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Di me bambina ricordo l’innocenza della crudeltà. L’ambivalente foga da perversa polimorfa, direbbe Freud. Ricordo di sguardi indagatori mentre rompevo le teste delle bambole e chiedevo a mio padre di ricomporle. Ricordo l’ardore con cui sbattevo il capo al pavimento e il corpo al muro facendomi lividi viola. Ricordo le lunghe masturbazioni, fantasticando su corpi che mai sarei stata.
Lo facevo sempre, lo facevo in luoghi poco consoni all’atto. Avevo iniziato a cinque anni nel bagno dalle mattonelle verdi mentre l’acqua scrosciava sulla mia vagina, non l’avevo fatto a posta, sfiorandomi avevo avvertito una scossa nei muscoli. Si propagava e filtrava. Invadeva la carne. Era gioia fisica. Mi osservavo e scoprivo che là giù qualcosa s’ingrossasse e che da quell’ingrossamento dipendesse il piacere. Dopo aver provato questo giochetto l’avevo ripetuto ovunque: sotto le lenzuola, sul tappeto di vimini della mia stanza, sul divano bianco arricciato del salone, la sera, mentre ero lì seduta a guardare la tv con i miei. Mi ignoravano.
Una sera mio padre mi chiese cosa stessi facendo. Quella fu la prima volta che mi resi conto dell’errore. Non mi fermai. Ho prurito, dissi. Era estasi e angoscia, innocenza priva di significazione. Mia madre, medico, subito andò a cercare creme lenitive, saponi antimicotici e antiallergici.
Ripensavo alle parole di mio padre, ai loro sguardi. Non provai mai più per intero quella gioia. Ora si legava alla colpa, al timore di essere scoperta. Il desiderio di farlo mi veniva quando c’erano corpi di donne, pezzi di carne al vento, labbra rosse, sfioramenti, schiene nude e pelle contro pelle, nei film. Quella sera era stato così, una maggiorata in tv si spogliava in una stanza d’albergo davanti a un uomo dal torace ampio e lo sguardo acceso. Automaticamente, senza pensarci, avevo iniziato a sfregare le dita nel cavallo dei pantaloni e per lungo tempo i miei non mi avevano vista o avevano fatto finta di non vedermi. Poi a un tratto quella domanda di mio padre. Fu una frustata. Eppure non potevo trattenermi. Arrivai alla fine, a quella scossa e provai piacere cercando di non emettere suoni. Dopo mi venne da piangere. Ebbi la sensazione di aver fatto una cosa orrenda anche se non sapevo di cosa si trattasse. Più mi sentivo in colpa e più volevo toccarmi.
Una volta lo feci al cinema e nessuno se ne accorse. Un’altra volta fu davanti alla mia baby-sitter che leggeva chissà cosa a labbra socchiuse brillanti di lucidalabbra lampone. Un’altra volta ancora lo feci in Chiesa quando il prete recitava la Santa Messa. Non faceva che fissarmi mentre mi toccavo e aveva gli occhi piccoli e fiammanti, come se volesse darmele di santa ragione. Più mi fissava e più mi toccavo. E volevo che mi sgridasse, che mi prendesse a schiaffi, volevo tantissimo sentirlo imprecare. La voglia andò via dopo la scossa, quando il senso di colpa regnava sovrano. Era una tristezza che si manifestava come un vuoto all’altezza dello sterno. Lo stomaco si chiudeva, gli occhi s’inumidivano e la gola diveniva secca.
Il prete aveva lo sguardo degli sciacalli. Mandò a chiamare i miei genitori dopo la messa. Io li spiavo parlare ma non riuscivo a sentire. Alla fine mia madre mi prese in disparte e mi chiese perché facessi quelle strane cose. Non volli parlare, era orribile, qualcosa di sporco, non nel mio atto ma in tutto l’interesse che suscitava. Mio padre mi fece promettere che non l’avrei più fatto. La notte fissavo il soffitto al buio e vedevo le ombre. Frusciavano lievi e sembrava parlassero. Avevano la voce di mia madre. Dicevano: che cos’hai fatto? Che cos’hai fatto?
Così cercai di trattenermi, di evitare di toccarmi ogni qual volta vedessi una donna dai seni grandi, dalle labbra umide, una coppia pomiciare o quando semplicemente mi sentissi sola. Non lo feci per alcuni giorni finché una volta il prete, dai capelli bianchi e gli occhi sgranati, mi fermò fuori dalla chiesa di Viale Caracciolo. C’era un sole splendente e i giardinetti erano gremiti di ragazzi con i pattini. I miei quella mattina non erano andati a messa e neanch’io. Passeggiavo, volevo un gelato dal bar accanto alla chiesa. Il prete mi vide e mi disse che doveva parlarmi. Avevo canini nella pancia. Finita la messa entrò nel confessionale e mi disse che avrei dovuto chiedere perdono per ciò che avevo fatto quella mattina a messa. Sentivo strappare via lo stomaco. Gli dissi che non sapevo a cosa si riferisse. Ma lui continuò imprecando: certo che lo sai, peccatrice, recita dieci padre Nostro e nove Ave Maria. Pungolata da quei denti ero un fuoco. Gli dissi che non conoscevo le parole e memoria. Allora lui, con voce stridula e rantolante, m’invitò a entrare nel confessionale. Adesso ti faccio vedere io cos’hai fatto. Così aprì la porticina e io entrai. Eravamo solo io e lui lì dentro al buio. Il suo fiato era pesante, sapeva di aceto. L’odore della sua pelle era acre. Mi prese il polso con tale fervore che credei volesse strapparmelo. Poi condusse la mia mano tra le mie gambe, lì dove ero solita sfregarmi. Mi sentii così offesa da questo gesto, come se l’avesse svelato al mondo intero. Nella pancia quei denti mi mangiavano. Ecco, cosa facevi, sussurrava ansimando, questo facevi, peccatrice, blasfema! E io lì, arsa dalla vergogna, chiusa in quel mezzo metro buio e fetente, non riuscivo a distogliere lo sguardo da quel che cresceva nella sua tunica. Lo sentivo strisciare addosso ma questa volta non provavo alcun desiderio di toccarmi. Se non sai recitare le preghiere, per farti perdonare tocca qui. Guidò la mia mano sotto la sua tunica e per un attimo sentii qualcosa di caldo e duro. Poi mi dimenai gridando e scappai via in un lampo. Una volta a casa raccontai l’accaduto ai miei genitori. Non andammo in chiesa per parecchio tempo e quando tornammo il vecchio parroco non c’era più.

© Ilaria Palomba

5 Comments

  1. troppo spesso una sana innocente naturale sessualità viene frustrata dai tabù e dalle risibili convenzioni “culturali”

    • Già… la perversione nasce dall’idea di peccato.

      • già, l’idea stessa che possa essere un peccato fare qualcosa di assolutamente naturale e desiderabile è pura follia

  2. quanti danni questi preti!
    mi spiace che hai dovuto vivere un’esperienza così brutta

  3. …peccatrice blasfema…
    …un’es-senza…


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