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Is your secret safe tonight and are we out of sight

Will our world come tumbling down

Will they find our hiding place

Is this our last embrace

Or will the world stop caving in

Muse – The Resistance

The Resistance dei Muse nello stereo. Piedi nudi sul legno. Luce fioca, senza sole e senza lampade. I rami degli ulivi attraverso la finestra. Una maglietta rosa slabbrata e trasparente. Ti piace dimenarti a occhi chiusi. Senti la pelle dei fianchi stringersi e tirarsi. Le mani afferrare parti di pelle, modellarla, sembra farina. I capelli sconvolti. La fronte sudata. Le labbra semichiuse. Lo fai ogni santo giorno. Ti lasci scivolare a terra feroce graffiandoti le ginocchia. Ti capovolgi, piroetti, sfidi l’affanno. Percepisci il gusto della saliva che si secca nel palato. Ridi, sola, convinta che nessuno possa vederti. Sono gli unici momenti in cui ridi, quelli.

Da bambina a scuola di danza non ridevi mai. Camminavi in punta e non chiudevi mai gli occhi. Le gemelline ridevano di te. Sapevi di non dover staccare i piedi dal pavimento. Le unghie si spezzavano, i piedi cedevano. Avresti voluto smettere di tremare.

Ora ti sleghi i capelli e sbatti le mani alle pareti, ti liberi di tutta la morale che ti ha incatenato il corpo.

Ieri sera a cena eri così rigida. Ti sembrava di avere ancora l’insegnante a punzecchiarti i glutei con un bastone per farteli stringere, le risate delle ballerine, eco nelle pareti.

E invece eri solo in un pub con amiche. Ti sarebbe piaciuto prenderle la mano. Ma lei si era alzata troppo in fretta. Mentre il tuo corpo rabbrividiva eri distante da tutto e ti consumavi nel riverbero di te. Ti stavo guardando ma tu non potevi vedermi.

Accarezzi il pavimento, è il corpo di un amante e poi ci strisci sopra come un serpente. I capelli sparsi sono fili di seta. La testa che preme contro il parquet. Gli occhi chiusi. I piedi contro il muro. Quel vuoto ancestrale si fa largo nella pancia e nel petto, sale alle tempie. Quel vuoto da cui non vorresti uscire più.

Mi fai vedere la tua piroetta? Nello spogliatoio ti avevano incastrata. E ti sentivi costretta, eri il corpo di un cadavere in una bara. Ridevano, cagne affamate.

Dai, facci vedere la tua piroetta, diceva una delle gemelle. Secondo me non è in grado, cade, diceva l’altra. Le mani alle tempie, gli occhi che guardano attraverso i gomiti. E le loro mani su di te erano tentacoli. Gli occhi lucidi in preda a un attacco di pianto che non sbocciava mai. Ti avevano portato con forza in palestra. Con forza, ti avevano strappato la calzamaglia. Erano pezzi di pelle che venivano via.

Avanti, facci vedere come fai la piroetta!

Ora sei senza pelle e puoi ballare soltanto chiusa nella tua mansarda. Le tue gambe fendono il vuoto. Le dita accarezzano i seni, i fianchi ondeggiano spasmodici. E io sto qui a guardarti, sono sempre stata qui. Dietro di te, un’ombra.

Avanti, facci questa piroetta. Eri nuda, senza vestiti e senza epidermide. Ti si accapponava quella pelle che non avevi più. E provavi e riprovavi a girare ma non ti riusciva mai.

Ti volti, piroettando ora due, tre, quattro volte, con il piede nudo in una punta impeccabile. E mentre piroetti incontri i miei occhi dietro le grate, tra le foglie di ulivo. I miei occhi ti spogliano ancora, fino a lasciarti senza muscoli e poi s’infilano nelle ossa. Fanno tremare i pavimenti.

Con le lacrime che non volevano uscire. Nuda e spezzata avevi volteggiato su te stessa. Ti avevano presa a spinte fino a farti perdere l’equilibrio. Sei una sega! Una sega! Aveva detto una delle gemelle. Perdendo l’equilibrio, il polso storto sul pavimento. La botta aveva spezzato qualcosa in fondo. Le loro risa si erano trasformate in grida vedendoti lì, con il polso che penzolava fuori dai confini del braccio.

Provi a chiudere la serranda ma non puoi. E poi accosti il viso alla carta da parati. Ti asciughi il sudore con le mani. Io sono ancora qui a guardare dentro. Vorrei che la porta si spalancasse, vorrei stringerti forte fino a toglierti ogni respiro. Io sono il tuo caleidoscopio. E mi disseto di ogni tuo corpo. Allunghi una mano contro il vetro e io anche.

Sei in bagno. Un buco nelle grate mi lascia entrare nel tuo appartamento. Quando esci sono di fronte a te ma non puoi gridare, ti ho serrato le labbra con le mie. Ti chiedo dove tu sia adesso, mi rispondi nel silenzio.

Avevano riso anche quando eri tornata a scuola con il gesso. I loro occhi entravano nei muscoli e attraversavano i nervi. Fu l’ultima volta per te lì dentro.

Siamo distese sul tappeto. Le tue gambe a cavalcioni con le mie. Cerchi di sfuggirmi, ma non puoi. Sono la tua pelle. Quella che ti hanno strappato tutte quelle mani. Ora fuori è notte. Gli alberi non si vedono. Il vento ulula. Bussa per entrare. Ho tra le labbra il sapore del tuo sudore. Tra le mani stringo i tuoi seni. E ti chiedo di danzare. Ora, solo per me. Non lo fai. Ma io ti lego a me con un foulard nero e il tuo bacino aderisce al mio, il mare alla terra. Il foulard stringe i tuoi fianchi e gli occhi te li bendo con un altro foulard. Ora sei costretta a danzare tra le mie mani. Che saranno solo le mie. Muovi i fianchi lentamente facendoli ondeggiare sui miei. Strisciami dentro. Vorrei mangiarti. Trangugiare ogni tuo desiderio. Iniettarmi in vena il tuo odore. Starti dentro, senza uscire mai. E mentre stiamo qui a dondolare, ti accarezzo il torace con mani che sono bisturi. Bacio i tuoi capezzoli, sono bocche. E seziono il tuo ventre con le unghie. Mi metti una mano sulla fronte. Mi allontani. Non capisci come io abbia fatto a entrare. Quanto tempo sia trascorso dall’ultima volta.

C’ero anch’io, te lo ricordi? Eri corsa via fino alla fine della strada. Auto e insegne di negozi e poi campi di ulivi e grano si sgretolavano nella corsa forsennata che ti mangiava i respiri. Ti rincorrevo ma tu non mi vedevi, non ti voltavi mai.

E mentre la benda sui tuoi occhi offusca ogni cosa, nelle tue membra ha inizio l’abbandono, il nero assoluto. Io spingo la mia lingua tra le tue labbra, le mie dita sul monte di venere, liscio e rado. Le mie dita dentro di te fino a sentirti pulsare. I nostri corpi che si mangiano voraci e lasciano al mattino chiazze bianche sui tappeti. Poi vado via mentre dormi e sei ancora umida di me. Mi nascondo tra le foglie per guardarti. So che uscirai a cercarmi e mi nasconderò dietro i tuoi passi per illudermi che la notte sia eterna.

© i. p.

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