri.

Arrivo a Roma Termini all’ora esatta in cui sarei dovuta partire da Bologna. Chiamo Lupo che non vedo affatto lì al binario. Non c’è linea. Mi inoltro in un sotto passaggio. Raggiungo una zona assolutamente deserta e amena della stazione Termini. Lupo mi richiama. Dove sei? In stazione. Sì, ma dove? Non lo so. Cosa vedi? Binari. Poi? Treni. Al diavolo, poi? Dei minchioni che camminano con le valigie! Cristosanto, allora cerca di raggiungere la libreria, ci vediamo lì.

E quando c’incontriamo il ghiaccio si scioglie, le barriere crollano, anche se solo per un momento, il governo è caduto e la Roma ha già segnato un goal.

Sembra sia andato tutto bene eppure ancora nella notte mi torco e prendo qualunque farmaco esistente per placare la tosse ma comunque non si placa e mi faccio tre dosi di antistaminico e poi stamattina mi sveglio male e ho ancora troppo sonno. Il ventre si irrigidisce, si gonfia. Sto di nuovo male e non posso uscire di casa e tutti i miei programmi vanno a puttane. Sono le 13:19. È buio. Ancora non respiro, ho dolori addominali simili a pugnalate. E c’è la tempesta fuori. Il deserto dentro. Ma va tutto bene.

© i. p.

foto di Ermione

5 Comments

  1. ho apprezzato molto la lettura del tuo pezzo a zibello, complimenti davvero 🙂

  2. E’ sempre un piacere leggerti.

  3. Grazie caro Marco.


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